L’edizione italiana de L’Azione Umana di Ludwig von Mises: un caso editoriale da Paese arretrato

In seguito alle numerose richieste inoltrate dai lettori per informarsi sull’esistenza di una versione in lingua italiana de L’Azione Umana, e data la rilevanza che il tema trattato detiene per l’associazione, riproponiamo con piacere l’ottimo studio comparativo del Prof. Alessandro Vitale, docente presso l’Università di Milano, sulla versione originale del capolavoro di Mises e le sfortunate vicende della trasposizione italiana. Il brano è stato publicato in anteprima venerdì scorso, sul sito del Movimento Libertario, ma era inizialmente inteso all’esposizione orale durante la conferenza di Interlibertarians tenutasi a Lugano nella giornata di ieri.

Come omaggio ai lettori e ringraziamento al Prof. Vitale, questo mercoledì 3 dicembre il Mises Italia pubblicherà anche la traduzione italiana del paragrafo mancante dal capitolo XXVII, a titolo La corruzione.

 

Premessa

Alessandro VitaleSe qualcuno nutrisse ancora dubbi sul fatto che l’Italia è stata ed è ancora un Paese culturalmente arretrato, potrebbe fugarli definitivamente soffermandosi non solo sugli innumerevoli casi di opere scientifiche, letterarie, storiche, giuridiche, politiche ed economiche che sono state pubblicate con ritardi di trenta o quarant’anni – quando non di mezzo secolo – e spesso strappate all’emarginazione solo da valenti e coraggiosi studiosi (basterebbe pensare al caso emblematico di Bruno Leoni), ma soprattutto su quei casi (molto più frequenti di quanto non si creda) di testi di immenso valore, dati alle stampe svogliatamente, per coprire vuoti troppo macroscopici e poi lasciati languire nella loro obsolescenza, in polverosi scaffali inaccessibili di biblioteche invecchiate e raramente aggiornate.

In gran parte questo è accaduto nel Novecento non solo nei Paesi autoritari o totalitari, come quelli di socialismo reale – nei quali opere di notevole importanza, sfuggite alla censura e tradotte nella prima edizione, non venivano più aggiornate, finivano nel dimenticatoio e diventavano introvabili o, se ci si ricordava della loro esistenza, venivano confinate in armadi chiusi e inaccessibili nelle grandi biblioteche – ma anche nei Paesi occidentali più attardati e poco rispettosi dell’evoluzione culturale mondiale, soprattutto perché privi di una comunità scientifica degna di questo nome, che sappia dibattere e far progredire la conoscenza. Fra i primi e i secondi vi è stata solo una differenza di grado e spesso il risultato è stato pressoché identico.

L’Italia, presentata per decenni come Paese “garante della libera circolazione delle opere letterarie e scientifiche” – a differenza di quanto accadeva nel blocco politico-militare sovietizzato – nonostante le apparenze ha continuato a manifestare, dal secondo dopoguerra a oggi, caratteristiche inquietanti in tutto simili a quelle dei Paesi di socialismo reale. In questo Paese però, più che l’opera di burocrati e censori della cultura ha pesato, in termini di obsolescenza e di muffa intellettuale e accademica, quella delle case editrici e di una schiera sterminata di conformisti “intellettuali organici”, di partito o di movimenti politico-sociali.

Il destino della traduzione italiana (1959) del capolavoro di Ludwig von Mises (1881-1973), Human Action[1] (1949) è paradigmatico in questo senso, data la straordinaria importanza del Trattato. Pubblicata alla fine degli anni Quaranta, quest’opera era stata elaborata sulla base del precedente Nationalökonomie, Theorie des Handelns und Wirtschaftens (1940) – mantenendone, quasi dieci anni dopo, la struttura generale e riscrivendone il contenuto – da quello che può essere definito senza ombra di dubbio – alla luce di quanto accaduto nel corso dell’intero secolo scorso – il più grande economista del Novecento, ma al contempo anche uno dei più grandi scienziati sociali di tutti i tempi. Human Action è stata tradotta in italiano nel 1959 per i tipi della Utet di Torino e rimane ancora oggi, dopo una recente ristampa a bassa tiratura, a cura delle Edizioni Il Sole 24 ore (2010), l’unica traduzione disponibile in lingua italiana, di fatto solo nelle biblioteche universitarie – essendo ormai esaurita nelle librerie.

