Interferenze coercitive – VIII parte

Il socialismo

 stemma misesQuando l’intervento statale si estende a tutto il sistema economico ed elimina la proprietà privata si ha il socialismo. Il socialismo è la monopolizzazione forzata dell’intera sfera produttiva da parte dello Stato, il quale possiede tutti i mezzi di produzione.

Riguardo al socialismo, per la prasseologia il solo problema da discutere è se un sistema socialista può funzionare come sistema della divisione del lavoro. Tratto essenziale del socialismo è che una volontà sola agisce. Nell’analisi prasseologica dei problemi del socialismo non ci si occupa dei giudizi di valore e dei fini ultimi di chi dirige; li si acquisisce come dati. Si considera semplicemente la questione se un essere umano, dotato della struttura logica della mente umana, possa essere adeguato ai compiti di direzione di una società socialista. Colui che dirige ha a disposizione tutta la conoscenza tecnologica del suo tempo, e l’inventario di tutti i fattori materiali di produzione disponibili, compresa la mano d’opera. Egli deve scegliere fra una infinita varietà di progetti in modo tale che nessun bisogno da lui considerato più urgente rimanga insoddisfatto a causa del fatto che le risorse sono impiegate per la soddisfazione di bisogni che considera meno urgenti. In sostanza, il problema fondamentale è l’impiego dei mezzi per raggiungere i fini ultimi.

L’impossibilità di funzionamento del socialismo viene dimostrata per la prima volta da L. von Mises nel celebre articolo Il calcolo economico nel socialismo del 1920.

La ragione fondamentale del fallimento del socialismo, per quanto benigno possa essere il pianificatore, è di non poter calcolare, perché è privo degli strumenti per calcolare i profitti e le perdite, in conseguenza dell’assenza della proprietà privata, quindi di un mercato e dunque dei prezzi, in particolare dei prezzi dei mezzi di produzione.

Per un ipotetico pianificatore centrale le decisioni da prendere sull’allocazione delle risorse sono miliardi e miliardi. Nessuno le può prendere senza i prezzi di mercato dei fattori di produzione a cui bisogna assegnare i diversi usi. Sono i prezzi che rendono possibili i calcoli, e dunque la valutazione dei profitti e delle perdite.

Il pianificatore non può sapere quali beni ordinare ai lavoratori di produrre; a quale stadio della produzione; quanto prodotto ad ogni singolo stadio della produzione; quali tecniche o materie prime utilizzare e quanto; a quale luogo assegnare tale produzione; quali sono i costi; quale processo produttivo è o non è efficiente. In un’economia più complessa di quella di Crusoe o di un livello familiare primitivo, il pianificatore socialista non sa rispondere a tutte queste questioni perché come detto manca dello strumento indispensabile di cui dispone invece l’imprenditore privato: un mercato dei mezzi di produzione, che genera prezzi monetari basati sul genuino scambio di tali mezzi da parte dei loro proprietari orientati al profitto.

I prezzi dei fattori produttivi riflettono le migliori valutazioni sulla loro capacità di soddisfare i bisogni dei consumatori.

È la centralizzazione della proprietà realizzata dal pianificatore, non l’impossibilità di centralizzare tutta la conoscenza nel pianificatore, la causa del disastro economico socialista. La concentrazione di tutta la proprietà nelle mani di una singola agenzia statale elimina il mercato dei beni capitali, e con esso i prezzi di tali beni; senza prezzi è impossibile il calcolo economico. L’efficienza è il risultato dell’esistenza di una pluralità di proprietà private. Infatti, anche l’amministratore di una grande impresa privata non può possedere la conoscenza dispersa fra tutti gli impiegati, ma ciò non impedisce che egli pianifichi, e che gli esiti siano efficienti. Questo è possibile perché l’azienda è immersa in un contesto di proprietà private e di prezzi dei fattori, e dunque essa, a differenza del pianificatore pubblico, può effettuare il calcolo economico.

In Unione Sovietica i prezzi esistevano, dunque essa è fallita per altri motivi, perché i prezzi non erano di mercato.

