Interferenze coercitive – V parte

Redistribuzione del reddito

 stemma misesLa redistribuzione del reddito è giustificata con l’argomento che il mercato non protegge da tre fenomeni: povertà, diseguaglianza, insicurezza.[1] La redistribuzione avviene attraverso diversi strumenti: l’imposizione fiscale progressiva (v. supra), gli istituti del Welfare State[2], i controlli dei prezzi (tra cui i salari: salario minimo), gli interventi di sviluppo territoriale.

 Gli istituti del cosiddetto Stato sociale sono costituiti dall’erogazione di beni o servizi in natura come la sanità, l’istruzione, e la casa; dalla previdenza (a ripartizione)[3]; e da tutti i trasferimenti che compongono l’assistenza, cioè le provvidenze in denaro volte ad alleviare condizioni di disagio originate da situazioni diverse quali la disoccupazione, la malattia, l’inabilità, l’invalidità, la povertà, la vedovanza, i figli a carico ecc.[4] Nell’accezione dei redistributivisti, gli istituti dello Stato sociale sono “redistributivi” perché i servizi sono offerti ai beneficiari gratuitamente o semigratuitamente, mentre le risorse necessarie per finanziarli sono prelevate attraverso meccanismi progressivi; dunque perché trasferiscono risorse dai più benestanti ai più disagiati. In termini prasseologici, sono redistributivi per il solo fatto di sottrarre coercitivamente risorse ad alcuni per assegnarle ad altri, indipendentemente dai livelli di ricchezza dei soggetti coinvolti.

 Nella redistribuzione ciò che avviene è che i guadagni di ciascuno vengono determinati separatamente (cioè sono diversi) dai guadagni effettivi ottenuti con la produzione e lo scambio. Dunque si introduce un processo di distribuzione separato dalla produzione.

Il principale argomento accademico a favore della redistribuzione, fornito da A. Pigou, è il seguente: l’utilità marginale (incremento di benessere) derivante da un’unità monetaria in più tende a ridursi all’aumentare del numero di unità monetarie possedute. Poiché le persone hanno la stessa scheda di utilità marginale, i percettori di redditi più bassi traggono dall’ultima unità monetaria un’utilità marginale più alta; cioè, se percepiscono un’unità monetaria in più, aumentano maggiormente il loro benessere rispetto a coloro che possiedono un reddito alto. Quindi, per accrescere il benessere collettivo, bisogna redistribuire reddito dai ricchi ai poveri.

Questo ragionamento, se svolto con coerenza, deve condurre ad una distribuzione del reddito perfettamente egalitaria: infatti, finché vi sono persone con reddito più elevato di altre, la redistribuzione aumenta il benessere, dato che trasferisce unità monetarie da coloro che hanno un’utilità marginale più bassa a coloro che hanno un’utilità marginale più alta. Ci si può fermare solo quando tutti i redditi sono uguali; conclusione che oggi quasi nessuno accetterebbe.

Alla tesi redistributivista è stata rivolta anche la seguente critica: le schede di utilità marginale delle persone non sono uguali: alcuni valutano i beni materiali più di altri, e lavorano di più per ottenerne di più; dunque un individuo ad alto reddito potrebbe avere un’utilità marginale maggiore di un individuo a basso reddito (l’accusa di “avidità” spesso rivolta ai ricchi dai redistribuzionisti sarebbe una implicita ammissione della correttezza di tale conclusione).[5]

Distorsioni provocate dalla redistribuzione forzosa

Il difetto principale è rappresentato dai disincentivi alla produzione, che operano sia dal lato dei beneficiari sia degli incisi.

I sussidi e le varie tipologie di trasferimenti, assegnando un reddito anche in assenza di una controprestazione lavorativa, scoraggiano il beneficiario dal lavorare, in quanto si riduce la disutilità marginale derivante dal riposo, cioè il reddito perduto per aver riposato. Ad esempio, l’indennità di disoccupazione, come il salario minimo, scoraggia il beneficiario dall’accettare lavori che pagano salari inferiori, uguali o anche di poco superiori all’indennità.

