L’Azione Umana: il paragrafo mancante

Publichiamo la parte mancante dal paragrafo 6, capitolo XXVII, dell’edizione italiana del 1959 de L’Azione Umana di Ludwig von Mises.
Punto centrale dell’esposizione consiste nel riconoscere la corruzione come fenomeno imprescindibile dal sistema statale: abituati infatti ad intenderla come evento isolato di funzionari deviati, e dunque concausa della deriva dell’impianto democratico, dimentichiamo spesso come essa invece abbracci una casistica assai più larga e sistematica di comportamenti arbitrari ed illegittimi, anche quando operati nel pieno rispetto della normativa vigente. In un regime interventista la corruzione è infatti implicita nell’esercizio della funzione, non nella decisione particolare del funzionario.

 

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La corruzione

 

Human ActionUn’analisi sull’interventismo sarebbe del tutto incompleta senza un riferimento al fenomeno della corruzione.

Difficilmente l’interferenza dello stato nei processi di mercato, come subita dal cittadino coinvolto, potrebbe essere etichettata come qualcosa di diverso da una sequenza di confische o elargizioni. E’ la norma che ciascun individuo, isolato o come elemento di una categoria, possa essere arricchito solo a spese di altri individui o categorie; in molti casi, tuttavia, il danno imposto a un gruppo non viene affatto bilanciato dal beneficio assegnato ad altri.

Non esiste alcuna via su cui si possa esercitare in modo legittimo e morale il tremendo potere che l’interventismo mette nelle mani di parlamenti e governi. Gli apologeti dell’interventismo si illudono di poter sostituire la discrezionalità illimitata di un legislatore sommamente saggio e disnteressato, con una corte di burocrati infaticabili e scrupolosi al seguito, a quelle che essi etichettano come conseguenze “socialmente deleterie” della proprietà e degli interessi privati. Ai loro occhi, l’uomo comune è un fanciullo indifeso in urgente bisogno di un guardiano paterno per proteggerlo dalle astuzie dei malintenzionati. In nome di una più “elevata e nobile” idea di giustizia, essi rigettano qualunque nozione storica di legge e legalità: tutto ciò che essi compiono è sempre giusto poiché va a danno di chi, egoisticamente, vuol trattenere per sè quanto agli occhi di tale superiore concetto di giustizia dovrebbe appartenere ad altri.

I concetti di altruismo ed egoismo, assoggettati a tale logica distorta, sono contraddittori e privi di senso: come si è detto, infatti, ogni azione mira al perseguimento di uno stato di cose che benefici l’attore economico più di quello in cui egli si troverebbe se non avesse intrapreso la data azione. Ogni azione è perciò da considerarsi egoistica. Chi si adopera per sfamare dei bambini agisce dietro aspettativa di ricavarne un beneficio futuro, oppure perché valorizza la propria soddisfazione in seguito a un tale dono più di quanto avrebbe fatto nello spendere la stessa somma in altri beni. Il politico, dunque, agisce sempre in modo egoistico sia quando sostiene un provvedimento assai popolare, al solo fine di avvantaggiarsi per l’elezione ad una carica, sia quando procede a testa bassa nel realizzare un progetto impopolare della cui utilità è però convinto, precludendosi così quei vantaggi di cui avrebbe potuto godere se solo avesse tradito le proprie idee.

Nel gergo anticapitalista le parole egoista ed altruista sono usate per etichettare le persone attraverso la lente di una dottrina che considera la parità di richezza e stipendio come l’unica naturale e giusta condizione sociale, che marchia come sfruttatore chiunque guadagni più della media e che condanna l’attività imprenditoriale in quanto deleteria per il benessere collettivo. Gestire un’attività, dipendere direttamente dall’approvazione o rifiuto del consumatore verso le proprie azioni, sollecitare la preferenza degli acquirenti e ricavarne profitti qualora si riesca a servirli meglio della concorrenza è, dal punto di vista dell’ideologia dominante, egoista e vergognoso. Solo quelli a libro paga dello stato meritano il titolo di altruisti e nobili.

Sfortunatamente, politici e burocrati non hanno nulla di angelico: imparano ben presto come le loro decisioni siano in grado di influenzare il settore produttivo con ingenti perdite o, alle volte, enormi vantaggi. Certamente vi sono burocrati che rifiutano le tangenti, tuttavia ve ne sono altri sempre disposti ad approfittare di ogni “affare sicuro” che permetta loro di spartirsi i proventi coi beneficiari del loro favore.

In molte branche amministrative del complesso interventista, il favoritismo semplicemente non può essere evitato. Si prenda ad esempio il caso delle licenze d’importazione o esportazione: poiché la pratica di rilascio comporta un costo fisso per lo spedizioniere, quale criterio applica lo stato per scremare i benficiari dai respinti? Non ve ne è infatti uno oggettivo o neutrale, a disposizione del decisore, per evitare favoritismi e parzialità. Che tale dinamica poi coinvolga il passaggio di mano di bustarelle non ha davvero importanza: lo scandalo resta, anche nel caso in cui la licenza sia assegnata a chi abbia portato o si ritiene possa apportare un vantaggio d’altro tipo (ad esempio, tramite il voto) a coloro da cui dipende la decisione.

La corruzione è effetto ineludibile dell’interventismo. Lasciamo agli storici ed agli studiosi di legge di occuparsi dei problemi ad essa connessi*.

 

* E’ consuetudine oggi appoggiare l’ideale delle rivoluzioni comuniste denunciando come corrotti i regimi non comunisti oggetto dell’attacco. Fu così che si cercò di giustificare l’iniziale approvazione di parte della stampa ed alcuni parlamentari staunitensi, ai comunisti cinesi prima e a quelli cubani poi, etichettando come corrotti i regimi di Chiang Kai-shek e Batista. Tuttavia, da questo punto di vista, qualunque rivoluzione comunista contro un governo non pienamente devoto al laissez-faire appare del tutto giustificata.