La filosofia della proprietà: I parte

Questo saggio, suddiviso in due parti distinte, costituisce la traduzione integrale del primo capitolo di The Philosophy of Ownership” dello studioso libertario Robert LeFevre: un testo imprescindibile per comprendere appieno i principi, la natura e le logiche costitutive della proprietà privata –  qui sublimata nella sua dimensione di realtà ontologica ineludibile – nonché una pietra miliare del libertarismo d’oltreoceano.

Proprietà e diritti di proprietà

private propertyBen raramente si è arrivati a comprendere il senso della proprietà privata, nella sua effettiva portata. Ad ogni modo, tutti gli esseri viventi ne sono coinvolti, non importa se in maniera istintiva o razionalmente. Proprio perché nessun organismo, capace di azione volitiva, può sfuggire all’ esigenza che avverte dentro di sé, del tutto innata, di dar luogo a qualche relazione in cui si estrinsechi la natura proprietaria. Di fatto, la sopravvivenza di tutti gli esseri capaci di coscienza si fonda direttamente su di un qualche tipo di rapporto di proprietà.

Le forme di vita più embrionali sono spinte istintivamente verso il cibo, di cui riescono a disporre e che sono in grado di ingerire. In tal caso, il possesso esprime un rapporto di proprietà.

Le forme di vita complesse sono indotte, in parte per istinto e in parte da processi razionali, a dominare il loro ambiente: il che si verifica quando la proprietà viene acquisita e utilizzata. Insomma, un organismo vivente privo di rapporti proprietari è una realtà del tutto inconcepibile: una vera e propria contraddizione in termini.

L’uomo, il più complesso fra tutti gli esseri viventi, manifesta le più numerose e svariate esigenze di espressione, in relazione alla proprietà. Guidato dalla ragione, ovvero indotto dai pochi, residui istinti rimasti, l’uomo domina il suo ambiente più di ogni altra creatura. La sua assoluta padronanza del contesto operativo è primariamente, se non totalmente, una questione di acquisizione della proprietà e di utilizzo della stessa.

Dal momento che il principale argomento di analisi in questo scritto avrà ad oggetto il benessere degli individui, non occupandoci del benessere degli altri esseri viventi, l’approccio che si intende seguire sarà quello di sviluppare una filosofia della proprietà privata che spieghi i suoi effetti nell’ambito di un contesto umano. E posto che praticamente tutte le lotte per l’esistenza e per il miglioramento delle proprie condizioni di vita hanno a che fare, in maniera diretta o indiretta, con la nozione di proprietà, questa prospettiva filosofica deve necessariamente includere una disamina del ruolo preponderante che la stessa riveste nella vita umana. Ogni filosofia deve comprendere un esame dei fatti e dei principi della realtà, e dacché la proprietà ingloba un ordine di dati fattuali e valoriali di fondamentale rilevanza, nessuna filosofia che possieda del senso pratico può trascurare quest’ambito di analisi. Quasi tutti gli studi filosofici, sino a questo momento, hanno concentrato i propri sforzi ad indagare i regni della teologia, della mistica e della metafisica, nel tentativo di sondare il mistero delle origini della vita e di definire i metodi ed i fondamenti epistemologici della conoscenza: eludendo però al contempo la questione della proprietà o, nella migliore delle ipotesi, rasentandone appena le problematiche inerenti.

Una delle ovvie ragioni di questo disinteresse è da rinvenirsi nell’inveterato assunto in base al quale la proprietà, così come i rapporti ad essa informati, fossero in qualche modo da considerarsi come qualcosa di grossolano e di materialistico. Il desiderio ardente dei primi filosofi consisteva nel tentativo di dispiegare la vera essenza della vita. E la proprietà era intesa, né più né meno, come un ostacolo alla comprensione. Ma questo è probabilmente imputabile al fatto che l’orientamento originario tendeva ad assimilare la proprietà privata alle “cose”, o semplicemente alla sola terra, senza rendersi conto che l’aspirazione e la pulsione all’appropriazione, così come l’ambizione a “possedere”, costituiscono uno degli elementi fondanti della stessa esistenza.

Gli esseri umani non possono fare a meno dei processi orientanti all’identificazione personale e individuale. E l’aspirazione alla proprietà sussume propriamente il concetto di esclusività e di individualizzazione. La proprietà è  pertanto una espressione di questo desiderio. Gli esseri umani ambiscono a disporre di oggetti, passibili di essere ammirati ed apprezzati. Presumibilmente, la stessa nozione di amore, riconosciuta come imprescindibile per la vita dell’uomo, è in qualche modo legata a doppio filo all’impulso profondo del possesso, della padronanza, della disponibilità assoluta, ai fini di tracciare un perimetro di indiscussa esclusività.

Interpretata come l’oggetto, o gli oggetti, di desiderio di possesso dell’uomo, il concetto di proprietà diventa di gran lunga meno importante del desiderio stesso. Disporre dei beni, goderne, possedere, sentirsi padrone e sovraintendere all’utilizzo delle risorse, acquisirle ed utilizzarle, queste motivazioni sono indubbiamente essenziali per l’uomo. Gli oggetti di queste aspirazioni sono mutevoli e sono inevitabilmente connessi ad esse, essendo che differenti tipologie di proprietà servono, in maniera soddisfacente, da obiettivi per il conseguimento dei personalissimi scopi individuali.