Come ormai noto, quest’opera nella sua originale formulazione in lingua inglese, è stata il primo trattato generale di qualsiasi tradizione economica – e non solo di quella Austriaca dell’economia dai tempi della Prima guerra mondiale – capace di racchiudere un sistema integrale di pensiero economico coerente, al punto da abbracciare l’intera teoria economica, sviluppata sulla base delle implicazioni logicamente stringenti, dedotte dagli stabili assiomi dell’azione dell’uomo che agisce con fini e obiettivi nel mondo reale. Un’opera di capitale importanza, nonostante gli innumerevoli detrattori, che ha subito in questo Paese un trattamento e un destino a dir poco scandalosi.

 

  1. L’edizione italiana de L’Azione umana: un prodotto editoriale distorto e obsoleto.

 

Da tempo si sa che l’edizione del 1959 de L’Azione Umana, l’unica disponibile in italiano, è una versione raffazzonata e quanto mai sciatta di quella pietra miliare delle scienze economiche e sociali. Quanto più l’originale consente di comprendere un’infinità di fenomeni cruciali per la nostra vita – dal crollo dei sistemi amministrati di socialismo reale, alle conseguenze distruttive dell’interventismo statale in economia, al ciclo economico e alle crisi – tanto più la traduzione si mostra del tutto inaffidabile, densa di errori e a tratti confusa e illeggibile. I termini usati, ad esempio, inducono spesso in errore. Per citare uno dei casi più gravi, government viene tradotto sempre con “governo” e non con “Stato”. Questo provoca confusione: da una parte fra la natura contingente e variabile delle azioni e delle decisioni politiche e, dall’altra, la realtà strutturale e permanente dell’azione dell’apparato statale e delle sue conseguenze nella pratica dilagante dell’interventismo. Soprattutto, però, essendo stata condotta sulla prima edizione, la traduzione del 1959 è priva delle aggiunte inserite nelle edizioni successive[2], alcune delle quali di capitale importanza, soprattutto per la vicenda di questo Paese.

La traduzione del 1959 è stata stampata a cura, con introduzione e traduzione di Tullio Bagiotti. Già la breve parte introduttiva di quell’economista dell’Università di Padova e assistente di Giovanni Demaria all’Università Bocconi di Milano, del tutto inadeguata (per usare un eufemismo) a questo capolavoro, presenta tratti riduttivi, superficiali e persino calunniosi. Non solo Bagiotti – spingendosi ben oltre la marginalizzazione di Mises e l’esclusione di quest’ultimo dall’economia mainstream – ironizza sul senso del titolo del Trattato, probabilmente non comprendendone il significato più profondo, ma lascia intendere che quell’opera, basata su una presunta metodologia fatta di certezze apodittiche intransigenti che conducono a una «perfetta circolarità», è figlia di una polemica politica innervata di ideologia anti-marxista che ne rispecchia l’impostazione di fondo, soltanto capovolgendola. Quella breve presentazione, sarcastica e a tratti sibillina, che sorvola allegramente, senza discuterlo, sul valore scientifico dell’opera di Mises[3], sembra riecheggiare, anche se in forma più garbata, le ben note denigratorie definizioni che Marx diede dell’opera e della figura di Frédéric Bastiat: entrambi giudizi risibili a fronte dell’evoluzione della teoria e della realtà economica, che si sono incaricate nel corso del tempo di dimostrare del tutto prive di fondamento anche le superficiali note introduttive del Bagiotti, che non facevano alcun cenno al significato pionieristico del lavoro misesiano sulla moneta, sulla teoria del ciclo economico, sulla teoria del capitale, sul lungo dibattito sull’economia di piano (e sull’impossibilità del calcolo economico nei sistemi socialisti), sulla devastazione prodotta da interventismo e statalismo integrale.[4] Su quella presentazione tuttavia non vale nemmeno la pena di soffermarsi. Quelle paginette rimarranno – per coloro che sono stati e saranno in grado di comprendere il valore scientifico di altezza siderale dell’opera di Mises – un classico esempio della serietà scientifica delle nostre Accademie e di come siano stati e continuino a essere trattati in questo Paese innumerevoli studiosi e scienziati di straordinario valore e di altezza siderale, troppo di frequente ridotti a caricature.

