Le interferenze coercitive – I parte

L’intervento dello Stato

stemma misesI tipi di intervento coercitivo in generale (di cui grande parte è l’intervento statale) possono essere classificati in tre grandi categorie:

1)     intervento autistico, quando il soggetto aggressore comanda ad alcuni individui di fare o non fare determinate cose. In questo tipo di intervento viene ristretto l’uso che l’individuo può fare di se stesso e della sua proprietà, non gli scambi con altri (ecco perché autistico). Esempi: omicidio, divieto di esprimere il proprio pensiero, o la propria fede religiosa, non poter costruire su un proprio terreno a causa di vincoli urbanistici.

2)     intervento binario, in cui chi interviene costringe l’individuo a scambiare con lui o a trasferirgli unilateralmente una risorsa. Es: servizi pubblici in monopolio, tassazione, coscrizione, manipolazione della moneta e del credito.

3)    intervento triangolare, in cui l’interveniente costringe o vieta a due individui di effettuare uno scambio. Esso può assumere due forme: controlli sui prezzi e controlli sui beni (e servizi). Es.: controlli di prezzo, licenze, controlli sui prodotti (divieto di commerciare alcuni beni, come gli stupefacenti), quote nelle assunzioni, limiti all’orario di lavoro, limiti minimi all’età lavorativa, divieto di licenziamento, fissazione degli orari degli esercizi commerciali, norme per l’accesso alle professioni, limiti alle commistioni fra banche e imprese, vigilanza sui mercati finanziari, controlli di qualità sui beni di consumo, norme per la sicurezza e la salubrità dei luoghi di lavoro, norme antinquinamento.

Tutti questi sono esempi di relazione egemonica, alternativa a quella volontaria.

 Una classificazione di tipo funzionale, basata sugli scopi dell’intervento, è invece la seguente: prelievo, efficienza, redistribuzione del reddito, stabilizzazione macroeconomica. Per una maggiore organicità e compattezza espositive (pur perdendo qualcosa in termini di rigore concettuale) di seguito verrà seguita questa classificazione.

La tassazione

La tassazione è il primo scalino nella sequenza prelievo-spesa operata dallo Stato.

I tributi sono il prelievo forzoso effettuato dallo Stato. Sono costituiti da imposte, tasse e contributi.

L’imposta è un prelievo connesso alla capacità contributiva, indipendente dal fatto che il contribuente richieda o utilizzi un determinato servizio prodotto dallo Stato o da un ente pubblico. Invece la tassa si paga a fronte di una controprestazione specifica dell’amministrazione dello Stato: es. tasse scolastiche, t. per la raccolta dei rifiuti, t. per la patente, concessioni, autorizzazioni, t. portuali.

I contributi sono pagamenti volti a provvedere a evenienze future: es. previdenziali, sanitari[1].

 Imposte dirette   }  sul reddito, sul patrimonio  } proporzionali, progressive, in somma fissa

Imposte indirette } sugli scambi, sui consumi

Imposte dirette: colpiscono manifestazioni immediate della capacità contributiva (della ricchezza): reddito e patrimonio.

Imposta sul reddito – È quella che colpisce i redditi netti, cioè salari, rendite della terra, interessi e profitti (e anche i guadagni di capitale, che sono redditi assimilabili ai profitti)[2]. Il reddito dunque può derivare, oltre che dal lavoro, anche dai patrimoni.

Difficoltà nella definizione del concetto di reddito: esistono tipi di reddito impossibili da quantificare, ad es. la rendita derivante dall’alloggio nella propria casa, i servizi prodotti dalle casalinghe, i beni ottenuti in regalo (non si determina il prezzo sul mercato).