Se l’attenzione dei primi studiosi si fosse focalizzata principalmente sulla propensione umana a possedere, forse sarebbero stati in grado di riconoscere la sua fondamentale essenza. Invece, hanno catalizzato i loro sforzi nell’investigare gli oggetti passibili di essere appropriati, le “cose”, le quali rivestivano sicuramente una minore importanza se paragonate all’indagine della natura umana. Così, nei primi tentativi finalizzati a cogliere l’essenza della realtà, l’idea della proprietà, non essendo stata ancora pienamente colta, ingenerava dei continui fraintendimenti. Confondendo in maniera indiscriminata l’oggetto passibile di essere appropriato con l’atto di appropriazione vero e proprio,  si promosse l’elaborazione di sovra-semplificazioni inopportune, se non addirittura di paralogismi. Contestualmente, mentre questi filosofi colsero correttamente il primato dell’uomo in relazione alla proprietà, essi considerarono altresì il suo anelito al possesso come una caratteristica naturale del tutto indesiderabile, che uomini superiori potrebbero e dovrebbero sublimare.

Questo tipo di ragionamento è implicito ne “La Repubblica” di Platone; ragionamento che venne altresì adottato dagli Stoici [1]. Gli Epicurei, che rigettarono il teorema ed anzi lo sovvertirono, erano visti come degli edonisti, ovvero dei volgari sensualisti.

Il Cristianesimo, che ha sicuramente mutuato parecchie idee tanto da Platone, quanto dagli Stoici, promosse  l’idea che la virtù fosse in qualche modo associata alla deprivazione di qualsivoglia forma di proprietà; i poveri si ritrovavano in una posizione favorevole perché non erano stati gravati dalla brama di possesso. Per seguire il Maestro, uno veniva ammonito affinché cedesse tutto ciò che possedeva.

Il Buddismo, che ha preceduto il Cristianesimo, affermava che era il desiderio in sé a costituire uno dei principali problemi dell’uomo. Non è sufficiente abbandonare la proprietà; la disciplina mentale ed emotiva deve essere imposta sino al punto in cui l’individuo reprima ogni desiderio. Il Nirvana, lo stato del nulla trascendente, arriva solo per l’individuo che abbia soffocato ogni anelito, tra cui anche l’anelito al Nirvana stesso.

Dopo che vennero approntanti i primi studi economici e se ne pubblicò la prima opera monumentale [2], l’indagine economica venne definita da Carlyle come “la scienza triste”. Di fatto, che cosa potrebbe esserci di meno stimolante di un’osservazione dei fenomeni fisici della realtà che abbiano a che fare con la produzione e con la distribuzione?

Ma anche gli stessi economisti tendevano a trascurare, nelle loro analisi, l’importanza dell’effettiva accezione di “proprietà”. Ancorché ne fossero completamente assorbiti, come pure dallo studio del suo utilizzo. La maggior parte di loro si preoccupava delle statistiche,  intenti come erano a dimostrare, da un lato, che vi fossero delle leggi naturali che governano il flusso di beni e servizi sul mercato, ovvero, dall’altro, che tali leggi non esistono affatto.
Le critiche degli economisti classici non colpivano comunque nel segno. Essi avevano realizzato che l’agente economico è un soggetto acquisitivo, che i suoi bisogni sono manifestamente illimitati, che egli è destinato a lottare, anzi, deve lottare per le risorse scarse che rendono possibile la sopravvivenza. Ma gli economisti classici, insieme a molti altri, reclamavano la necessità di un ente centralizzato, che disponesse del monopolio della forza, per regolamentare la condotta umana e i rapporti proprietari. Il desiderio di appropriazione dell’uomo era visto tanto come un’assegnazione naturale, quanto come qualcosa che era foriero di troppi pericoli.

In tutto ciò, gli uomini erano classificati sia come produttori e lavoratori, sia come consumatori. Quei pochi che facevano parte della categoria dei capitalisti e degli imprenditori venivano raramente riconosciuti per il ruolo che svolgevano, costituendo meramente delle tipologie specializzate di lavoratori o di consumatori.

Quasi tutti i soggetti economici rivestono entrambi i ruoli, essendo in primo luogo produttori e poi, in seguito, consumatori. I lavoratori, gli imprenditori, i capitalisti – in una parola, i produttori – rappresentano anche la categoria dei consumatori. Ma delle fallacie piuttosto diffuse collocavano i capitalisti e gli imprenditori in una categoria a sé stante, in ragione della presunzione che essi stavano estraendo ricchezza e risorse dal mercato e, quindi, stavano deprivando tanto i lavoratori, quanto i consumatori della loro giusta e meritata piena ricompensa. L’argomento divenne ben presto infuocato e alquanto politicizzato. La riflessione si concentrò sempre meno sulla natura dell’uomo come essere proprietario, e si focalizzò sempre più sulla quantità di beni posseduti e sulle implicazioni sociali e collettive inerenti ad una scarsa dotazione di beni (povertà), piuttosto che ad un’ampia disponibilità di risorse (ricchezza).

 

Primo capitolo di “The Philosophy of Ownership” di Robert LeFevre

Note

[1] Whitney J. Oates (ed.), The Stoic and Epicurean Philosophers (New York: Random House, 1940).

[2]  Adam Smith, Wealth of Nations (1776).

L'articolo originale: http://mises.org/document/3151/The-Philosophy-of-Ownership