Ascesa e declino della società: capitolo V

Quel che si ottiene facilmente,
si perde altrettanto facilmente.

 

Poco dopo essersi stabilito nella propria bottega, uno dei nostri pionieri andò a pescare tornando con più pesce di quanto sarebbe riuscito a mangiare, sorse così il problema di cosa farne. Il suo vicino di casa lo risolse esprimendo il desiderio di poterne entrare in possesso. Anche quest’ultimo disponeva in abbondanza di un qualcosa, a quanto pare patate, di cui il pescatore era a corto. O forse il coltivatore si aspettava un grande raccolto di patate e promise al pescatore che in tempo di raccolto ne avrebbe messe da parte alcune per lui. In ogni caso, era stato deciso uno scambio immediato o potenziale il cui effetto avrebbe arricchito i menu delle persone coinvolte nello scambio. Così, con l’incremento delle loro rispettive soddisfazioni, o salari, venne piantato il seme di Main Street.

Ascesa e Declino della SocietàAlcuni sostengono che la Società debba la propria origine all’istinto umano di socialità ma quest’ultima e la propensione allo scambio sono così strettamente intrecciati che è impossibile determinarne singolarmente il rapporto di causalità; quando poi si considera come la compagnia sia di per sé uno scambio, anche se non di tipo economico, fare una distinzione tra i due diventa privo di significato. Il mercato è l’anima della Società. L’uno non potrebbe esistere senza l’altro, ed entrambi devono la propria origine alla continua ricerca di una vita più piena. E’ il mercato che rende possibile la specializzazione, poiché è l’esercizio attraverso il quale l’abbondanza prodotta dallo specialista, non potendo soddisfare direttamente i suoi desideri, viene tradotta in mezzi capaci di soddisfarla. E non importa quanto sia grande la popolazione, quanto variegata la specializzazione, quanto intricata la tecnica del commercio: il mercato è semplicemente l’attività del cedere quanto si vuole di meno in cambio di ciò che si vuole di più.

Ciò che si vuole di meno per ciò che si vuole di più! Ogni scambio, dunque, ha origine dal desiderio: il desiderio del venditore ed il desiderio del compratore. Ciascuno è consapevole della necessità impellente di entrare in possesso della cosa offerta (situazione che di conseguenza porta a valutare inferiormente la cosa ceduta) e, quando lo scambio è concluso, queste esperienze puramente soggettive si concretizzano in un punto d’incontro che chiamiamo prezzo.[1] Prima del prezzo e dello scambio, tuttavia, viene la capacità umana di creare una vasta gamma di desideri. Ed è un processo psicologico a cui diamo il nome di valore.

Le speculazioni sulla natura del valore cercano spesso di imbrigliarlo dentro una formula di utilità, quantificando l’utilità di ciò a cui si rinuncia rispetto alla cosa che si acquista, ma la matematica è incapace di misurare la variabile sfuggente del desiderio umano. La ricchezza di una nazione viene misurata in miliardi; quanto valore associa alla ricchezza nazionale un cittadino affamato? I proprietari di obbligazioni e mutui danno un certo valore a questi contratti perché consentono loro di soddisfare i propri desideri, ma per il debitore rappresentano un disagio. Le cifre non possono esprimere la soddisfazione di una donna che entra in possesso di una lavatrice, o la repulsione verso questa di una “donna in carriera”. Il perché le persone vogliano qualcosa, perché valutino una stessa cosa diversamente nel tempo, perché preferiscano una cosa rispetto ad un’altra sono tutte domande che non possono trovare risposta nella matematica. Quando guardiamo alla radice del valore arriviamo ad uno dei tanti enigmi della vita. Eppure, come molti altri fenomeni che sfuggono ad un’analisi completa, il valore esercita una funzione abbastanza comprensibile e, in quanto tale, spiega il mercato per ciò che è: l’alter ego della Società.