Nel settore dei beni di consumo teoricamente un meccanismo di aggiustamento per tentativi ed errori potrebbe sussistere, grazie al comportamento dei consumatori: il pianificatore fissa i prezzi inizialmente, quindi mette in vendita i beni e verifica se vi sono surplus o scarsità. Nel primo caso riduce il prezzo, nel secondo lo aumenta, finché il mercato è sgombro (clear). Ma il problema non è questo, è la mancanza di prezzi per i fattori produttivi, in quanto manca un meccanismo di domanda e offerta (mercato) per tali beni. I produttori devono utilizzare la terra e i beni capitali per decidere la quantità di beni di consumo da offrire. Nel settore dei beni di produzione lo Stato socialista, monopolista, è al tempo stesso acquirente e venditore in ogni transazione; in un’economia avanzata queste transazioni rappresentano i mercati più vitali e più complessi. Dunque il calcolo economico è impossibile in questo settore, e necessariamente regnerà il caos. In sostanza, il pianificatore non può sapere quali beni ordinare ai lavoratori di produrre; a quale stadio della produzione; quanto prodotto ad ogni singolo stadio della produzione; quali tecniche o materie prime utilizzare e quante; a quale luogo assegnare tale produzione; quali sono i costi; quale processo produttivo è o non è efficiente. In un’economia più complessa di quella di livello familiare primitivo, il pianificatore socialista non sa rispondere a tutte queste questioni perché, come detto, manca dello strumento indispensabile di cui dispone invece l’imprenditore privato: un mercato dei mezzi di produzione, che genera prezzi monetari basati sul genuino scambio di tali mezzi da parte dei loro proprietari orientati al profitto [1].

Per Rothbard[2] il calcolo economico è impossibile non solo nel socialismo, ma in qualsiasi sistema in cui vi sia un unico agente (sia esso lo Stato o un’impresa) che possiede e dirige tutte le risorse: ad esempio, se esiste un’unica impresa privata, che possiede l’intera economia, ed internalizza l’intera attività economica, anche in quel caso il calcolo economico è impossibile, perché anche in quel caso non esistono prezzi (di mercato) [3].

Dopo l’articolo di Mises si cercarono schemi di calcolo. Infatti, se tutti i materiali e i servizi sono espressi in termini fisici, non vi è un comune denominatore, e il direttore della produzione non può confrontarli, e non può confrontare costi e guadagni attesi. Se si elimina il calcolo economico in termini di moneta non si ha più il mezzo per fare una scelta razionale fra le varie alternative.

Gli schemi di calcolo economico proposti dai socialisti possono essere classificati in sei tipi:

  • calcolo in quantità fisiche. Come detto, essendo le quantità eterogenee, il calcolo è impossibile;
  • sulla base della teoria del valore-lavoro, l’unità di calcolo è l’ora-lavoro. Non tiene conto dei fattori di produzione originari e delle diverse qualità di lavoro a parità di quantità;
  • l’unità è una quantità di utilità. Ma l’utilità non è misurabile, si può solo disporre in scale di gradazione;
  • il calcolo viene fatto con l’aiuto delle equazioni differenziali della catallassi matematica. Ma esse sono possibili solo in un mondo statico, che considera solo un equilibrio finale definitivo;
  • istituzione di un quasi-mercato artificiale (O. Lange): il mercato non viene abolito, cambia solo il fatto che la proprietà è pubblica e il direttore di un’impresa distribuisce il profitto a tutti anziché ai proprietari. Tale soluzione trascura che l’economia è un sistema dinamico, non un sistema in cui l’assegnazione del capitale alle varie branche è assegnato una volta e per sempre;
  • il calcolo è reso superfluo dal ricorso al metodo “tentativo ed errore”.

Il tentativo che ebbe più notorietà fu quello di Lange, H.D. Dickinson, Lerner e Taylor (1929, 1936), contenuto nei punti 5) e 6). Secondo questa soluzione il pianificatore socialista può risolvere il problema di calcolo ordinando ai vari manager di fissare dei prezzi iniziali. Si parte da uno schema walrasiano di equilibrio generale. I prezzi veri si determineranno nello stesso modo in cui si formano nel mercato capitalista: per tentativi ed errori. Data una quantità di beni di consumo, se i prezzi iniziali fissati sono troppo bassi si verificherà una scarsità del bene, e allora il pianificatore alzerà il prezzo finché la scarsità scompare e il mercato è sgombro (clear). Se invece i prezzi sono troppo alti, vi sarà un surplus e i pianificatori ridurranno i prezzi riportando il mercato in equilibrio.

Questa diventò la Posizione Ufficiale Ortodossa del mondo accademico: a loro parere era stato dimostrato che, abbandonando l’utopia di un socialismo senza moneta o senza prezzi o con prezzi calcolati in termini di valore-lavoro, si poteva risolvere il problema del pianificatore. Anche Pareto e Barone dissero che la posizione di Mises sull’impossibilità del calcolo non era corretta, perché anche in un sistema socialista, come sotto il capitalismo, esisteva il numero di equazioni di domanda, offerta e prezzi richieste.