Fin qui nulla di nuovo o di poco noto. Quello che non è stato ancora notato adeguatamente è che la traduzione del 1949 in lingua italiana dell’opera di Mises è rimasta quella condotta sulla prima edizione, senza che nessuno (compresa la Casa Editrice) si accorgesse della necessità pubblicare gli aggiornamenti o di dare alle stampe edizioni successive che tenessero conto delle aggiunte, pubblicate in lingua inglese, in particolare nella Seconda e nella Terza Edizione del Trattato.

 

  1. Corruption: il “paragrafo mancante” del capitolo XXVII, Parte Sesta (The Hampered Market Economy – L’economia vincolata).

 

A parte le aggiunte di ampie sezioni in capitoli sparsi, piuttosto rilevanti[5], il vuoto più grave dell’edizione italiana del 1959 è rappresentato dall’intero sottoparagrafo intitolato Corruption, aggiunto nella Terza edizione del Trattato, in lingua inglese, alla fine del paragrafo 6 (Direct Government Interference with Consumption)[6] del capitolo XXVII (The Government and the Market)[7], della Parte sesta (The Hampered Market Economy).[8] Questo sottoparagrafo è stato aggiunto da Mises, in quanto, come da lui dichiarato proprio nelle prime righe di questa parte mancante nell’edizione italiana, l’analisi dell’interventismo statale non è completa senza quella della corruzione. Nel sottoparagrafo Mises sviluppa in modo tagliente la teoria, già delineata in particolare nel capitolo X di Human Action, nel quale aveva contrapposto la cooperazione basata sul contratto (relazione simmetrica) a quella “politica”, basata invece sul comando e sulla subordinazione (relazione asimmetrica)[9], dalla quale deriva la contrapposizione logica fra società basate sullo scambio volontario e società basate sui vincoli egemonici. Una contrapposizione di enorme importanza, delineata anche in Socialism[10], che coincide sia con la teoria di Buno Leoni della contrapposizione fra rapporto politico (egemonico, ossia di potere e “disproduttivo”) e rapporto economico-produttivo (basato su relazioni di complementarietà e di reciprocità)[11], sia con quella di Gianfranco Miglio, presa ripetutamente di mira da alcuni political scientist nostrani (senza riuscire a smontarla), della “doppia obbligazione”: “obbligazione politica” e “obbligazione contratto-scambio”.

Nelle società dominate dai vincoli egemonici, il ruolo dei politici e dei burocrati è destinata a dilagare e a diventare dominante. Parallelamente si sviluppa la corruzione, come insieme di tentativi di influire, in un crescente bellum omnium contra omnes, sulla decisione politica in modo da ottenere, in un gioco a somma zero[12], vantaggi e sovvenzioni, privilegi, concessioni e rendite politiche e per volgere a proprio vantaggio, usando mezzi politici (cioè “non-economici” o “anti-economici”) per acquisire ricchezze, vantaggi e benefici di ogni genere.[13] Queste azioni, derivanti proprio dal dilagare dei vincoli egemonici, comprese le interferenze statali nel consumo, vengono espulse da Mises dall’ambito della catallaxy, in quanto ad essa senza ombra di dubbio estranee (extraeconomiche). È evidente che se tutto dipende da chi detiene il potere, tenderà a dilagare anche una lotta senza quartiere per influenzare chi comanda.

