Ascesa e declino della società: capitolo IV

La Società sono le persone

 

La Società è un concetto collettivo e nient’altro; si tratta di una convenzione per indicare un certo numero di persone. La stessa cosa vale per la famiglia o le bande, o qualsiasi altro nome diamo ad un conglomerato di persone. La Società è differente rispetto a questi altri nomi collettivi poiché veicola l’idea di uno scopo o un punto di contatto in cui ogni individuo detiene un interesse, pur mantenendo intatta la propria identità e il perseguimento dei propri affari. Una famiglia è tenuta insieme da legami familiari, una folla consiste in un certo numero di persone tenute insieme da un’impresa comune, come ad esempio una partita di baseball o una conferenza. La Società, d’altra parte, abbraccia il padre ed il figlio, il dottore ed il contadino, il finanziere ed il lavoratore — una gamma di persone occupate in tutta una serie di mestieri e professioni e dedicate a una certa varietà di scopi, tutti personali ma allo stesso tempo tenuti insieme da un fine comune. Ma la Società rimane una parola, non un’entità. Non è una “persona”: se un censimento stabilisse l’esistenza di cento milioni di persone, non una di più, non potrebbe aversi alcun accrescimento della Società se non attraverso la procreazione. Il concetto di Società come persona metafisica fa cilecca quando osserviamo come la Società si dissolva allorquando le sue componenti si disperdono, come nel caso delle “città fantasma” o di una civiltà di cui abbiamo appreso l’esistenza solo dai reperti che si è lasciata dietro. Quando scompare l’individuo, scompare anche l’insieme.

Ascesa e Declino della SocietàTale insieme non ha una vita a sé stante.

Usare un nome collettivo con un verbo al singolare ci trae in inganno; siamo propensi a personalizzare la collettività ed a pensare che abbia un corpo ed una psiche indipendenti, per poi trasferire in questa fabbricazione mentale alcune abitudini o caratteristiche degli individui reali; scegliamo dall’eterogeneità di questi ultimi alcuni tratti comuni e li ascriviamo all’immagine nella nostra testa. Ci ritroviamo così a parlare di Società dei Mormoni, di Società agricola, di Società avanzata; in realtà la Società non puo’ essere religiosa, non ha un’occupazione, è incapace di progredire; ci sono solo gli attributi delle singole persone. E’ un gioco di prestigio. Inventiamo una parola per creare un’impressione piuttosto che un fatto verificabile, poi la usiamo come se rappresentasse davvero un fatto verificabile.

Tutto ciò è evidente e non varrebbe la pena di spiegarlo se questo uso formale non ci avesse condotto in un vicolo cieco. Descrivere la Società come se fosse una persona ci abitua a giudicare ogni membro del gruppo in base all’impressione dell’insieme, e ad agire in base a tale giudizio. Attraverso questo trucco mentale la patologia deliberata della gerarchia Nazista fu trasferita a tutti i Tedeschi e, in quanto nostri nemici, decidemmo che il solo tedesco buono fosse un tedesco morto. La smania di massa verso la guerra è un prodotto di questa abitudine alla personificazione; diventa poi una questione di onore, non di omicidio, distruggere l’uniforme di questa personificazione. Questa negazione dell’individuo attraverso l’uso delle parole è la premessa per un qualsiasi ragionamento socialista: il socialismo non ha una ragione valida per esistere finché l’individuo, proprio come un grumo di zucchero, non viene letteralmente dissolto nella personificazione di una classe. Ogni schema politico per “migliorare” la Società si basa su questi giochi di parole.

Per questa ragione è necessario specificare come la Società non sia altro che una parola pratica, un simbolo, e che stiamo parlando di persone, ciascuna guidata dall’impellenza primordiale di vivere secondo i propri modi e dalle limitazioni delle capacità dei suoi abitanti. La Società è un’istituzione sviluppata dall’uomo per promuoverne gli scopi ed aspirazioni. E’ qualcosa che lo aiuta a migliorare la propria condizione, risparmiando fatica.

