Ascesa e declino della società: capitolo III

L’unità della vita sociale

 

Cominciando dall’ovvio — ci devono essere gli uomini prima che ci sia una Società, e ci deve essere una Società prima che ci sia un Governo. Le istituzioni sociali devono essere seminate nel terreno di cui è fatto l’individuo. Pertanto, siamo costretti a chiedere all’individuo, l’unità della vita sociale, di dirci perché socializza, perché diventa politico. I metafisici erano sulla strada giusta quando indagarono la natura del singolo per dare una spiegazione allo Stato, anche se erano distratti dalla loro mentalità teologica. Su questa strada non si trova una risposta positiva, né una risposta che non inizi con ipotesi. Se si guarda l’essere umano dall’esterno forse riusciremo a fare luce sulla questione, senza fare riferimento alla sua composizione spirituale.

Ascesa e Declino della SocietàCosa si osserva come una costante nella sua esistenza? A questa domanda non c’è che una risposta: egli è sempre e comunque impegnato a guadagnarsi da vivere. Non possiamo nemmeno pensare ad un essere umano privo di questa preoccupazione. Egli è, fondamentalmente, un ‘”uomo economico” — per usare un termine che viene talvolta usato in modo spregiativo, ma che è più appropriato quando riflettiamo sul fatto che l’attività primordiale dell’uomo è l’esistenza. La sua ricerca economica è radicata in lui come una necessità. Sembra logico supporre, allora, che la Società in cui lo troviamo sempre è o una fase dell’attività, o in relazione con l’attività, da cui non va mai in pensione. Non è allora probabile che, se ci immedesimassimo nei mezzi e nei metodi che impiega per guadagnarsi da vivere, impareremmo che la Società ed il Governo sono escrescenze di questo processo? Forse, dopo tutto, queste istituzioni hanno le loro radici nell’economia. Si tratta di un’ipotesi plausibile, in ogni caso.

L’obiezione che viene sollevata è che l’essere umano sia troppo complesso per essere trattato solo come una creatura vivente. Anche le altre specie che abitano la terra sono a caccia costante dei mezzi per esistere e niente hanno di quello che noi chiamiamo Società e Governo; il meglio che fanno per socializzare è formare un gregge o un branco o uno stormo, organizzazioni del tutto diverse da quelle che qui vengono formalizzate. Questa obiezione, tuttavia, deriva dalla definizione limitata e irreale di “uomo economico” che ne descrive la vita come una mera acquisizione di cibo, vestiario e riparo. Un tale uomo non esiste, o esiste solo sotto la spinta delle necessità.

Per l’uomo, a differenza degli altri esseri viventi, il “guadagnarsi da vivere” comincia solo con l’acquisizione delle cose necessarie: per come egli è costituito, infatti, una volta risolto il problema (o anche prima che sia completamente risolto) la sua immaginazione dà luogo ad altri desideri che, quando gratificati, danno luogo ad ancora altri desideri e così via ad infinitum. Il suo lavoro di “vivere” non ha alcun perimetro fisso. Eppure, la soddisfazione di qualunque desiderio scaturito dalla sua fantasia coinvolge gli stessi mezzi e metodi che egli impiega per garantirsi il necessario. Il libro e il violino vengono alla luce da processi che sono in sostanza gli stessi di quelli applicati per produrre pane e vestiti; tutto ciò che l’uomo vuole coinvolge le dinamiche della produzione.

Quindi, “l’uomo economico” non è un tipo d’uomo speciale e, anche se per motivi di studio potremmo separarlo nel nostro laboratorio mentale da “l’uomo culturale”, “l’uomo religioso” o da quello “militare”, egli è infatti l’unico uomo che utilizza i mezzi economici nella ricerca di qualsiasi “modo di vivere” a cui lo conduca la propria inclinazione o l’opportunità. L’agente catalizzatore di tutte le aspirazioni umane è la produzione.

Cos’è, quindi, la produzione? È l’applicazione del lavoro alle materie prime offerte dalla natura per la realizzazione di cose che soddisfino i desideri umani. Nulla può essere prodotto in qualsiasi altro modo. È vero: esistono, tra le cose desiderate dagli uomini, quelle che apparentemente non comportano l’uso di materie prime e di solito descritte come servizi. Ma anche il cantante ha bisogno di sostentamento e il predicatore nudo potrebbe scoprire come il freddo sia un ostacolo al pensiero. Non vi è alcun servizio desiderabile — come l’assicurazione o l’istruzione — tanto lontano dalla produzione di base da non risultare, ad un esame attento, una suddivisione o ramificazione dell’applicazione del lavoro alle materie prime. Quando si pensa a questo processo, si comprende come tutte le cose tangibili ricercate dagli uomini, quali ad esempio cibo e vestiti, sono in realtà l’istantanea di servizi come quello culinario o di sartoria, e dunque ogni distinzione tra beni e servizi, in senso economico, è accademica.

