Interferenze coercitive – VI parte

Interferenze con i prezzi

stemma misesLe interferenze con i prezzi – fra cui sono compresi i saggi salariali, i tassi d’interesse e i tassi di cambio fra monete – possono assumere diverse forme: pavimenti al prezzo, tetti al prezzo, obiettivi di prezzo (un intervallo entro cui il prezzo deve essere mantenuto, es. i tassi di cambio delle monete o i tassi di interesse), prezzi fissati d’autorità[1]. Il controllo dei prezzi dunque fa sì che essi si trovino ad una altezza differente da quella che si sarebbe determinata nel libero mercato.

Nel caso dei prezzi massimi in genere il governo vuole favorire il compratore, nel caso dei prezzi minimi il venditore.

Pavimenti al prezzo (prezzo minimo) – Per conseguire effetti devono essere posti al di sopra del prezzo di mercato.

In generale il prezzo minimo produce i seguenti effetti: il prezzo mantenuto artificialmente alto attrae risorse in quel settore; le quantità prodotte però non vengono tutte acquistate

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perché l’aumento di prezzo ha contemporaneamente scoraggiato alcuni acquirenti; prevale il “lato corto” del mercato, in questo caso la domanda, che si stabilizza al livello q0. Dunque si determina una sovrapproduzione, che genera perdite per molte imprese. L’interferenza con i segnali del mercato ha prodotto una misallocazione delle risorse, perché esse si indirizzano verso la produzione del bene a prezzo (artificialmente) alto a scapito di altri beni che soddisfano bisogni considerati dai consumatori più urgenti.

Esempi: il salario minimo e il salario fissato attraverso la contrattazione collettiva.

La tariffa minima per le libere professioni (avvocati).

Le leggi antidumping, contro la vendita sottocosto. Rappresentano una grave limitazione della libertà di iniziativa, oltre che un danno per i consumatori, che sono costretti ad acquistare a prezzi più alti.

In agricoltura, quando si verifica un calo dei prezzi, gli agricoltori in genere chiedono allo Stato di interrompere la caduta dei prezzi. La giustificazione è la seguente: non solo siamo più poveri noi agricoltori, ma tutta l’economia si impoverisce, perché noi non possiamo più acquistare i beni prodotti da altri. Innanzi tutto, un crollo dei prezzi e dei valori delle fattorie non significa che si sta riducendo la ricchezza dell’intera economia: le fattorie, i campi, i trattori, i macchinari sono oggi gli stessi di ieri. Se alcune fattorie hanno dovuto chiudere, significa che i consumatori valutavano alcuni usi alternativi delle risorse necessarie alla fattoria di più dell’impiego nella fattoria. Essi hanno fatto ciò indirettamente, scegliendo i prodotti che richiedevano quell’uso alternativo anziché i prodotti di quelle fattorie. Sostenere i prezzi per salvare le fattorie significa sprecare risorse. Ciò che è avvenuto con la riduzione dei prezzi dei prodotti agricoli non è un impoverimento generale, bensì un cambiamento nei prezzi relativi: è vero che il possessore di un “bushel” (35 litri ca.) di grano ottiene in cambio meno dollari, ma il possessore di dollari ora compra maggiori quantità di grano. D’altra parte, nessuno si è lamentato della riduzione dei prezzi dei personal computer negli ultimi venti anni.

I sussidi agricoli, falsando i segnali di prezzo, disincentivano dalla ricerca di metodi produttivi più efficienti.

La tesi si ripresenta relativamente ai mercati azionari. A volte si interviene per frenare le cadute dei prezzi e/o per evitare gli eventuali fallimenti di banche commerciali o d’investimento o di altre istituzioni finanziarie. Ciò determina azzardo morale[2] e, non facendo pagare ai responsabili i costi dei propri errori o della propria avventatezza, accentua l’atteggiamento rischioso e favorisce le bolle e i crolli successivi.[3]

Quando si verificano rapide cadute degli indici azionari si afferma che un’enorme ricchezza si è volatilizzata in poco tempo. Come detto, questa convinzione è frutto della confusione fra i prezzi monetari dei beni e l’ammontare di ricchezza dell’economia; il crollo del Nasdaq non ha abbattuto alcun palazzo o distrutto alcun macchinario. Una riduzione nel mercato azionario rappresenta uno spostamento di ricchezza: coloro che possiedono attività diverse dalle azioni (contanti, oro) ora sono più ricchi, perché i loro asset possono acquistare un numero maggiore di azioni, cioè quote maggiori delle varie imprese.