misesL’analisi di Mises procede con estrema profondità, delineando, in quel brillante e sintetico sottoparagafo, una teoria stringente, costellata di deduzioni taglienti, quali: «Non ci sono azioni d’interferenza statale nel mercato che, considerate dal punto di vista dei cittadini interessati, non possano essere qualificate che come confische come doni». Oppure: «Non esiste un modo giusto ed equo di esercitare l’enorme potere che l’interventismo mette nelle mani del legislatore e del potere esecutivo». La discrezionalità nell’allocazione delle risorse (rendite politiche) con criteri politici arbitrari appare in questo paragrafo in tutta la sua crudezza e realtà.[14] Da questa deriva che il presunto “disinteresse” di politici, legislatori e burocrati nell’azione interventista legittimata dal mito del “bene pubblico” è una chimera, non corrisponde affatto a “una più alta e più nobile idea di giustizia” e paralizza invece gli effetti della cooperazione umana, assoggettando ad esproprio e a paralisi l’azione imprenditoriale, presentata come opera di “sfruttatori” contraria al commune bonum, visto come una forzata uguaglianza di ricchezze e di reddito quale “unica condizione naturale ed equa della società”. Mises in questa parte, mancante nel testo italiano, non solo smonta definitivamente la nozione corrente e infondata di “sfruttamento economico”, ma smaschera anche la pretesa di altruismo e di “socialità” dell’azione pervasiva dei governanti e dei loro aiutanti, che sono, come dice, sul libro paga dello Stato. Quello che va sotto tale pretesa, infatti, è un rovesciamento della realtà: partecipare al mercato e ottenere un profitto dipendente dalla capacità di soddisfare meglio di altri concorrenti il consumatore, è considerato “egoista” e “vergognoso” dall’ideologia della burocrazia, mentre solo coloro che fanno parte del vasto entourage degli uomini che impersonano lo Stato e che da questa organizzazione dipendono, sono considerati nobili e altruisti. La realtà è invece che proprio l’interventismo consente all’egoismo politico-burocratico il suo massimo dispiegamento. Non solo questo mira a generare, con le sue pretese paternalistiche di livellamento egualitario, continua conflittualità[15], ma è anche fonte di vantaggi in termini di risorse e di potere.

Il capolavoro di Mises contenuto in questo sottoparagrafo è infatti quello di mettere a nudo la realtà delle democrazie contemporanee, innervate di interventismo, per i vantaggi che ne traggono le classi politico-burocratiche. Favoritismo e rendite politiche, non guadagnate sul mercato, sono connaturate all’interventismo (e del protezionismo, della concessione di licenze governative, di favori, ecc.): lo sorreggono, in una spasmodica corsa ad essere tra i beneficiari (i tax-consumers) piuttosto che tra le vittime (tax-payers) della relazione di dominio.[16] La corruzione in tal modo è consustanziale all’interventismo statale nell’economia. Come scrive qui Mises, con realismo politico: «Corruption is a regular effect of interventionism».[17] Le licenze particolari date a persone dalle quali ci si aspetta rendano favori o servizi in cambio, finiscono legate a rendite materiali da corruzione e/o al voto di scambio. Politici e burocrati, infatti, cercheranno di servirsi di ogni occasione sicura per entrare in contatto con coloro per i quali le loro decisioni sono vantaggiose, sfruttandole a loro volta a proprio vantaggio. Tutta la cooperazione sociale di mercato finisce così per saltare. Infatti è evidente che in un prevalente rapporto egemonico la vita dei cittadini dipende sempre più dal potere politico e si trasformerà in lotta contro tutti gli altri per guadagnarne i favori e influenzare coloro che emettono i comandi nella forma di legislazione. Anziché dedicare i propri sforzi a sviluppare la propri creatività imprenditoriale (o la ricerca scientifica), così, volta a soddisfare al meglio possibile i bisogni degli altri, essi si impegneranno in un vasto processo corruttivo per influenzare gli ordini, le leggi e la distribuzione della ricchezza o anche, in casi estremi, per cercare di difendersi dall’interventismo e dalla dilagante legislazione, prodotta a catena da uomini che, pur non partecipando né al processo di produzione né a quello di scambio impongono tutto a coloro che di quello vivono. Corruzione, spesa pubblica, voto di scambio (in democrazie nelle quali per l’individuo o il piccolo gruppo non c’è alcuna possibilità di disobbedire alla volontà della maggioranza), devastante pervertimento del concetto stesso di “giustizia”[18], politiche redistributive e dilagare della burocrazia appaiono in questo sottoparagrafo di Human Action strettamente collegate, in una sintesi che non ha paragoni. I corollari di questo meccanismo sono innumerevoli: l’emergere di una società sbilanciata dal prevalere del rapporto “egemonico” (politico, di comando-obbedienza), nella quale contano solo le relazioni personali con chi comanda e in cui la corruzione è premiata, trasformando l’onestà e la vita del proprio lavoro in un martirio. Infatti, coloro che possono avere accesso alla rappresentanza politica (gruppi di pressione) o ai vertici della burocrazia per guadagnare favori al di fuori della competizione di mercato (e del merito oggettivamente riconosciuto), saranno stimolati a cercare di influenzarle, per non rimanere esclusi da un gioco del genere, a differenza di tutti gli altri che sono indotti a comportarsi in questo modo. Tuttavia, in una società siffatta, la proprietà sarà anche precaria, poiché sarà ottenuta grazie ai più forti; anche i più deboli non godranno di alcuna protezione in merito a questo diritto, che diventa una precaria attribuzione legale. Le basi della cooperazione sociale saranno così destinate a saltare.