Effetti

L’effetto principale è il disincentivo. Riducendo il reddito, cioè l’utilità marginale del lavoro, l’imposta spinge alla riduzione del lavoro e quindi della produzione. Se un lavoratore ritiene che un’ora di lavoro in più gli fa conseguire un reddito incrementale che, decurtato dall’imposta, ora gli apporta un’utilità inferiore alla disutilità del lavoro, allora ridurrà la quantità di lavoro. L’imposta non può essere trasferita (v. infra), e dunque l’effetto finale è la riduzione del reddito, nominale e reale, del soggetto. Lo stesso ragionamento vale per l’imprenditore (imposta sui profitti): se si perde l’intero euro quando si perde (quando l’investimento va male), mentre si guadagna solo una frazione di euro quando si vince (a causa dell’imposta), la disponibilità ad assumersi il rischio dell’investimento crolla; l’effetto è una riduzione degli investimenti a vantaggio del consumo presente.[3]

Anche se la reazione all’imposta fosse di segno contrario, e cioè un aumento della quantità di lavoro per ripristinare lo stesso reddito conseguito prima dell’imposta, il benessere si è comunque ridotto: infatti si è ridotto il tenore di vita dell’individuo, perché egli rinuncia, a parità di reddito, a maggiori quantità di riposo (che è un bene di consumo).

Il fatto che la tassazione riduce il benessere dell’individuo può essere dimostrato attraverso il criterio delle “preferenze rivelate”. Se il contribuente desiderasse dare allo Stato parte del suo reddito, lo farebbe volontariamente, cioè rivelerebbe la sua preferenza attraverso l’azione del trasferimento; se non lo fa vuol dire che la sua preferenza è di trattenere preso di sé il proprio reddito, e dunque la sottrazione forzata da parte dello stato riduce il suo benessere.

Quando tale imposta colpisce le società (le persone giuridiche in generale) si ha una duplicazione dell’imposta sui proprietari, che subiscono il prelievo una prima volta sul reddito netto prodotto dalla società e una seconda volta sul reddito residuo distribuito a ciascuno di essi.[4]

 Imposta sul patrimonio (capitale) – Colpisce il valore del patrimonio accumulato. Che può essere costituito da beni fisici – appartamenti, edifici, terreni – o da denaro o titoli. Un tipico esempio di imposta patrimoniale è quella che colpisce l’eredità e le donazioni. È sul singolo cespite anziché sulla persona.

L’imposta sul patrimonio è caratterizzata da un elemento di contraddittorietà e iniquità: per pagarla bisogna attingere al reddito, cioè a una fonte di ricchezza diversa dal patrimonio, e che è stata già tassata separatamente[5]. Oppure, se l’imposta è troppo onerosa, si perviene al paradosso di esser costretti a vendere il patrimonio per poter pagare l’imposta su di esso.

Il valore (prezzo) del patrimonio è conoscibile solo nel momento in cui è oggetto di compravendita, non in astratto; dunque, essendo impossibile stabilire a priori il valore della base imponibile, di fatto l’imposta è arbitraria.

 Imposte indirette – Colpiscono manifestazioni mediate della capacità contributiva, cioè presuppongono il possesso di risorse: si dividono in i. sugli scambi e i. sul consumo. Esempi delle prime sono l’Iva[6], l’i. di registro e di bollo; esempi delle seconde sono le i. di fabbricazione (su benzina, alcolici), sui tabacchi, i dazi doganali.

Effetti: distorcono i prezzi, che sono segnali per il calcolo economico.

 Struttura dei tributi

Imposta proporzionale – L’aliquota (percentuale di reddito sottratto) è unica.

Imposta progressiva – All’aumentare del reddito aumenta l’aliquota [7].

Imposta regressiva – All’aumentare del reddito si riduce l’aliquota; un tipico esempio è l’imposta in somma fissa (o eguale, o head tax o poll tax): ogni individuo paga la stessa somma in termini assoluti, dunque calcolata come percentuale sul reddito, tale somma si riduce all’aumentare del reddito[8].

Limiti – Disincentiva la produzione[9]. In presenza di inflazione l’imposta progressiva determina il fenomeno del “drenaggio fiscale”: l’aumento solamente nominale dei redditi fa slittare questi nello scaglione superiore, determinando un maggior prelievo fiscale nonostante il reddito reale sia rimasto immutato; il reddito netto reale è inferiore a quello precedente allo slittamento.