Il prezzo dei titoli è dato in definitiva dai guadagni futuri potenziali. In ogni istante di tempo, il prezzo di un’azione riflette le migliori stime (effettuate da coloro che hanno dimostrato in passato la maggior lungimiranza) del suo prezzo futuro (aggiustato per l’interesse). Il prezzo delle azioni è strettamente connesso con il valore presente dei guadagni futuri attesi dell’azienda. Dunque, a differenza dei collezionisti di francobolli, gli acquirenti di azioni non stanno semplicemente cercando di indovinare che cosa pensano tutti gli altri relativamente al prezzo futuro di quelle azioni (è fuorviante l’analogia di Keynes con un concorso di bellezza in cui ogni giudice non esprime un voto sulla bellezza effettiva di ciascuna concorrente ma cerca di indovinare a quale concorrente gli altri giudici daranno il voto più alto); l’andamento negativo di un’azienda provoca invariabilmente una riduzione del prezzo delle sue azioni. La riduzione del prezzo delle azioni è il sintomo di errori commessi nelle valutazioni effettuate in precedenza. Questo meccanismo è necessario e non va impedito, perché in tal modo il mercato può valutare accuratamente ogni azienda.

Se il prezzo di mercato di un’azienda è inferiore alla somma dei suoi asset (patrimonio), l’azienda diventa vulnerabile agli “scalatori”. Lo scalatore può rilevare l’azienda con capitale preso in prestito (leveraged buyout), liberando gli asset sottoutilizzati (compreso il lavoro) e trasferendoli al maggior offerente. In genere si verificano grossi spostamenti di capitale fra aziende: è il mercato azionario a consentire che tali aggiustamenti si determinino.

Tetti al prezzo (prezzo massimo) – Per produrre effetti il tetto deve essere collocato al di sotto del prezzo di mercato.

Al prezzo p0 le quantità scambiate sono q0, minori di quelle di equilibrio di mercato, perché prevale di nuovo il “lato corto” del mercato, in questo caso l’offerta, che si è ridotta. Il fine perseguito dal governo non viene realizzato: ricorrendo al calmiere esso voleva rendere la merce in questione più facilmente accessibile ai consumatori, in particolare ai meno abbienti; ha ottenuto il risultato quasi opposto, una penuria (shortage) del bene.

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L’effetto del prezzo massimo è la riduzione o l’azzeramento della produzione del bene. Se le imprese, a questo nuovo prezzo, non hanno convenienza a produrre il bene in quanto il prezzo non copre il costo medio (la produzione avverrebbe in perdita), i fattori di produzione si indirizzano verso altri settori (i produttori marginali saranno i primi a lasciare il settore); il bene non viene prodotto o viene prodotto in quantità minori. Dunque vi saranno compratori potenziali insoddisfatti. In questi casi l’effetto più diffuso è la creazione di mercati illegali o “neri”, code, raccomandazioni, favoritismi.

Un esempio tipico di prezzo massimo è il tetto agli affitti, che infatti produce sempre scarsità di appartamenti nel mercato “legale”, riduzione della manutenzione da parte dei proprietari (la riduzione dei ricavi provoca una compressione dei costi che si è disposti a sostenere) e diffusione del mercato “nero”.[4]

Il prezzo massimo sul tasso di interesse (leggi sull’usura) riduce il risparmio disponibile, perché ai risparmiatori con più alta preferenza temporale è impedito di prestare al tasso di interesse corrispondente a quella preferenza; in particolare vengono penalizzati i debitori con progetti più rischiosi; dunque si riducono gli investimenti.

Esempi di tetti agli stipendi sono i salary cap di alcune categorie di sportivi professionisti o le proposte di tetti agli stipendi dei top manager di grandi aziende.

Spesso si impongono dei limiti superiori ai prezzi di alcuni beni con la motivazione che i produttori “approfittano” di alcune situazioni per fissare prezzi molto alti che danneggiano ingiustamente i consumatori. Ad esempio, gli spazzaneve quando arriva una forte nevicata. Tuttavia gli stessi accusatori non fanno considerazioni analoghe quando durante gli inverni miti gli spazzaneve non hanno lavorato, non guadagnando nulla (l’offerta superava di gran lunga la domanda); allora gli spazzaneve avrebbero potuto dire che erano i consumatori a trarre vantaggio da quella situazione! Gli spazzaneve che non hanno cambiato attività quando le cose andavano male contavano proprio sugli inverni nevosi per poter conseguire un guadagno medio soddisfacente. Gli “speculatori”, cioè coloro che creano riserve di beni per rivenderli a prezzo più alto quando vi sono delle scarsità, conseguono alti profitti al momento della vendita, ma tali profitti vanno “spalmati” su più periodi, fra cui quelli in cui non facevano profitti. Grazie a questi imprenditori i consumatori dispongono dei beni anche nei periodi di scarsità.

