Le interferenze coercitive – III parte

Esternalità negative

stemma misesPer le esternalità negative (es. inquinamento) sono state individuate tre soluzioni: regolazione diretta (es. si impone all’acciaieria di filtrare i fumi), tassazione (somma pari al danno causato: “tasse sulle emissioni” o “tasse di Pigou”)[1], azioni collettive (si consente ai cittadini coinvolti di citare in giudizio l’impresa inquinante per i danni).

L’analisi di Pigou era basata sulla misurabilità dell’utilità e sulla comparazione fra le utilità di individui diversi, per cui sarebbe possibile da parte di un soggetto esterno migliorare il benessere dell’intero sistema economico. Ma le utilità non sono misurabili e confrontabili; le preferenze si “rivelano” solo con le azioni e le scelte dei singoli, e il loro benessere non può essere dedotto da formule matematiche.

Per le esternalità negative, la soluzione di mercato più efficiente è l’iniziativa del danneggiato (richiesta di risarcimento dei danni), anche attraverso le azioni collettive.

In materia ambientale invece la politica oggi dominante è quella del divieto introdotto attraverso la legislazione. Ad esempio, le norme di conservazione delle risorse non rinnovabili (es. petrolio, la terra del demanio): l’effetto è la restrizione della produzione presente a vantaggio di quella futura e l’utilizzazione di risorse riproducibili (es. gli alberi) al posto di quelle razionate. Vengono violate le preferenze temporali degli individui, aumentando i risparmi e gli investimenti rispetto al consumo. Inoltre, la riduzione di offerta di terra consente ai proprietari delle altre terre di aumentare il prezzo. Si ritiene che i privati non siano lungimiranti, mentre lo Stato sì: ma non è vero, perché il valore presente della terra posseduta dall’imprenditore dipende dai redditi futuri attesi ed egli ha quindi interesse a curare la sua risorsa, non a sfruttarla in maniera intensiva.

Modifica coercitiva dei consumi 

Un altro intervento che causa una modifica nell’allocazione delle risorse è rappresentato dalle misure volte a indirizzare i consumi delle persone. L’intervento può essere rivolto a proibire o contenere il consumo di alcuni beni (è il caso più frequente) o a incentivarlo. Esempi del primo tipo sono le restrizioni su droghe, alcool, tabacco, farmaci, bibite, videopoker, beni provenienti dall’estero. I motivi con cui vengono giustificati tali interventi sono due: il perseguimento di politiche paternalistiche (molti individui non sono responsabili o razionali e danneggerebbero se stessi) e il contrasto delle esternalità negative (ad esempio l’incidente provocato dall’automobilista ubriaco). Gli strumenti sono: proibizione totale tramite la legislazione; imposte indirette; prescrizione medica; obbligo di rivolgersi al notaio per il trasferimento di un bene (es. appartamento, automobile); il protezionismo nel commercio internazionale.

In base alle preferenze personali (criterio delle preferenze dimostrate), si può dire con certezza che il consumatore dopo l’interferenza sta peggio, perché può consumare quantità inferiori di quelle desiderate o deve pagare un prezzo maggiore per il bene. In particolare si riduce sicuramente il benessere dei consumatori responsabili, la netta maggioranza dei consumatori; per cui i costi dell’intervento risultano superiori ai ricavi. [2]

I critici dell’intervento sostengono che i consumi sono indirizzati nella maniera migliore dal mercato, che possiede uno standard razionale: i più alti redditi monetari (tra cui i profitti); infatti ciò significa aver soddisfatto al massimo grado i consumatori[3].

Esempi di interventi volti a favorire il consumo di un determinato bene sono le deduzioni di imposta per le spese effettuate, ad esempio per il mutuo per la casa, o le aliquote di imposta indiretta basse sui libri scolastici, o i contributi alla rottamazione della vecchia automobile per acquistarne una nuova.

Restrizioni della produzione

Consiste nel divieto di produrre un bene o un servizio, o nella riduzione delle quantità vendibili del bene. A volte sono associati a divieti o restrizioni nel consumo (v. supra). Esempi del primo tipo sono il divieto di vendere liquori o droghe; esempi del secondo il razionamento, le quote di produzione in agricoltura, i limiti alla durata del tempo di lavoro, i limiti all’età lavorativa, la fissazione degli orari degli esercizi commerciali, le licenze, i brevetti, i limiti all’accesso alle professioni, i limiti alla concentrazione spaziale di alcuni esercizi commerciali (farmacie, panetterie), i limiti alla vendita di alcuni beni in alcuni esercizi commerciali (es. i farmaci nei supermercati), i divieti di commistioni fra banche e imprese, le leggi antitrust.