 

  1. Un’edizione da macero e due paradossi.

 

L’edizione italiana del 1959 de L’Azione Umana, per quanto rappresenti una versione della prima edizione americana, è un testo che va sostituito al più presto con un’edizione completa e accurata nella traduzione (il più possibile fedele all’originale) e, cosa che non dovrebbe mai accadere ai libri, può essere tranquillamente mandata al macero. Questo caso editoriale, infatti, rappresenta con ogni evidenza un grave macigno nella cultura scientifica italiana. Generazioni di studenti che possono essere venuti in contatto, per un puro, fortunato caso (data l’esclusione sistematica delle opere della Scuola Austriaca dall’insegnamento mainstream nelle Accademie italiane fino a oggi – ma questa non rappresenta un’eccezione nel panorama europeo continentale), con quella traduzione de L’Azione umana, hanno potuto leggere l’opera in questa versione mal presentata, disastrata dal punto di vista linguistico e soprattutto non aggiornata, ignorando il fatto che le edizioni successive alla prima erano diverse, più ricche e dotate di sviluppi cruciali. Va anche considerato il fatto che, fino alla fine degli anni Novanta, ossia con l’avvento di internet e del mercato librario on-line (con la parziale, ancora timida ripresa di una “globalizzazione” post-guerra fredda), procurarsi i testi originali era molto difficile. Oggi la situazione è cambiata, ma rimangono ancora emblematici, a fronte di questa traduzione, due paradossi.

Il primo è che – dato che forse ancora pochi, a parte gli studiosi, hanno potuto leggere le aggiunte alla Seconda e Terza Edizione – il caso del sottoparagrafo mancante Corruption rappresenta un vuoto particolarmente grave per l’Italia. Oltre a fornire la descrizione e la spiegazione di una logica conseguenza dei sistemi di socialismo reale (a lungo descritti in questo Paese come portatori di una fantomatica “giustizia sociale”, ma finiti tutti nelle pastoie di una corruzione materiale e morale sconfinata e nella devastazione della cooperazione sociale, esistente invece in epoche precedenti alla statalizzazione integrale nei Paesi che li hanno sperimentati) [19], infatti, quella parte mancante va al cuore di uno dei principali problemi di questo Paese, che sta annegando a causa dell’interventismo: la corruzione e il dilagare delle rendite politiche, in uno scenario di lotta, sempre più all’ultimo sangue, fra bande parassitarie che si spartiscono il “bottino” derivante dalla tassazione e dalla regolamentazione e che aspirano a mettere le mani su settori sempre più ampi delle attività umane controllate e regolamentate dallo Stato e dalla sua debordante legislazione. Per non parlare della corruzione insita nel voto di scambio. Con l’ulteriore “sotto-paradosso” che in un momento di crisi dovuta soprattutto all’interventismo dello Stato, la gente continua a incolpare il mercato e a invocare ancor più interventi e regolamentazione, trasformando politici e burocrati in salvatori: una soluzione con ogni evidenza letale, delle cui conseguenze si finirà per accorgersi troppo tardi.