In generale, poi, l’azione dello speculatore tende a stabilizzare i prezzi: infatti, egli compra quando il prezzo è basso; nel fare ciò, aggiunge domanda e dunque fa salire – o fa scendere meno – il prezzo del bene. Successivamente, quando il prezzo è alto, vende, e nel fare ciò aumenta l’offerta, dunque fa scendere – o fa salire meno – il prezzo. Questa stabilizzazione è il riflesso di una più uniforme disponibilità della merce nel tempo: essa è meno scarsa quando ve n’è “troppo poca” e meno abbondante quando ve n’è “troppa”.[5]

Un altro tipo di intervento che può essere catalogato sotto la voce redistribuzione del reddito è quello volto allo sviluppo di particolari zone all’interno di un paese. L’esempio tipico è costituito dall’insieme di misure che, a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, sono state attuate per lo sviluppo del Mezzogiorno italiano.

Gli strumenti sono rappresentati dalle cosiddette politiche dell’offerta: infrastrutture, qualificazione professionale, impresa pubblica, incentivi (sgravi fiscali e contributivi, credito a tasso agevolato), contributi, sovvenzioni. Spesso queste politiche sono associate a politiche volte a sviluppare specifici settori, dunque ad indirizzare gli investimenti. Ad esempio, l’intervento per poli di sviluppo realizzato negli anni Sessanta nel Sud d’Italia si è configurato al tempo stesso come un’occasione per sviluppare in Italia settori come la siderurgia o la petrolchimica. Oggi un esempio importante è rappresentato dal contributo statale al fotovoltaico.

L’eminent domain è il diritto da parte dello Stato di espropriare qualsiasi terreno privato per motivi di presunta utilità collettiva: es. la costruzione di una ferrovia. È l’esempio più macroscopico di come oggi sia fragile il diritto di proprietà.

Critiche

Gli investimenti sono indirizzati nella maniera migliore dal mercato, che possiede uno standard razionale: i fattori della produzione si indirizzano verso la produzione dei beni di consumo più graditi dagli acquirenti. Il riferimento è costituito dai profitti o dalle perdite.

Gli aiuti a specifici settori produttivi (crediti agevolati, contributi in conto capitale, sussidi) mantengono in vita imprese inefficienti e dunque sprecano risorse, deviando il lavoro e il capitale dai settori più efficienti (quelli che producono i beni che soddisfano i bisogni più urgenti) a quelli meno efficienti. Dunque impediscono i rapidi aggiustamenti che il mercato avrebbe realizzato per soddisfare i desideri dei consumatori. Inoltre la protezione, schermando l’impresa dagli effetti delle decisioni sbagliate, cioè interrompendo la sequenza errore/correzione dell’errore, cancella il processo di apprendimento.

La difesa di posti di lavoro inefficienti determina uno spreco di risorse, fatte affluire verso settori produttivi obsoleti, a scapito di quelli innovativi.

Spesso lo Stato promuove direttamente la realizzazione di progetti (stadi, infrastrutture, fabbriche, aiuti alle esportazioni). Il limite in questo caso è dato dall’osservazione di Bastiat su “ciò che si vede” e “ciò che non si vede”. Ciò che non si vede sono tutte le attività alternative che si sarebbero potute realizzare con le risorse utilizzate dallo Stato. Si potrebbe obiettare che in ogni caso le risorse sono impiegate, le persone lavorano, e dunque non vi sarebbe un danno sul piano economico e del benessere. Ma bisogna ricordare che le iniziative prese dai privati sono quelle che i consumatori desiderano, e ciò è garantito dal meccanismo dei profitti e delle perdite, cosa che manca nelle iniziative prese dai funzionari pubblici[6].

E anche se le risorse sono prelevate non attraverso la tassazione ma attraverso il prestito, comunque sono risorse distolte da altri impieghi.