Le restrizioni alla produzione in ultima istanza sono una diversione delle risorse da un settore a un altro. È evidente che i controlli sulle quantità prodotte danneggiano tutte le parti coinvolte nello scambio: l’acquirente è costretto a rinunciare a soddisfazioni che valuta di più, cioè ai suoi desideri più urgenti, e riceve soddisfazioni che valuta di meno; il produttore, a cui viene impedito di guadagnare in quel settore, deve adeguarsi a guadagni più bassi in un altro settore.

Un effetto in genere è la formazione di mercati “neri”; ma, a causa dell’illegalità, le quantità offerte sono comunque inferiori a quelle che si sarebbero realizzate in un mercato legale, e il prezzo sul mercato nero è più alto per compensare il produttore dei rischi connessi con la violazione della legge. Inoltre l’illegalità ostacola il processo di distribuzione delle informazioni ai consumatori (es. attraverso la pubblicità).

Restrizioni parziali alla produzione

Legislazione pro lavoro: il limite alle ore giornaliere di lavoro riduce la produzione totale e dunque il tenore di vita anche dei lavoratori. Nei paesi più arretrati, in cui la produttività del lavoro è molto più bassa, i danni per quei lavoratori sono ancora maggiori (è lo stesso motivo per cui in quei paesi gli stessi genitori desiderano il lavoro infantile). Il fatto che il tenore di vita del lavoratore medio americano sia incomparabilmente più soddisfacente di quello del lavoratore medio cinese non è una conquista del governo e delle leggi, ma dipende dal fatto che il capitale investito per ogni impiegato è molto maggiore che in Cina e conseguentemente che la produttività marginale del lavoro è molto più alta.

Divieto del lavoro minorile: il reddito delle famiglie con figli viene arbitrariamente ridotto; aumenta la quota di popolazione che consuma soltanto e dunque il tenore di vita complessivo si riduce. Restringendosi l’offerta di lavoro aumentano i saggi di salario. Nei paesi meno sviluppati le famiglie non hanno redditi tali da potersi permettere il mantenimento e l’istruzione dei figli fino all’età di 14 o 16 anni, come avviene nei paesi più ricchi.

Licenze (es. tassisti): solo alcuni possono offrire il bene o il servizio; in caso di assegnazione di monopoli, solo uno. Restringono l’offerta di lavoro e di imprese. Il pagamento della licenza impedisce l’ingresso di coloro che hanno piccole disponibilità di capitale iniziale.

Privilegi – Anziché introdurre la proibizione assoluta lo Stato a volte assegna la produzione di un dato bene in monopolio ad una sola impresa. Con gli effetti noti del monopolio (prezzi più alti). Esempi di privilegi monopolistici sono molte delle restrizioni parziali elencate sopra (es. le licenze assegnano solo ad alcuni il diritto di produrre un bene o offrire un servizio).[4]

Brevetti: non sono una protezione dei diritti di proprietà, ma un privilegio monopolistico garantito dallo Stato al primo scopritore di un determinato tipo di invenzione. Nel libero mercato un’invenzione può essere protetta senza brevetti: se ad una persona vengono rubati da casa un progetto o un nuovo bene egli è già protetto dalla norma che vieta il furto.

Le misure restrittive avvantaggiano sempre qualcuno, danneggiando tutti gli altri. Tuttavia nel lungo andare tale vantaggio scompare, perché il settore privilegiato richiama nuovi imprenditori, la cui competizione tende a eliminare il guadagno specifico del privilegio. In generale, la situazione creatasi è meno efficiente, perché alcune risorse si sono indirizzate verso un settore a più bassa produttività, in cui i ricavi sono mantenuti artificialmente alti dal dazio.

