Brevetti e diritti d’autore

man economy stateVenendo ora a parlare di brevetti e diritti d’autore, ci chiediamo: quale dei due, se ce ne è uno, è in accordo con il puro libero mercato, e qual è un privilegiato monopolio concesso dallo Stato? In questo capitolo abbiamo analizzato gli aspetti economici del puro libero mercato, dove un individuo e la sua proprietà non sono soggetti a molestie. È dunque importante decidere se i brevetti o i diritti d’autore persisterebbero in una società puramente libera e non invasiva, o se piuttosto essi siano una funzione dell’ingerenza governativa.

Circa tutti gli scrittori hanno trattato come appartenenti allo stesso gruppo i brevetti e i diritti d’autore. I più hanno considerato entrambi come concessioni di un privilegio monopolistico esclusivo conferito dallo Stato; alcuni hanno considerato entrambi come parte o pacchetto annesso ai diritti di proprietà in un libero mercato. Ma all’incirca tutti hanno considerato i brevetti e i diritti d’autore come equivalenti: i primi conferirebbero un diritto di proprietà esclusivo nel campo delle invenzioni meccaniche, gli altri in quello delle creazioni letterarie. [93] Tuttavia, questo raggruppamento dei brevetti e dei diritti d’autore è completamente fallace: i due sono completamente diversi in relazione al libero mercato.

È vero che un brevetto e un diritto d’autore sono entrambi diritti di proprietà esclusiva, ed è anche vero che entrambi sono diritti di proprietà nel campo delle innovazioni. Ma c’è una differenza cruciale nella loro applicazione legale. Se un autore o un compositore crede che il suo diritto d’autore sia stato violato e se prende un provvedimento legale, egli deve “provare che l’accusato abbia avuto ‘accesso’ al lavoro che si dice essere stato plagiato. Se l’accusato produce qualcosa di identico al lavoro del querelante per pura coincidenza, allora non c’è plagio.” [94] In altre parole, i diritti d’autore sono fondati sulla persecuzione del furto implicito. Il querelante deve provare che l’accusato abbia rubato la creazione del primo riproducendola e vendendola egli stesso, violando il suo contratto, o di chiunque altro, stipulato con il venditore originale. Ma se il difensore giunge indipendentemente alla stessa creazione, il querelante non ha alcun privilegiato diritto d’autore che possa impedire al querelato di usare e vendere il suo prodotto.
D’altro canto, i brevetti sono completamente diversi. Infatti:

[Ipotizziamo che] tu abbia brevettato la tua invenzione e che tu legga sul giornale una notizia che dice che John Doe, il quale vive in una città 2000 miglia dalla tua, ha inventato un dispositivo identico o simile, e che egli ha autorizzato la compagnia EZ di produrlo. […] Né Doe né la compagnia EZ […] hanno mai sentito della tua invenzione. Tutti credono che Doe sia l’inventore di un dispositivo nuovo e originale. Essi potrebbero tutti essere colpevoli di violazione del tuo brevetto […] il fatto che la loro violazione sia avvenuta nell’ignoranza dei fatti veri ed in modo non intenzionale non costituisce una difesa. [95]

Dunque, il brevetto non ha niente a che fare con il furto implicito. Esso conferisce un privilegio esclusivo al primo inventore, e se chiunque altro dovesse, del tutto indipendentemente, inventare lo stesso macchinario o prodotto, o uno simile, al secondo inventore sarebbe impedito con la forza di mettere in produzione tale invenzione.

Abbiamo visto nel capitolo 2 che la cartina tornasole con la quale giudichiamo se una certa pratica o legge è consona o meno al libero mercato è questa: è la pratica che viene bandita un furto, sia esso implicito o esplicito? Se lo è, allora il libero mercato la metterebbe fuorilegge; altrimenti, la sua stessa messa fuori legge è un ingerenza governativa nel libero mercato. Consideriamo i diritti d’autore. Un uomo scrive un libro o compone della musica. Quando pubblica il libro o lo spartito musicale egli stampa in prima pagina la parola “copyright”. Questo indica che qualunque uomo che accetti di comprare quel prodotto accetta anche come parte dello scambio di non ricopiare o riprodurre quel lavoro per venderlo. In altre parole, l’autore non vende interamente la sua proprietà al compratore; egli la vende sotto la condizione che il compratore non la riprodurrà per fini di lucro. Poiché il compratore non compra l’intera proprietà, ma solo a questa condizione, qualsiasi sua violazione del contratto, o di qualunque compratore successivo, è un furto implicito e sarà trattato come tale dal libero mercato. Il diritto d’autore è perciò un logico espediente del diritto di proprietà nel libero mercato.

