Il ciclo naturale: VI parte

business_economic_cycleIl punto cardine della teoria è la differenza che viene a crearsi tra scelte imprenditoriali e scelte dei consumatori[64]. Nella situazione in esame, i fondi a disposizione per gli investimenti sono, in uno stato iniziale, non corrispondenti all’ammontare dei risparmi. Infatti, un tasso monetario artificialmente basso corrisponde, sul mercato dei capitali, a più moneta a disposizione, perché si traduce in minori interessi da pagare sugli investimenti.

È probabilmente vero che la maggior parte degli investimenti vengono effettuati nell’aspettativa che l’offerta di capitale continuerà per qualche tempo a collocarsi al livello attuale. O, in altre parole, gli imprenditori considerano l’offerta attuale di capitale ed il saggio d’interesse attualmente vigente come sintomi del fatto che la situazione continuerà approssimativamente ad esistere per qualche tempo[65].

Ciò che Hayek dice è vero, e torna la centralità del ruolo delle aspettative. Ma, per di più, l’indicatore su cui gli imprenditori basano le loro scelte non riflette affatto la propensione attuale dei consumatori a risparmiare[66]. Così, la proporzione in cui i produttori decidono di differenziare la produzione tra prodotti per l’immediato futuro e la produzione per periodi di tempo più lontani (struttura intertemporale della produzione) non riflette il modo in cui i consumatori intendono dividere il proprio reddito tra risparmio e consumo[67]. È chiaro che, prima o poi, lo squilibrio nelle preferenze temporali, che si riflette in una determinata struttura intertemporale della produzione, dovrà manifestarsi e la forma tipica sarà la fustrazione delle aspettative di uno dei due gruppi[68].

Così, mentre gli imprenditori investono in nuovi processi per la produzione di beni di capitale, i risparmiatori vengono frustrati nel proprio desiderio di consumare, perché ciò che desiderano non viene prodotto. Viene a crearsi il fenomeno di risparmio forzato[69], cioè, come conseguenza del fatto che risorse produttive sono state distolte dai settori vicini al consumo, si verifica una riduzione graduale della produzione di beni di consumo e quindi una limitazione involontaria del consumo[70].

Sotto la spinta imprenditoriale verso nuovi investimenti, invece, aumentano dapprima i prezzi delle materie prime e poi quelli dei beni-capitale prodotti con esse[71]. E la spinta deve considerarsi particolarmente violenta perché all’ondata dei primi imprenditori innovatori va aggiunta la pressione degli imitatori descritti da Schumpeter, i quali colgono le opportunità di profitto solo in un secondo momento, e tentano di approfittarne seguendo ‘la moda’. A ben guardare le onde di speculazione imitativa sono tipiche di ogni fase di boom descritta dalla storia, dalla bolla dei tulipani del Seicento, fino a quella della new economy del 2001 e alla recente housing bubble.

Contemporaneamente, la domanda di manodopera sale, per essere attirata verso i nuovi investimenti, con i relativi salari: ciò porta ad una spinta sulla domanda dei beni di consumo, con relativo aumento dei prezzi anche in questo settore. Ed è dunque chiaro che l’aumento dei redditi monetari non corrisponderà ad un aumento del redditi reali, a causa dell’effetto inflazionistico esercitato dalla domanda, insoddisfatta, di beni di consumo.

 

Questa accresciuta intensità della domanda di beni di consumo non dà necessariamente luogo ad effetti sfavorevoli all’attività di investimento fino a quando i fondi disponibili a scopo di investimento vengono accresciuti mediante ulteriori espansioni creditizie, in maniera tale da consentire agli investitori di appropriarsi – a dispetto della crescente concorrenza che proviene dalle industrie produttrici di beni di consumo – di quelle quote crescenti di risorse totali disponibili che sono necessarie per completare i nuovi processi già in corso di realizzazione[72].

