La qualità della moneta (parte seconda)

II. La teoria della qualità della moneta nella storia

La teoria della qualità della moneta, goldkitsanche se non sotto questo nome, gode di una lunga tradizione. Anche se molti autori hanno discusso sui fattori che influenzano la qualità della moneta, non è mai stato raggiunto un consenso unanime. Juan de Mariana (1609) spiega che il deterioramento della qualità delle monete d’oro dev’essere considerato come una tassa (ingiusta). Sir William Petty ([1662] 1889) considera il deterioramento della qualità delle monete da parte del governo una tassa. Adam Smith (1776) parla dell’origine della moneta e di proprietà importanti, come la capacità di durare nel tempo e la divisibilità. Jean-Baptise Say ([1806] 1855) afferma che una buona moneta dev’essere divisibile, di qualità omogenea, resistente all’attrito, cara quanto basta e malleabile. Inoltre, analizza l’adulterazione della qualità della moneta in casi storici come quello di Filippo I di Francia. Nassau William Senior ([1850] 1853) e John Stuart Mill ([1848] 1965) sono due autori classici che discutono le qualità dei beni che possono renderli adatti a diventare moneta. Carl Menger (1871) spiega l’emersone della moneta come un processo spontaneo del mercato in cui prevalgono beni dotati di qualità specifiche. Così, il trattamento delle qualità della moneta era stato molto diffuso prima del ventesimo secolo, come attesta questo brano di William Stanley Jevons (1875, pag. 30):

Molti autori recenti, come Huskisson, Mac Culloch, James Mill, Garnier, Chevalier e altri, hanno descritto in modo soddisfacente le qualità che dovrebbe possedere il materiale impiegato come moneta. Sembra, peraltro, che gli autori precedenti avessero inquadrato l’argomento altrettanto bene, o quasi. Harris ha illustrar queste qualità con una chiarezza degna di nota nel suo ‘Essay upon Money and Coins’, pubblicato nel 1757, un’opera che è apparsa prima de ‘La Ricchezza delle Nazioni’, eppure offre un’esposizione dei princìpi della moneta che è ben difficile migliorare ai giorni nostri. E ottant’anni prima, Rice Vaughan, nel suo eccellente piccolo ‘Teatise on Money’, aveva scritto un riepilogo breve ma soddisfacente delle qualità che si richiedono alla moneta. Addirittura, troviamo che William Strafford, l’autore del rimarchevole dialogo dell’età elisabettiana (1581) intitolato ‘A Brief Conceipte of English Policy’, ha dimostrato una comprensione perfetta dell’argomento. Di tutti gli autori, comunque, M. Chevalier offre il resoconto più completo e accurato delle proprietà che la moneta dovrebbe possedere, e io seguirò le sue opinioni in molti punti.”.

Economisti Austriaci come Mises (1953, cap. I) e Rothbard (2004, pagg. 189-93) hanno seguito Carl Menger nella loro analisi delle origini della moneta. Mentre Mises non elenca le qualità specifiche che aiutano un bene a diventare moneta, Rothbard (2008, pag. 6) menziona le “qualità proprie della moneta”: la moneta merce attira una domanda notevole, è altamente divisibile, facile a trasportarsi, dura nel tempo e ha un alto valore per unità di prodotto.

Tuttavia, Mises e Rothbard non vanno oltre questo quadro e non menzionano – almeno non in modo esplicito – l’importanza della qualità della moneta per la domanda di moneta. In effetti, Mises non menziona la qualità della moneta come un fattore che ne influenza la domanda né nella Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (1953, pagg. 131-37), né in Human Action (1998) nel suo capitolo sulla domanda di moneta (cap. 17). Come afferma Salerno (2006, pag. 39): “Mises (1998, pp. 398-402) ha fornito solo una discussione molto schematica della domanda di moneta, che non può sostenere l’intero peso di una teoria dei prezzi monetari.”.

Rothbard (2004, pag. 756) compie un progresso, rispetto a Mises, nell’analisi concettuale della domanda di moneta e afferma: “La domanda totale di moneta sul mercato consiste di due parti: la domanda di moneta per lo scambio (da parte dei venditori di tutti gli altri beni, che desiderano acquistare moneta) e la domanda di moneta come riserva (la domanda di moneta da detenere, da parte di coloro che già ne detengono).”.

