Il Regno Unito è una “Nazione per consenso”? – II Parte

III. Ripensare la Secessione

nazioniInnanzitutto, possiamo concludere che non tutti i confini di uno Stato sono giusti. Un obiettivo per i libertari dovrebbe essere trasformare gli attuali Stati-Nazione in entità nazionali i cui limiti potrebbero essere definiti giusti, nello stesso senso in cui lo sono i confini della proprietà privata; il che significa decomporre l’attuale Stato nazionale coercitivo in nazioni genuine o nazioni per consenso. Ad esempio, gli abitanti della Fredonia dell’Est dovrebbero poter ottenere una secessione volontaria dalla Fredonia per unirsi ai propri compagni in Ruritania. I liberali classici dovrebbero resistere all’impulso di dire che i confini nazionali “non fanno alcuna differenza”. È vero che – come sostengono da tempo – meno interventismo governativo ci sia nella Fredonia o in Ruritania, meno differenza farebbe la presenza o meno di un confine. Ma anche sotto uno Stato minimo, i confini nazionali implicherebbero comunque delle differenze, talvolta grandi per gli abitanti dell’area. Ad esempio, quale lingua – Ruritaniano, Fredoniano o entrambe? – verrebbe usata in quel territorio per i cartelli stradali, gli elenchi telefonici, gli atti giudiziari o le lezioni a scuola?

In breve: ogni gruppo, ogni nazionalità, dovrebbe avere il diritto di secessione da qualunque Stato nazionale e di poter unirsi a qualunque altro Stato nazionale che lo accetti. Questa semplice riforma porterebbe molto avanti il progetto delle nazioni per consenso. Gli scozzesi, se lo volessero, dovrebbero avere dagli inglesi la possibilità di lasciare il Regno Unito e diventare indipendenti, o anche di unirsi ad una Confederazione Gaelica qualora i costituenti lo desiderassero.

Uno delle reazioni comuni ad un mondo con più nazioni è la preoccupazione per la moltitudine di barriere commerciali che potrebbero essere erette. Ma, a parità di condizioni, più è grande il numero di nuove nazioni e più è limitata l’estensione di ciascuna, meglio è. Sarebbe molto più difficile, infatti, disseminare l’illusione dell’auto-sufficienza se lo slogan per convincere il pubblico fosse “Compra Nord Dakota” o addirittura “Compra 56sima strada”, piuttosto che l’attuale “Compra americano”. Ugualmente, con “abbasso il Sud Dakota” o, a maggior ragione, “abbasso la 55sima strada”, sarebbe più difficile diffondere paura o odio che rispetto a degli slogan contro il popolo giapponese. Allo stesso modo, le assurdità e le infelici conseguenze della moneta legale sarebbero molto più evidenti se ogni provincia o ogni quartiere stampasse la propria valuta. Un mondo più decentralizzato molto probabilmente utilizzerebbe beni tangibili, come l’oro o l’argento, per i propri soldi.

IV. Il Modello Anarco-Capitalista Puro

In questo saggio, rilancio il modello anarco-capitalista puro non tanto per difendere il modello in sé quanto per proporlo come guida per dirimere le controverse dispute attuali riguardo al concetto di nazionalità. Il modello puro prevede semplicemente come nessuna terra, nessun metro quadrato del mondo, dovrebbe rimanere “pubblico”; ogni metro quadro di terra, siano strade, piazze o quartieri, è privatizzato. La privatizzazione totale aiuterebbe a risolvere i problemi relativi alla nazionalità, spesso in modi sorprendenti, e suggerisco agli Stati esistenti, o agli Stati liberali classici, di cercare di integrare questo sistema anche fintanto che alcune zone rimangono all’interno della sfera governativa.