Ogni cosa ha un inizio, e l’inizio della Società ha da sempre attirato la curiosità del ragionamento filosofico. In questo campo è quasi diventato un assioma che la Società abbia avuto inizio dalla famiglia. Ciò potrebbe e non potrebbe essere vero. Tuttavia, la teoria non spiega l’organizzazione di gruppi i cui legami di consaguineità erano mancanti, come spesso accadeva nella colonizzazione dell’America o del nostro Ovest. Se ci sia mai stata una “prima” Società, è ragionevole presumere che sia nata proprio come queste comunità; presumendo, ovviamente, che l’uomo sia sempre stato quello che è. Sulla nascita e lo sviluppo di queste comunità abbiamo testimonianze dettagliate — sono avvenute proprio sotto i nostri nasi — e la loro gestazione ha seguito una via così uniforme da poter loro conferire il titolo di principio della Società.

Da solo o con famiglia al seguito, ogni pioniere stabilitosi su un appezzamento attorno al quale in seguito si sviluppò una metropoli fu spinto a procurarsi ogni necessità lì dove la natura poteva fornirgliele quasi pronte. Che si trattasse di un evaso di galera o di un perseguitato religioso, questo fatto non cambiava. Essendo umano, selezionava come luoghi d’attività quelli in cui, grazie alla fertilità del terreno, alla fornitura d’acqua e all’abbondanza di selvaggina, potesse ricavare il più alto dei rendimenti in compenso del proprio lavoro. Il bracciante nel secondo carro della fila è parimenti influenzato nella selezione di un luogo in cui stare, ma trovandosi a scegliere tra pari destinazioni deciderà per quella vicina al suo predecessore. Perché? La consolazione ed il conforto della compagnia sono un fatto da prendere in considerazione. Tuttavia, una vicinanza mantenuta al solo scopo di non restare soli è cosa di ben poco conto: non durerà a lungo, a meno che non venga instaurato un legame sostanziale. Tale legame è rappresentato dall’aumento delle soddisfazioni reso possibile dalla cooperazione nella costruzione di una casa, nella raccolta di legna da ardere, nello squartare un animale. In molti lavori due individui possono produrre più del doppio di quello che puo’ fare il singolo, mentre alcuni compiti non potrebbero essere portati a termine da un solo uomo. Il risultato di questo sforzo di cooperazione crea più soddisfazioni, più rendimenti. Prospera la socievolezza in base ai profitti reciproci della coopeazione e, quando osserviamo come la conoscenza maturi in amicizia (all’aumentare dei livelli di rendimento reciproci), è difficile dire quale sia la causa e quale l’effetto.

L’immigrazione nella comunità è proporzionale alle opportunità di impego profittevole consentite da questo ambiente rispetto ad altri: i nuovi lavoratori sono tutti attratti dalla prospettiva di un miglioramento personale. Sebbene arrivino dalla tormentata Irlanda o dalle montagne della Svezia, sebbene parlino il gergo del ghetto o si crogiolino nelle consonanti Slave, che siano scappati dallo squallore delle miniere Gallesi o dalla disoccupazione del New England, trovano in questi luoghi particolari un punto di contatto comune: un’abbondanza fiorente dalla natura e dalla cooperazione. Le differenze di razza, religione, lingua e costumi stimolano curiosità ed a volte irritazione, ma il contributo di ogni lavoratore all’incremento generale di ricchezza tende a liquidare queste differenze superficiali. L’aumento del livello di salari stimola la combinazione di particolarismi culturali.

Appena la sussistenza cessa di essere un problema pressante, come evidenziato dai granai stracolmi, si pone l’urgenza di soddisfare quei desideri che durante l’economia della scarsità erano solamente dei sogni. La baita in legno, fino a ieri una reggia, è adesso in disperato bisogno di tende, mobili, quadri; un senso di dignità sprona le persone a vestirsi bene di domenica; il granaio, prima usato come luogo di culto, deve essere sostituito da un edificio appropriato ed ogni madre pensa al mondo che il proprio figlio potrebbe conquistare, se gli fossero aperte le prospettive dell’apprendimento. Ma la soddisfazione di questi nuovi desideri richiede manodopera specializzata, competenze e conoscenze che il tuttofare autosufficiente non ha. A questo punto della crescita della Società, da dentro il gruppo o da fuori, arriva un individuo che, grazie a un’attitudine verso il commercio, offrirà i propri servizi come fabbro. E’ la necessità di tale servizio a suggerirgli come altri saranno disposti a pagarlo almeno quanto può guadagnare dalla comune attività di approvvigionamento primario. Il movente del profitto — cioè, la voglia di soddisfare i desideri col minimo sforzo — lo trasforma in uno specialista. Il movente del profitto funziona però bilateralmente: il contadino assume lo specialista perché così potrà impiegare più proficuamente il proprio tempo lavorando come agricoltore, invece che come fabbro. La relazione tra acquirente e venditore si basa su guadagni reciproci.