Dal punto di vista del contribuente, non è detto che la progressività sia peggiore della proporzionalità: bisogna considerare il livello complessivo della tassazione: un’aliquota unica del 50% è più gravosa di due aliquote progressive del 5% e del 10%.[10]

L’imposta neutrale – Un’imposta neutrale è un’imposta che non devia il funzionamento del mercato dalle linee in cui si svilupperebbe in assenza di qualsiasi tassazione. Imposta neutrale non significa che la distribuzione del reddito resta invariata, ma che la distribuzione del reddito e tutti gli altri aspetti dell’economia vengono modificati dall’imposta nello stesso modo in cui sarebbero modificati da un prezzo di libero mercato.

Nessuna imposta è neutrale. Ciò è vero innanzi tutto per una considerazione di ordine generale: una comunità in cui esiste lo Stato è inevitabilmente divisa in pagatori di tasse e consumatori di tasse; questi ultimi, al di là delle finzioni formali, di fatto non pagano tasse. Un dipendente pubblico che guadagna $10.000 e paga $2000 di tasse di fatto guadagna $8000 raccolti dalle tasse altrui, e non paga tasse.

Inoltre, qualsiasi imposta riduce il consumo dei beni che i tassati avrebbero liberamente acquistato e aumenta la domanda dei beni che lo Stato acquista con le risorse raccolte; facendo spostare i fattori da alcune produzioni ad altre; e facendo aumentare i prezzi dei beni da esso domandati.

Entrando nel dettaglio, non è neutrale né l’imposta pro-capite (una somma uguale per tutti indipendentemente dal reddito e dalla ricchezza) né quella proporzionale o progressiva. La prima, ad esempio, riduce la produzione dei beni consumati dai ceti a redditi bassi più della produzione dei beni consumati dagli individui più abbienti. L’imposta proporzionale lascia immutati i rapporti reciproci fra tutti i redditi. Ma non basta questa condizione per dire che è neutrale; infatti, come detto, un’imposta neutrale è un’imposta che influenza l’economia come se essa fosse un prezzo di libero mercato; ma questo è impossibile, perché i prezzi di mercato non sono proporzionali al reddito o alla ricchezza dell’acquirente (un miliardario non paga un chilo di pane diecimila volte di più di un acquirente dal reddito medio). L’imposta progressiva accentua questo aspetto, quindi è ancora più lontana dalla neutralità. Le alte imposte sui redditi alti riducono il risparmio.

Oggi comunque a nessuno interessa la neutralità della tassazione bensì che realizzi la giustizia sociale; dunque si vuole che la tassazione non sia neutrale.[11]

La traslazione e incidenza dell’imposta – È l’aumento di prezzo del bene o del servizio di un ammontare pari all’imposta, in modo tale da scaricare l’imposta sul consumatore.

Nessuna imposta, né sul reddito né sui beni, può essere trasferita totalmente in avanti, perché la determinazione del prezzo di un prodotto è condizionata in maniera decisiva dalle schede di domanda dei consumatori. Costi più alti o tasse più alte non modificano quelle schede. Dunque, se il produttore aumenta il prezzo, la domanda si riduce ed egli vende meno unità del bene; se invece mantiene lo stesso prezzo, parte del ricavo è sottratto dallo Stato. In conclusione, l’introduzione di un tributo sicuramente ridurrà i guadagni del produttore, che dunque è il soggetto inciso.

La traslazione è molto più probabile che avvenga all’indietro anziché in avanti, cioè influenza più rapidamente i fattori di produzione che i consumatori. Se un’imposta colpisce un solo settore (es. i liquori), i fattori lasciano il settore tassato e 1) o restano disoccupati o 2) si dirigono verso i settori non tassati.

La stessa cosa avviene, per lo stesso motivo, anche nel caso di un’imposta sulle vendite generale: l’effetto è una riduzione dei guadagni delle imprese e successivamente dei loro fattori produttivi (meno domandati), e non un aumento dei prezzi. Dunque si può dire che, di fatto, l’imposta sulle vendite si traduce, anche se in maniera erratica, in un’imposta sul reddito perché, come abbiamo visto, alla fine colpisce il reddito dei fattori.

La traslazione in avanti è possibile solo se c’è un parallelo aumento nella quantità di moneta, perché in tal modo gli aumenti di prezzo possono essere assorbiti dai consumatori.

