Conoscenza, verità e menzogna

ethics libertyLa nostra teoria dei diritti di proprietà può essere usata per districare un’intrecciata matassa di problemi complessi che ruotano attorno a questioni di conoscenza, verità e menzogna, e la diffusione della conoscenza.

Per esempio, ha Smith il diritto (di nuovo, siamo interessati al suo diritto, non alla moralità o all’estetica del suo esercitare tale diritto) di stampare e diffondere l’affermazione secondo cui “Jones è un bugiardo” o “Jones è stato condannato per furto” o “Jones è un omosessuale”?

Ci sono tre possibilità logiche riguardo alla verità di un’affermazione simile:

1 – l’affermazione riguardo a Jones è vera;

2 – è falsa e Smith sa che è falsa; oppure

3 – più realisticamente, la veridicità o falsità dell’affermazione si trova in una zona vaga, non conoscibile con certezza né precisamente (per esempio, nei casi summenzionati, che uno sia o meno un “bugiardo” dipende da quante e quanto grave è lo schema di bugie che una persona ha detto e se per tali essa sia ascrivibile alla categoria dei “bugiardi” – un’area dove i giudizi individuali possono differire e, probabilmente, differiranno).

Supponiamo che l’affermazione di Smith sia definitivamente vera. Sembra chiaro che, allora, Smith abbia perfettamente il diritto di stampare e diffondere l’affermazione. Per certo rientra tra i suoi diritti farlo. Certamente è anche tra i diritti di Jones di cercare di confutare l’affermazione fatta su di lui. Le attuali leggi di diffamazione rendono l’azione di Smith illegale se fatta con intenzionale “malizia”, anche se l’informazione è vera. E, dunque, sicuramente la legalità o illegalità dovrebbero dipendere non sulla motivazione dell’attore, ma sulla natura obiettiva del fatto. Se un’azione è oggettivamente non invasiva, allora dovrebbe essere legale senza tener conto delle intenzioni benevole o maliziose dell’attore (sebbene l’ultima potrebbe benissimo essere rilevante per la moralità di tale azione). E ciò avviene nonostante le ovvie difficoltà che si incontrano in campo legale nel dover determinare le motivazioni soggettive di un individuo per una qualsivoglia azione.

Comunque, Smith potrebbe essere accusato di non avere il diritto di stampare una tale affermazione perché Jones ha il “diritto alla privacy” (un suo diritto “umano”) che Smith non ha il diritto di violare. Ma davvero esiste tale diritto alla privacy? Come può esserci? Come può esserci un diritto che impedisce a Smith con la forza dal diffondere la conoscenza che possiede? Sicuramente non ci può essere un tale diritto. Smith possiede il suo corpo e dunque ha il diritto di possedere la conoscenza che ha nella sua testa, inclusa la sua conoscenza riguardo a Jones. E, dunque, egli ha come corollario il diritto di stampare e diffondere tale conoscenza. In breve, come nel caso del “diritto umano” di libera parola, non c’è alcuna cosa come un diritto alla privacy se non il diritto di proteggere la proprietà di uno da un’invasione. L’unico diritto “alla privacy” è il diritto di proteggere la proprietà di uno dall’essere invasa da qualcun altro. In breve, nessuno ha il diritto di svaligiare la casa di qualcun altro, o di mettere delle cimici nei telefoni di qualcuno. Le intercettazioni telefoniche sono propriamente un crimine non a causa di qualche vaga e nebulosa “invasione del ‘diritto alla privacy’”, ma perché è un’invasione del diritto di proprietà della persona che viene intercettata.

