La filosofia della proprietà: II parte

Proprietà e diritti di proprietà

private propertyLa vera funzione dell’individuo, nella sua veste di proprietario, ha fatto capolino per la prima volta con gli economisti Austriaci, i quali, nello sviluppare la teoria dell’utilità marginale, hanno constatato che il valore è una caratteristica tipicamente umana, la quale viene conferita a dei beni suscettibili di divenire oggetto di proprietà: una caratteristica che ha poco o nulla a che fare con la produzione o con i costi di produzione. Gli studiosi della prasseologia hanno enfatizzato che il soggetto predicabile di essere analizzato e compreso è solamente l’individuo agente. Ma anche in tal caso, una vera e propria indagine volta allo studio dell’aspirazione umana alla proprietà non si è affermata, in quanto, ancora una volta, si è posta maggiore attenzione ad approfondire la questione concettuale, nonché i flussi ed i riflussi associati alle curve di domanda ed offerta.

La natura della proprietà, le modalità di acquisizione, il suo sviluppo, la produzione, la distribuzione, il mantenimento, la conservazione e la sua protezione sono tutti aspetti che non devono certo essere trascurati.

Ma il primo e principale sforzo deve essere orientato a distinguere i “diritti di proprietà”, volti ad organizzare i rapporti tra gli uomini in merito all’uso dei beni e delle cose, dalla “proprietà”, nozione che identifica il bene suscettibile di divenire oggetto di appropriazione.

Possedere tale caratteristica non significa altro che i beni individuati sono soggetti alla sfera di azione del diritto di proprietà [da intendersi come un titolo legittimo a compiere azioni, ndt]. La proprietà della “cosa” sussiste fin tanto e nella misura in cui vi è un legittimo titolo di proprietà sulla stessa. In un territorio vergine, ancora inesplorato dall’uomo, la terra e tutte le pertinenze naturali sono oggetto di appropriazione. L’avvento dell’uomo non cambia il loro carattere, in quanto beni fisici. Ma il rapporto tra l’uomo e la terra, in merito all’organizzazione e all’uso di quest’ultima, cambia radicalmente nel momento in cui il processo acquisitivo prende corpo.

Intenderei qualificare questo tipo di proprietà, che si concretizza prima della integrazione di un atto di acquisizione, come “proprietà senza proprietario”. Analogamente, utilizzerei la stessa definizione per gli oggetti scartati, che un tempo facevano parte dell’assetto proprietario di un soggetto, ma a cui ora si vuole rinunciare. [Trattasi, in buona sostanza, del concetto delle “res nullius, ovvero il complesso delle “cose” che possono astrattamente essere oggetto di diritti, ma le quali attualmente non si trovano in proprietà di alcuno, ndt].

Una seconda classificazione di proprietà comprende tutti i beni che sono stati correttamente e legittimamente acquisiti. In costanza di questa tipologia di relazione, un proprietario (l’uomo) ha assunto il controllo sovrano su quei beni che egli rivendica come propri. Supponendo che non vi siano diritti di prelazione o pretese antagoniste nei confronti di questa proprietà, in modo tale che le determinazioni inerenti alla stessa originino dall’autorità del legittimo proprietario, e supponendo che l’esercizio di tale sovranità si sostanzi in un titolo a compiere azioni su quello specifico bene, allora il diritto di proprietà può ben dirsi pieno e completo: e ne consegue una condizione di titolarità corretta e legittima.

Una terza classificazione concerne la proprietà che non è stata legittimamente acquisita.

1. Un soggetto può presumere di disporre di qualcosa che invece non è di sua proprietà.
2. Un soggetto può conseguire i titoli di proprietà su di un bene ricorrendo al furto o alla frode, in forza dei quali il legittimo proprietario viene spogliato di ciò che è suo, attraverso l’esternazione di pretese confliggenti, fondate esclusivamente sul possesso fisico o sul controllo materiale della cosa, ed intese a negare  le legittime rivendicazioni dell’effettivo proprietario.

3. Un soggetto può acquistare un bene, per il quale ha corrisposto una contropartita piena, e venire al contempo a scoprire che un’altra persona o un gruppo di persone, le quali, al contrario, non hanno versato somma alcuna per la sua acquisizione, hanno la facoltà di interferire con il suo controllo esclusivo della proprietà, minando in tal modo la piena realizzazione della titolarità a compiere azioni.

La ricerca di uno specifico termine che veicolasse il significato che qui si va intendendo, in quanto e per quanto via sia il rimando ad un titolo di proprietà del tutto illegittimo, si è dimostrata infruttuosa. La persona o l’istituzione che eserciti il possesso su dei beni attraverso la forza o la frode può, dopo che il possesso si sia appalesato, agire come se la proprietà così acquisita lo sia in virtù di un titolo pieno e legittimo. Una disputa in ordine al suo controllo può pertanto conseguirne, o meno, a seconda che l’intromissione si possa configurare come legale o addirittura obbligatoria.

Ma la proprietà acquisita con la forza o con la frode non conserva delle prerogative specifiche, tali da consentirci di affermare inequivocabilmente, previa valutazione della situazione, “che i beni difettino di una legittima appropriazione”. La responsabilità del furto, della frode, o della violenza è ascrivibile alle persone coinvolte, non ai beni oggetto di appropriazione. La proprietà rimane innocente.