In generale, lo stato assistenziale provoca modifiche anche nei comportamenti sociali, affievolendo il principio dalla responsabilità individuale e accentuando la dipendenza dallo Stato e atteggiamenti parassitari.[6]

Come si è visto relativamente alla tassazione (v. retro), contemporaneamente la redistribuzione forzosa scoraggia anche i produttori, coloro da cui il reddito viene prelevato. Dunque, viene prolungata l’attività dei soggetti inefficienti a spese dei soggetti efficienti.[7]

L’effetto finale di tale combinato disposto è una contrazione del reddito prodotto, dunque una minore ricchezza della collettività.

Un secondo effetto è l’aumento del costo del lavoro, determinato dalla crescita degli oneri sociali necessari per finanziare le prestazioni del Welfare. In conseguenza si determinano prezzi dei beni più alti e/o una riduzione della domanda di lavoro da parte delle imprese. Ancora un effetto recessivo. Nei termini della teoria dei giochi, la redistribuzione non è un gioco a somma zero, ma a somma negativa.

Inoltre, una parte consistente delle risorse prelevate non arriva ai destinatari (eventuali bisognosi) ma è assorbita dalla burocrazia pubblica che le intermedia (stipendi dei funzionari, strutture residenziali, acquisti e sostituzioni di beni per gli uffici ecc.) [8]. Una volta che una burocrazia pubblica è stata istituita risulta poi impossibile smantellarla, in quanto i suoi membri costituiranno un gruppo di interesse combattivo, politicamente organizzato e strategicamente posizionato (la presunta competenza tecnica rivendicata presso il legislatore).

Infine, spesso si verifica che il trasferimento redistributivo è capovolto, da gruppi a reddito più basso verso gruppi a reddito più alto, perché questi ultimi sono più organizzati dei primi, sono in grado di svolgere attività di lobbying e godono di collegamenti politici: le banche, le grandi aziende industriali, le associazioni professionali, gli agricoltori[9], le agenzie per gli aiuti allo sviluppo, le organizzazioni ambientaliste, le associazioni culturali.[10]

Il combinato disposto di disincentivi, dispersione burocratica e redistribuzione capovolta determina un fallimento nel conseguimento dell’obiettivo della redistribuzione: la condizione di disagio non viene alleviata o rimossa.[11]

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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Note

[1] I sostenitori del libero mercato replicano che in un contesto di mercato opererebbero tre istituzioni private in grado di risolvere le situazioni di disagio e insicurezza: la famiglia, le associazioni caritative, il meccanismo delle assicurazioni. Per quanto riguarda la povertà, storicamente i paesi che hanno cancellato il mercato hanno sperimentato tenori di vita molto bassi. Circa la ‘sicurezza’ da molti invocata, spesso è il mantenimento degli interessi precostituiti, la staticità.

[2] In maniera organica e universalistica il Welfare State ha origine nel Regno Unito con il Rapporto Beveridge del 1942, poi attuato dal governo Attlee a partire dal 1946. Tuttavia già in precedenza in alcuni paesi sono presenti forme elementari o parziali di assistenza: in Germania nel 1883 Bismarck introduce l’assicurazione sociale contro gli infortuni e di tipo previdenziale; negli Stati Uniti la Social Security viene introdotta nel 1935.

[3] In un sistema pensionistico contributivo a capitalizzazione la pensione dipende dai contributi accantonati durante il periodo lavorativo, accresciuti dall’investimento; in un sistema retributivo la pensione è sganciata dai contributi effettivamente versati, essendo in genere commisurata agli ultimi stipendi percepiti, e dunque di fatto è a carico degli attivi. In Italia i contributi versati all’Istituto Nazionale Previdenza Sociale sono pari a circa il 40% dello stipendio lordo di un lavoratore dipendente. In astratto, il 35% è a carico del datore di lavoro, il 5% a carico del lavoratore. Di fatto, quale che sia la ripartizione, il costo del lavoro per il datore è il medesimo. Formalmente, lo stipendio lordo non comprende la somma a carico del datore di lavoro; ad esempio, uno stipendio lordo di 100 comporta un contributo di 53 a carico del datore che non compare in busta paga. Sui 100 il lavoratore contribuisce con 9 (9%). Ma di fatto, si può dire che su un salario lordo di 153, il datore contribuisce per 53, dunque il 35%, e il lavoratore per 9, che è pari appunto al 5%. Dati 2003. Anche la Social Security americana è, al di là delle finzioni contabili, un sistema a ripartizione, in cui le somme percepite dagli ultrasessantacinquenni sono pagate attraverso le imposte prelevate sugli attivi.