Parte della protezione oggigiorno ottenuta da un inventore grazie ai brevetti potrebbe essere raggiunta in un libero mercato da un tipo di protezione di “diritto d’autore”. Così, oggi gli inventori devono marchiare le loro macchine come brevettate. Il marchio pone i compratori a conoscenza del fatto che l’invenzione è brevettata e che non possono vendere tale articolo. Ma lo stesso può essere fatto per estendere il sistema dei diritti d’autore, e senza brevetti. In un puro libero mercato, l’inventore potrebbe marchiare la sua macchina con la scritta copyright e, dunque, chiunque comprasse tale macchina la comprerebbe a condizione di non riprodurla o venderla a scopo di lucro. Qualsiasi violazione di questo contratto costituirebbe un furto implicito e sarebbe perseguito in accordo con il libero mercato.

Il brevetto non è compatibile con il libero mercato precisamente fino al punto in cui oltrepassa il diritto d’autore. L’uomo che non ha comprato una macchina (NdT: e non l’abbia vista in precedenza. Vedi Knowledge, True and False, M.N. Rothbard) e che arriva alla stessa invenzione indipendentemente, potrà, in un libero mercato, perfettamente usare e vendere la sua invenzione. I brevetti impediscono ad un uomo di usare la sua invenzione anche se l’intera proprietà è sua e non ha rubato alcuna invenzione al primo inventore, né esplicitamente né implicitamente. Dunque, i brevetti sono privilegi monopolistici esclusivi concessi dallo Stato e sono invasivi nei confronti dei diritti di proprietà nel mercato.

La distinzione cruciale tra brevetti e diritti d’autore, dunque, non è quella per cui gli uni si riferiscono a prodotti di meccanica e gli altri ad opere letterarie. Il fatto che essi siano stati applicati in questo modo è una coincidenza storica e non mostra la cruciale differenza tra i due. [96] Questa differenza cruciale risiede nel fatto che il diritto d’autore è un attributo logico dei diritti di proprietà nel libero mercato, mentre il brevetto è un’invasione monopolistica di tale diritto.

L’applicazione dei brevetti alle invenzioni meccaniche e dei diritti d’autore alle opere letterarie è particolarmente inappropriata. Sarebbe più aderente al libero mercato se fosse il contrario, perché le creazioni letterarie sono prodotti unici dell’individuo: è praticamente impossibile che vengano duplicati indipendentemente da qualcun altro. Dunque, un brevetto, invece che un diritto d’autore, per le produzioni letterarie farebbe una piccola differenza in pratica. D’altro canto, le invenzioni meccaniche sono scoperte delle leggi naturali piuttosto che creazioni individuali, e dunque invenzioni simili create indipendentemente si registrano in continuazione. [97] La contemporaneità delle invenzioni è un fatto storicamente famigliare. Quindi, se si desidera mantenere un libero mercato, è particolarmente importante permettere i diritti d’autore, ma non i brevetti per le invenzioni meccaniche.

La common law è spesso stata una buona guida alla legge in accordo col libero mercato. Quindi non sorprende che il diritto d’autore nella common law prevalga per i manoscritti letterari non pubblicati, mentre non esista una cosa simile ad un brevetto. In common law l’inventore ha anche il diritto di non rendere pubblica la sua invenzione e mantenerla al sicuro da furto, ovvero, egli ha l’equivalente della protezione del diritto d’autore per invenzioni non rese pubbliche.

