Il Regno Unito è una “Nazione per consenso?” – I Parte

Premessa:
Lo scorso 18 Settembre in Scozia si è tenuto il referendum riguardo all’indipendenza dal Regno Unito.

Da un punto di vista libertario, le politiche che circondano entrambi gli schieramenti sono sospette. La classe mondialista dei banchieri, sempre preoccupata dal decentramento del potere, avverte di come la Scozia necessiti da Westminster di assistenza economica (leggi: welfare), forza militare e valuta. Al contempo, gli scozzesi – in larga misura socialisti – chiedono di vivere in una società più “egualitaria” amministrata da Holyrood (il quartiere di Edimburgo ove è sito il Parlamento Scozzese, ndr.) ed una nuova alleanza con i loro più illuminati “compagni di viaggio” di Bruxelles – lasciando un padrone per un altro.

Come sempre, un libertario dovrebbe concentrarsi sui primi princìpi. Il saggio del 1993 “Nazioni per Consenso: Decomporre lo Stato nazionale” di Murray Rothbard, fa esattamente questo.

Rothbard fa le domande giuste: cos’è una nazione? Cosa la rende davvero legittima? Gli Stati nazionali hanno bisogno di politiche di sicurezza comuni? Quando è permessa la secessione? Si dovrebbe permettere l’apertura dei confini e quella all’immigrazione? Come dovrebbero essere conferiti i diritti di voto e la cittadinanza? Come opererebbe, infine, un paese completamente privatizzato in maniera anarco-capitalista?

Queste sono le domande che dovremmo porci e a cui dovremmo rispondere quando dibattiamo contro lo Stato, le banche centrali e una classe politica mondiale sempre più corrotta.

Nazioni per Consenso: Decomporre lo Stato nazionale

Union JackI libertari tendono a focalizzarsi su due importanti unità d’analisi: l’individuo e lo Stato. Eppure, uno degli eventi più drammatici e significativi del nostro tempo è stato il riemergere – con forza – negli ultimi cinque anni di un terzo aspetto molto trascurato del mondo reale, la “nazione”. Quando si pensa alla “nazione” in toto, solitamente essa viene associata mentalmente allo Stato, come nel caso dell’espressione comune “Stato-nazione”, sebbene tale concetto prenda soltanto un particolare sviluppo dei secoli recenti, elaborandolo in una massima universale. Negli ultimi cinque anni, comunque, abbiamo visto come corollario del collasso comunista nell’Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est una vivida ed impressionante rapida decomposizione dello Stato centralizzato, o del presunto Stato-Nazione, verso le sue nazionalità costituenti. La Nazione autentica, o nazionalità, ha fatto la sua drammatica ricomparsa sul palcoscenico mondiale.

I. Il Riemergere della Nazione

La “nazione”, ovviamente, non è la stessa cosa dello Stato, una differenza che i primi libertari ed i liberali classici come Ludwig von Mises ed Albert Jay Nock avevano ben in mente. I libertari contemporanei spesso affermano – erroneamente – che gli individui siano legati gli uni agli altri soltanto dagli scambi che avvengono nel mercato. Dimenticano che tutti nascono necessariamente in una famiglia, con una lingua ed una propria cultura. Ogni persona nasce in una o più comunità sovrapposte, solitamente relative ad un gruppo etnico con specifici valori, culture, credi religiosi e tradizioni. L’individuo nasce sempre in un determinato contesto spazio-temporale, implicando, dunque, un territorio ed i suoi dintorni.

Lo Stato-Nazione moderno europeo – la tipica “grande potenza” – non nasce affatto come nazione ma come conquista “imperialista” di una nazionalità – solitamente al “centro” del paese risultante e facente base nella futura capitale – su altre nazionalità periferiche. Dato che una “Nazione” è un complesso di sentimenti soggettivi di nazionalità basato su delle realtà oggettive, gli stati centrali imperialistici hanno avuto vari gradi di successo nel forgiare un senso di unità nazionale fra le nazionalità subordinate ad essi, forzando la sottomissione al centro imperialistico. In Gran Bretagna, gli inglesi non hanno mai davvero sradicato le aspirazioni nazionalistiche fra le sottomesse nazionalità celtiche come gli scozzesi e i gallesi, sebbene nel caso della Cornovaglia, tale sentimento sembri essere stato in gran parte soppresso. In Spagna, i conquistatori castigliani – di base a Madrid – non sono mai riusciti a cancellare il nazionalismo fra catalani, baschi o anche i galiziani e gli andalusi. I francesi, muovendosi dalla loro base a Parigi, non hanno mai del tutto domato i bretoni, i baschi o gli occitani.