Il secondo paradosso, che sfiora l’umorismo, è il fatto che – contrariamente a questo vuoto tutto italiano – in Russia, il Paese europeo più devastato dallo statalismo integrale, dall’economia amministrata e dalle utopie criminali del Novecento e oggi in una fase di lampante restaurazione politica, accompagnata da un rigurgito di censura, esiste già dal 2005 un’eccellente traduzione[20] dell’opera principale di Mises, condotta sulla base della Terza Edizione americana. Il luogo di pubblicazione è la città di Cheljabinsk, in Siberia, nella quale sono stati pubblicati in traduzione russa un’infinità di testi della tradizione liberale classica, della Scuola Austriaca dell’economia e del libertarismo contemporaneo. La cosa non sorprende, in quanto Cheljabinsk è un’altamente dinamica città mercantile storica, che ebbe un rapido sviluppo nel primo decennio del Novecento – l’epoca di maggior fioritura dell’Impero Russo – e che si è sviluppata in forma simile ad alcune città americane: per questo è stata anche definita “la Chicago d’oltre Urali”. Quello siberiano in generale, del resto, è sempre stato un ambito culturale diverso (e più libero) rispetto a quello della Russia europea.[21] Nella bella edizione russa di Human Action figurano un accurato glossario dei termini, un repertorio dei giudizi più anticonformisti sull’opera di Mises, un dettagliato dizionario biografico e un minuzioso indice degli argomenti e dei sotto-argomenti. Inoltre, sul piano linguistico i termini-chiave sono tradotti correttamente (government con gosudarstvo; the hampered market economy con deformirovannaja rynochnaja ekonomika, ecc.) e vi figura anche l’importante sottoparagrafo korrupcija[22], di enorme rilevanza per un Paese che vede fra i suoi più gravi problemi, ereditati dal periodo sovietico, proprio quello della corruzione, che impedisce il ritorno a livelli che pur erano stati raggiunti dall’economia pre-rivoluzionaria. La traduzione della Terza Edizione americana (Contemporary Books, Chicago 1996) è condotta con accuratezza, dedizione, utilizzando al massimo l’infinita plasticità della lingua russa per rendere al meglio i termini scientifici originali, dimostrando con ogni evidenza un rispetto e un attaccamento quasi affettivo all’opera di Mises e rivitalizzando in tal modo una gloriosa tradizione prerivoluzionaria nello studio dell’economia, che aveva visto non a caso (accanto a quella, comunque la si consideri, di levatura mondiale dei Tugan-Baranovsky, Dmitrjev, Kondratjev, Slutskij, ecc.), l’eccezionale opera di Boris Brutzkus[23], l’economista che parallelamente e indipendentemente da Mises sviluppò la teoria dell’impossibilità del calcolo economico in un’“economia” socialista.

 

Conclusioni.

 

Senza un’edizione aggiornata e completa di uno dei maggiori capolavori di tutti i tempi della teoria economica e delle scienze sociali, appare molto difficile pensare a un Paese in grado di ragionare e di confrontarsi su questioni chiave, che soprattutto lo riguardano direttamente, come quelle omesse nell’edizione della Utet. Quella del 1959 era un’edizione stampata controvoglia, per coprire un vuoto che sarebbe apparso troppo macroscopico. In un’epoca nella quale sta maturando la rivolta[24] contro la chiusura dei programmi universitari e di dottorato verso scuole di pensiero censurate e/o considerate “inferiori” dal mainstream accademico – acritico e fondato su modelli di pensiero e di comportamento umano irrealistici, incapaci di spiegare fenomeni decisivi, in quanto arroccati su teorie sorpassate, statiche e amorfe – un’edizione come quella italiana di Human Action appare ancor più intollerabile. L’opera di Mises in salsa italiana potrebbe essere considerata come una delle tante incappate in una semplice disavventura editoriale. Il grave sta nel fatto che non si è trattato di questo. La vicenda di quell’edizione è invece dipesa da una pianificata e proterva politica culturale di marginalizzazione (come senza dubbio dimostrano le paginette introduttive), a tutto favore di programmi di ricerca dominanti, di un insegnamento ortodosso infarcito di stordenti e arcane formule matematiche e orientato da gruppi di “intellettuali di corte”, volto a frenare o a scoraggiare la possibilità di avvicinarsi seriamente e con una strumentazione adeguata a teorie differenti (e in grado di spiegare i fenomeni: basta pensare al collasso del socialismo reale o a quello dell’economia accademica di fronte alla crisi corrente) rispetto a quelle prevalenti. Quella traduzione dimostra che Mises ha subito un trattamento inaccettabile in questo Paese, non diversamente da quello di tanti altri scienziati (Leoni, Miglio, ecc.) e che rende inevitabilmente quanto mai attuale, particolarmente oggi e per quanto visto sopra, il monito di Frédéric Bastiat: «Quando la ragione pubblica smarrita onora ciò che è spregevole, disprezza ciò che è onorevole, punisce la virtù e ricompensa il vizio, incoraggia ciò che nuoce e scoraggia ciò che è utile, applaudisce alla menzogna e soffoca il vero sotto l’indifferenza o l’insulto, una nazione volge le spalle al progresso e non vi può essere ricondotta se non dalle terribili lezioni delle catastrofi».[25]