Confini Aperti, o il Problema del Campo dei Santi

Il tema dei confini aperti o della libera immigrazione è diventato un problema sempre più grande per i liberali classici. Ciò innanzitutto perché il welfare state aumenta i sussidi agli immigrati che entrano e ricevono assistenza permanente e, in secondo luogo, perché i confini culturali vengono sempre più sommersi. Ho cominciato a rivedere il mio punto di vista sull’immigrazione quando, ai tempi in cui crollò l’Unione Sovietica, divenne chiaro che gruppi etnici russi vennero incoraggiati ad allargarsi verso l’Estonia e la Lettonia con l’obiettivo di distruggere le cultura e le lingue di quei popoli. Prima, era facile rigettare l’irrealistico romanzo anti-immigrazione di Jean Raspail “Il Campo dei Santi”, in cui l’intera popolazione dell’India decide di spostarsi tramite piccole barche verso la Francia e i francesi – contagiati dall’ideologia liberale – non poterono trovare il consenso per prevenire la propria distruzione economica e culturale. Dato che i problemi culturali e quelli relativi al welfare state si sono intensificati, è oggi impossibile rifiutare a priori le preoccupazioni di Raspail.
Comunque, ripensando all’immigrazione sulla base del modello anarco-capitalista, mi è parso chiaro che un paese totalmente privatizzato non avrebbe affatto “confini aperti”. Se ogni lembo di terra in un paese fosse proprietà di un individuo, un gruppo, un’azienda, ciò significherebbe che nessun immigrato potrebbe entrarci senza che prima gli venga accordato l’ingresso e la possibilità di affittare o acquistare una proprietà. Un paese totalmente privatizzando sarebbe tanto “chiuso” quanto gli abitanti del luogo lo desiderino. Appare evidente, quindi, che il regime di “confini aperti”, che esiste de facto negli Stati Uniti, equivale ad un’apertura obbligata dallo Stato centrale, colui che possiede tutte le strade e gli spazi pubblici, e non riflette genuinamente i desideri dei proprietari.

Sotto una totale privatizzazione, molti conflitti locali e problemi di “esternalità” – non soltanto il problema dell’immigrazione – sarebbero efficacemente risolti. Se tutti i luoghi ed i quartieri appartenessero ad imprese private, aziende o comunità contrattuali, regnerebbe la vera diversità, in accordo con le preferenze di ciascuna comunità. Alcuni vicinati sarebbero etnicamente o economicamente diversi, mentre altri sarebbero etnicamente o economicamente omogenei. Alcune località permetterebbero la pornografia, la prostituzione, la droga o l’aborto, altri ne proibirebbero qualcuno o anche tutti quanti. Le proibizioni non sarebbero imposte dallo Stato ma sarebbero semplicemente i requisiti per risiedere o usare il territorio di proprietà di una persona o di una comunità. Da un lato, gli statisti che hanno il desiderio di imporre i loro valori a tutti gli altri rimarrebbero delusi; dall’altro, ogni gruppo o interesse avrebbe quantomeno la soddisfazione di vivere in un quartiere di persone che condividono i suoi stessi valori e le sue stesse preferenze. Se la proprietà dei quartieri non potrebbe comunque creare utopie o essere una panacea per tutti i conflitti, quantomeno fornirebbe la soluzione migliore possibile in cui la maggior parte delle persone potrebbero voler vivere.

Enclave ed Exclave

Un problema ovvio relativo alle secessioni delle nazionalità dagli stati centralizzati riguarda le aree miste, le cosiddette enclave ed exclave.
Aver decomposto il gonfio Stato nazionale della Jugoslavia nelle sue parti costituenti ha risolto molti conflitti fornendo indipendenza nazionale per sloveni, serbi e croati; ma per quanto riguarda la Bosnia, dove molte città e villaggi sono misti? Una soluzione è incoraggiare ancor più il fenomeno, attraverso una sempre maggiore decentralizzazione. Se, per esempio, la parte est di Sarajevo è serba e quella ovest è musulmana, allora potrebbero diventare parte delle rispettive nazioni.