 

Ma, per essere sostenuto, tale processo necessita di un’espansione creditizia senza tregua, cosa che porterebbe un aumento cumulativo dei prezzi che prima o poi supererebbe ogni limite. Il conflitto appare evidente quando la domanda di beni di consumo supera in valore assoluto i fondi disponibili per l’investimento. Allora il saggio di interesse non può che salire, frustrando la domanda di beni di capitale proprio nel momento in cui è salito anche il loro prezzo[73]. Una parte considerevole degli impianti di nuova creazione, progettati per produrre altri beni di capitale, restano inutilizzati, dato che non possono venire realizzati gli ulteriori investimenti necessari al completamento dei processi produttivi[74]. Dunque, in uno stadio avanzato del boom, la crescita della domanda di beni di consumo fa scendere quella di beni di capitale[75].

 

Gli imprenditori che hanno incominciato ad accrescere i propri impianti produttivi nell’aspettativa che il basso saggio d’interesse e l’ampia offerta di capitale monetario avrebbero loro consentito di continuare ad utilizzare questi investimenti nelle stesse favorevoli condizioni, scoprono che queste aspettative vengono smentite dai fatti. L’aumento dei prezzi di tutti quei fattori di produzione che possono essere usati anche negli ultimi stadi del processo produttivo fa crescere il costo dei beni capitali che essi producono, nello stesso momento in cui l’aumento del saggio d’interesse ne fa diminuire la domanda. E una parte considerevole degli impianti di nuova creazione, progettati per produrre altri beni capitali, restano inutilizzati, dato che non vengono realizzati gli ulteriori investimenti che ci si aspettava dovessero aver luogo in questi altri beni capitali.
Questo fenomeno di una scarsità di capitale che rende impossibile utilizzare i beni capitali esistenti mi sembra sia il punto centrale di una vera spiegazione delle crisi[76].

 

Hayek, così, partendo dalla base misesiana dell’espansione creditizia (adeguatamente rivista), giunge alla centralità della scarsità di capitale, così come Spiethoff[77], giudicandola «il punto centrale di una vera spiegazione delle crisi»[78]. Hayek diviene negli anni così convinto della centralità di questo punto, tanto da affermare che «the turn of affairs will be brought about in the end by a “scarsity of capital” independently of whether the money rate of interest rises or not»[79]. Infatti, come abbiamo visto, tale situazione può generarsi anche senza la manipolazione monetaria, ma per via di aspettative di profitto crescenti, che, a causa di un tasso monetario cui non viene permesso di riequilibrarsi con il livello naturale, non possono trovare controparte in un riallineamento nel valore dei risparmi[80].

If the rate of interest were allowed to rise as profits rise […], the industries that could not earn profit at this higher rate would have to curtail or stop production […]. If […] the rate of interest is kept at the initial low figure […] and investments whose yield is not negatively affected continue in spite of the rise in final demand, the rise of profits in the late stages of production and the rise of costs will both come into play and will produce the result which the rate of interest has failed to bring about. The rise of the rate of profit on short as compared with that on long investments will induce entrepreneurs to divert whatever funds they have to invest towards less capitalistic machinery, etc.; and whatever part of the required reduction in total investment is not brought about by this diversion of investment demand towards less capitalistic type of machinery will in the end be brought abouty by a rise in the cost of production of investment goods in the early stages[81].

 

Grazie a tali ragionamenti, Hayek ci permette di sbarazzarci di ogni teoria sottoconsumistica.

  • La scarsità di capitali conduce alla parziale inutilizzazione dei beni capitali esistenti.
  • L’abbondanza dei beni di capitale è il sintomo di una scarsità di capitale.
  • Tutto ciò non è causato da un’insufficiente domanda di beni di consumo ma da un’eccessiva domanda di questi beni. Infatti, la domanda di beni di consumo è così pressante da impedire ogni processo produttivo prolungato, per il quale però sono a disposizione i mezzi di produzione[82].

Hayek spiega tali situazioni con una semplice metafora.