I politici sono incentivati a moltiplicare i progetti pubblici perché i benefici sono concentrati e i costi diffusi; coloro che ricevono benefici sono disposti a fare attività lobbystica perché i vantaggi per loro sono enormi, mentre coloro che pagano attraverso le tasse non sono motivati ad opporsi perché la quota è suddivisa fra un elevato numero di persone e ciascuno non ha la percezione di un forte prelievo.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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Note

[1] Oggi la fissazione diretta dei prezzi di beni e servizi prodotti da privati è meno diffusa che in passato, ma vige ancora in alcuni settori. In Italia l’Autorità per l’energia elettrica e il gas fissa e aggiorna i costi del servizio di vendita dell’energia elettrica per i clienti domestici che non hanno aderito ad un’offerta di mercato libero. Il servizio di vendita è quello che comprende tutte le attività che le imprese private pongono in essere per acquistare e rivendere l’energia elettrica al cliente finale, e costituiscono circa il 65% della bolletta. Altri costi sono quelli rappresentati dai servizi di rete (distribuzione, trasporto), che le imprese pagano al distributore locale; anche queste tariffe sono stabilite dalla suddetta Autorità.

[2] L’espressione proviene dal gergo assicurativo e descrive la situazione in cui un individuo, essendosi assicurato contro un determinato rischio, assume comportamenti poco prudenti, dal momento che le conseguenze non ricadranno patrimonialmente su di lui.

[3] È ciò che è avvenuto nella crisi del 2007-2008. La politica monetaria espansiva praticata dalla Federal Reserve nel periodo precedente il 2007, ridusse il tasso di interesse, falsando i segnali e dunque distorcendo la preferenza temporale dei soggetti economici. L’effetto fu un aumento degli acquisti di case (mutui) e azioni, con incrementi dei prezzi al di sopra del valore reale sottostante. Le società di mutui Fannie Mae e Freddy Mac, formalmente private ma di fatto fortemente condizionate dallo stato, accentuano la tendenza concedendo mutui anche a soggetti non meritevoli di credito. I mutui vengono “impacchettati” (cartolarizzati) in obbligazioni emesse da grandi istituzioni finanziarie. La situazione comincia a precipitare quando ci si rende conto della sovrapproduzione immobiliare: non vi era una domanda così alta di abitazioni, i prezzi crollano e il pagamento delle rate di molti mutui si interrompe. Le agenzie di rating cambiano le valutazioni sulle obbligazioni che incorporano mutui, e i valori crollano. Le istituzioni pubbliche decidono di lasciar fallire alcune istituzioni finanziarie (la banca Northern Rock nel Regno Unito, la Lehman Brothers negli Stati Uniti) e di salvarne altre: la banca d’affari Bear Sterns viene fatta acquisire da JP Morgan, il governo interviene nel capitale di Aig (un’assicurazione con una posizione dominante nei prodotti assicurativi per i mutui ipotecari), Citigroup, Bank of America, Goldman Sachs, Stanley Morgan, American Express, per citare solo le più note.

[4] I sostenitori del controllo degli affitti affermano che un razionamento determinato dal prezzo anziché dalla politica svantaggerebbe i poveri. Tuttavia, se si esaminano tutti gli effetti del provvedimento, alcune conseguenze sfavoriscono proprio le persone a basso reddito. I proprietari infatti, dovendosi accontentare di introiti più bassi, saranno più selettivi nella scelta degli inquilini e in alcune condizioni dell’accordo: ad esempio, pretenderanno un maggior numero di mensilità anticipate, garanzie economiche, referenze dai proprietari precedenti; preferiranno inquilini dello stesso gruppo etnico o dello stesso ambiente sociale. Le minoranze etniche e le persone immigrate di recente sarebbero penalizzate da tali condizioni. Inoltre, anche coloro che riescono ad ottenere l’appartamento ad un affitto più basso, in realtà non ottengono lo “stesso” appartamento che otterrebbero a prezzo di mercato, perché, come detto, la riduzione della manutenzione da parte del proprietario rende disponibile un appartamento di qualità peggiore.

[5] Un altro esempio di tetto al prezzo, anche se in forma indiretta, è il divieto di bagarinaggio, la rivendita a prezzo maggiorato di biglietti relativi a eventi sportivi o musicali o in generale di intrattenimento.

[6] Come ha osservato C.M. Lindsey (1976), i burocrati ritengono vantaggioso per se stessi (nel bilancio costi/benefici) allocare le risorse in modo da produrre risultati “che appaiano” piuttosto che servizi non quantificabili ma di maggior valore.