Ma ciò porterebbe chiaramente in un grande numero di enclave, cioè parti di nazioni circondate da altre nazioni. Come si potrebbe risolvere ciò? Innanzitutto, il problema delle enclave/exclave esiste adesso. Uno dei conflitti più feroci esistenti, in cui gli Stati Uniti non si sono ancora intromessi perché non è stato ancora mostrato sulla CNN, è il problema del Nagorno-Karabakh, un’exclave armena completamente circondata e, quindi formalmente all’interno dell’Azerbaijan. Nagorno-Karabakh dovrebbe essere chiaramente parte dell’Armenia. Ma, dunque, come faranno gli armeni di Karabkh ad uscire dalla loro situazione, bloccati dagli azeri? E come possono evitare uno scontro militare per cercare di aprire un corridoio di terra verso l’Armenia?

Sotto una totale privatizzazione, questi problemi sparirebbero immediatamente. Oggigiorno, nessuno negli Stati Uniti compra un terreno senza accertarsi se il suo titolo sia pulito; allo stesso modo, in un mondo completamente privatizzato, i diritti di accesso sarebbero ovviamente una parte cruciale della proprietà della terra. In un mondo del genere, allora, i proprietari di Karabkh si assicurerebbero di aver comprato i diritti di accesso per un corridoio azero.
La decentralizzazione fornisce anche una soluzione praticabile per il semi-insolubile conflitto permanente nell’Irlanda del Nord. Quando gli inglesi divisero l’Irlanda nei primi anni ’20, concordarono una seconda, più supervisionata, divisione. Non misero mai in pratica questa promessa. Se gli inglesi permettessero davvero in Irlanda del Nord un dettagliato voto di secessione, distretto per distretto, la maggior parte dell’area – a maggioranza cattolica – probabilmente si unirebbe alla Repubblica: alcune contee come Tyrone e Fermanagh, il sud di Down e di Armagh, per fare alcuni esempi. I protestanti rimarrebbero probabilmente con Belfast, la contea di Antrim ed alcune altre aree al nord di Belfast. Il problema maggiore che rimarrebbe sarebbe la presenza dell’enclave cattolica all’interno della città di Belfast ma, di nuovo, un’aderenza al modello anarco-capitalista potrebbe essere conseguita permettendo l’acquisto di diritti d’accesso all’enclave.

Nell’attesa di una totale privatizzazione, è chiaro che il nostro modello potrebbe venir gradualmente implementato – e i conflitti minimizzati – permettendo le secessioni ed il controllo locale fino un micro-livello rionale e sviluppando diritti d’accesso per le enclave e le exclave. Negli Stati Uniti, per i libertari ed i liberali classici – e sicuramente per tante altre minoranze o gruppi dissidenti – nell’avvicinarsi a tale radicale decentralizzazione, sarebbe importante cominciare a far porre la maggior attenzione possibile sul dimenticato Decimo Emendamento e cercare di decomporre il ruolo ed il potere accentratore della Corte Suprema. Più che cercare di portare persone con una simile tendenza ideologica nella Corte Suprema, il suo potere dovrebbe essere limitato e minimizzato il più possibile, ed il suo ruolo spezzettato in diversi corpi giudiziari statali o addirittura locali.

La Cittadinanza ed i Diritti di Voto

Un problema esasperante attualmente ruota attorno a chi debba diventare cittadino di un determinato paese, dato che la cittadinanza conferisce anche i diritti al voto. Il modello Anglo-Americano, in cui ogni bambino nato sul territorio del paese diventa automaticamente cittadino, invita chiaramente i genitori in attesa ad usufruire del sussidio dell’immigrazione. Negli Stati Uniti, ad esempio, un problema attuale riguarda gli immigrati illegali i cui bambini – se nati sul suolo americano – automaticamente diventano cittadini e dunque danno diritto a sé e ad i propri genitori ai sussidi assistenziali permanenti e all’assistenza sanitaria gratuita. Il sistema francese, in cui bisogna essere nati da chi è già in possesso della cittadinanza per ottenerla, è chiaramente ben più vicino all’idea di una nazione per consenso.