Nel libero mercato non ci sarebbero quindi cose come i brevetti. Comunque, ci sarebbero diritti d’autore per qualsiasi inventore o creatore che ne faccia uso, e questo diritto d’autore sarebbe perpetuo, non limitato ad un certo numero di anni. Ovviamente un bene, per essere completamente proprietà di un individuo, deve essere permanentemente ed in modo perpetuo di proprietà dell’uomo e dei suoi eredi e affidatari. Se lo Stato decreta che la proprietà di un uomo cessa ad una certa data, questo significa che lo Stato è il vero proprietario e che esso semplicemente garantisce all’uomo l’uso della proprietà per un certo periodo di tempo. [98]

Alcuni difensori dei brevetti affermano che non sono privilegi monopolistici, ma semplicemente diritti di proprietà sulle invenzioni o anche sulle “idee”. Ma, come abbiamo visto, il diritto di proprietà di chiunque è difeso, nella legge libertaria, senza un brevetto. Se qualcuno ha un’idea o un piano e costruisce un’invenzione, e questa viene rubata dalla sua casa, la rapina è un atto di furto illegale secondo la legge generale. D’altro canto, i brevetti in realtà invadono i diritti di proprietà di quei scopritori indipendenti di un’idea o di un’invenzione che abbiano fatto la scoperta dopo che il brevetto sia stato registrato. Quindi, i brevetti sono invasori piuttosto che difensori dei diritti di proprietà. L’apparente pretestualità di questa argomentazione secondo cui i brevetti proteggono i diritti di proprietà sulle idee è dimostrata dal fatto che non tutte, ma solo certi tipi di idee originali, certi tipi di innovazioni, sono considerate brevettabili.

Un altro argomento diffuso in favore dei brevetti è che la “società” sta semplicemente facendo un contratto con l’inventore per comprare il suo segreto, cosicché la “società” potrà usarlo. In primo luogo, la “società” potrebbe pagare un sussidio diretto, o un certo prezzo, all’inventore; non dovrebbe impedire a tutti i seguenti inventori di commercializzare le loro invenzioni in quel campo. In secondo luogo, non c’è nulla nell’economia libera che impedisca ad un qualsiasi individuo o gruppo di individui di acquistare invenzioni segrete dai loro creatori. Non è necessario un brevetto monopolistico.

L’argomento in favore dei brevetti più diffuso tra gli economisti è quello utilitaristico secondo cui un brevetto per un certo numero di anni sarebbe necessario per incoraggiare una quantità sufficiente di spese di ricerca per le invenzioni e le innovazioni nei procedimenti industriali e di produzione.

Questo è un argomento curioso, perché sorge spontanea una domanda. Secondo quale standard si giudicano le spese per la ricerca “troppo onerose”, “troppo poche”, o in quantità sufficiente? Questo è un problema affrontato da qualsiasi attività di intervento governativo nella produzione del mercato. Le risorse – le terre e i lavoratori migliori, i beni capitali, il tempo – in una società sono limitate, e potrebbero essere usate per un’innumerevole quantità di fini diversi. Secondo quale standard qualcuno afferma che alcuni usi sono “eccessivi”, che certi altri sono “insufficienti”, ecc.? Qualcuno osserva che ci sono piccoli investimenti in Arizona, ma grandi affari in Pennsylvania; indignato, egli afferma che l’Arizona merita più investimenti. Ma quali standard può usare per fare tale affermazione? Il mercato ha uno standard razionale: le più alte entrate economiche ed il più alto profitto; obiettivi che possono essere raggiunti solo massimizzando il servizio che tende a soddisfare i desideri del consumatore. Questo principio del massimo servizio offerto ai consumatori e, parimenti, ai produttori – ovvero, a chiunque – governa l’apparentemente misteriosa allocazione di risorse del mercato: quanto dedicare ad una ditta o ad un’altra, ad un’area o un’altra, al presente o al futuro, ad un bene o ad un altro, alla ricerca rispetto ad altre forme di investimento. Ma l’osservatore che critica questa allocazione potrebbe non avere alcuno standard razionale per la decisione; egli ha solo il suo capriccio arbitrario. Questo è specialmente vero per quanto riguarda le critiche in relazione alla produttività. Qualcuno che rimprovera i consumatori per comprare troppi cosmetici potrebbe avere, giustamente o meno, una qualche base razionale per la sua critica. Ma uno che pensa che di più o di meno di una certa risorsa dovrebbe essere usata in una certa maniera o che le ditte commerciali sono “troppo grandi” o “troppo piccole” o che si spende troppo o troppo poco in ricerca o viene investito in una nuova macchina, può non avere alcuna base razionale per la sua critica. In breve, i commerci stanno producendo per il mercato, guidati dalle ultime valutazioni dei consumatori su quel mercato. Gli osservatori esterni possono criticare le valutazioni finali dei consumatori se scelgono – sebbene essi interferiscano con il consumo basandosi su queste valutazioni, e impongano una perdita di utilità ai consumatori – ma non possono criticare legittimamente i mezzi: le relazioni produttive, i fattori di allocazione, ecc., con cui questi fini sono serviti.

