Azione interpersonale: violenza.

Estratto da: Man, Economy and State, with Power and Market, cap. II, par 1.

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L’analisi nel capitolo 1 si è basata sulle implicazioni logiche dell’azione ed i suoi risultati valgono per tutte le azioni umane. L’applicazione di tali principi è stata limitata, invece, “all’economia di Crusoe” dove le azioni degli individui isolati sono considerate come a sé stanti poiché non vi è interazione tra le persone. Così l’analisi potrebbe essere facilmente e direttamente applicata al numero n di Crusoe isolati su n isole o altre aree isolate. Il compito successivo è quello di applicare ed estendere l’analisi per considerare le interazioni tra i singoli esseri umani.

6292Supponiamo che Crusoe alla fine scopra che un altro individuo, diciamo Jackson, ha vissuto un’esistenza isolata all’altra estremità dell’isola. Che tipo di interazione potrà mai avvenire tra loro? Un tipo di azione è la violenza: Crusoe può sentire un odio vigoroso verso Jackson e decidere di ucciderlo o altrimenti ferirlo. In questo caso Crusoe porrebbe fine alla sua esistenza, cioè assassinare Jackson, commettendo violenza; oppure potrebbe decidere di voler espropriare la casa di Jackson e la sua collezione di pellicce, uccidendo quindi Jackson per raggiungere questo fine. In entrambi i casi il risultato è un guadagno di Crusoe in soddisfazione, a spese di Jackson che, a dir poco, subisce una grande perdita psichica. Ciò è fondamentalmente  simile all’azione basata su una minaccia di violenza o intimidazione: Crusoe potrebbe infatti minacciare Jackson con un coltello e derubarlo delle pellicce e  scorte accumulate. Entrambi gli esempi sono casi di azione violenta e coinvolgono il guadagno di uno a danno dell’altro.

I seguenti fattori, singolarmente o in combinazione, potrebbero operare per indurre Crusoe (o Jackson) ad astenersi da qualsiasi azione violenta contro l’altro:

1. il ritenere che l’uso della violenza nei confronti di qualsiasi altro essere umano sia immorale, cioè che l’astenenersi dalla violenza contro un’altra persona sia uno scopo esso stesso, il cui posto nella propria scala di valori sia superiore a quello di eventuali vantaggi sotto forma di capitali o beni di consumo ottenibili con la violenza.
2. Il decidere che un’azione violenta potrebbe anche stabilire uno scomodo precedente, spingendo l’altra persona a prendere le armi a propria volta, invertendo i ruoli. Dando inizio ad un tipo di azione dove uno guadagna a scapito dell’altro, si dovrà necessariamente contemplare la possibilità di uscirne sconfitti.
3. Pur intuendo che un’azione violenta avrà come esito una vittoria contro l’altro, i “costi della guerra” potrebbero superare il guadagno netto. Così, la spesa di tempo ed energie per la lotta (la guerra può essere definita come l’azione violenta utilizzata da due o più avversari), per l’accumulo di armi (beni strumentali per usi bellici), ecc., potrebbe, in prospettiva, superare i benefici del bottino conquistato.
4. Anche sentendosi ragionevolmente certo della vittoria, e valutando i costi del combattimento come inferiori all’utilità del bottino, il vantaggio di breve periodo potrebbe essere superato dalle perdite di lungo periodo. La conquista delle pellicce e della casa di Jackson potrebbe infatti aumentare per qualche tempo la soddisfazione di Crusoe successiva al “periodo di produzione” (preparazione per la guerra più tempo speso combattendo) ma, trascorso questo lasso, l’edificio cadrà in rovina e le  pellicce diventeranno inutilizzabili. Crusoe potrebbe quindi concludere che, con l’uccisione di Jackson, ha perso definitivamente molti servizi che la sopravvivenza di Jackson avrebbero potuto fornire: ad esempio la sua compagnia o svariati tipi di beni di consumo o capitali. Come Jackson avrebbe potuto servire Crusoe senza ricorrere alla violenza sarà indicato più avanti ma, in ogni caso, Crusoe potrebbe astenersi dal ricorrere alla violenza stimando superiori i costi delle conseguenze di lungo periodo rispetto ai guadagni attesi nel breve periodo. D’altra parte, la sua preferenza temporale potrebbe essere così elevata da fargli ignorare le perdite di lungo periodo rispetto ai guadagni di breve periodo.