[4] Qui di seguito viene sinteticamente illustrata la disciplina italiana relativa ad alcuni di tali trasferimenti.

sussidio di disoccupazione: durata 180 giorni (6 mesi), 9 mesi per chi ha più di 50 anni; 40% della retribuzione media percepita negli ultimi 3 mesi di lavoro.

pensione di inabilità (infermità fisica o mentale che provoca un’impossibilità a svolgere qualsiasi lavoro) e di invalidità (riduzione della capacità di lavoro a meno di un terzo); bisogna aver lavorato per almeno 5 anni;

indennità di accompagnamento: persone che hanno bisogno di assistenza continua perché non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita; € 472 mensili;

pensione (assegno) sociale: dopo i 65 anni, circa €350 a reddito zero, ridotta per redditi superiori fino a €4557 annui, al di sopra non spetta; con coniuge il reddito massimo è €9114.

cassa integrazione: ai lavoratori del settore industriale ed edile, 80% della retribuzione ma con limite massimo di €886 mensili (2009); ordinaria: in caso di contrazione dell’attività produttiva; periodo fino a 1 anno; straordinaria: in caso di crisi di rilevanza settoriale o di ristrutturazioni dell’azienda; periodo fino a 2 anni;

indennità di mobilità: in caso di licenziamento del lavoratore per cessazione dell’attività o per riduzione di personale da parte dell’azienda, dopo esaurimento della cassa integrazione;

pensione di reversibilità: se beneficiario è solo il coniuge ed è privo di altri redditi, 60% della pensione; coniuge più un figlio a carico (fino a 26 anni se studente universitario) 80%; coniuge più due figli a carico 100%; se il beneficiario ha un reddito annuo superiore a €17.869, la pensione è ridotta del 25%;

indennità di maternità: due mesi prima e tre mesi dopo il parto, 80% della retribuzione;

assegni familiari: varia in base al reddito e alla numerosità del nucleo familiare; es. fino a €12.500, 137,50.

Vi sono poi i servizi sociali offerti dagli enti locali, prevalentemente i comuni: centri per anziani o per minori, assistenza domiciliare agli anziani e ai disabili, borse di studio per l’inserimento al lavoro.

Si può definire una funzione di offerta del welfare, che istituisce una relazione diretta fra i trasferimenti – in moneta, beni o servizi – effettuati dallo Stato e il numero di “clienti”, cioè di persone che si offrono come beneficiari dell’assistenza. Più precisamente, la funzione di offerta dei clienti del welfare è inversamente correlata alla differenza fra il tasso salariale prevalente nella zona ed il livello degli emolumenti del welfare. Questa differenza è il “costo opportunità” dell’affidarsi al welfare, cioè l’importo che un individuo perde se ozia invece di lavorare. Se, per esempio, lo stipendio prevalente in una zona aumenta e i trasferimenti del welfare rimangono gli stessi, il differenziale e il “costo opportunità” dell’ozio aumentano e la gente tenderà a rinunciare al sussidio di disoccupazione e a scegliere di lavorare. Se accade l’opposto, più gente chiederà il sussidio di disoccupazione.

Vi è un altro fattore, di tipo valoriale o culturale, che incide sull’offerta di clienti, ed è il senso di disagio o di vergogna derivante dalla condizione di assistito: quanto maggiore è lo stigma sociale, tanto minore sarà il numero di persone che si rivolge agli istituti del welfare, e viceversa, quanto più si diffonde l’idea che il welfare sia un “diritto” tanto maggiore sarà il numero dei richiedenti.