A quel punto, anche Hayek e Robbins abbandonarono la posizione estrema di Mises e si assestarono su una seconda linea di difesa: il problema del calcolo economico si può risolvere sul piano teoretico, ma in pratica sarebbe difficile. Ripiegarono dunque su un problema di grado di efficienza, anziché di drastica differenza di tipologia.

Tra l’altro per Hayek il problema del socialismo è un problema di conoscenza, non di proprietà, come per Mises.

Nonostante tale consenso, la soluzione di Lange conteneva diversi errori:

1) L’equilibrio generale, in cui sono date e immutabili tutte le grandezze – gusti, tecnologie, risorse naturali – non può descrivere il mondo reale, che è caratterizzato dal cambiamento incessante. A causa di tale incertezza l’imprenditore diventa l’attore cruciale.

2) Il modello per tentativi ed errori si concentra sulla determinazione dei prezzi dei beni di consumo, ma, come Mises ripete spesso, il problema è la determinazione dei prezzi dei fattori della produzione. I produttori devono utilizzare la terra e i beni capitali per decidere la quantità di beni di consumo da offrire. Nel settore dei beni di produzione lo Stato socialista, monopolista, è al tempo steso acquirente e venditore in ogni transazione; in un’economia avanzata queste transazioni rappresentano i mercati più vitali e più complessi. Dunque il calcolo economico è impossibile in questo settore, e necessariamente regnerà il caos.

3) I socialisti di mercato guardano al problema economico dal punto di vista del manager dell’impresa privata, che cerca di realizzare profitti o evitare perdite, ma all’interno di una rigida struttura in cui l’allocazione del capitale è data per ciascuna branca dell’industria e per ciascuna azienda. Ma il manager dell’impresa privata nel capitalismo è diverso dall’imprenditore capitalista, che è la vera forza guida del mercato capitalista. Le operazioni dei manager, il loro acquistare e vendere, sono solo una piccola frazione della totalità delle operazioni di mercato, sono un’attività subordinata, e le loro operazioni non modificano l’allocazione dei beni capitali alle varie branche e imprese, che è invece la decisione cruciale. Invece gli imprenditori e i capitalisti implementano nuove imprese, ne aumentano o diminuiscono le dimensioni, le fondono con altre imprese, acquistano o vendono azioni e obbligazioni (cioè quote di terra e beni capitali), garantiscono o riscuotono crediti; in breve eseguono tutti quegli atti che riguardano il mercato monetario e dei capitali. I capitalisti-imprenditori sono promotori, speculatori, investitori e prestatori di denaro; sono le transazioni finanziarie di questi che incanalano la produzione verso i settori che soddisfano i bisogni più urgenti dei consumatori. Il sistema capitalista non è un sistema manageriale, è un sistema imprenditoriale. In sostanza, nel mercato socialista manca il mercato dei beni capitali, con i relativi prezzi, e dunque non si possono stimare i costi; i fattori sono assegnati in maniera rigida alle varie produzioni.

4) il calcolo non è reso superfluo dal ricorso al metodo “tentativo ed errore”, perché, se non esiste una misura aritmetica per valutare il tentativo riuscito e quello errato, il metodo non è applicabile.[4]

Il problema non è piano o non piano; il problema è: chi pianifica? Ogni membro della società per se stesso, o un governo per tutti? Dunque l’alternativa è libertà contro onnipotenza governativa. Il laissez faire non significa lasciare agire forze meccaniche senz’anima, ma lasciare che ogni individuo cooperi come vuole alla divisione sociale del lavoro.

Inoltre, quale piano dovrebbe essere attuato? Ognuno che invoca un piano invoca il suo piano. Il pianificatore vuole sfidare i desideri dei consumatori e sostituirvi la propria volontà. Si vede dietro ciò la autodeificazione degli interventisti, con gli esiti autoritari che vi sono connessi.

Il secondo problema del socialismo è quello degli incentivi. In sostanza, la cancellazione della motivazione a lavorare. Prima dell’articolo di Mises del 1920 tutti gli studiosi ritenevano che il problema del socialismo fosse solo un problema di incentivi. Se tutti ricevono lo stesso reddito, indipendentemente dallo sforzo compiuto, se cioè il prodotto del proprio lavoro viene sottratto, o al contrario si ottiene un reddito superiore al contributo offerto, si è scoraggiati dall’impegnarsi. Se poi si fa riferimento alla formula marxiana “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni”, c’è anche un problema relativo alla qualità del lavoro da svolgere, sintetizzato nella famosa domanda: sotto il socialismo chi raccoglierà l’immondizia? Cioè, non c’è l’incentivo a svolgere i lavori più dequalificati e a svolgerli bene. In un’economia di mercato, invece, se pochi sono disposti a svolgere un determinato lavoro, gli stipendi saliranno, spingendo altre persone a svolgere quel lavoro.