Oggigiorno, le corti distinguono tra le persone “sotto i riflettori” che si ritiene non abbiano un diritto alla privacy e che possano essere menzionate dalla stampa pubblica, e le persone “private” che si considera abbiano un tale diritto. Dunque, tali distinzioni sono di sicuro fallaci. Agli occhi del libertario ognuno ha gli stessi diritti nella sua persona e nei suoi beni che egli trova, eredita o compra – ed è illegittimo fare distinzioni nel diritto di proprietà tra un gruppo di persone ed un altro. Se ci fosse una qualche sorta di “diritto alla privacy”, allora semplicemente essere menzionati largamente dalla stampa (ovvero, precedenti perdite del “diritto”) potrebbe scarsamente legittimare l’essere privati di un tale diritto completamente. No, l’unica possibile strada da seguire è di mantenere salda l’idea che nessuno ha alcun falso “diritto alla privacy”, o diritto di non essere menzionato pubblicamente; mentre chiunque ha il diritto di proteggere la sua proprietà contro un’invasione. Nessuno può avere un diritto di proprietà sulla conoscenza che si trova nella testa di qualcun altro.

Negli ultimi anni, il caso Watergate ed i Documenti del Pentagono hanno portato alla ribalta tali questioni sulla privacy, sui “privilegi” dei giornalisti, e sul “diritto del pubblico di sapere”. Dovrebbe, per esempio, un giornalista avere il diritto di “proteggere la sua fonte di informazioni” in una corte? Molte persone affermano che i giornalisti abbiano un simile diritto, basando tale affermazione sia (a) su “privilegi” speciali che maturano, secondo quanto si dice in modo confidenziale, in favore di giornalisti, avvocati, dottori, preti e psicoanalisti, sia (b) sul “diritto del pubblico di sapere” e, dunque, sulla più vasta conoscenza possibile diffusa per mezzo stampa. Dunque, dovrebbe essere chiaro a questo punto che entrambe tali affermazioni sono false. Sull’ultimo punto, nessuna persona o gruppo di persone (e dunque “il pubblico”) ha il diritto di conoscere qualcosa. Loro non hanno il diritto di conoscere ciò che altre persone hanno (in testa) e che rifiutano di divulgare. Poiché, se un uomo ha l’assoluto diritto di divulgare la conoscenza che è nella sua testa, egli ha anche il diritto derivato come corollario di non divulgare tale conoscenza. Non c’è alcun “diritto di conoscere”; c’è solo il diritto del conoscitore di divulgare la sua conoscenza o di tacerla. Nessuna particolare professione, sia essa il giornalista o il medico, può reclamare alcun particolare diritto di confidenzialità che non è posseduto da nessun altro. I diritti di proprietà e libertà di una persona devono essere universali.

La soluzione al problema delle fonti del giornalista, di fatto, sta nel diritto del conoscitore – qualsiasi conoscitore – di rimanere in silenzio, di non divulgare tale conoscenza se egli lo desidera. Dunque, non solo i giornalisti o i medici, ma chiunque dovrebbe avere il diritto di proteggere le sue fonti, o di stare in silenzio, in una corte o in qualsiasi altro luogo. E questo, infatti, è l’altro lato della medaglia delle nostre precedenti restrizioni contro il potere di obbligare a comparire in giudizio. Nessuno dovrebbe essere affatto forzato a testimoniare, non solo contro se stesso (come nel Quinto Emendamento) ma contro o a favore di chiunque altro. La stessa testimonianza obbligatoria è il male centrale in questa intera faccenda.

Comunque, c’è un’eccezione al diritto di usare e divulgare la conoscenza che è nella testa di qualcuno: vale a dire, se essa è stata procurata da qualcun altro come una proprietà condizionale piuttosto che assoluta. Così, supponiamo che Brown permetta a Green di entrare a casa sua e gli mostri un’invenzione che Brown aveva tenuto segreta fino a quel momento, ma gliela mostri solo alla condizione che Green mantenga questa informazione solo per sé. In questo caso, Brown non ha concesso a Green alcuna proprietà assoluta sulla conoscenza dell’invenzione, ma una proprietà condizionale, con Brown che non usa il potere della proprietà per divulgare la conoscenza dell’invenzione. Se Green rivela ad altri l’informazione dell’invenzione, egli sta violando il diritto di proprietà residuo di Brown di divulgare la conoscenza dell’invenzione, ed è dunque da considerarsi alla stregua di un ladro.