Tutti i beni passibili di essere appropriati sono soggetti al controllo esclusivo di qualche essere umano. Qualcuno, da qualche parte, dispone di un potere decisionale assoluto. Quando colui che reclama la proprietà ha versato l’intero corrispettivo per il suo conseguimento, ovvero ne ha legittimamente acquisito il titolo in virtù della propria incontestabile rivendicazione di un diritto alla prima occupazione [il cosiddetto atto di homesteading, ndt], possiamo senz’altro affermare  che la sovranità gestoria gli appartenga in maniera piena e valida.

Se, al contrario, esiste un uomo o un’agenzia cui il proprietario deve ricorrere per richiedere il permesso di utilizzare la propria proprietà come più gli aggradi, o per poterne disporre come meglio egli creda, non ci troviamo di fronte ad un proprietario sovrano, bensì la sovranità di controllo spetta a qualcun altro.

Nell’epoca in cui viviamo, una riflessione sui diritti di proprietà si prefigura di vitale importanza. Per molti anni si è ritenuto che delle ideologie confliggenti mettessero in discussione la questione se un sistema capitalistico fosse più o meno opportuno. Il socialismo veniva visto come l’antitesi del capitalismo. Ma il dibattito è incontroverso da tempo. Il capitalismo sopravviverà. Con il capitalismo intendiamo un sistema economico nel quale la ricchezza, tanto nella forma di risorse naturali o di prodotti finiti, è suscettibile di essere impiegata per generare ricchezza supplementare. Non vi è più una questione che affligge l’umanità, a questo punto. Perché la ricchezza sarà messa a frutto per la produzione di nuova ricchezza. La questione che rimane impregiudicata concerne invece i diritti di proprietà e la titolarità a disporre di quella ricchezza.

Deve, questa, essere posseduta da soggetti privati che la gestiranno come meglio credono (capitalismo privato)? Oppure, essa deve essere confiscata ai privati, non importa in base a quale pretesto, affinché possa essere ascritta alla proprietà pubblica e gestita collettivamente (capitalismo di Stato)? O, ancora, tale  ricchezza deve essere mantenuta, almeno da un punto di vista meramente formale, nelle mani dei privati, ancorché la sua effettiva gestione spetti poi a dei gruppi collettivi, non importa se di emanazione governativa o meno, i quali, pur non configurandosi come gli effettivi proprietari, possano comunque far valere determinate prerogative rivenienti dalla titolarità dei diritti (economia mista – fascismo)?

Se esiste un sistema di capitalismo privato, questo deve essere ineludibilmente fondato sulla proprietà privata e sulla gestione e sul controllo diretto dei mezzi di produzione e di distribuzione. Detto altrimenti, i beni strumentali (imprenditoriali) devono essere mantenuti e controllati dai privati.
Il socialismo, in tutto o in parte, caldeggia l’abolizione della proprietà privata degli strumenti di produzione e di distribuzione. La proprietà privata dei beni che non possiedono tali caratteristiche è tollerata, ma i mezzi produttivi (beni strumentali) devono essere posseduti e controllati dallo Stato o da qualche altra agenzia collettiva (certamente, non una società di proprietà privata), nell’alveo di un qual certo tipo di economia pianificata centralmente.

Esiste poi una particolare tipologia di socialismo, ai nostri giorni preminente, che di solito viene qualificata come “fascismo” [lo scritto, di cui si sta curando la traduzione, è stato edito negli anni sessanta, ndt]. Il fascismo è “socialismo nazionale” (nazi – ismo), in cui sono stati del tutto nazionalizzati l’uso, la funzione e la destinazione della proprietà (si assiste alla loro socializzazione); spogliato di questi requisiti essenziali, il concetto di proprietà privata comunque sopravvive, ancorché solo formalmente.

In tutte le tipologie di socialismo, si rivendica esclusivamente il perseguimento del benessere dell’intero corpo sociale, nel suo complesso. I diritti individuali di proprietà possono essere soppressi in qualsiasi momento, da parte del gruppo egemone al comando. Un’economia pianificata dal centro implica, per definizione, una proprietà privata limitata ai soli beni di consumo.
Fa comunque riflettere il fatto che in quei Paesi in cui si sia adottato il socialismo, non importa se sotto il vessillo comunista o sotto quello di uno stato sociale, ne è scaturito inevitabilmente una sorta di capitalismo di Stato. Lo Stato diventa sempre più parte attiva in materia economica, ponendosi al contempo come imprenditore, produttore, distributore, e finanziatore. In tal caso, il socialismo non conduce all’abolizione del capitalismo: di fatto, determina piuttosto la soppressione della proprietà privata e dell’effettivo controllo dei beni strumentali.

Vi è solo un autentico sistema che si contrappone al socialismo, ponendosi agli antipodi: ed è l’individualismo. In un sistema economico informato ai principi dell’individualismo, la proprietà privata e la gestione dei mezzi di produzione, di distribuzione e dei mezzi finanziari sarebbero del tutto preservate.

 

Primo capitolo di “The Philosophy of Ownership” di Robert LeFevre

Link alla prima parte

L'articolo originale: http://mises.org/document/3151/The-Philosophy-of-Ownership