The situation would be similar to that of a people of an isolated island, if, after having partially constructed an enormous machine which was to provide them with all necessities, they found out that they had exhausted all their savings and available free capital before the new machine could turn out its product. They would then have no choice but to abandon temporarily the work on the new process and to devote all their labour to producing their daily food without any capital. Only after they had put themselves in a position in which new supplies of food were available could they proceed to attempt to get the new machinery into operation[83].

 

Quindi l’economia non è in grado di sostenere una produzione orientata al di sopra delle proprie possibilità. Prima o poi ci si renderà conto che l’aumento dei salari è annullato dall’inflazione che cresce. Inoltre, la domanda di beni capitale si esaurisce, portando con sé la sovraproduzione in quel settore ed è da qui che sorgono i problemi. Molte delle iniziative economiche sorte con eccessivo ricorso al credito non possono essere completate, mentre i debiti vanno pagati. Molte aziende devono essere espulse dal sistema. I capitali scarseggiano, mentre le banche rialzano i tassi di interesse. Inizia una fase di aggiustamento e di ritorno all’equilibrio, che però ha i tratti della depressione.

La dinamica ondulatoria tipica del capitalismo sarebbe sostenibile se, in situazioni tipiche di aspettative cangianti (società caleidoscopica), gli attori fossero liberi di imparare mediante la loro interazione e di permettere di giudicare sul mercato le proprie scelte. Senza l’interferenza di un tasso monetario, gli attori sarebbero costretti a cercare sul mercato in che misura le proprie aspettative collimano con quelle degli altri agenti e quindi ciò possa permettere la realizzazione dei piani. Il tasso naturale, anche se non noto come magnitudo, è dato, dinamicamente, dall’incontro delle preferenze temporali, generando una struttura produttiva coerente tali preferenze. Il sistema muoverebbe in continuazione attraverso assestamenti. In tal modo, ogni modifica nella struttura della produzione sarebbe l’adattamento ad una modifica nelle preferenze temporali, ma un adattamento dinamico: se le aspettative di profitto aumentano, spingendo il tasso naturale verso l’alto, la nuova struttura produttiva non può iniziare a generarsi finché il nuovo tasso di equilibrio non porta anche i consumatori a mutare i loro atteggiamenti; al contempo, probabilmente, non tutta l’intensità di richiesta di nuovi investimenti sarà “incontrata” da nuovo risparmio, per cui il tasso naturale tenderà a stabilizzarsi ad un punto più basso rispetto all’iniziale spinta espansionistica generata dalle aspettative imprenditoriali.

Come visto, la situazione è molto diversa nel caso in cui esista un tasso monetario, in grado di mascherare la reale forza del tasso naturale. Ed è proprio la discrepanza che si genera tra valore naturale e monetario del tasso di interesse a dirci quanto quanto sarà lunga e dolorosa la dinamica ciclica[84].

Quindi, riassumendo, si genera un percorso di crescita quando le preferenze temporali si modificano globalmente. E ciò è possibile solo l’elemento centrale che misura le preferenze temporali, il tasso di interesse, è lasciato libero di determinarsi sul mercato dalla interazione degli individui che esercitano liberamente la propria funzione imprenditoriale, nel processo di soddisfazione dei bisogni. Tipicamente: i consumatori diventano più future-oriented e quindi risparmiano di più; il tasso di interesse scende e ciò induce un mutamento delle preferenze temporali anche dal lato degli investitori, che, a causa del diminuito tasso, sono spinti ad allungare la struttura del processo di produzione. Il caso contrario, ma ancora sostenibile, si ha quando a crescere sono le aspettative di profitto; in regime di libero mercato, in cui il tasso non è deciso in modo arbitrario da artificiose politiche dell’autorità monetaria, il saggio di interesse è spinto a salire, per attirare capitali provenienti dal risparmio e orientati a finanziare la crescita.