È altresì importante ripensare all’intero concetto ed alla funzione del voto. Dovrebbero aver tutti il “diritto” a votare? A Rose Wilder Lane, teorica libertaria americana di metà XX secolo, una volta fu chiesto se credesse nel suffragio femminile. “No” disse, “e sono contraria anche al suffragio maschile”. I lettoni e gli estoni hanno brillantemente affrontato il problema degli immigrati russi permettendo loro di rimanere residenti, ma senza garantirgli la cittadinanza e, quindi, il diritto al voto. Gli svizzeri accolgono temporaneamente lavoratori stranieri, ma scoraggiano severamente l’immigrazione permanente e, a maggior ragione, la cittadinanza ed il diritto di voto.

Per comprendere meglio, consideriamo ancora il modello anarco-capitalista. Come si svolgerebbe il voto in una società totalmente privatizzata? Non soltanto sarebbe diverso, ma ancor più importante, a chi interesserebbe davvero votare? Probabilmente, per un economista, la forma più soddisfacente di voto è quella che ha un’azienda, una società per azioni, in cui il voto è proporzionato alla quantità di azioni della società possedute da ciascuno. Ma ci sono anche, e ci sarebbero, una miriade di associazioni private di ogni sorta. Solitamente si suppone che le decisioni all’interno dei gruppi vengano prese sulla base di un voto per ciascun membro ma, generalmente, non è davvero così. Indubbiamente, i gruppi meglio gestiti e più gradevoli sono quelli mantenuti da una piccola oligarchia dei più abili e dei più interessati che si rinnova da sé, un sistema migliore sia per i membri ordinari senza diritto di voto sia per le élite. Se io fossi un normale membro di un club di scacchi, perché dovrei preoccuparmi di votare se fossi soddisfatto del modo in cui il club viene gestito? E se fossi interessato nel gestirne gli affari, probabilmente mi verrebbe chiesto di unirmi all’élite dalla stessa riconoscente oligarchia, la quale sarebbe sempre alla ricerca di membri energici. Infine, se non fossi felice della gestione, posso prontamente abbandonare il club ed unirmi ad un altro o, addirittura, formarne uno da me. Ciò, ovviamente, è una delle grandi virtù di una società libera e privatizzata, sia che consideriamo un club di scacchi sia una comunità locale unita da un contratto.

Chiaramente, più ci avviciniamo al modello puro e più aree ed ambiti della vita diventano privatizzate o micro-decentralizzate, meno importanza avrà il votare. Di certo, siamo molto lontani da questo obiettivo. Ma è importante cominciare ed in particolare cambiare la nostra cultura politica, che considera la “democrazia”, o il “diritto” di voto, come il bene politico supremo. In realtà, il processo di voto dovrebbe essere considerato irrilevante, di totale scarsa importanza e mai un “diritto”, tranne come possibile meccanismo che discende da un contratto consensuale. Nel mondo moderno, la democrazia o il voto sono importanti soltanto o per unirsi al governo, o per ratificare l’uso dello stesso nel controllare gli altri, o per usarlo come un modo per prevenire di essere controllati come individui o come gruppi. In ogni caso, votare è al massimo un inefficace strumento di auto-difesa, ed è molto meglio rimpiazzarlo spezzando interamente il potere centrale governativo.

Riassumendo, se procedessimo con la decomposizione e la decentralizzazione del moderno Stato-Nazione centralizzato e coercitivo, smantellandolo nelle sue nazionalità costituenti ed in localismi, ridurremmo contemporaneamente il raggio del potere governativo, la portata e l’importanza del voto e l’estensione del conflitto sociale. Gli ambiti del contratto privato e del consenso volontario sarebbero maggiori, ed il brutale e repressivo stato si dissolverebbe gradualmente in un ordine sociale armonioso e sempre più prospero.

Saggio di Murray N. Rothbard su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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