L’imposta totale – E’ quella che toglie tutto il reddito a tutti (e con il cui ricavato si dà a tutti la stessa somma), oppure che toglie a ciascuno una somma tale per cui tutti abbiano lo stesso reddito netto. Con una tale imposta gli imprenditori diventano indifferenti riguardo ai diversi modi di condotta, in quanto non derivano più alcun reddito dall’impiego dei mezzi di produzione.

Principi di ripartizione dei tributi

Gli economisti si sono spesi molto per individuare “canoni di giustizia” nel prelievo fiscale, introducendo criteri etici nel discorso economico.

1) Adam Smith: 3 criteri: i costi della raccolta devono essere minimi; il pagamento comodo[12]; il tributo certo e non arbitrario, così che i contribuenti sappiano in anticipo quanto dovranno pagare.

2) Uniformità di trattamento – I principi individuati per realizzare tale uniformità sono stati due:

a) principio della capacità contributiva – sul piano teorico sono stati proposti tre criteri basati sul sacrificio. Il presupposto di tale criterio è l’utilità, nonché la comparazione interpersonale delle utilità e l’ipotesi che gli individui hanno la stessa scheda di utilità della moneta (e dunque soffre degli stessi limiti logici). Sacrificio uguale (J.S. Mill): l’imposta deve sottrarre a ogni contribuente una quantità uguale di utilità. Sacrificio proporzionale (olandesi): l’imposta deve sottrarre una quantità di utilità proporzionale all’utilità totale. Sacrificio minimo (Pigou, Edgeworth): il sacrificio totale (dell’intera collettività) provocato dal prelievo deve essere minimo. Tali criteri possono essere soddisfatti da imposte sia regressive sia proporzionali sia progressive. La giustificazione delle ultime due è stata la seguente: poiché l’utilità marginale è decrescente, l’ultimo dollaro del ricco apporta meno utilità dell’ultimo dollaro del povero, dunque per sottrarre la stessa utilità bisogna prelevare più dollari al ricco. Sul piano storico, in un primo momento si è ritenuto che il criterio della capacità contributiva fosse soddisfatto dalla tassazione proporzionale; nella seconda metà dell’800 si è affermata l’interpretazione secondo cui la capacità contributiva cresce più che proporzionalmente al crescere del reddito.

Ognuna di queste soluzioni è arbitraria, l’“eguale capacità” fra due (o più) individui non può essere mai dimostrata, perché le schede di utilità delle persone non sono uguali.

b) principio del beneficio – il tributo è pari al beneficio conseguito dal servizio pubblico con esso attivato. I tributi attivati secondo questo criterio della controprestazione sono denominati tasse (v. supra). Per le imposte, che oggi sono redistributive, questo criterio è inapplicato. E inapplicabile, perché il beneficio è soggettivo, non misurabile, non comparabile, e si può rilevare solo sul mercato; quando gli individui, scambiando volontariamente, dimostrano qual è il beneficio che vogliono conseguire.

Le difficoltà logiche cui vanno incontro i diversi criteri ha fatto dire genericamente che l’uguaglianza di trattamento suggerisce di realizzare tendenzialmente l’uguaglianza di fronte alla legge, redditi uguali devono essere trattati in maniera uguale. Ma ciò è concettualmente impossibile; ad esempio, la rende tale la divisione in pagatori e consumatori di tributi.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana


Note

[1] La pressione fiscale è la somma delle imposte dirette e indirette e dei contributi sociali in percentuale rispetto al pil. La pressione tributaria invece è la somma di imposte dirette e indirette (quindi senza i contributi) rispetto al pil. In Italia nel 2012 la pressione fiscale è stata pari al 45,2%. Questo dato, che è quello in genere diffuso dai mezzi di informazione, è ricavato tenendo conto della quota di economia sommersa, pari al 17,5% del pil, che ovviamente evade le imposte e i contributi. Calcolando il dato solo relativamente alle attività economiche emerse, la percentuale raggiunge il 55%. Tuttavia, se si considerano tutti i prelievi forzosi sui redditi e sugli acquisti degli individui, e cioè imposte (dirette e indirette, locali o nazionali), tasse, contributi (previdenziali e sanitari), accise (carburanti, energia) e canoni, la quota raggiunge i due terzi del reddito. Per quanto riguarda la ripartizione fra imposte dirette e indirette, si equivalgono: il 34,3% del gettito è rappresentato da imposte dirette, il 34,9% da imposte indirette. Per quanto riguarda la pressione fiscale in altri paesi: Stati Uniti 26,3%, Regno Unito 38,1%, Germania 40,4%, Francia 46,3%, Danimarca 47,4% [Elaborazione dati Confcommercio 2012].