L’essenza del valore è la capacità umana di misurare l’intensità del desiderio. Quando i due pionieri hanno barattato le cose che avevano in abbondanza, i loro desideri erano limitati al necessario. Quando l’aumento della popolazione permette una maggiore suddivisione del lavoro, e quindi una maggiore varietà di beni e servizi, il problema di valutare i desideri e di esercitare la propria volontà a favore di questa o quella soddisfazione diviene anch’esso più intricato. Quando la scelta era limitata all’alternativa tra una pelle di orso e l’andare nudi, il problema delle vesti è prontamente risolto. Ora però la questione riguarda la scelta tra un abito a due e tre bottoni, tra il blu ed il grigio, per non parlare della qualità della lavorazione o delle dimensioni; inoltre la società ha introdotto un nuovo tipo di influenza sulla valutazione, quella dell’opinione pubblica, e di conseguenza lo stile ha assunto un ruolo cruciale. Prima del problema legato all’abbigliamento, deve esse presa una decisione tra l’abbigliamento stesso e la bardatura per il cavallo o una serie di libri per i propri figli. I desideri sono molti. Nell’ordine naturale delle cose, cosa ci spinge verso una decisione a favore di una gratificazione rispetto ad un’altra? Come si misura l’intensità del desiderio? La risposta che l’uomo dà a questa domanda è un rapporto tra variabili: prendendo in considerazione fattori come inclinazione, ambiente e necessità, sarà preferita quella gratificazione che produrrà più soddisfazione secondo il nostro giudizio e che sarà raggiunta in cambio del minimo sforzo. Sta infatti scritto nel libro della vita che il costo di ogni “bene” sia quella cosa indesiderabile chiamata sforzo.

Così il lavoro, in contrapposizione al desiderio, è il determinante ultimo del valore. Teniamo a mente, tuttavia, che non è il lavoro investito nella produzione del “bene” a stabilirne il valore — né il “costo di produzione” — ma piuttosto il lavoro che si deve svolgere per entrarvi in possesso.[2] Il pescatore non è inconsapevole dello sforzo necessario per ottenere il pesce, sforzo che invece avrebbe potuto impiegare per coltivare le patate, laddove l’altro pioniere sa quanto tempo ha investito nei propri tuberi. Questa consapevolezza del costo del lavoro influisce molto sulle loro rispettive valutazioni in relazione alle cose offerte nello scambio, pertanto il costo di produzione (o il costo di riproduzione) tende ad approssimare il prezzo della gratificazione.

Non servirebbe ai fini di questo saggio — che è interessato alle forze economiche alla base delle istituzioni sociali — approfondire la teoria, o le teorie, del valore e dei prezzi. È sufficiente ricordare che, non fosse per questa capacità umana di fare valutazioni, non esisterebbe il mercato e se non esistesse più il mercato non esisterebbe manco la Società. Nonostante tutto il pensiero recondito posto in questo argomento, non esiste definizione di valore più definitiva di quella che recita: “Ciò che si ottiene facilmente, lo si perde altrettando facilmente”. Ciò che si acquisisce con poco sforzo lo si cede con poca riluttanza se in questo modo si può entrare in possesso di qualcosa di voluto; d’altra parte, se ottenere un paio di scarpe richiedesse l’impiego di un mese di lavoro, entrerebbe in gioco un’influenza inibitoria e forse le vecchie scarpe tornerebbero utili per un periodo di tempo più lungo. È questa interazione di due forze psicologiche — intensità del desiderio ed avversione al lavoro — a rappresentare l’essenza del valore ed ogni tentativo di ridurlo ad una formula matematica sarebbe futile poiché richiederebbe una comprensione onniscente dei meccanismi interni di ogni individuo, in ogni circostanza. Quando viene terminato uno scambio le forze psicologiche si acquietano e questo atto oggettivo è un fatto storico misurabile; cioè, il prezzo pattuito ci dice qualcosa su quello che l’acquirente e il venditore hanno pensato prima che avesse luogo lo scambio. Non c’è modo di misurare le loro esperienze emotive precedenti ed anche dopo che è stato terminato lo scambio, non si può dire con certezza che verrà ripetuto. La determinazione del valore futuro si basa in gran parte sulle congetture, ecco perché esistono i saldi di fine stagione.