Rothbard (2008, pag. 39) sottolinea che i mutamenti nella domanda di moneta (come ad es. il mantenimento di riserve di cassa) ne cambiano il potere d’acquisto. Nei capitoli sulla domanda di moneta (2008, cap. 5; 2004, cap. 11 §5), egli, come Mises, non menziona la qualità della moneta come un fattore che ne influenza la domanda, non in modo esplicito. Menziona, tuttavia (2008, pagg. 65-74), due fattori che sono importanti per la qualità della moneta: la fiducia nella stessa e le aspettative di inflazione o deflazione.

Riesaminando i contributi di Mises e di Rothbard, sorge spontanea la domanda: come mai questi autori non sono andati oltre e non hanno sviluppato una teoria esplicita della qualità della moneta come un fattore che ne influenza la domanda? La risposta risiede, con ogni probabilità, nel fatto che essi trascurano la funzione della moneta come riserva di ricchezza. Questa funzione è essenziale per la qualità della moneta ed è più sensibile ai cambiamenti che non le funzioni di mezzo di pagamento e unità di conto.

In effetti, Mises (1953, pag. 35) segue Menger (1871, pag. 278) e sostiene che la funzione di riserva di ricchezza è una funzione derivata e non necessaria della moneta. Anzi, Mises (1998, pag. 401) si concentra sulla funzione di mezzo di scambio in maniera ancor più esclusiva di Menger: “La moneta è il bene che serve come il mezzo di scambio generalmente accettato e comunemente usato. Questa è la sua unica funzione. Tutte le altre funzioni che si attribuiscono alla moneta sono semplicemente aspetti particolari della sua funzione primaria e unica, quella di mezzo di scambio.”.

Mises (1953, pagg. 107, 110, 129; 1990, cap. 4) e Rothbard (2004, pagg. 764-65) si concentrano sulla funzione di scambio. In questo modo, trascurano fattori importanti per il valore della moneta. Siccome non analizzano in dettaglio la funzione di riserva di ricchezza, non indicano neanche gli effetti che i cambiamenti in essa, o la qualità della moneta in generale, possono avere sulla domanda di moneta.

In contrapposizione con l’esitante analisi della moneta in termini qualitativi svolta dagli economisti sopra menzionati, esiste anche una corrente, nella letteratura economica, che non tratta affatto gli aspetti relativi alla qualità. Questa è la pura e semplice teoria quantitativa della moneta difesa da David Ricardo. Per Ricardo non importa se siano moneta le monete d’oro, un pollo, i semi di cacao, un gettone di pietra o una nota cartacea. La sola cosa che conta è la quantità. Gli aspetti quantitativi spiegano tutti i fenomeni monetari. In effetti, per Ricardo, tutte le qualità della moneta devono ritenersi implicite nel carattere limitato della sua quantità.

Ricardo e i seguaci della teoria quantitativa pura e semplice pongono un’enfasi molto forte sulla funzione di scambio della moneta, messa in luce da John Law e Adam Smith, per i quali la moneta è, fondamentalmente, un buono (voucher) per comprare beni. La moneta è semplicemente un mezzo di circolazione. Questi fautori della teoria quantitativa, pertanto, trascurano completamente la funzione della moneta come riserva di ricchezza. Ricardo implica, altresì, che non vi sia differenza alcuna tra la cartamoneta inconvertibile e i certificati monetari convertibili. Egli, di conseguenza, trascura la domanda di moneta. Per lui, la convertibilità è solo un metodo pratico per porre un limite alla quantità di moneta.

Per chi crede in questa teoria quantitativa, “il valore della moneta è una funzione della sua quantità, è del tutto indipendente dal valore del materiale usato per il conio, [valore, quest’ultimo,] derivato solamente dai suoi usi peculiari…” (pag. 49).

Secondo quella teoria, fintantoché il numero di scambi e la rapidità di circolazione della moneta restano gli stessi, nulla può alterare il valore dell’unità, e con esso il livello dei prezzi, tranne mutamenti nel volume della valuta.” (Scott 1897, pag. 56).