[5] Per suscitare indignazione, è molto frequente la presentazione della statistica sulla ripartizione della ricchezza nei termini: “l’1% della popolazione mondiale possiede il 40% della ricchezza” (dati 2008; Stati Uniti: l’1% più ricco possiede il 17,4% del reddito [2010]; Italia: il 10% più ricco possiede il 45,9% della ricchezza [dati Banca d’Italia 2010]). Tuttavia si trascura la circostanza che una gran parte di questa ricchezza è composta di mezzi di produzione (edifici, macchinari, fabbriche), funzionali alla produzione di quei beni e servizi che aumentano il tenore di vita anche della restante parte della popolazione.

[6] La legittimazione del ‘diritto a essere assistiti’ genera anche conflitti fra gruppi destinatari delle risorse, in quanto alcuni gruppi ritengono di ricevere ingiustamente meno di altri, il che innesca una rincorsa alle risorse, in genere associata alla politicizzazione di tali conflitti.

[7] In qualunque società la maggioranza delle persone tende a essere meno facoltosa degli individui più abili e di successo. Essendo maggioranza, nei sistemi democratici riesce a redistribuire la ricchezza a proprio favore. Tuttavia produzione e distribuzione non sono separate; i prodotti vengono in essere come proprietà di qualcuno. Non vi è un ammontare dato di prodotto indipendente dalla struttura dei diritti di proprietà. Dunque se, a fini redistributivi, si interviene con la confisca, i produttori sono indotti a consumare anziché accumulare il capitale.

L’idea che sottostà alle politiche interventiste è che i maggiori redditi e ricchezze della parte più benestante della popolazione costituiscono un fondo inesauribile che può essere usato liberamente per migliorare le condizioni dei meno abbienti. Ma gli aumenti di spesa pubblica, e dunque le tasse, hanno raggiunto un livello tale da cancellare questo fondo, e costringere i governanti a incidere anche sui redditi medi e medio-bassi. Dunque l’interventismo è destinato a finire, perché le misure restrittive riducono la produzione. Una volta esaurito il “sovrappiù” che viene confiscato, è impossibile continuare con tale politica.

[8] I due terzi secondo studi americani: R. Woodson 1989, M. Tanner 1996. Le società private che svolgono attività di carità assorbono per sé meno di un terzo delle risorse intermediate. Secondo uno studio di J.R. Edwards le proporzioni precedenti sono rispettivamente due terzi e un decimo: J.R. Edwards, The Costs of Public Income Redistribution and Private Charity, in “Journal of Libertarian Studies”, vol. 21, n. 2, 2007. In generale il Welfare di stato ha scacciato le organizzazioni private filantropiche, religiose, di carità e di beneficienza, di volontariato, orientate al self-help.

[9] Nel 2010 il 40% del budget dell’Unione Europea è stato speso in sussidi all’agricoltura. Negli Stati Uniti il 67% delle sovvenzioni all’agricoltura affluiscono alle aziende agricole di maggiori dimensioni, il 17% del totale.

[10] Come si è visto sopra, alcuni servizi gestiti dallo Stato vengono offerti gratuitamente o semigratuitamente, dunque a prezzo zero o a un prezzo notevolmente inferiore al costo di produzione. Tale circostanza genera un ulteriore effetto negativo, le cosiddette “code” o “file”, causate da una domanda elevatissima. L’esempio tipico è rappresentato dalle lunghe attese per alcune prestazioni sanitarie.

[11] Negli Stati Uniti a partire dal 1965, con i programmi della Great Society di Lyndon Johnson, i livelli di spesa per il welfare salirono rapidamente. Tuttavia i tassi di povertà (numero di individui che vivono al di sotto della soglia di povertà sul totale), dopo una breve discesa, rimasero stabili negli anni Settanta e addirittura aumentarono negli anni Ottanta.