I fondi capitali sono limitati e devono essere allocati per vari usi, uno dei quali sono le spese per la ricerca. Nel mercato, decisioni ponderate sono prese nell’allocare fondi per la ricerca, in accordo con la miglior attesa imprenditoriale di un futuro incerto. Incoraggiare in modo coercitivo i fondi alla ricerca distorcerebbe ed ostacolerebbe la soddisfazione dei consumatori e dei produttori nel mercato.

Molti difensori dei brevetti credono che le ordinarie condizioni competitive del mercato non incoraggino abbastanza l’adozione di nuovi processi e che dunque le innovazioni debbano essere promosse coercitivamente dal governo. Ma il mercato decide sul tasso di introduzione di nuovi processi così come decide sul tasso di industrializzazione di una nuova area geografica. Infatti, questa argomentazione in favore dei brevetti è molto simile a quello sul(la regolamentazione del)le tariffe delle industrie-appena-nate – ovvero, argomentazione secondo cui i processi di mercato non sono sufficienti per permettere l’introduzione di nuovi processi degni di nota. E la risposta ad entrambi questi argomenti è la stessa: che le persone devono bilanciare la maggior produttività dei nuovi processi contro il costo di installarli, ovvero contro il vantaggio posseduto dai vecchi processi per il fatto di essere già stati costruiti ed esistere. Privilegiando coercitivamente l’innovazione smantellerebbe inutilmente piani validi già esistenti, e imporrebbe un carico eccessivo sui consumatori. In questo modo i desideri dei consumatori non sarebbero soddisfatti nel modo più economico.

Non è affatto auto-evidente che i brevetti incoraggino una crescita della quantità assoluta di fondi per la ricerca. Ma certamente i brevetti distorcono il tipo di ricerca verso cui i fondi vengono indirizzati. Difatti, mentre è vero che il primo scopritore beneficia a causa del privilegio concessogli, è anche vero che i suoi concorrenti sono esclusi dalla produzione in quell’area del brevetto per molti anni. E poiché un brevetto può basarsi su di un altro ad esso collegato nello stesso campo, i concorrenti possono spesso essere scoraggiati indefinitamente dall’allocare ulteriori risorse nell’area generalmente coperta da tale brevetto. Inoltre, il brevettante è egli stesso scoraggiato dall’intraprendere ulteriori ricerche in tale campo, dato che il privilegio concessogli gli permette di sedersi sugli allori per l’intero periodo di durata del brevetto, con l’assicurazione che nessun concorrente potrà sconfinare nel suo terreno. L’incitamento dovuto alla concorrenza per sviluppare ulteriori ricerche è soppresso. Le spese per la ricerca sono quindi oltre-stimolate nei primi passi prima che chiunque ottenga un brevetto, e sono eccessivamente ristrette nel periodo dopo che il brevetto è stato ricevuto. In aggiunta, alcune invenzioni sono considerate brevettabili, mentre altre no. Il sistema dei brevetti dunque ha l’ulteriore effetto di stimolare artificialmente le spese per la ricerca nelle aree brevettabili, mentre restringe artificialmente la ricerca nelle aree non brevettabili.