La violazione del diritto d’autore (in common law) è equivalente alla violazione di un contratto e furto di proprietà. Supponiamo che Brown costruisca una trappola per topi migliore e la venda in lungo e in largo, ma marchi ogni trappola “copyright Mr. Brown”. Ciò che in questo modo sta vendendo non è l’intero diritto di proprietà su ogni trappola per topi, ma il diritto di fare qualsiasi cosa con la trappola eccetto vendere quella stessa trappola, o una copia identica, a qualcun altro. Il diritto di vendere la trappola per topi di Brown è mantenuto da Brown per l’eternità. Dunque, per un acquirente di una trappola per topi, per esempio Green, intraprendere la vendita di trappole identiche è una violazione del suo contratto e del diritto di proprietà di Brown, e quindi perseguibile come furto. Dunque, la nostra teoria dei diritti di proprietà include l’inviolabilità del copyright contrattuale.

Un’obiezione comune è la seguente: va bene, sarebbe criminale per Green riprodurre e vendere la trappola per topi di Brown; ma supponiamo che a qualcun altro, Black, che non abbia sottoscritto il contratto con Brown, capiti di vedere la trappola per topi di Green, e proceda col produrre e vendere delle repliche. Perché egli dovrebbe essere perseguitato? La risposta è che, come nel caso della nostra critica degli strumenti negoziabili, nessuno può acquistare un titolo di proprietà su qualcosa più grande di quello che è stato venduto o dato via. Green non possedeva il diritto di proprietà totale sulla sua trappola per topi, in accordo con il suo contratto con Brown – ma solo tutti i diritti eccetto quello di venderla o replicarla. Quindi il diritto di Black sulla trappola per topi, ovvero la proprietà delle idee che sono nella testa di Black, non può essere più grande di quello di Green, e dunque anche egli sarebbe un violatore della proprietà di Brown anche se egli stesso non ha sottoscritto il contratto originale.

Ovviamente, potrebbero esserci alcune difficoltà nella reale applicazione dei diritti di proprietà di Brown. Ossia, come in tutti i casi di presunto furto o altro crimine, qualsiasi imputato è innocente fino a prova contraria. Sarebbe necessario per Brown provare che Black (per Green non si porrebbe il problema) ha avuto accesso alla trappola per topi di Brown e non abbia inventato un simile prototipo di trappola da sé, indipendentemente. Per la natura delle cose, per alcuni prodotti (p.e., libri, dipinti) rispetto ad altri (p.e., trappole per topi) è più facile provare che siano prodotti unici di menti individuali.[1]

Se, dunque, Smith ha l’assoluto diritto di spargere ciò che sa sul conto di Jones (stiamo ancora assumendo che la conoscenza sia corretta) e, per corollario, ha il diritto di rimanere in silenzio riguardo a tale conoscenza, allora, a maggior ragione, egli sicuramente ha anche il diritto di andare da Jones e ricevere un pagamento in cambio della non divulgazione di tale informazione. In breve, Smith ha il diritto di “ricattare” Jones. Come in tutti gli scambi volontari, entrambe le parti beneficiano da un tale scambio: Smith riceve dei soldi, e Jones ottiene il servizio da parte di Smith di non spargere la notizia sul suo conto che Jones non vorrebbe vedere in possesso di altri. Il diritto di ricattare è deducibile dal generale diritto di proprietà della propria persona e conoscenza, ed il diritto di divulgare o meno tale conoscenza. Come può essere negato il diritto di ricattare? [2].

Inoltre, come il Professor Walter Block ha messo in evidenza in modo tagliente, sul terreno dell’utilitarismo la conseguenza di mettere fuori legge il ricatto – p.e., impendendo a Smith di offrire di vendere il suo silenzio a Jones – sarà di incoraggiare Smith a diffondere la sua informazione, poiché egli è coercitivamente bloccato dal vendere il suo silenzio. Il risultato sarà un aumento di diffusione di informazioni dispregiative, cosicché Jones starà peggio in seguito alla messa al bando del ricatto rispetto a come sarebbe stato se fosse stato permesso.