Al contario, la crescita è insostenibile quando il boom è indotto dalle autorità politico-monetarie e non dai protagonisti del mercato. Anche in tale ipotesi si possono verificare due situazioni. Da un lato, si ha il caso tipico della espansione monetaria (inflazione, riduzione del tasso di interesse, espansione del credito). Dall’altro, il tasso fissato dalle banche non è mosso al rialzo di fronte a pressioni della domanda di credito da parte del settore degli investimenti, caratterizzato da positive aspettative di profitto, ma tenuto al di sotto del nuovo livello di equilibrio, generando, di nuovo, malinvestimenti.

 

Articolo di Carmelo Ferlito

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Note

[64] Hayek (1933, pp. 448-450).

[65] Hayek (1933, p. 447).

[66] Hayek (1933, p. 448).

[67] Hayek (1933, p. 449).

[68] Lachmann (1943, p. 69) e Hayek (1933, p. 449).

[69] Si veda Hayek (1932). Si veda anche Huerta de Soto (1998, pp. 366-368).

[70] Kurz (2003, p. 191) e Hayek (1933, pp. 449-450).

[71] È evidente che tale spinta al rialzo, durante la fase espansiva del ciclo, porta i prezzi delle materie prime e dei beni di capitale a crescere maggiormente rispetto ai prezzi dei beni di consumo (Hayek, 1939, p. 29).

[72] Hayek (1933, p. 451).

[73] Con l’aumento del tasso di interesse, il saggio di profitto declina (Hayek, 1939, p. 31).

[74] Hayek (1933, p. 452).

[75] Hayek (1939, p. 31).

[76] Hayek (1933, pp. 451-452). Corsivi aggiunti.

[77] Hayek (1929, p. 41n), riconosce la stretta relazione tra la sua impostazione e quella che giunge da Spiethoff. Ed egli giudica tale legame ancora più significativo di quello che possa esserci tra diverse teorie a carattere monetario. Infatti, come egli sottolineato da Steele (2001, pp. 146-147), il punto centrale dell’analisi hayekiana è la distorsione della struttura produttiva, piuttosto che la manipolazione del tasso di interesse. L’espansione monetaria è semplicemente il trigger, una delle possibili molle in grado di innescare il meccanismo ciclico proprio perché in grado di modificare la struttura del capitale. Hayek scrive: «Since the publication of the German edition of this book, I have become less convinced that the difference between monetary and non-monetary explanations is the most important point of disagreement between the various Trade Cycle theories. On the one hand, it seems to me that within the monetary group of explanations the difference between those theorists who regard the superficial phenomena of changes in the value of money as decisive factors in determining cyclical fluctuations, and those who lay emphasis on the real changes in the structure of production brought about by monetary causes, is much greater than the difference between the latter group and such so-called non-monetary theorists as Prof. Spiethoff and Prof. Cassel. On the other hand, it seems to me that the difference between these explanations, which seek the cause of the crisis in the scarcity of capital, and the so-called ‘under-consumption’ theories, is theoretically as well as practically of much more far-reaching importance than the difference between monetary and non-monetary theories».

[78] Hayek (1933, p. 452).

[79] Hayek (1939, p. 32).

[80] Hayek (1929, pp. 81-82) riconosce il ruolo centrale di Spiethoff nell’elaborare una teoria delle fluttuazioni fondata sulle sproporzionalità e sulla scarsità di capitale, ma egli contesta al collega tedesco il fatto di non individuare le ragioni prime di tali fenomeni. «Assuming that the rate of interest always determines the point to which the available volume of savings enables productive plant to be extended – and is it only by this assumption that we can explain what determines the rate of interest at all – any allegations of a discrepancy between saving and investments must be backed up by a demonstration why, in the given case, interest does not fulfil this function. Professor Spiethoff, like most of the theorists of this group, evades this necessary issue». Si veda anche Hayek (1929, pp. 89-90).

[81] Hayek (1939, pp. 32-33).

[82] Kurz (2003, p. 192).

[83] Hayek (1931, p. 94). Si veda anche Steele (2001, p. 145).

[84] Hayek (1929, p. 183).