[2] Esempi di imposte di questo tipo in Italia sono l’Irpef e l’Irpeg.

[3] Si aggiungano anche i costi – monetari, di tempo e di fatica – sopportati dal contribuente, come il mantenimento della contabilità, il ricorso a commercialisti o consulenti, la compilazione di moduli, la numerosità degli adempimenti; tutte risorse sottratte alla produzione di beni o servizi utili.

[4] Un esempio di distorsione provocata da un’imposta sul reddito è la differente aliquota introdotta sugli interessi di diverse attività finanziarie. Spesso i titoli pubblici sono favoriti rispetto alle obbligazioni di società private.

[5] Questa illogicità persiste sia se il patrimonio non frutta reddito sia se lo frutta. Nel primo caso, ad esempio l’appartamento in cui si vive o un appartamento in cui vive un figlio, il soggetto inciso non consegue alcun reddito, mentre è costretto a intaccare un proprio reddito derivante da altra fonte per il pagamento dell’imposta. Nel secondo caso, ad esempio un appartamento affittato, il reddito che si consegue viene già tassato separatamente, in quanto reddito.

[6] L’Imposta sul Valore Aggiunto è così chiamata perché colpisce il valore aggiunto al bene da ogni fase del processo di produzione e commercializzazione. In Italia le aliquote sono tre: 20%, che è quella ordinaria; 10%, aliquota ridotta applicata ai servizi turistici, 4% sui beni di prima necessità (alimentari, prima casa).

[7] La progressività può modificarsi, cioè essere accentuata o attenuata, attraverso le deduzioni (sgravio dall’imponibile di alcune spese, es. sanitarie) e le detrazioni (riduzione della somma dovuta al fisco). Sul piano storico, l’ingresso ufficiale nei sistemi fiscali moderni delle aliquote progressive avviene nel 1910 in Gran Bretagna: su proposta del Cancelliere dello Scacchiere Lloyd George, il parlamento introduce una soprattassa sull’imposta sul reddito.

[8] Per la sua regressività l’imposta in somma fissa è giudicata particolarmente odiosa. Se la somma non è elevata, dunque se non grava in maniera significativa sui redditi bassi, diventa tollerabile. Nel 1989 in Gran Bretagna il governo Thatcher sostituì, per gli enti locali, l’imposta proporzionale sulla proprietà (casa) con una “poll tax” su ogni adulto residente. Le proteste derivarono dal fatto che i comuni mantennero elevato il livello della tassazione, aumentandolo anche di un terzo rispetto al livello precedente la riforma. M.N. Rothbard, Mrs. Thatcher’s Poll Tax, in «The Free Market», giugno 1990, pp. 1, 3.

[9] Negli Stati Uniti (dati 2005) il 53,7% delle imposte sul reddito sono state pagate dai contribuenti con un reddito superiore ai 200.000 dollari; l’82% dai percettori di redditi superiori a 100.000 dollari, che rappresentano il 19% della popolazione. Dunque gran parte delle imposte sono pagate dai soggetti a reddito alto o molto alto, in genere quelli più produttivi.

[10] Sull’imposta proporzionale, o flat tax, v. M.N. Rothbard, The Case Against the Flat Tax, in L.H. Rockwell Jr. (a cura di), The Free Market Reader, L. von Mises Institute, Auburn, 1988.

[11] M.N. Rothbard, The Myth of Neutral Taxation, in «The Cato Journal» 1, no. 2, autunno 1981, pp. 519-564; ristampato in The Logic of Action Two: Applications and Criticism from the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 56-108.

[12] Oggi tale principio è violato in maniera clamorosa: la complessità delle norme fiscali, il numero di adempimenti e le difficoltà di compilazione sono tali da aver generato una professione specifica, il commercialista.