Block scrive così:

Che cos’è esattamente un ricatto? Un ricatto è l’offerta di uno scambio; è l’offerta di scambiare qualcosa, di solito il silenzio, per qualche altro bene, di solito denaro. Se l’offerta è accettata, allora il ricattatore mantiene il suo silenzio ed il ricattato paga la cifra concordata. Se l’offerta è rifiutata, allora il ricattatore potrebbe esercitare il suo diritto di libertà di parola, e forse annunciare e pubblicizzare il segreto…

L’unica differenza tra un chiacchierone o un pettegolo ed un ricattatore è che quest’ultimo si tratterrà dal parlare – ad un certo prezzo. In un certo senso, il chiacchierone o il pettegolo sono molto peggio del ricattatore, in quanto il ricattatore almeno ti dà la possibilità di farlo stare zitto. Gli altri due invece semplicemente vuotano il sacco. Una persona con un segreto che vuole mantenere tale starà molto meglio se un ricattatore viene a conoscenza di esso, piuttosto che un chiacchierone o un pettegolo. Con questi ultimi, come abbiamo già detto, è tutto perduto. Con il ricattatore, uno può solo guadagnarci, o, male che vada, non sarà peggio che nell’altro caso. Se il prezzo chiesto dal ricattatore per il suo silenzio vale meno del segreto, allora il ricattato pagherà, accettando il minore dei due mali. Guadagnerà la differenza per lui tra il valore del segreto e il prezzo del ricattatore. È solo nel caso in cui il ricattatore chieda più di quanto valga il segreto che l’informazione viene pubblicizzata. Ma in questo caso il ricattato non si trova in una situazione peggiore con il ricattatore piuttosto che con un chiacchierone cronico… È infatti difficile tener conto della denigrazione sofferta dal ricattatore, almeno se comparata con quella profferta nei confronti di un pettegolo, che è di solito licenziato puramente con un leggero disprezzo [3].

Ci sono altri, e meno importanti, problemi con la messa fuori legge di un contratto di ricatto. Supponiamo che, nel caso precedente, invece che essere Smith ad andare da Jones con un’offerta per il silenzio, sia Jones ad aver sentito che Smith è a conoscenza del suo segreto e della sua intenzione di divulgarlo, e vada da Smith per offrirgli di comprare il suo silenzio. Dovrebbe tale contratto essere illegale? E se sì, perché? Ma se l’offerta di Jones dovesse essere legale mentre quella di Smith illegale, dovrebbe essere illegale per Smith rifiutare l’offerta di Jones e quindi chiedere più denaro come prezzo per il suo silenzio? Inoltre, dovrebbe essere illegale per Smith fare in modo astutamente che Jones venga a sapere che Smith possiede l’informazione e intende pubblicarla e, dunque, permettere a Jones di fare la reale offerta? Ma come potrebbe questo semplice lasciar sapere in anticipo a Jones essere considerato illegale? Non potrebbe piuttosto essere interpretato come un semplice atto di cortesia nei confronti di Jones? Le masse diventano sempre più torbide ed il supporto per la messa al bando di contratti di ricatto – specialmente da parte dei libertari che credono nei diritti di proprietà – diventa sempre più flebile.

Ovviamente, se Smith e Jones sottoscrivono un contratto di ricatto e poi Smith lo vìola stampando comunque l’informazione, allora Smith ha rubato la proprietà di Jones (il suo denaro), e può essere perseguitato come nel caso di qualsiasi altro furto che sia stato compiuto contro i diritti di proprietà violando un contratto. Ma non esiste niente sul contratto di ricatto a tal riguardo.

Nel contemplare la legge di una società libera, dunque, il libertario deve guardare in ogni dato istante alle persone come agenti all’interno di un riferimento generale di assoluti diritti di proprietà e alle condizioni del mondo intorno a loro. In qualsivoglia scambio, o contratto, che sottoscrivono, essi credono che loro staranno meglio facendo tale scambio. Dunque, tutti questi contratti sono “produttivi” nel senso che, almeno in prospettiva, fanno stare tutti meglio. E, ovviamente, tutti questi contratti volontari sono legittimi e leciti nella società libera [4].