Informazione asimmetrica  

È la situazione in cui una delle parti coinvolte nello scambio non ha (o ha meno) informazioni dell’altra parte relativamente al bene o al servizio acquistato. Esempi: sostanze contenute nei beni alimentari[5] o nei farmaci, malattie del soggetto che stipula un’assicurazione sulla vita, stile di vita del soggetto che sottoscrive un’assicurazione sanitaria, pubblicità ingannevole. In questa categoria possono essere comprese tutte le situazioni in cui lo stato interviene per la “tutela dei consumatori”; i quali, non avendo – o avendo meno – conoscenze sui beni acquistati rispetto a chi li ha prodotti, potrebbero essere preda di produttori con pochi scrupoli. Schematizzando, il presupposto su cui si fonda l’intervento è che 1) il regolatore è in grado di far emergere le informazioni mentre l’interazione fra privati no; 2) il modo sicuro e corretto per realizzare un bene o servizio (la qualità) è definibile a tavolino. L’intervento pubblico prevalentemente è incentrato sulle regolamentazioni; ad esempio, controlli e vincoli per la sicurezza e salubrità dei prodotti.

Critiche – Le interazioni fra privati, cioè il mercato, sono in grado di garantire la sicurezza e la qualità dei prodotti. In particolare, proprio la demonizzata “ricerca del profitto”: un’impresa che produce beni dannosi si rovina il nome e non vende più, compromettendo ricavi e profitti. Inoltre, se un individuo ha venduto cibo diverso da ciò che è indicato sull’etichetta o adulterato, è punibile per frode e, nel secondo caso, per lesioni.[6] Infine i concorrenti o associazioni di consumatori possono segnalare o denunciare comportamenti scorretti o informazioni pubblicitarie ingannevoli.

Il fatto che un individuo perderebbe troppo tempo ed energie per conoscere le caratteristiche di ciascun prodotto conduce i fautori della regolamentazione pubblica a ipotizzare come unica alternativa l’ingerenza dei funzionari statali, che svolgerebbero invece tale attività a tempo pieno. La prima parte dell’obiezione è vera, ma la funzione di controllo e informazione può essere svolta benissimo da associazioni private, come già oggi avviene. Si svilupperebbero ancora di più servizi di assicurazione, associazioni che effettuano analisi di laboratorio sugli alimenti, riviste[7] e siti web con valutazioni dei prodotti[8] (internet ha inferto un duro colpo alle asimmetrie informative in ogni campo[9]).

Per quanto riguarda il punto 2), “qualità” è una caratteristica soggettiva e la valutano i consumatori sul mercato. Tra l’altro, ogni individuo ha un proprio trade-off fra prezzo e qualità. Così come per la sicurezza, che non è un valore assoluto, ma viene continuamente confrontata con altri aspetti: probabilmente non ci sarebbero più incidenti automobilistici se tutti fossero costretti ad andare a 10 k/h, ma nessuno propone una misura del genere. Gli individui hanno atteggiamenti diversi rispetto al rischio. Il mercato è capace di assecondare il trade-off che ciascuna persona desidera fra sicurezza e costo del bene. Infatti alcuni imprenditori, per garantire standard di sicurezza superiori, avranno costi superiori, e dunque il bene avrà un prezzo più alto; i consumatori che gradiscono questa maggiore sicurezza (coloro cioè che valutano i miglioramenti nella sicurezza di più dell’incremento di prezzo) acquisteranno il bene.

L’imposizione statale indiscriminata attuata attraverso la legislazione elimina dalla produzione i produttori che lo Stato giudica di bassa qualità, quindi riduce l’offerta e la concorrenza e fa aumentare i prezzi (danneggiando così soprattutto i meno abbienti).[10]

A volte un impedimento introdotto per garantire la sicurezza sotto un certo aspetto riduce la sicurezza in un altro.[11]

Inoltre, la monopolizzazione della decisione da parte del regolatore pubblico diminuisce l’incentivo del consumatore a essere attento rispetto al bene o al servizio che sta acquistando.