Alessandro Vitale

[1] L. von Mises, Human Action. A Treatise on Economics, New Heaven, Yale University Press, 1949.

[2] Per un quadro completo delle cancellature dalla prima edizione e delle importanti aggiunte alle edizioni successive a quella del 1949, si veda L. von Mises Human Action. A Treatise on Economics, The Scholar’s Edition, The Ludwig von Mises Institute, Auburn Alabama 1998, pag. xxii.

[3] Come aveva notato nel 2003 Lorenzo Infantino, «È come se Bagiotti avesse voluto porre su Mises (e sulla stessa opera introdotta) una pietra tombale». L. Infantino, Ludwig von Mises e le scienze sociali del ventesimo secolo, in: L. Infantino, N. Iannello (cur.), Ludwig von Mises e le scienze sociali nella grande Vienna, Rubbettino 2004, pp. 10-12.

[4] L. Infantino, Ludwig von Mises e le scienze sociali del ventesimo secolo, cit., p.12.

[5] L. von Mises Human Action. A Treatise on Economics, The Scholar’s Edition, The Ludwig von Mises Institute, Auburn Alabama 1998, Ibidem.

[6] Pag. 732 della Quarta Edizione (Wilkes & Fox, 1996), che riproduce la Terza Edizione (1966), pubblicata dalla Henry Regnery Company – Yale University Press.

[7] Pag. 716 della Quarta Edizione.

[8] Ibidem, pag. 716. The hampered market economy viene tradotto nell’edizione italiana, ricavata dalla prima edizione, con “L’economia vincolata”, mentre il senso dell’aggettivo andrebbe reso più correttamente con “intralciata”, “ostacolata”, “deformata”, “bloccata”, in quanto il termine inglese indica un vero e proprio impedimento al suo funzionamento, fino a trasformarla in qualcosa di diverso, ossia in un sistema “anti-economico” o “non-economico”. Cfr. The Concise Oxford Dictionary of English Etymology, Oxford University Press, 1996.

[9] Per una rapida individuazione, si veda l’antologia di G. Vestuti (a cura di), Il realismo politico di Ludwig von Mises e di Friedrich von Hayek, Giuffré, Milano 1989, pp.159-162.

[10] «L’accrescimento delle richezze può essere ottenuto o attraverso lo scambio, che è l’unico metodo possibile in un’economia capitalistica, o attraverso atti di violenza ed esplicite richieste, come in una società militaristica, dove il più forte ottiene con la forza, il più debole chiedendo». L. von Mises, Socialismo (1922), Rusconi, Milano 1989, p. 415.

[11] B. Leoni, Lezioni di dottrina dello Stato, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, pp.165-169 e soprattutto 260-267.

[12] Mises scrive: «As a rule, one individual or a group of individuals is enriched at the expenses of other individuals or groups of individuals. But in many cases, the harm done to some peoples does not correspond to any advantage for other people». Quarta Edizione di Human Action, (Wilkes & Fox, 1996), pag. 734.

[13] Miglio ha introdotto negli anni Sessanta nella politologia scientifica il termine di “rendita politica”, che non è altro che una garanzia politica materiale di beni e vantaggi nella loro forma più concreta, fornendone una teoria e una tipologia (in gran parte corrispondente a quella di Mises) taglienti come un rasoio. Cfr. G. Miglio, Lezioni di Politica, vol. 2. Scienza della Politica, Il Mulino, Bologna 2011, pp. 320-361. Naturalmente la dinamica della corruzione coincide in larga parte con quella descritta da Mises.