Di conseguenza, i fautori della teoria quantitativa tendono a trascurare l’importanza della domanda di moneta. Come fa notare Carver (1934, pag. 188): “Per lo più, le teorie quantitative della moneta si presentano come teorie basate sulla domanda e sull’offerta. Sfortunatamente, alla domanda è stata dedicata un’attenzione minore che all’offerta di moneta. In effetti, alcuni di coloro che espongono la teoria quantitativa ignorano completamente la domanda di moneta e procedono assumendo che conti solo l’offerta. Questo ignorare l’aspetto della domanda e concentrarsi solo sull’aspetto dell’offerta sembra bastato sull’ulteriore assunto che la domanda di moneta sia, in un momento determinato e date quelle tali circostanze, fissa; che consista unicamente nel numero di beni e servizi che sono in vendita.”.

A tutt’oggi, la teoria quantitativa della moneta continua a dominare nei manuali di economia più diffusi. Alcuni dei testi più usati sono: Mankiw (2004), Blanchard (2006), Stockman (1999), Hyman (1994), Slavin (1994), Boyed e Melvin (1994), Sachs e Larrain (1993), Ekelund e Tollison (2000), Case e Fair (1994), Dornbusch e Fischer (1990). Solo pochi autori di manuali (Colander 1995 e Sloman 1994) menzionano le qualità della moneta, mentre Melotte e Moore (1995) affermano che una buona moneta dev’essere divisibile, facile a trasportarsi, durevole e di valore stabile. Addirittura, il manuale di Abel, Bernanke e Croushore (2008) non parla affatto delle qualità.

Williamson (2005, pag. 536) si spinge fino a discutere svariati problemi relativi alle qualità della moneta merce: in primo luogo, la sua qualità sarebbe difficile a identificarsi. In secondo luogo, produrla sarebbe costo. In terzo luogo, l’uso della merce come moneta la distoglie da altri usi.

Williamson (2005) potrebbe aver fornito il vero motivo per cui si scrivono solo poche righe – se si scrivono – a proposito della qualità della moneta, perché è stato l’avvento della moneta-segno che ha spinto gli economisti a credere di aver trovato la forma perfetta di moneta. Così, Lewis e Mizen (2000, pag. 47) affermano che la moneta cartacea può, in linea di principio, funzionare meglio della moneta-merce. Sostengono che il suo valore può essere stabilizzato meglio e che comporta costi minori in termini di risorse.

Un secondo motivo per la virtuale scomparsa della qualità della moneta dall’analisi economica è il modello dell’equilibrio generale e la matematizzazione della scienza economica. Nell’analisi basata sull’equilibrio generale, non esiste alcun processo. Con quest’analisi, l’evoluzione e l’origine della moneta, che richiederebbero un’analisi della qualità della moneta, non possono essere spiegate. In effetti, la teoria quantitativa della moneta non può spiegare né il sorgere della moneta né la sua demonetizzazione. Inoltre, la matematizzazione in economia e la corrispondente ascesa della teoria quantitativa della moneta lasciano ampio spazio alle misurazioni. Dal momento che la quantità della moneta si può impiegare meglio in termini di matematica e misurazioni, la sua qualità è passata in cavalleria.

Intuizioni nel campo della teoria della qualità della moneta sono esistite prima del ventesimo secolo. Ma queste anticipazioni si limitano ad elencare le caratteristiche che deve possedere un buon mezzo di scambio, trascurando di sottolineare l’importanza delle caratteristiche per il potere d’acquisto della moneta. In altri termini, esse non studiano l’impatto dei mutamenti di tali caratteristiche sul potere d’acquisto e non si traducono in una teoria unitaria della qualità della moneta. La moneta assolve ad altre funzioni, oltre a servire come mezzo di scambio. Essa funge anche da riserva di valore e unità di conto. Una completa teoria della qualità della moneta, pertanto, deve studiare le qualità di una moneta anche rispetto a queste altre due funzioni. Qui non si prenderà in esame la funzione di unità di conto, per concentrarsi invece sulle funzioni di mezzo di scambio e riserva di ricchezza.

Articolo di Philipp Bagus su THE QUARTERLY JOURNAL OF AUSTRIAN ECONOMICS 12, NO. 4 (2009): 22–45

Tradotto da Guido Ferro Canale