Lo specialista non emerge fino a quando non vi è abbastanza popolazione da aver bisogno di lui, e fino a quando quella popolazione non ha raggiunto un certo grado di benessere. È il lavoro nelle stalle, il capitale, che fa emergere la possibilità di assumere un sarto, un predicatore, un insegnante o un venditore ambulante, così da sbarazzarsi dei lavori “fai da te” imposti dalle necessità ed eseguiti alla bell’e meglio, ritardando quelli che invece sono meglio attrezzati a fare. L’accumulo di capitale è il prerequisito indispensabile alla specializzazione. Mano a mano che nuovi produttori affluiscono nella nascente comunità, sia in veste di specialisti o fornitori di servizi primari (i quali, trasferendo ad altri le proprie mansioni marginali, a propria volta diventano specialisti), aumenta il capitale o i saldi di conto corrente, cosa che risveglia nuovi desideri. Questo è il modo di agire degli esseri umani. In un secolo o due, l’accumulo di capitale raggiunge un punto in cui il negozio del ciabattino è rimpiazzato da un calzaturificio, il venditore ambulante dal grande magazzino e la piccola scuola di paese dall’università. La specializzazione si sedimenta su altra specializzazione non per progetto consapevole e certamente non per coercizione, ma (a) per l’aumento della popolazione, (b) per l’aumento conseguente nel livello dei salari e (c) per i risparmi che hanno reso possibile tutto ciò. Risalite ora da questi fattori fino al loro principio causale e arriverete al funzionamento de “l’uomo economico”: sempre intento al miglioramento della propria condizione ed al suo ampliamento nel modo più efficiente a disposizione.

Stiamo parlando dell’ascesa e dello sviluppo della Società Americana. Altre integrazioni sociali, come quelle in Tibet o Abissinia, non hanno mai superato uno stadio primitivo; altre ancora, come quelle europee, hanno impiegato più tempo per arrivare ad un livello simile a quello americano. La differenza non può trovarsi nel tipo di popolazione, poiché la Società Americana è composta da un’ampia rosa di popoli del mondo, ciascuno dei quali ha giocato la propria parte economica secondo copione. Senza dubbio le condizioni climatiche e la disponibilità di risorse naturali hanno influenzato il corso della Società Americana: l’uomo, dopo tutto, è un “animale della terra.” Ma altre persone benedette allo stesso modo non “si sono spostate”, o perlomeno non così velocemente, quindi per scoprirne la causa dobbiamo guardare ad alcuni vantaggi speciali di cui hanno goduto gli americani.

Attraverso il classico processo di eliminazione arriviamo a determinare questo vantaggio speciale: la libertà. Non solo da ostacoli politici ma anche dalle inibizioni che la tradizione istituzionalizzata impone sulle aspirazioni dell’uomo. Il giovane americano non aveva un governo costoso da sostenere, la tassazione era bassa e lo privava solo di pochi risparmi, non esisteva alcun sistema di caste che potesse deprimere la sua autostima. In realtà di tali limitazioni ne importò un paio, ma non ebbero il tempo sufficiente per sedimentarsi ed istituzionalizzarsi fino in fondo. Era libero di plasmarsi un destino in base alle capacità personali e scelse di seguire la propria naturale inclinazione: aumentare il salario attraverso la cooperazione e la specializzazione, risparmiare parte dei guadagni per investirli in strumenti che gli avrebbero permesso di produrre di più con uno sforzo minore. Era un capitalista in libertà.