I produttori non hanno affatto favorito in modo unanime i brevetti. R.A. Macfie, guida del fiorente movimento inglese per l’abolizione dei brevetti durante il XIX secolo, era presidente della Camera di Commercio di Liverpool. [99] Il produttore I.K. Brunel, prima di una riunione della House of Lords, condannò l’effetto dei brevetti nello stimolare sprechi nello spendere le risorse su ricerche per invenzioni brevettabili non sperimentate. Risorse che si sarebbero potute usare meglio nel settore della produzione. E Austin Robinson ha messo in evidenza che molte industrie sono d’accordo con l’idea di non avere brevetti:

In pratica, l’imposizione di monopoli brevettati è spesso così difficile […] che i produttori concorrenti hanno preferito in alcune industrie mettere insieme i brevetti. In questo modo hanno cercato (di ottenere) una ricompensa sufficiente per coprire (le spese legate al)l’innovazione tecnica, […] avvantaggiandosi della priorità che di solito una sperimentazione precoce dà, e nei conseguenti buoni frutti che potrebbero nascere da ciò.[100]

Come Arnold Plant riassunse il problema delle spese per ricerche concorrenziali ed innovazioni:

Non può neanche essere assunto che gli inventori cessino di essere impiegati se l’impresa perde il monopolio sull’uso delle loro invenzioni. Le aziende li impiegano oggi per la produzione di invenzioni non brevettabili, e non lo fanno meramente per il profitto che tale priorità assicura. In una concorrenza attiva […] nessuna ditta può permettersi di rimanere indietro ai suoi rivali. La reputazione di un’azienda dipende dalla sua abilità di stare in testa, di essere la prima nel mercato a proporre nuovi miglioramenti nei suoi prodotti e nuove riduzioni nei loro costi. [101]

Infine, ovviamente, il mercato stesso fornisce una rotta facile ed efficace per coloro i quali sentono che non vengono fatte abbastanza spese in certe direzioni. Essi stessi possono fare queste spese per conto loro. Dunque, coloro che volessero vedere costruite e sfruttate più invenzioni sono liberi di unirsi insieme e sovvenzionare tale scopo in qualsiasi modo essi ritengano essere il migliore. In tale modo essi aggiungerebbero, come consumatori, risorse al campo della ricerca e dell’innovazione. E non forzerebbero altri consumatori a perdere utilità conferendo concessioni di monopolio né distorcendo le allocazioni del mercato. Le loro spese volontarie diventerebbero parte del mercato ed esprimerebbero le valutazioni conclusive del consumatore. Inoltre, i seguenti inventori non sarebbero limitati. I sostenitori di un’invenzione potrebbero raggiungere il loro scopo senza chiamare in causa lo Stato e senza imporre perdite ad un grande numero di persone.

Tratto da “Man, Economy and State with Power and Market” di Murray N. Rothbard, su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[93] Henry George fu una notevole eccezione. Vedi la sua eccellente discussione in Progress and Poverty (New York: Modern Library, 1929), p. 411 n.

[94] Richard Wincor, How to Secure Copyright (New York: Oceana Pub­lishers, 1950), p. 37.

[95] Irving Mandell, How to Protect and Patent Your Invention (New York: Oceana Publishers, 1951), p. 34.

[96] Questo può essere visto nel campo dei progetti, che possono essere sottoposto a diritto d’autore o brevetto.

[97] Per un accenno legale sulla corretta distinzione tra diritti d’autore e monopolio, vedi F.E. Skone James, “Copyright” in Encyclopedia Britannica (14th ed.; London, 1929), VI, 415–16. Per il punto di vista degli economisti del XIX secolo sui brevetti, vedi Fritz Machlup e Edith T. Penrose, “The Patent Controversy in the Nineteenth Century,” Journal of Economic History, maggio, 1950, pp. 1–29. Vedi anche Fritz Machlup, An Economic Review of the Patent System (Washington, D.C.: United States Government Printing Office, 1958).

[98] Ovviamente, non ci sarebbe niente che impedirebbe al creatore o ai suoi eredi dall’abbandonare volontariamente questo diritto di proprietà e farlo diventare di “pubblico dominio”, se così desiderano.

[99] Vedi l’illuminante articolo di Machlup e Penrose, “Patent Controversy in the Nineteenth Century,” pp. 1–29.

[100] Citato in Edith Penrose, Economics of the International Patent System (Baltimore: Johns Hopkins Press, 1951), p. 36; see also ibid., pp. 19–41.

[101] Arnold Plant, “The Economic Theory concerning Patents for Inventions,” Economica, February, 1934, p. 44.