Questa impossibilità di fissare i valori futuri è la roccia su cui si fonda la “pianificazione economica”. Non solo il pianificatore è privo di dati su cui basare le proprie prognosi, ma nemmeno chi subisce la pianificazione può forniglieli: nessuno può predire con certezza cosa vorrà in futuro o quanto lo vorrà, poiché nessuno può prevedere le influenze che determineranno le proprie decisioni. Oggi si può essere ansiosi di possedere un cappello, domani ci si potrebbe convincere che quel copricapo provochi la caduta dei capelli, decidendo quindi di farne a meno; oppure che la riparazione del tetto sia un bisogno più pressante rispetto all’automobile dei nostri sogni; oppure una diminuzione del reddito potrebbe costringerci a rivalutare i nostri desideri. La variabilità delle scelte rende più precarie le previsioni, i produttori lo sanno bene. Il meglio che il progettista possa fare è prevedere i desideri “medi” sulla base delle esperienze passate, ma ciò elimina necessariamente i desideri della minoranza dell’anno precedente, minoranza che quest’anno potrebbero diventare la maggioranza.

Di fronte a questo problema, il “pianificatore economico” deve ricorrere alla costrizione, alla limitazione di scelta, allo strangolamento della fantasia. Il pianificatore si impegna a prescrivere ciò che l’individuo dovrebbe desiderare e lo fa in base alla propria convinzione di sapere meglio ciò che è “bene” per l’individuo. Poiché è sul mercato che si esprime la variabilità della scelta, attraverso il prezzo, la presunzione del pianificatore lo porta a tentare di pilotare il consumo mediante il controllo sui prezzi, ma questi non sono controllabili proprio perché i desideri non sono controllabili. L’ostacolo alla libera scelta che impone il pianificatore agisce come una diga su un fiume; l’acqua non smette di scorrere ma o trabocca dalla diga o si espande formando un lago. Il controllo sui prezzi non mette un freno a ciò che si vuole e si compra; crea semplicemente quello che la propaganda chiama “mercato nero,” il quale in realtà rappresenta il vero mercato, un po’ distorto ma comunque vero. Può essere illegale ma è altamente morale, perché nasce dal diritto dell’individuo su se stesso, sul prodotto delle proprie fatiche e sul perseguimento della felicità (che è l’essenza della vita).

Poiché risulta impossibile il controllo sul consumo mediante prezzi fissi, il pianificatore passa ad ostacolare la specializzazione produttiva. Cioè, si impegna a desocializzare la Società. Come abbiamo visto, gli uomini si incontrano e collaborano per il miglioramento della propria condizione — per aumentare il loro livello salariale comune — e realizzano questo scopo attraverso la specializzazione; qualsiasi tentativo di distorcere la specializzazione è quindi innaturale e regressivo: nella misura in cui il pianificatore riuscirà in questo compito, tenderà a rompere l’integrazione o a ritardarne la crescita. Come conseguenza, gli individui dovranno tirare avanti con meno e, non essendo ciò nella natura dell’uomo, per contrastare tale spinta interiore il pianificatore ricorrerà alla violenza. In ultima analisi la “pianificazione economica” poggia sull’epurazione. Da cosa? Dagli impulsi su cui è costruita la Società. Il “pianificatore economico” non controlla i prezzi o la produzione: controlla gli uomini.