Anche la Società nasce e cresce, con le proprie radici immerse nelle unità che la compongono. E’ tanto poco il risultato di una costruzione artificiale quanto lo è un albero, sebbene come l’albero la sua crescita può essere ostacolata da impedimenti artificiali o facilitata dalla loro rimozione. Esiste attualmente un’idea secondo cui la Società possa essere fabbricata, come una sedia o una scarpa, imponendo gli obiettivi di un gruppo di persone su un altro. Avendo compreso come la caratteristica speciale di quanto chiamiamo cultura avanzata sia la sua intensità di capitali, tale idea afferma che il mettervi mano per distribuirli a popoli “arretrati” ne velocizzerà lo sviluppo. Questa idea è tanto stupida quanto quella di forzare un bambino a stare al passo di un adulto. Non è un’industria che crea una Società, ma è quest’ultima che dà vita alla prima. Lì dove un sarto itinerante potrebbe senz’altro prendersi cura dei bisogni di una comunità nascente in fatto d’abbigliamento, questa considererebbe un’assurdità la presenza di una fabbrica di vestiti al proprio interno; solo quando la popolazione fu abbastanza grande e produttiva da soddisfare i propri bisogni antecedenti nacque spontanea l’idea di un’acciaieria. Una gratificazione fa nascere un altro desiderio e, in caso il secondo richieda tecniche ancora sconosciute, l’uomo ne prenderà nota e le inventerà. Ma deve essere libero per farlo. Questo è ciò di cui mancano di più i popoli “arretrati”: o l’espropriazione dei loro beni scoraggia la produzione e ne rende impossibile l’accumulo, oppure le abitudini indotte da istituzioni politiche o culturali inibiscono l’impulso di sognare. L’ingrediente fondamentale del progresso è la libertà.

I benefici della specializzazione non sono privi di contropesi. Mentre il pioniere si rivolge sempre di più al falegname professionista, perde quella capacità che il bisogno gli aveva fatto sviluppare, ed il figlio che alla fine succederà al padre non sarà capace di inchiodare al muro uno scaffale nella casa che suo padre aveva eretto dalle fondamenta. Il prezzo della specializzazione è l’interdipendenza: in una Società altamente sviluppata, dove il contributo di ogni lavoratore è una piccola frazione dell’intero, basarsi l’uno sull’altro è la condizione stessa dell’esistenza. New York muore di fame quando una tempesta di neve taglia i suoi mezzi di comunicazione con le fattorie.

E’ questo fatto che alimenta la credenza fantasiosa di una Società trascendente. Quando pensiamo alla miriade di lavoratori coinvolti nella produzione di una tazza di caffè — lavoratori nelle piantagioni e presidenti bancari, scaricatori di porto ed ingegneri ferroviari, produttori lattieri e raffinatori di zucchero — veniamo travolti dall’immensità del processo e siamo inclini a personalizzarlo; un trucco mentale non molto dissimile da quello con cui si divinizzava una tempesta altrimenti incomprensibile. Eppure non esiste una cosa come la “produzione sociale” — se con tale termine si implica qualcosa di più della produzione individuale. La Società non può produrre qualcosa; solo gli individui producono. Sebbene siano coinvolte un milione di persone nella produzione di quella tazza di caffè, ciascuna (come individuo) l’ha influenzata con le proprie mani. Se una tra questo milione venisse rimossa senza essere sostituita, la tazza di caffè non sarebbe prodotta e perciò non raggiungerebbe il consumatore. La produzione del nastro trasportatore è in esatta proporzione al numero di lavoratori che lo azionano.

Si arriva alla stessa conclusione quando ci si domanda il perché gli uomini lavorino: per soddisfare i propri desideri — e per nessun’altra ragione. Il funzionario che produce il documento di carico per una partita di caffè non è motivato da interesse in quel documento o nel caffè: fa quel lavoro solo perché in tal modo potrà soddisfare i propri desideri, tra i quali potrebbe non esservi il caffè. Se non gli fosse possibile scambiare i frutti del proprio lavoro con quanto desidera, si licenzierebbe da impiegato per dedicarsi ad ottenerlo in altro modo — forse tornando ad un’economia primitiva. Ogni lavoratore lavora per sé stesso. Ogni lavoratore è spinto a lavorare dalla volontà di vivere e non c’è modo di trasferire questa volontà ad un’altra persona o ad un gruppo di persone. Pertanto la locuzione “produzione sociale” — se significa qualcosa di più della somma totale della produzione degli individui — rappresenta solo un’astrazione maliziosa. E’ una locuzione che aleggia nel gergo del socialismo.

La Società è composta da Tom, Dick e Harry.

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