Il fatto che l’uomo sia sempre dipendente dalle materie prime per vivere, anche nel senso più ampio della vita, lo bolla come un “animale terrestre”. Ma, a questo proposito, tutti gli altri animali sono altrettanto costretti. Quindi, sorge spontanea la domanda: in quale modo l’essere umano, nelle istituzioni sociali che ora ci interessano, è diverso dai suoi vicini che pensano solo a mangiare? Lo è nella misura in cui egli, diversamente da quelli, non dipende da ciò che trova ma ha la capacità di fare uso della natura per promuovere i propri fini. Questa capacità si chiama ragione: la facoltà di estrarre un principio causale da una serie di fenomeni correlati, e di applicarlo ai propri affari.

Per esempio, egli osserva come dalla natura non crescano cibi commestibili ovunque e in qualsiasi momento, ma solo quando e dove il terreno di una data consistenza goda di una certa quantità di sole ed umidità. Imparando questi segreti della natura, li trasforma in formule a cui dà nome di leggi naturali. Poi, facendosi guidare da tali leggi, fa crescere il cibo che vuole: diventa un creatore di abbondanza. E’ quanto i suoi amici animali invece non possono fare.

Siamo soliti dire che l’uomo “conquista” la natura ma in realtà egli, nel raggiungimento dei propri fini, deve la conquista al suo adattamento ai mezzi impiegati dalla natura; non può infatti ottenere i risultati desiderati a meno che non ne impari le leggi e ad esse si sottometta. I popoli primitivi sono tali solo perché non si sono capacitati di queste leggi, mancando quindi nel riuscire a farne uso, ed i fallimenti di ciò che chiamiamo uomo “civilizzato”, in qualunque campo scelga di operare, sono probabilmente dovuti alla sua ignoranza delle leggi della natura o alla sua arroganza nel tentativo di farsi strada violandole. Queste sono, tuttavia, immutabili e sempre presenti; i fallimenti dell’uomo indicano come anch’esse abbiano le loro proprie sanzioni.

L’uomo costruisce una bomba atomica perché ha imparato le leggi fisiche ad essa connesse; l’uomo con questo ordigno distrugge la Società perché non conosce né è disposto a sottomettersi alle leggi sociali che la natura ha scritto nel proprio libro della conoscenza. E’ particolarmente svantaggiato quando dichiara (come fa a volte, in particolare nei settori dell’economia e delle scienze sociali) l’inesistenza di leggi naturali e come l’uomo non sia inibito da tali finzioni; è qui che si mette davvero nei guai.

Date le risorse naturali e la conoscenza delle leggi di natura, guadagnarsi da vivere richiede un dispendio di lavoro. Questo è il prezzo inesorabile della produzione. Ma l’esercizio del lavoro comporta la spiacevole esperienza della stanchezza, qualcosa che l’uomo non vuole. (Siamo preoccupati solo del lavoro speso per scopi economici. Talvolta l’uomo troverà il piacere nello sforzo stesso, come lo trova nel fare una passeggiata. Ed a volte egli “amerà il proprio lavoro”, provando piacere nel farlo, indipendentemente da qualsiasi altro ritorno. L’euforia risultante è la ricerca del profitto, ma egli non lavora per il lavoro in sè.)

Per evitare gli sforzi l’uomo potrebbe, come altri animali, ridurre i propri appetiti alle cose più necessarie, alle cose che rendono possibile l’esistenza e che si possono avere con il minimo sforzo. (Nulla si può avere senza alcuno sforzo.) Egli, tuttavia, non è costituito in questo modo essendo guidato da una curiosità sempre crescente di cercare nuove gratificazioni, e sempre indaga la natura affinché gli dica come  acquisirle con meno lavoro. Inventa dispositivi che diminuiscono il lavoro; spende del lavoro per risparmiare lavoro. Sfrutta il tempo “straordinario” — o del lavoro in eccesso rispetto a quanto è necessario per tenerlo in vita — per produrre cose che gli risparmieranno lavoro nelle sue imprese future o gli permetteranno di migliorare la propria situazione. Chiamiamo queste cose capitale.