Abbiamo dunque affermato la legittimità (il diritto) di Smith di spargere la sua conoscenza sul conto di Jones, di rimanere in silenzio, o di impegnarsi in un contratto con Jones per vendergli il suo silenzio. Fino ad ora abbiamo assunto che la conoscenza di Smith sia corretta. Immaginiamo, comunque, che la conoscenza sia sbagliata e che Smith sappia che è sbagliata (il caso “peggiore”). Ha Smith il diritto di diffondere false informazioni sul conto di Jones? In breve, dovrebbero essere la “diffamazione” e la “calunnia” illegali in una società libera?

Dunque, una volta ancora, come potrebbero esserlo? Smith ha un diritto di proprietà sulle idee e le opinioni che sono nella sua testa; egli ha anche il diritto di proprietà di stampare qualsiasi cosa voglia e diffonderla. Egli ha il diritto di dire che Jones è un “ladro” anche se sa essere una menzogna e ha il diritto di stamparlo e vendere tale affermazione. Il punto di vista opposto, e l’attuale argomento in favore dell’introduzione della diffamazione e della calunnia (specialmente in caso di falsa testimonianza) nell’indice delle cose illegali, è che ogni uomo ha il “diritto di proprietà” sulla sua stessa reputazione, che le falsità di Smith danneggiano tale reputazione e che, dunque, le diffamazioni di Smith sono invasioni del diritto di proprietà di Jones nei confronti della sua reputazione e ciò dovrebbe essere illegale. Ma, di nuovo, ad un’analisi più attenta, questo è un punto di vista fallace. Chiunque, come abbiamo affermato, possiede il suo corpo; egli esercita il diritto di proprietà sulla sua testa e sulla sua persona. Ma dal momento in cui ciascun uomo possiede la sua mente, ne segue che egli non può possedere la mente di nessun altro. E dunque, la “reputazione” di Jones non è né un’entità fisica né qualcosa contenuto nella sua stessa persona. La “reputazione” di Jones è puramente una funzione delle attitudini soggettive e delle credenze su di lui contenute nelle menti delle altre persone. Ma dato che queste sono credenze nelle menti di altri, Jones non può in alcun modo legittimo possederle o controllarle. Jones non può esercitare alcun diritto di proprietà sulle credenze e sulle menti delle altre persone.

Consideriamo, infatti, le implicazioni del credere in un diritto di proprietà sulla “reputazione” di qualcuno. Supponiamo che Brown abbia prodotto la sua trappola per topi, e che poi Robinson venga fuori con una migliore. La “reputazione” di Brown relativa all’eccellenza nel campo delle trappole per topi ora declina bruscamente come i consumatori mutano i loro atteggiamenti e i loro acquisti, comprando la trappola per topi di Robinson. Possiamo quindi negare, sul principio della teoria della “reputazione”, che Robinson abbia danneggiato la reputazione di Brown, e possiamo quindi non mettere fuori legge Robinson dal competere con Brown? Se no, perché no? O dovrebbe essere illegale per Robinson fare pubblicità, e dire al mondo che la sua trappola per topi è migliore? [5]

Infatti, ovviamente, le idee e le attitudini soggettive delle persone nei confronti di qualcuno o del suo lavoro fluttueranno continuamente e, dunque, è impossibile per Brown stabilizzare la sua reputazione con la forza; certamente sarebbe immorale e aggressivo contro il diritto di proprietà delle altre persone provarci. Dunque, è aggressivo e criminale mettere fuori legge la concorrenza o bandire la diffusione di calunnie su qualcuno o su un suo prodotto.

Possiamo, certamente, prontamente ammettere la volgare immoralità del diffamare un’altra persona. Ma, ciononostante, dobbiamo concedere a chiunque il diritto di farlo. Pragmaticamente, di nuovo, questa situazione può ben ricadere a beneficio delle persone che sono state diffamate. Infatti, nell’attuale situazione in cui le false calunnie sono messe fuori legge, la persona media tende a credere che tutti i resoconti dispregiativi diffusi sulle persone siano veri, “altrimenti sarebbero condannati per diffamazione”.