Ma anche se l’intera società fosse costituita di santi altruisti, che vogliono soddisfare innanzitutto i bisogni degli altri, ugualmente vi sarebbe bisogno dei prezzi di mercato per sapere come allocare in maniera razionale i fattori della produzione (Mises).

La concentrazione del potere – In un’economia di mercato c’è spazio anche per le preferenze minoritarie, in un sistema socialista i bisogni da soddisfare vengono decisi autoritativamente (e male), il controllo sulle vite degli individui diventa pervasivo.

Un sistema pianificato tende inevitabilmente all’autoritarismo perché i gruppi sociali scontenti della loro condizione all’interno del piano economico (ad es. i minatori scontenti dei salari loro assegnati) non possono scegliere occupazioni alternative, e vengono costretti ad accettare quella soluzione (Hayek, La via della schiavitù).

La chimera dell’uguaglianza – Gli individui sono differenti fra loro. Uguaglianza giuridica e uguaglianza sostanziale sono incompatibili, perché per raggiungere l’uguaglianza sostanziale bisogna trattare gli individui in maniera differente sul piano legislativo (Hayek, La costituzione della libertà).

L’idea che il socialismo possa raggiungere l’uguaglianza materiale sopprimendo solo la libertà economica è insostenibile; esso infatti viola inevitabilmente anche le libertà personali: uno Stato che ha in mano tutti i mezzi di comunicazione decide chi esprime le proprie idee.

Lasciare esprimere i gusti e i talenti personali arricchisce molto di più tutta la società.[5]

La storia, come raramente capita, ha offerto “esperimenti di laboratorio” che dimostrano la schiacciante superiorità dei sistemi di mercato sui sistemi socialisti: due differenti architetture istituzionali e proprietarie imposte a un popolo omogeneo per reddito, cultura, lingua ecc.: è ciò che è avvenuto alle due germanie e alle due coree.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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Note

[1] L. von Mises, Il calcolo economico nello Stato socialista (1920), in AA.VV., Pianificazione economica collettivistica, Einaudi, Torino, 1946.

[2] M.N. Rothbard, Ludwig von Mises and Economic Calculation Under Socialism, in L. Moss (a cura di), The Economics of Ludwig von Mises, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 67-77; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 397-407; The End of Socialism and the Calculation Debate Revisited, in «Review of Austrian Economics» 5, n. 2, 1991, pp. 51-76; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 408-437.

[3] Mises fa il seguente esempio: supponiamo che il manager socialista abbia a sua disposizione tutta la conoscenza tecnologica della sua epoca; un elenco di tutti i fattori della produzione disponibili, compreso il lavoro; gli esperti gli forniscano un’informazione perfetta su tutto ciò che egli chiede; un potere misterioso gli consenta di conoscere i fini ultimi di tutti i consumatori; dunque, egli conosce tutte le “circostanze di tempo e di luogo”. Supponiamo che, sotto queste condizioni, il manager debba costruire un palazzo. Nonostante questa conoscenza perfetta, egli si troverà di fronte all’insolubile problema di quale scegliere fra i vari metodi tecnologici; ciascun metodo infatti impiega i fattori in quantità differenti, assorbe periodi di produzione differenti, e realizza palazzi di differente qualità. Non ha un denominatore comune per misurare i vari materiali e i tipi di lavoro, e dunque non può compararli; enumerare le qualità fisiche e chimiche dei materiali, come fanno i suoi esperti, serve a poco, perché tali enunciazioni non sono correlate l’una con l’altra, non si può istituire alcuna connessione certa fra di esse, perché non le si può calcolare in termini di prezzi monetari. Quindi il manager non può confrontare costi e ricavi attesi.

[4] Cfr. M.N. Rothbard, The End of Socialism and the Calculation Debate Revisited, in «Review of Austrian Economics» 5, n. 2, 1991, pp. 51-76.

[5] Sul problema della transizione dei paesi ex-socialisti ad un’economia di mercato v. M.N. Rothbard, Come smantellare il socialismo, in La libertà dei libertari, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2000, pp. 27-45, ed. or. How and How Not To Desocialize, in «Review of Austrian Economics» 6, n. 1, 1992; A Radical Prescription for the Socialist Bloc, in «The Free Market», marzo 1990, pp. 1, 3–4; H.-H. Hoppe, Socialismo e desocializzazione, in Democrazia: il dio che ha fallito (2001), Liberilibri, Macerata, 2005.