Nel caso di asimmetria informativa fra assicurato malato e compagnia di assicurazione non c’è alcun intervento statale che possa riequilibrare la situazione; è sufficiente l’incentivo della compagnia, che potrebbe richiedere determinate analisi all’interlocutore prima della stipulazione del contratto.[12]

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla prima parte

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[1] In Italia, così come in altri paesi, le eco-tasse non vengono introdotte su singoli produttori inquinanti ma sui settori: ad esempio sulla benzina, sul bollo, sulla bolletta elettrica, sui consumi di carbone e gas metano, sull’immatricolazione dell’automobile e della motocicletta, sui sacchetti di plastica, sulle pile, sugli oli lubrificanti, sugli imballaggi, sui materiali per costruzioni, sui biglietti aerei, sui rifiuti. In Italia nel 2012 la somma incassata da queste tasse è stata pari a 44 miliardi di euro; tuttavia solo l’1% di questa cifra è stata destinata ad azioni di risanamento ambientale (sistemazione idrogeologica, disinquinamento dell’aria), il resto è stato destinato a coperture finanziarie che non hanno alcuna attinenza con l’ambiente.

[2] L’economia non si occupa dei problemi etici e non può dire se tali politiche paternalistiche siano buone o cattive. Qui si esamina solo la catallassi dell’interventismo, in base alla quale si può illustrare soltanto se un dato intervento consegua o no i fini prefissati. Facendo solo un cenno alla questione etica, come detto molti sostengono che è “realistico” fare ciò, perché altrimenti gli individui danneggerebbero se stessi. Tuttavia, una volta ammesso il principio si rischia il piano inclinato (slippery slope), perché risulta difficile sul piano logico obiettare a imposizioni ulteriori: se è in causa il benessere fisico delle persone, perché non imporre anche l’attività fisica o le diete? E perché limitare l’intervento alla protezione del fisico, e non estenderlo all’anima e alla mente, impedendo di leggere libri cattivi, vedere cattive commedie o cattivi dipinti e così via? Se si abolisce la libertà dell’uomo a stabilire il proprio consumo, gli si tolgono tutte le libertà.

[3] L’intervento volto a modificare i consumi in alcuni casi è giustificato attraverso la cosiddetta “teoria del sentiero obbligato”: un prodotto o una soluzione migliore nel mercato non si affermerebbe perché un individuo singolo o un piccolo produttore non può imporre la soluzione migliore – il costo da sostenere per passare alla soluzione migliore è troppo alto. Ad esempio, si scopre che è più efficiente guidare a sinistra anziché a destra; tuttavia nessun privato può cambiare la soluzione esistente guidando a sinistra. È necessario che lo Stato imponga il cambiamento di regola. Dunque il mercato non riuscirebbe a pervenire alla soluzione migliore. Un esempio di ciò sarebbe il sistema operativo Windows rispetto a Macintosh: il prodotto migliore è il secondo, ma si è affermato il primo. Ciò avverrebbe perché nel mondo dell’alta tecnologia, a differenza delle vecchie industrie manifatturiere, il profitto marginale per un’impresa aumenta con ciascun cliente addizionale; ogni Windows in più venduto comporta un costo via via minore per Microsoft, mentre aggiunge un ammontare crescente al valore di Windows. La “teoria economica dei profitti crescenti” conclude che a causa di questo vantaggio, ottenuto grazie alla dimensione, l’impresa affermata sul mercato schiaccia i nuovi arrivati, che sono spesso portatori di prodotti migliori. Il sistema economico si “blocca” su un sentiero che non è il migliore.

Il primo errore in questo argomento è che non esiste alcun criterio oggettivo per stabilire se una tecnologia è “migliore per la società”, al di fuori dei profitti e delle perdite degli imprenditori che hanno scelto quella tecnologia. In secondo luogo non è vero che il mercato non scalza un’impresa affermata: ad esempio il sistema VHS sostituì il sistema Betamax della Sony come standard delle videocassette.

 

[4] In generale il corporativismo privilegia gli interessi dei produttori a scapito di quelli dei consumatori.

[5] Questo argomento è utilizzato anche per legittimare politiche protezionistiche. Ad esempio, l’Unione Europea introduce vaghi e cangianti “standard di qualità” sui prodotti importabili nell’area. Per proteggere i consumatori europei dalle aflatossine, micotossine prodotte da specie fungine, vengono vietate le importazioni di cereali e frutta secca da molti paesi africani. Il danno per gli esportatori africani è stato calcolato in 650 milioni di dollari all’anno, con una riduzione delle esportazioni pari al 64% (dati 2011). La Banca mondiale ha stimato che tale politica previene soltanto un decesso su un miliardo di persone all’anno.