Questa situazione discrimina nuovamente il povero, poiché è meno probabile che le persone più povere procedano legalmente contro i calunniatori. Dunque, la reputazione dei più poveri o delle persone meno abbienti è portata a soffrire di più nella situazione attuale, quando la diffamazione è bandita, piuttosto che nel caso in cui la diffamazione fosse legittima. Per cui in una società libertaria siffatta, dato che chiunque saprebbe che le storie false sono legali, ci sarebbe di gran lunga più scetticismo da parte del pubblico che legge o ascolta, che insisterebbe sull’avere più prove e crederebbe meno alle storie diffamanti di quanto non faccia adesso. Inoltre, l’attuale sistema discrimina le persone più povere in un altro modo; dato che la loro possibilità di parola è limitata, è meno probabile che diffondano la disdicevole verità riguardo ad una persona ricca per la paura di essere citati in costose cause per diffamazione. Dunque, la messa al bando della diffamazione danneggia le persone con mezzi limitati in due modi: rendendoli più facili vittime per i calunniatori e ostacolando la loro stessa diffusione di notizie accurate riguardanti i benestanti.

Infine, se qualcuno ha il diritto di diffondere consciamente falsità sul conto di qualcun altro, allora, a maggior ragione, egli ha ovviamente il diritto di divulgare quel gran numero di dichiarazioni riguardo agli altri che sono in una zona confusa, in cui non si sa chiaramente o con certezza se le dichiarazioni in oggetto siano vere o false.

Tratto da The Ethics of Liberty di Murray N. Rothbard

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[1] Sulla cruciale distinzione legale e filosofica tra brevetti e diritti d’autore, vedi Murray N. Rothbard, Man, Economy, and State (Princeton, N.J.: D. Van Nostrand, 1962), vol. 2, pp. 652–60. Vedi anche Murray N. Rothbard, Power and Market (Kansas City: Sheed Andrews and McMeel, 1977), pp. 71–75. Per esempi di invenzioni indipendenti dello stesso oggetto, vedi S. Colum Gilfillan, The Sociology of Invention (Chicago: Follett Press, 1935), p. 75.

[2] Quando per la prima volta accennai al diritto di ricatto in Man, Economy, and State, vol. 1, p. 443, n. 49, mi vennero scagliati una marea di insulti da critici che apparentemente credevano che io mi rifacessi alla moralità del ricatto. Di nuovo – un fallimento nel fare la cruciale distinzione tra la legittimità di un diritto e la moralità o l’estetica di esercitare tale diritto.

[3] Walter Block, “The Blackmailer as Hero,” Libertarian Forum (December 1972): 3. Vedi anche la versione in Block, Defending the Undefendable (New York: Fleet Press, 1976), pp. 53–54.

[4] Per una critica dell’argomento del Professor Robert Nozick riguardo alla messa al bando (o alla restrizione) dei contratti di ricatto, vedi pp. 248–50 sotto.

[5] Oppure, per prendere un altro esempio, supponiamo che Robinson pubblichi una lettera di consulenza finanziaria, in cui egli propone la sua opinione secondo cui una certa azione di una società è malata e probabilmente si deteriorerà. Come risultato del suo consiglio, il prezzo dell’azione precipita. L’opinione di Robinson ha “leso” la reputazione della società per azioni, e “danneggiato” i suoi azionisti tramite il crollo del prezzo, causato dalla diminuzione di fiducia degli investitori nel mercato. Dovrebbe dunque il consiglio di Robinson essere messo fuori legge? O, in un altro esempio ancora, A scrive un libro; B recensisce il libro e afferma che il libro è pessimo; il risultato è un “danno” alla reputazione di A e un calo delle vendite del libro così come degli introiti di A. Dovrebbero tutte le recensioni negative dunque essere illegali? Di nuovo, queste sono alcune delle logiche implicazioni dell’argomentazione in favore del “diritto alla reputazione”. Sono in debito con Williamson M. Evers per l’esempio del mercato azionario.