[14] Nell’analisi di Miglio l’allocazione delle risorse occupa una parte centrale nell’analisi della rendita politica. È il titolare del potere che con atti arbitrari (che ostacolano la razionalità economica) è in grado di decidere sulla distribuzione del “bottino politico” conquistato al di fuori dell’uso di “mezzi economici” e addirittura di usarlo nella lotta politica. Quanto più il mercato sarà compresso, tanto più vi sarà spazio per la rendita politica. G. Miglio, Lezioni di politica, cit., p. 329.

[15] I costi delle rendite politiche saranno scaricati sui “cittadini vinti” in questa lotta di accaparramento di risorse pubbliche.

[16] C. Lottieri, Le ragioni del diritto. Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno Leoni. Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, p. 239.

[17] Human Action, Quarta Edizione, (Wilkes & Fox, 1996), pag. 736. Inutile aggiungere che questo coincide con e spiega anche cosa intendeva Bastiat con la famosa affermazione:«Lo Stato è la grande finzione in cui ognuno tenta di vivere alle spalle di tutti gli altri». Coincide inoltre con la scoperta di Leoni dell’analogia fra economia pianificata e legislazione e con la sua realistica constatazione che nell’ordine statuale e delle moderne democrazie sia inevitabile una guerra legale di tutti contro tutti, condotta per mezzo della legislazione e della rappresentanza politica. B. Leoni, Decisioni politiche e regole di maggioranza (1960), ora in: Idem, Scritti di scienza politica e teoria del diritto, Rubbettino-Facco, Soveria Mannelli 2009, pp. 123-137; B. Leoni, La libertà e la legge (1961), Rubbettino, Soveria Mannelli 1994, p. 23.

[18] Del resto, le politiche pubbliche finalizzate alla realizzazione della c.d. “giustizia sociale” devastano la sicurezza giuridica, provocando una corruzione dilagante.

[19] La spiegazione teorica di queste conseguenze era già presente, come noto, in L. von Mises, Die Gemeinwirtschaft (1932, 2a ed.) (Socialism: An Economic and Sociological Analysis, Liberty Fund, Indianapolis, 1981; trad, it.: Rusconi, Milano 1990).

[20] L. von Mises, Chelovecheskaja dejatel’nost’. Traktat po ekonomicheskoj teorii, Sozium, Cheljabinsk, 2005.

[21] Mi permetto di rimandare per questo a A. Vitale, Noi e l’Europa Orientale “extracomunitaria”: un incontro frenato e gli ostacoli alla libertà delle popolazioni europee. In: AA.VV., La nostra libertà e le altre culture. Scontro o incontro nell’Europa del futuro, Regione Friuli-Venezia Giulia, Associazione culturale Carlo Cattaneo, Pordenone 2004, pp. 53-93; A. Vitale, La “Slavia Ortodossa” e la politica internazionale. Questioni di geopolitica e di geocultura. In: AA.VV. I due polmoni dell’Europa. Est e Ovest alla prova dell’integrazione. Rimini 2001. (Atti dell’Università d’Estate – S. Marino) pp. 89-105.

[22] L. von Mises, Chelovecheskaja dejatel’nost’, cit, pp. 688-689.

[23] Su questo studioso si veda, oltre a B. Brutzkus, Economic Planning in Soviet Russia, Routledge, London 1935, anche, fra molti altri, D. R. Steele, From Marx to Mises, Post-capitalist Society and the Challenge of Economic Calculation, Open Court Publishing Company, La Salle, Illinois1992 e J.M. Kovács, M. Tardos, Reform and Transformation in Eastern Europe. Soviet Type Economics on the Threshold of Change, Routledge, London-New York 1992.

[24] Si veda ad es. l’autentica rivolta avvenuta fra studenti e docenti dell’Università di Manchester, ma anche in altre prestigiose istituzioni, contro una scienza economica che non ha avuto niente da dire in merito alla crisi mondiale attuale. Sebbene orientata anche al recupero del post-keynesismo e prevalentemente alla critica radicale del paradigma neoclassico, viene menzionata come scuola con la quale è necessario confrontarsi anche la Scuola Austriaca. Cfr. http://www.post-crasheconomics.com/

[25] F. Bastiat, Armonie economiche, Utet, Torino 1954, p. 595.