E’ possibile che Crusoe inizi un’azione violenta senza prendere in considerazione i costi della guerra o le conseguenze di lungo periodo: in tal caso la sua azione si rivelerà errata, cioè i mezzi usati non sarebbero i più appropriati per massimizzare il suo beneficio psichico.

Invece di uccidere l’avversario Crusoe potrebbe trovare più utile schiavizzarlo e, sotto costante minaccia di violenza, costringere Jackson a lavorare per soddisfare i bisogni di Crusoe invece dei propri.[1] In regine di schiavitù il padrone tratta gli schiavi come bestiame (cavalli ed altri animali), usandoli come fattori di produzione per soddisfare i propri bisogni e provvedendo al loro nutrimento, riparo, ecc., quanto basta per poter continuare a fare il padrone. E’ vero che lo schiavo accetta questo accordo, ma solo come risultato di una scelta tra il lavorare per il padrone e l’essere punito attraverso la violenza. Lavorare in queste condizioni è qualitativamente diverso dal non lavorare sotto minaccia di violenza e potrebbe essere definito come lavoro obbligatorio rispetto al lavoro libero o volontario. Quand’anche Jackson accettasse di lavorare come uno schiavo agli ordini di Crusoe, ciò non significherebbe che Jackson sia un sostenitore entusiasta della propria schiavitù, ma semplicemente che Jackson non crede che la rivolta contro il padrone migliorerebbe la propria condizione, a causa dei costi della rivolta in termini di possibile violenza inflitta, del lavoro di preparazione e della lotta, ecc.

La tesi secondo cui lo schiavo potrebbe essere un entusiasta sostenitore del sistema schiavistico per via del cibo ed altri servizi forniti dal padrone ignora il fatto che, in questo caso, la violenza e la minaccia di violenza da parte del padrone non sarebbero necessarie. Jackson si metterebbe volontariamente al servizio di Crusoe e questa condizione non sarebbe di schiavitù ma piuttosto qualcosa d’altro di cui tratteremo nel capitolo seguente.[2] [3] E’ chiaro come la condizione dello schiavo sia sempre peggiore di quella in assenza di minaccia di violenza da parte del padrone.

La relazione interpersonale in regime di schiavitù è conosciuta come egemonica.[4] La relazione è una di comando ed obbedienza, col primo imposto tramite minaccia di violenza. Il padrone utilizza gli schiavi come strumenti, in quanto fattori di produzione, per gratificare i propri bisogni. Così la schiavitù, o egemonia, è definita come un sistema in cui si deve lavorare agli ordini di un altro sotto minaccia di violenza. In una condizione egemonica l’uomo che obbedisce, cioé lo “schiavo,” il “servo della gleba” o il “subordinato” ha solo una scelta tra due alternative:

1. sottomettersi al padrone o al “dittatore”; oppure
2. ribellarsi al regime tramite violenza o rifiutandosi di obbedire agli ordini.

Scegliendo la prima si inchinerà al sovrano egemone e a tutte le sue decisioni e azioni. In questo caso il subordinato opererà una sola scelta, quella iniziale di obbedire al padrone, mentre tutte le sucessive saranno prese dal padrone. Il subordinato agisce come fattore di produzione passivo ad uso del padrone. Dopo tale scelta (irreversibile) da parte schiavo, questi si impegna nel lavoro coatto o obbligatorio e solo il dittatore è libero di scegliere ed agire.

La ribellione violenta può invece provocare i seguenti sviluppi:
a. combattimenti inconcludenti, senza vincitori né vinti, con una guerra che si trascina ad intermittenza per un lungo periodo di tempo, oppure cessazione delle ostilità con ristabilimento della pace (assenza di guerra);
b. il vincitore uccide lo sconfitto, nel qual caso non vi sarà più alcuna azione interpersonale tra le due parti;
c. il vincitore può semplicemente derubare lo sconfitto e andarsene, tornare all’isolamento, magari ricorrendo ad incursioni violente intermittenti; oppure
d. il vincitore può stabilire una tirannia egemonica sullo sconfitto, minacciandolo con la violenza.

Con (a) l’azione violenta si rivela fallimentare ed erronea; con (b) non vi sarà più alcuna interazione interpersonale; con (c) vi è un’alternanza tra rapina e isolamento; con (d) si stabilisce un legame egemonico continuo.

Tra questi risultati, solo con (d) viene costituita una relazione interpersonale costante. Queste relazioni sono di tipo coercitivo e coinvolgono i seguenti “scambi” obbligati: gli schiavi sono trattati come fattori di produzione in cambio di provviste alimentari od altro; i padroni acquistano fattori di produzione ed in cambio si impegnano a fornire sussistenza. Qualsiasi modello di scambi interpersonali costanti è definito società ed è chiaro come una società venga stabilita solo con il risultato (d).[5] Nel caso della riduzione in schiavitù di Jackson, la società costituita è una totalmente egemone.

Il termine “società” denota quindi un modello di scambi interpersonali tra gli esseri umani. E’ ovviamente assurdo trattare la “società” come qualcosa di “reale”, provvista di una forza a sé stante. Qualunque società è vuota di qualunque realtà diversa da quella degli individui che la compongono e le cui azioni determinano il tipo di modello sociale che verrà stabilito.

Abbiamo visto nel Capitolo 1 come ogni azione rappresenti uno scambio; possiamo ora dividere gli scambi in due categorie. La prima comprende quello autistico, estraneo cioé a qualunque forma di scambio interpersonale di servizi: tutti gli scambi isolati di Crusoe erano di tipo autistico. Dall’altra parte, l’esempio della schiavitù comporta uno scambio interpersonale in cui ciascuno cede alcune merci al fine di acquisirne altre dalla controparte. In questa forma di scambio obbligatorio, tuttavia, solo i padroni beneficiano in quanto unici ad agire per libera scelta: dovendo questi imporsi tramite minaccia di violenza per indurre la vittima ad effettuare lo scambio, è chiaro come quest’ultima ci perda. Il padrone usa il sottoposto come fattore di produzione verso l’ottenimento di un profitto a danno del secondo, e questo rapporto egemonico può essere chiamato sfruttamento. In regime di scambio egemonico il padrone sfrutta il sottoposto a proprio vantaggio.[6]

 

NOTE:

[1] Per una discussione sul passaggio da omicidio a schiavitù, cf. Franz Oppenheimer, The State (New York: Vanguard Press, 1914, reprinted 1928), pp. 55–70 and passim.
[2] E’ vero che l’uomo, in quanto tale, non può assolutamente garantire ad un altro uomo un servizio per tutta la vita nell’ambito di un accordo volontario. Così Jackson, in quel momento, potrebbe accettare di lavorare a vita sotto la direzione di Crusoe in cambio di cibo, vestiti, etc. ma non può garantire che in futuro non cambierà idea e decida di andarsene. In questo senso, la persona e la sua volontà sono “inalienabili”, cioè non possono essere ceduti a qualcun altro lungo un qualunque lasso di tempo futuro.
[3] Tale organizzazione non è una garanzia di “sicurezza” degli approvvigionamenti, poiché nessuno può garantire una costante fornitura di tali beni. Invece, significa semplicemente che A ritiene B più in grado di fornire un’offerta di questi beni.
[4] Cf. Mises, Azione Umana, pp. 196–99, e per un paragone tra schiavi ed animali, ibid., pp. 624–30.
[5] Non vi è qui, naturalmente, alcun giudizio di merito concernente il fatto che tale tipo di società, o il suo sviluppo, sia evento positivo, negativo o indifferente.
[6] Questo sistema è stato talvolta chiamato “cooperazione obbligatoria,” ma qui si preferisce riservare il termine “cooperazione” alle scelte volontarie.