Per quanto ne sappiamo, l’uomo è sempre stato un capitalista, un accumulatore di lavoro, e non possiamo concepire un tempo in cui lui non stesse facendo uso di tali concetti. Così, l’ascia di pietra che ha inventato per domare un animale commestibile è diventata, dopo secoli di riflessione e di tentativi e di errori, una mannaia ed i recinti per il bestiame di Chicago. L’accumulo di capitale è sempre stata la carriera dell’uomo: non conosciamo infatti un uomo o una società non-capitalista. In ogni distinzione tra l’uomo primitivo e l’uomo civilizzato, usiamo come metro di giudizio i loro relativi accumuli di capitale e l’uso del capitale.

Una legge naturale viene derivata dall’osservazione dei modi della natura. La sua prima caratteristica è l’invariabilità — succede sempre così, non ci sono eccezioni. E poiché in ogni cosa che fa, sin da quando si ha conoscenza del suo comportamento tanto da non poter nemmeno concepire una deviazione, l’uomo cerca di soddisfare i propri desideri col minimo dispendio di lavoro, potremmo definire quest’ultima come una legge naturale del suo comportamento. Un secondo requisito di una legge naturale è il suo permetterci di prevedere cosa accadrà in futuro: è proprio su questo punto che la legge si qualifica come tale. Noi inventiamo ed usiamo gli elettrodomestici perché sappiamo che ogni casalinga è interessata a risparmiare lavoro; offriamo tangenti agli agenti perché siamo sempre alla ricerca di “qualcosa in cambio di niente” e, se gli agenti accettano le tangenti, è perché preferiscono ottenere le loro soddisfazioni senza dispendio di lavoro. La nostra struttura dei prezzi è interamente basata su quella “legge della parsimonia”.

In effetti, ogni teoria economica deve tenerne conto — e le dottrine sociali che prescindono da questa si dimostrano impraticabili. Quando, ad esempio, viene proposto che gli imprenditori debbano vendere i propri prodotti a meno del costo di produzione, o a meno di quello che altri sono disposti a pagare per essi, ecco che assistiamo alla formazione del cosiddetto “mercato nero”. La nostra reazione immediata al concetto socialista secondo cui gli uomini lavoreranno con poca attenzione ai guadagni, è di considerarlo senza alcun senso; gli esseri umani non si comportano in questo modo.

Ora la Società, il Governo e lo Stato sono istituzioni fatte dagli uomini, e deve essere dato per scontato che anche queste siano espressioni di questa legge del comportamento umano. Se in tutti i suoi compiti egli è sempre motivato da questa avversione al lavoro, perché dovremmo supporre che essa non svolga alcun ruolo nell’organizzazione sociale e politica che si dà? Egli non subisce alcuna mutazione, quando parliamo di società e politica: è ancora lo stesso uomo. Forse, dopo tutto, le sue istituzioni sono, in un modo o nell’altro, analoghe ai meccanismi di risparmio di lavoro. Ha più senso condurre un’indagine sulle sue istituzioni con una tale ipotesi piuttosto che iniziare a postulare l’idea che le sue istituzioni derivino da forze a lui esterne, forze che lo utilizzano come strumento, non come il creatore, come pensano i metafisici ed i socialisti.

In correlazione con questa “legge della parsimonia” c’è un’altra caratteristica costante dell’essere umano, che getta luce sulle sue istituzioni. E’ il fatto che egli sia l’unico animale i cui desideri non sono mai soddisfatti. Egli non evita il lavoro al solo scopo di rifuggire il lavoro in sè: non è pigro. Infatti, lo troviamo ad investire ogni risparmio del lavoro in un nuovo desiderio, uno di cui difficilmente era a conoscenza prima che avesse un surplus di energia da mettervi a disposizione. Quando padroneggia l’arte di entrare in possesso dei mezzi di sussistenza e trova facile tale compito, comincia a pensare alle tovaglie ed alla musica per accompagnare i propri pasti. La sua vita consiste in una salita costante verso altezze più elevate, ad un punto in cui queste sono chiamate lussi o soddisfazioni marginali quali libri, francobolli rari, baseball e Beethoven. I desideri dell’uomo sono illimitati.