[6] Il sito di aste eBay è un esempio mirabile della capacità dei meccanismi di mercato di garantire sicurezza e fronteggiare i comportamenti truffaldini o sleali. Il successo di questo mercato telematico è determinato in grande misura dalla trasmissione delle informazioni sulla reputazione dei venditori e dei compratori. Prima di un acquisto il compratore può informarsi sul venditore guardando la percentuale di feedback positivi che ha ricevuto dagli acquirenti precedenti. La stessa forma di controllo è riservata al compratore, che, se con reputazione di cattivo pagatore, non troverà chi è disposto a vendergli beni; o il venditore si cautelerà con modalità particolari della transazione (es. pagamento anticipato). Queste informazioni, inoltre, non sono date una volta per tutte, ma aumentano transazione dopo transazione, cioè con l’ampliarsi della dimensione del mercato.

[7] Ad esempio “Quattroruote” per le automobili.

[8] Oltre al già menzionato eBay, altri esempi sono “TripAdvisor” per gli alberghi e i ristoranti, “Wine Spectator” per i vini.

[9] Grazie al telefono cellulare e a internet molti agricoltori africani possono conoscere i prezzi delle loro derrate su mercati anche molto lontani, scardinando così il potere degli intermediari, che offrivano loro prezzi nettamente inferiori rispetto a quelli di rivendita.

[10] «Per rendersi conto delle ripercussioni che hanno tali regolamentazioni ‘protettive’, si immagini che un governo decida di proibire la vendita di qualunque veicolo con caratteristiche qualitative inferiori ad una Mercedes. Ciò non garantirebbe forse a ciascuno di guidare sempre la migliore e più sicura delle automobili? Non proprio: dopo il decreto continuerebbero a circolare principalmente solo le automobili di coloro che possono permettersi il prezzo di una Mercedes». F. Karsten, K. Beckman, Oltre la democrazia, Usemlab, Massa, 2012, pp. 62-63. Un altro esempio di regolamentazione che provoca aumenti di prezzi è costituita dai lunghi tempi imposti per la sperimentazione dei farmaci: «essa rende anche la vita impossibile alle piccole aziende, che non sono in grado di mantenere il livello di capitalizzazione necessario per far fronte ad un’attesa di dieci anni prima che i prodotti possano cominciare a generare qualche ricavo. Tutto ciò riduce la concorrenza a vantaggio delle grandi imprese farmaceutiche, consentendo loro di far pagare prezzi più alti. È bizzarro che gli stati democratici operino così bene per favorire gli interessi dei potenti a spese del normale consumatore». J. Narveson, You and the State: A Short Introduction to Political Philosophy, Rowman & Littlefield, New York, 2008, p. 150.

[11] Negli anni Settanta del Novecento l’economista Sam Peltzman produsse una ricerca che evidenziava come l’introduzione di alcuni standard di sicurezza nelle automobili (cinture, piantone dello sterzo e parabrezza ad assorbimento d’urto) avesse indotto una guida più veloce e più rischiosa. La mortalità dei passeggeri per incidente stradale si era ridotta, ma era aumentata quella dei pedoni, dei ciclisti e dei motociclisti, ovviamente non protetti dai sistemi introdotti nelle automobili. I guidatori, percependo un abbassamento del rischio, assunsero comportamenti alla guida più imprudenti, determinando aumenti di fatalità a carico dei “non passeggeri”. Un altro esempio di spostamento del rischio causato dalla regolamentazione è il seguente: alcuni anni fa negli Stati Uniti fu imposta l’eliminazione del cordoncino che stringe il cappuccio delle giacche per bambini, perché un bambino aveva rischiato di soffocare; ma questa misura può provocare una polmonite perché non ci si può riparare dal freddo e dal vento forti.

[12] Un caso in cui l’asimmetria informativa diventa addirittura reato è l’insider trading (trattare titoli possedendo informazioni riservate). Ma l’argomento che la conoscenza, se non distribuita in maniera omogenea fra tutte le persone, possa rendere un’azione illegittima, potenzialmente può impedire qualsiasi transazione di mercato. Una persona che ha acquistato un ombrello perché ha visto una trasmissione meteo avrebbe acquisito un illecito vantaggio su tutti coloro che non hanno visto la stessa trasmissione, dunque sarebbe colpevole; il che è un’assurdità.