È ormai ben noto che il collasso dell’Unione Sovietica imperialista e centralista ha sollevato il coperchio sulle dozzine di nazionalismi precedentemente soppressi all’interno della passata URSS e sta oramai risultando chiaro che la stessa Russia, o meglio la “Federazione Russa”, è semplicemente una edizione rimaneggiata della vecchia formazione imperialistica in cui i Russi, muovendosi da Mosca, incorporarono con la forza parecchie nazionalità come tartari, jakuti, ceceni e molte altre. Gran parte dell’URSS derivava dalla conquista imperiale russa nel diciannovesimo secolo, quando russi e britannici competevano per spartirsi gran parte dell’Asia centrale.

La “Nazione” non può essere definita precisamente. E’ una costellazione complessa e variabile di diverse forme di comunità, linguaggi, gruppi etnici e religioni. Alcune nazioni o nazionalità, come gli sloveni, hanno sia un gruppo etnico che un linguaggio ben definito; altre, come le fazioni in guerra fra di loro in Bosnia, appartengono allo stesso gruppo etnico con lo stesso linguaggio, ma che differisce nella forma dell’alfabeto e si scontra violentemente nella religione (serbi ortodossi dell’Est, croati cattolici e bosniaci musulmani, i quali complicano ulteriormente il quadro, in quanto originariamente sostenitori dell’eresia manichea bogomila).

La questione della nazionalità è resa più complessa dall’interazione fra la realtà oggettivamente esistente e le percezioni soggettive. In alcuni casi, come nelle nazionalità Est-europee sotto gli Asburgo o gli irlandesi sotto il dominio inglese, i nazionalismi – incluse le lingue sottomesse e talvolta morenti – venivano intenzionalmente preservati, generati ed espansi. Nel diciannovesimo secolo ciò fu fatto da élite intellettuali determinate a lottare per rianimare le periferie che vivevano – parzialmente assorbite – sotto l’impero centrale.

II. La Fallacia della “Sicurezza Comune”

Il problema della Nazione è stato aggravato nel ventesimo secolo dalla prevalente influenza del “Wilsonismo” (in riferimento a Woodrow Wilson, presidente americano dal ’13 al ’21, ndr.) nella politica estera statunitense e mondiale. Non mi riferisco all’idea dell’auto-determinazione nazionale, osservata soprattutto nell’apertura dopo la Prima Guerra Mondiale, ma alla “sicurezza comune contro le aggressioni”. Il difetto fatale che si cela dietro questo seducente concetto è che tratta gli Stati-Nazione analogamente ad aggressori individuali, con la “comunità internazionale” nelle vesti del tipico poliziotto di quartiere. Ad esempio: il poliziotto vede A che aggredisce o ruba la proprietà di B; egli naturalmente corre a difendere la proprietà privata di B, nella sua persona o nei suoi averi che siano. Allo stesso modo, si assume che le guerre fra due nazioni o stati abbiano lo stesso aspetto: lo Stato A invade o “aggredisce” lo Stato B; lo Stato A viene subito riconosciuto come “l’aggressore” dal “poliziotto internazionale” o dal suo presunto surrogato – sia la Società delle Nazioni, le Nazioni Unite, il Presidente o il Segretario di Stato degli Stati Uniti, o il giornalista editoriale del New York Times di agosto. Si suppone, poi, che le forze mondiali dell’ordine, qualunque esse siano, debbano agire subito per bloccare il “principio di aggressione” o per impedire che l’aggressore, sia esso Saddam Hussein o i guerriglieri serbi in Bosnia, realizzi il suo presunto obiettivo di nuotare attraverso l’Atlantico e assassinare tutti gli abitanti di New York o Washington D.C.

Una falla cruciale in questa linea di pensiero così popolare si nasconde più in profondità rispetto alla tipica discussione sulla possibilità effettiva che le truppe americane d’aria o di terra abbiano nello sradicare iracheni o serbi senza difficoltà. La falla consiste nella supposizione implicita dell’intera analisi: che ogni Stato-Nazione “possegga” la sua intera area geografica esattamente allo stesso modo in cui ogni individuo possessore di proprietà determini e goda della sua persona e della proprietà che ha ereditato, per cui ha lavorato o che abbia guadagnato tramite uno scambio volontario. I confini del tipico Stato-Nazione sono davvero così come quelli della tua o della mia abitazione, proprietà o fabbrica, oltre ogni ragionevole dubbio?