Il valore è un’esperienza profondamente umana, ed è individuale. Non c’è modo per l’individuo di trasferire i propri concetti di valore a qualcun altro; non vi è modo di collettivizzare il valore. E’ un rapporto tra l’intensità del desiderio e l’avversione al lavoro, e può essere paragonato ad un’unità di misura su cui è tarata la stima con cui l’uomo impiega le proprie energie. E’ l’enunciazione economica della sua autostima. Quando una grande offerta di cose di cui vive riduce la quantità di lavoro con cui può acquisirle, la sua autostima ne trae giovamento; l’energia risparmiata diventa investibile in un ulteriore miglioramento delle sue condizioni. Il suo orizzonte si espande: può permettersi di pensare a Beethoven ed al baseball per via della facilità con cui può soddisfare i suoi desideri primari. Un’abbondanza generale, quindi, è sinonimo di prezzi bassi e di un orizzonte della vita allargato. Al contrario, prezzi alti causati da una scarsità di beni significano più energia spesa per soddisfare le proprie esigenze; il valore dello sforzo umano è diminuito. Più le cose costano meno, più l’uomo è ricco.[3]

Quindi è attraverso la produzione e l’abbondanza che l’uomo aumenta il livello salariale e la sua autostima. La ricerca della felicità è favorita dalla facilità con cui può acquisire soddisfazioni ed è ostacolato dalle difficoltà presentate dalla natura o dalle istituzioni artificiali. Tra i dispositivi che consentono di facilitare il lavoro, e di conseguenza lo scambio, c’è il denaro: esso è la prova che sia stato prodotto qualcosa di un certo valore e, per consuetudine e consenso comune, è accettato come un credito nei confronti della produzione di un valore paragonabile. È quella merce che, nella zona in cui è generalmente riconosciuto il suo valore, risulta scambiabile con tutte le altre ovviando così all’obsoleto baratto. Tuttavia, in sé non ha nessun valore, se non come metallo o carta, ed è apprezzato perché accettato sul mercato come prova che siano stati resi disponibili beni o servizi, che l’abbondanza generale sia stata aumentata dal lavoro. In ultima analisi, il denaro è dato in cambio di servizi offerti e per questa ragione è divenuto importante come misura di valore, nonostante il fatto che l’unità di misura non possa mai sostituirsi ai beni misurati ed il denaro non equivalga alla produzione.

L’ampia accettazione della misurazione del valore suggerisce al “pianificatore economico” che può controllare il consumo e regolare la produzione manipolando questa unità di misura. Portando surrettiziamente lo standard da 36 a 33 centimetri egli induce l’acquirente a illudersi di aver acquisito più beni, ma questo trucco non ha affatto prodotto più beni e l’acquirente scopre ben presto come la tela acquistata non sia sufficiente per gli abiti che intendeva cucire: è stato infatti truffato. Come risultato di questa esperienza, la sua stima del denaro diminuisce: ne chiederà di più in cambio del proprio lavoro e questo è tutto quanto il “pianificatore economico” ha raggiunto con la propria contraffazione: non controlla il consumo né regola la produzione. Fino a quando l’inganno non viene scoperto, la Società è derubata di una parte della sua produzione ma la rapina, quando scoperta, indebolisce la fiducia nel mercato, scoraggia la produzione (e quindi il consumo), fino a quando la Società non insiste sulla correzione del torto subito. L’effetto netto dell’inflazione, della svalutazione del denaro, è quello di ritardare la ricerca della felicità.

In sintesi, la forza motrice della Società è la capacità umana di valutare i desideri e operare scelte. Se non fosse per questi fenomeni, il mercato non sarebbe mai esistito, l’abbondanza della specializzazione risulterebbe impossibile e l’uomo sarebbe ridotto a vivere di quel che trova in natura, come gli altri animali. Nessun altro animale dà prova di una coscienza dei desideri paragonabile a quella dell’uomo. Nessun altro animale mostra una capacità di misurare un desiderio rispetto ad un altro o di agire in base alle decisioni risultanti da un simile ragionamento rinunciando deliberatamente al possesso di una cosa allo scopo di acquisirne un’altra maggiormente desiderata. Nessun altro animale opera scambi. D’altra parte, questo potenziale pervade l’esistenza stessa dell’uomo e a stento potrebbe esistere senza una percezione riguardante il valore. Dalla culla alla tomba, l’uomo opera sempre discriminazioni sulla desiderabilità: giocare con questo o quel giocattolo, studiare legge o medicina, mangiare pesce o pollame, indossare un cappello rosso o bianco: quale tra queste preferisce? Cosa gli darà la soddisfazione più grande al prezzo del minor disagio, prendendo in considerazione tutte le influenze del caso? Anche quando risponde “Non m’importa” — con una certa auto-abnegazione — viene costantemente chiamato a prendere decisioni a supporto di questa scelta.

Se le decisioni di un uomo siane giuste o sbagliate, se pensa che qualcosa di desiderabile sia in effetti più dannoso oppure alla fine gli fornirà un rendimento insufficiente per la quantità di sforzo investita, è qualcosa che va al di là della presente analisi. L’ignoranza influenza senza dubbio il suo giudizio e giocano la loro parte anche le limitazioni poste su di lui dalle circostanze e dall’ereditarietà. Ciò non toglie che la sua vita sia costituita da una sequenza di scelte, che il valore sia la sua guida costante nella ricerca di un’esistenza migliore e più piena.

Dovremmo concludere che la sua appartenenza alla Società non sia una questione di scelte, ma un evento miracoloso? Fu il destino o un semplice impulso animale a spingere il secondo pioniere a diventare vicino di casa del primo? Oppure un giudizio basato su una certa percezione del valore? Dal punto di vista della scienza politica, e tenendo a mente la validità etica della coercizione politica, la domanda è: la Società scaturisce dalla volontà dell’uomo o dalla volontà di Dio?

Quando consideriamo i vantaggi della cooperazione, di cui l’uomo è giudice, chiamare in causa l’intenzione divina è gratuito e forse malizioso. L’uomo è il miracolo, ma le sue istituzioni sono del tutto razionali. La Società è nata quando l’uomo è incappato nei benefici della specializzazione e del commercio. Questo non vuol dire che sia entrato a far parte della Società contrattualmente, proprio come si potrebbe entrare a far parte di un club; ma è piuttosto la sua volontà di vivere a spingerlo a partecipare ai benefici del mercato, è il suo senso del valore a trasformare un branco di individui in un gruppo cooperante.

 

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NOTE:
[1] Se questo fosse un libro di economia, sarebbe necessario entrare in una discussione sulla moneta. Tuttavia, ciò esula dal campo di applicazione della presente analisi. Né verrà pienamente analizzato il concetto di valore, a cui questo capitolo è dedicato, come uno studente di economia si potrebbe aspettare: verrà trattato solo come una nota esplicativa sulle istituzioni sociali e politiche.
[2] La teoria secondo cui il valore di una cosa sia determinato dal lavoro speso fa acqua quando riflettiamo sulle cose di valore che non possono essere prodotte — che non hanno un “costo di produzione” — come le spiagge, i brevetti, i privilegi di monopolio ed i cimeli di famiglia.
[3] Facciamo un esempio esplicativo: un venditore offre un costoso capo di biancheria intima ad un agricoltore del Sud Dakota. Siamo nell’autunno del 1934, quando il lavoro rendeva poco. Il potenziale acquirente resta silente mentre il negoziante si fa sempre più loquace. Quest’ultimo cerca di chiudere l’affare e dice: “Cosa ne pensi John?”. E John risponde: “Sto pensando a quanta lana dovrò rinunciare per questo capo di biancheria”. Stava semplicemente soppesando il desiderio di un maggiore comfort con il costo in termini di lavoro. Forse stava soppesando il proprio desiderio di un maggiore comfort con la necessità della sua famiglia di mangiare. Dato che stiamo parlando di esseri umani, era coinvolto il suo concetto di valore.