Ma ogni nuovo passo nella ricerca di una vita più piena deve essere preceduto da alcuni collegamenti per la messa in sicurezza di quelle cose di cui gode abitualmente, ed i lussi diventano necessità in proporzione alla facilità con cui può averli. Fin dall’inizio dei tempi, per quanto ne sappiamo, l’uomo è stato un risparmiatore di lavoro, un capitalista, non al fine di accumulare energia ma per spenderla verso risultati più grandi. E’ per questo motivo, come vedremo, che la Società diventa il suo habitat naturale.

La “legge della parsimonia” non sostiene che gli uomini soddisfino sempre i propri desideri col minimo sforzo; afferma invece come essi tentino di farlo. L’ignoranza del più breve percorso, del mezzo più semplice, è la ragione del suo prendere la via più lunga. Prima che venisse a conoscenza dell’automobile, il proprietario del carro trainato da buoi doveva prendersi cura delle cose trasportate, ma è stata la sua avversione al lavoro che gli ha fatto inventare questo miglioramento primitivo rispetto al camminare a piedi ed è stato questo stesso stimolo a portarlo all’invenzione dell’automobile; la velocità rappresenta un risparmio di sforzi verso la realizzazione di un risultato. Lo psicopatico ruba perché pensa che sia il modo più semplice per soddisfare i propri desideri, laddove il monopolista scaltro escogita modi per migliorare la propria situazione senza passare per lo sforzo che la concorrenza gli avrebbe imposto. Ogni crimine nel calendario, ogni male sociale, ogni imbroglio dei politici è riconducibile alla “legge della parsimonia”. Così come ogni progresso nelle scienze e nelle arti.

Sarebbe vano moralizzare su questa avversione al lavoro in quanto lavoro: tanto amorale quanto i capelli sulla testa di un uomo. Ma se si guarda alla psicologia umana, si può trovare il germe di un principio etico in questa legge comportamentale. Si scoprirà che il valore che la persona attribuisce a sé stessa è misurato in termini del lavoro che deve impiegare per soddisfare i propri desideri. Il suo ego si espande o contrae in proporzione al costo del lavoro della sua vita.

Così, uno schiavo che dai propri sforzi ricavi una magra esistenza tara su questa la propria disposizione mentale, sviluppando ciò che chiamiamo una psicologia da schiavo: cioè, non si considera di più di quello che ottiene. D’altra parte, il “pezzo grosso” tra i gangster ha una grande stima di se stesso perché, senza alcuna spesa di lavoro, è in grado di vivere nel lusso. L’opinione di sé mantenuta dallo schiavo e dal “pezzo grosso” é condivisa dai rispettivi contemporanei semplicemente perché le loro opinioni di sé sono misurate in modo del tutto analogo. L’ammirazione che accordiamo all’uomo opulento e il nostro godimento riflesso dei lussi del cinema evidenza il meccanismo della “legge della parsimonia”: non è tanto la nostra invidia a essere provocata, poiché questa suscita in noi solo l’emulazione o il furto, quanto piuttosto il fatto che quanto desideriamo sia stato acquisito senza la spesa di alcuno sforzo visibile. E’ il summum bonum.

Ciò premesso, un’economia gestita in modo da fornire un’abbondanza generale, un’economia di abbondanza, deve migliorare l’autostima o il morale di chi ne gode, mentre un’economia di scarsità ha l’effetto opposto; per dirla altrimenti: prezzi bassi (o facilmente accessibili) inducono un aumento dei valori umani, mentre i prezzi elevati (in termini di spesa del lavoro) tendono a deprezzarli. Questo però è un discorso a parte. Il punto è che ci sono conseguenze morali alla “legge della parsimonia”.

Qualsiasi altro attributo l’essere umano introduca nell’ordine sociale di cui è parte integrante, la sua volontà di vivere viene prima nella gerarchia; essa non è semplicemente un aggrapparsi alla vita, ma anche uno stimolo a migliorare la propria situazione e ad ampliare i propri orizzonti. Ciò è innato; il Nirvana, o la negazione del desiderio, è una caratteristica acquisita che richiede un notevole esercizio di volontà. La volontà di vivere è accompagnata dai mezzi e metodi che le sono connaturati — la tendenza ad evitare il lavoro.

La società può essere spiegata da altre caratteristiche umane, come ad esempio il costrutto metafisico, le sue aspirazioni culturali ed il suo desiderio di compagnia, tuttavia queste sono variabili discutibili. Non vi è dubbio circa la persistenza e l’universalità degli attributi sopra citati, che quindi devono essere considerati degli imperativi: in qualunque altro modo cerchiamo di spiegare Società, Governo e Stato, non possiamo ignorare “l’uomo economico”.

 

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