Mi sembra che non soltanto i classici liberali o i libertari, ma qualunque individuo dotato di buon senso che pensi al problema debba rispondere con un fragoroso “No”. È assurdo definire ogni Stato nazionale, con il proprio confine auto-proclamato in un certo periodo storico, come qualcosa di giusto e sacrosanto, ciascuno con la propria “integrità territoriale” da preservare immacolata ed integra come la tua o la mia persona fisica o come la proprietà privata. Inevitabilmente, com’è ovvio, questi confini sono stati acquisiti tramite la forza e la violenza, o tramite accordi fra stati fatti senza tenere in causa gli abitanti della zona, e altrettanto inevitabilmente questi confini cambiano notevolmente nel tempo rendendo i proclami di “integrità territoriale” davvero ridicoli.

Prendiamo, ad esempio, l’attuale caos in Bosnia. Soltanto un paio di anni fa, l’opinione della Classe Dirigente, l’opinione comunemente accettata di Sinistra, Destra o Centro, proclamava ad alta voce l’importanza di mantenere “l’integrità territoriale” della Jugoslavia e denunciava aspramente tutti i movimenti secessionisti. Adesso, dopo un breve lasso di tempo, la stessa Classe Dirigente, che soltanto di recente difendeva i serbi come i campioni della “nazione jugoslava” contro i feroci movimenti secessionisti che cercavano di distruggere quell’integrità, adesso vitupera e tenta di reprimere i serbi per “l’aggressione” contro “l’integrità territoriale” della “Bosnia” o della “Bosnia-Erzegovina”, una “nazione” creata di sana pianta che prima del 1991 esisteva esattamente quanto “la nazione del Nebraska”. Queste sono le fallacie in cui inevitabilmente cadiamo se rimaniamo intrappolati dalla mitologia dello “Stato-Nazione”, il cui confine in un determinato tempo t deve essere riconosciuto come un’entità posseduta con i suoi sacri ed inviolabili “diritti”. Un’analogia con i diritti di proprietà privata che è profondamente sbagliata.

Adottiamo un eccellente stratagemma di Ludwig von Mises nell’astrarsi dalle emozioni contemporanee: postuliamo due Stati-Nazione contigui, la “Ruritania” e la “Fredonia”. Poniamo che la Ruritania abbia improvvisamente invaso l’Est della Fredonia e lo dichiari come proprio. Dovremmo automaticamente condannare la Ruritania per il suo vile “atto di aggressione” contro la Fredonia e mandare truppe, sia letteralmente che metaforicamente, contro i brutali ruritaniani nell’interesse della “coraggiosa, piccola” Fredonia? Assolutamente no. Una possibile eventualità è che – diciamo due anni fa – la zona est della Fredonia sia stata parte della Ruritania, era quindi indubbiamente Ruritania ovest, e che i Ruri – gli abitanti del posto – abbiano gridato a gran voce per gli scorsi due anni contro l’oppressione della Fredonia. In breve, soprattutto nelle dispute internazionali, citiamo le immortali parole di W. S. Gibert:

Le cose raramente sono come sembrano:
il latte scremato si maschera da panna”.

L’amato poliziotto internazionale, che sia Boutros Boutros-Ghali, le truppe USA o l’editorialista del New York Times, avrebbe fatto meglio a pensarci più di due volte prima di balzare nella mischia. Gli americani sono particolarmente inappropriati per il loro auto-proclamato ruolo wilsoniano di moralizzatori e poliziotti del mondo. Il nazionalismo negli Stati Uniti è particolarmente recente, ed è più idealistico che effettivamente radicato in gruppi etnici o nazionali di vecchia data, o magari tramite battaglie. Aggiungiamo a questa letale combinazione il fatto che gli americani non hanno praticamente memoria storica e ciò li rende particolarmente inadatti a prendere le armi per intervenire nei Balcani, dove “chi si è alleato con quale schieramento ed in quale luogo nella guerra contro gli invasori turchi del quindicesimo secolo” è un concetto presente nella mente della maggior parte dei contendenti, molto più di cosa hanno mangiato ieri a cena.

I libertari ed i liberali classici, che sono particolarmente ben equipaggiati per ripensare l’intera confusa questione dello Stato nazionale e della politica estera, durante la Guerra Fredda sono stati troppo presi a combattere il comunismo e l’Unione Sovietica per dedicarsi a delle riflessioni fondamentali su tali questioni. Ora che l’Unione Sovietica è collassata e la Guerra Fredda è finita, forse i liberali classici si sentiranno più liberi di pensare in modo diverso a questi problemi così criticamente importanti.

Saggio di Murray N. Rothbard su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone