Economia internazionale

stemma misesGli economisti hanno dedicato alla “teoria del commercio internazionale” un’attenzione superiore alla sua effettiva importanza analitica; infatti essa non è altro che l’analisi del libero mercato applicata ad un’area geograficamente più vasta. Si commercia perché esiste, ed è conveniente, la divisione del lavoro, e di conseguenza lo scambio.

 Cause del commercio internazionale: 1) diverse condizioni di produzione: i paesi hanno dotazioni di risorse naturali diverse; 2) economie di scala: è conveniente estendere il volume della produzione, e dunque conquistare mercati esteri, per ridurre i costi; 3) differenze di gusti: anche se le condizioni di produzione fossero uguali ovunque, i gusti delle popolazioni sono diversi.

Dal ‘500 al ‘700 il mercantilismo è la dottrina economica dominante: sostiene politiche protezionistiche per conseguire avanzi nella bilancia dei pagamenti, che si traducono in aumenti degli stock di oro e argento. A partire dalla seconda metà del ‘700 inizia la reazione teorica a tale dottrina, per merito di David Hume ed Adam Smith.

  1. Smith: ogni paese deve specializzarsi nelle produzioni in cui ha costi assoluti minori rispetto agli altri paesi.
  2. Ricardo-Torrens, “teorema dei costi comparati”: anche se un paese è svantaggiato in tutte le produzioni, è conveniente che si specializzi nella produzione in cui ha un vantaggio comparativamente maggiore o anche uno svantaggio comparativamente minore, e scambiare. [1]
  3. Marshall, introducendo le curve di comportamento, determina anche la ragione di scambio.
  4. Teoria di Hecksher-Ohlin: importanza delle differenze nella dotazione dei fattori produttivi.
  5. Teoria del ciclo del prodotto (Vernon, Hirsch).

Bilancia dei pagamenti: registrazione di tutte le transazioni effettuate in un dato periodo di tempo fra i residenti del paese che compie la rilevazione e i residenti degli altri paesi. È divisa in 4 sezioni: 1) partite correnti, che comprende: esportazioni e importazioni di beni (bilancia commerciale); partite invisibili (perché non passano materialmente la frontiera) comprendenti esportazioni e importazioni di servizi (es. proventi del turismo, noli marittimi per merci e passeggeri, premi di assicurazione, servizi di trasporto, redditi da lavoro [redditi di residenti per prestazioni fatte all’estero e viceversa], redditi da capitale [interessi e profitti su investimenti], commissioni bancarie, brevetti industriali); trasferimenti unilaterali, che sono flussi finanziari senza contropartita (es. rimesse degli emigrati, aiuti internazionali, riparazioni di guerra); 2) movimenti di capitale, che include le variazioni della posizione debitoria e creditoria dei residenti verso i non residenti, sia pubblici che privati; es.: investimenti diretti, volti ad acquisire un controllo durevole su un’impresa, investimenti di portafoglio (azioni, obbligazioni, titoli di proprietà immobiliare), crediti commerciali, prestiti. A questo punto si tira la linea; 3) i movimenti monetari misurano l’attività delle istituzioni monetarie per far fronte all’avanzo o al disavanzo, che si traducono nelle variazioni delle riserve di liquidità (oro, valute convertibili, dsp, operazioni con il FMI, attività e passività verso l’estero delle aziende di credito); 4) errori ed omissioni: registra eventuali discordanze fra poste attive e passive dovute a inesattezze di registrazione, movimenti illegali ecc.

Se si applica il metodo individualistico, si evidenziano i limiti del valore euristico dell’aggregato “bilancia dei pagamenti” (e dei vincoli che in nome del suo equilibrio vengono imposti ai sistemi economici). Calcolare il valore degli scambi effettuati fra due paesi diversi non è altro che calcolare la somma degli scambi effettuati da individui che si trovano in una data porzione di territorio con individui che si trovano in un’altra porzione di territorio. Poiché alla lunga un individuo non può consumare più di quanto produce, applicando il metodo compositivo si deduce che tutti gli individui di un determinato territorio non possono per lungo tempo consumare più di quanto producono, e importare più di quanto esportano. Sono gli aggiustamenti inevitabili dell’economia a generare l’equilibrio delle bilance dei pagamenti, individuali e collettive. Il senso comune contemporaneo, invece, giudica “buone” le esportazioni e “cattive” le importazioni, e invoca interventi di riequilibrio in caso di disavanzo.

L’arbitrarietà della bilancia dei pagamenti è illustrata dal fatto che nessuno si preoccupa della bilancia dei pagamenti fra, ad esempio, Roma e Napoli, non vi sono funzionari che registrano gli scambi fra questi due insiemi di residenti, e ciò solo perché si trovano all’interno del confine dello stato italiano.

Il protezionismo

Il protezionismo si consegue attraverso tre strumenti: tariffe (o dazi) doganali[2], quote (o contingenti) e normative restrittive o discriminatorie (con l’argomento, o pretesto, della salubrità e sicurezza dei consumatori). Il primo incide sul prezzo, aumentandolo di una data percentuale, che è il dazio; il secondo è un limite quantitativo, il numero di beni importati che non può essere superato; così come il terzo, sebbene non fissi esplicitamente un valore numerico.

Il protezionismo è immorale, perché vieta ad alcuni individui, discriminati per aree territoriali, di intraprendere scambi volontari, e inefficiente, perché impedisce che le risorse si dirigano dove sono maggiormente richieste. L’inefficienza del protezionismo è evidente se si pone mente al fatto che la divisione del lavoro, e lo scambio che ne consegue, è la condizione più efficiente. Se la divisione del lavoro e lo scambio è efficiente a livello di uno Stato, sarà ancora più efficiente a livello mondiale. Il libero scambio fra nazioni non è altro che un’applicazione del principio generale della specializzazione, del vantaggio comparato e dello scambio fra individui[3].

Con il protezionismo i consumatori sono danneggiati perché sono costretti o ad acquistare prodotti di minor qualità o a pagare prezzi più alti, che servono a sussidiare produttori inefficienti (o meno efficienti dei produttori esteri).

Applicando la reductio ad absurdum emerge l’infondatezza dell’argomento protezionista: se si invoca l’introduzione di dazi doganali ritenendo che questi difendano efficacemente la produzione e l’occupazione interna ad un singolo Stato, per coerenza bisognerebbe accettare anche un protezionismo a livello regionale o locale. Infatti, se è vero che il protezionismo internazionale può rendere un intero paese, come ad esempio l’Italia, prospero, allora dev’essere altrettanto vero che il protezionismo interregionale renderà prosperi la Lombardia, il Lazio o la Campania; e, all’interno di ciascuna di queste regioni, grazie ad un protezionismo municipale, le singole città. Se gli argomenti protezionistici fossero corretti, costituirebbero un vero e proprio atto d’accusa nei confronti di tutti gli scambi, difendendo implicitamente la tesi secondo la quale ciascuno sarebbe più prospero e forte se non commerciasse con alcuno e rimanesse in una condizione di isolamento autosufficiente. Se l’autosufficienza invocata dai protezionisti a livello di una data comunità venisse applicata a livello individuale non vi sarebbe più divisione del lavoro e il tenore di vita delle persone crollerebbe a livelli primitivi. È vero che le restrizioni a livello di nazione non sono così afflittive come quelli ipoteticamente imposti a un individuo, ma la differenza è solamente di grado, non di genere; l’esempio dimostra che la restrizione a livello di nazione rende la situazione meno efficiente rispetto a una restrizione a livello di continente, che a sua volta è meno efficiente dell’assenza totale di restrizioni a livello mondiale.

Si tenga presente che il libero commercio per un paese è vantaggioso anche se gli altri paesi con cui commercia attuano politiche protezionistiche nei suoi confronti: infatti i residenti in quel paese acquisterebbero i beni esteri desiderati, e non sarebbero costretti a sprecare risorse per produrre quei beni.

L’argomento dell’“industria nascente”: il dazio protegge temporaneamente un dato settore, finché quelle imprese “apprendono” come diventare efficienti; nel lungo periodo dunque verrebbe garantita una maggior concorrenza. Ma chi lo dice che sicuramente le imprese protette diventeranno competitive? Se il capitale privato non investe in quel settore vuol dire che gli investimenti non sono profittevoli. Dunque l’effetto è un danno immediato per il consumatore grazie ai più alti prezzi e un danno indiretto perché si determina una diversione artificiale delle risorse verso un settore che non è quello che soddisfa i desideri più urgenti dei consumatori.

L’argomento della disoccupazione interna: si perdono posti di lavoro all’interno nelle produzioni che subiscono la concorrenza estera. Ma la legge della divisione del lavoro insegna che le risorse disoccupate saranno sollecitate a produrre beni e servizi diversi da quelli prodotti, in maniera più efficiente, all’estero, e dunque la ricchezza complessiva crescerà. I danneggiati dal dazio sono: i consumatori, i produttori del paese estero (più meritevoli perché più efficienti), i produttori interni di beni che i consumatori avrebbero acquistato se non avessero dovuto destinare le risorse (in più) all’acquisto del bene con prezzo più alto e i produttori di beni interni che i consumatori del paese estero avrebbero comprato se avessero avuto a disposizione il reddito derivante dall’esportazione. Inoltre le risorse (lavoro, materie prime ecc.) si indirizzano verso la produzione del bene protetto e vengono distolte dalle produzioni in cui sarebbero state impiegate se ai consumatori venisse lasciata la libera scelta; dunque c’è un impiego meno efficiente delle risorse. Non ci si deve concentrare solo sui posti di lavoro creati nel settore protetto (ciò che si vede), ma anche su quelli distrutti in altri settori (ciò che non si vede).

Dumping: vendere sottocosto deve rappresentare una libertà del produttore. Tra l’altro vantaggiosa per il consumatore.

Se un paese pratica aiuti all’esportazione, il paese che importa ne trae ugualmente vantaggio e non dovrebbe lamentarsene come invece avviene in base all’argomento delle ‘pari condizioni’ (level playing field), perché le importazioni avvengono a prezzo più basso e ciò consente di indirizzare i fattori produttivi verso produzioni diverse da quelle oggetto di importazione.

Una politica protezionistica determina quasi sempre un atteggiamento di rappresaglia da parte dei paesi penalizzati, dunque danneggia anche le esportazioni del paese che la pratica (per non parlare delle tensioni che possono sfociare in conflitti bellici)[4].

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

 

[1] Esempi.

Vantaggio assoluto. Due paesi, Inghilterra e Portogallo; il primo ha un vantaggio nella produzione di grano, il secondo di vino. Se non commerciano e si mantengono autarchici producono in un anno rispettivamente 500 tonnellate di grano e 15 litri di vino e 25 tonnellate di grano e 400 litri di vino. Assumendo per semplicità che questi due beni possano essere sommati, il pil inglese sarà pari a 515 e quello portoghese a 425, per un totale di 940. Se invece i due paesi si specializzano nella produzione in cui hanno un vantaggio, impiegando in essa tutte le risorse (che prima erano equiripartite nella produzione di due beni), raddoppiano la produzione, per un pil totale di 1800 (tabella 1).

grano vino pil
Inghilterra 500 15 515
Portogallo 25 400 425
no scambi 525 415 940
scambi 1000 800 1800

Tabella 1

Vantaggio comparato. Anche se l’Inghilterra è più efficiente in entrambe le produzioni, la specializzazione e lo scambio restano vantaggiosi. L’Inghilterra ha un vantaggio comparativamente maggiore nella produzione di vino, perché ne produce il 76,9% in più rispetto al Portogallo (115 contro 65), mentre produce solo l’11,1% in più di grano (400 contro 360). Dunque all’Inghilterra conviene specializzarsi nella produzione di vino e al Portogallo nella produzione di grano, il che porterà a un pil complessivo di 950 anziché 940 (tabella 2).

 

grano vino pil
Inghilterra 400 115 515
Portogallo 360 65 425
no scambi 760 180 940
scambi 720 230 950

Tabella 2

Un altro modo di esemplificare il medesimo teorema, evidenziando i costi, è il seguente. Il sistema economico dei due paesi, Inghilterra e Portogallo, è formato da 10 lavoratori, che lavorano per un anno. Il costo di una unità dei due beni, grano e vino, è espresso in termini di attività lavorativa svolta da un lavoratore: nell’esempio della tabella 3, per produrre una unità di grano in Inghilterra sono necessari 4 lavoratori (come detto, la giornata lavorativa è una sola), in Portogallo 6. E rispettivamente 9 lavoratori e 3 per produrre 1 unità di vino.

 

grano vino
Inghilterra 4 9
Portogallo 6 3

Tabella 3

Se i 10 lavoratori inglesi dovessero produrre entrambi i beni, essi riuscirebbero a produrre 1 unità di grano e 0,66 unità di vino. Infatti 4 lavoratori sarebbero impegnati a produrre 1 unità di grano, gli altri 6 sarebbero occupati a produrre vino, ma, poiché per produrre 1 unità di vino sono necessari 9 lavoratori, quei 6 riuscirebbero a produrre solo i 2/3 di 1, cioè 0,66. Seguendo lo stesso ragionamento si arriva alla conclusione che i portoghesi otterrebbero 1 di grano e 1,33 di vino.

Se gli inglesi si applicassero soltanto alla produzione di grano, nella quale hanno un costo assoluto minore, otterrebbero 2,5 unità. Se i portoghesi si concentrassero soltanto sulla produzione di vino, nella quale hanno un costo assoluto minore, otterrebbero 3,33 unità. Ai due paesi conviene specializzarsi nella produzione in cui sono più efficienti, cioè in cui hanno un costo assoluto minore, e scambiare. Supponiamo che il rapporto di scambio fra i due beni sia di 1 a 1, cioè che il prezzo dei due beni sul mercato sia identico. Gli inglesi potrebbero cedere 1 unità di grano, ottenendo in cambio 1 unità di vino. In questo modo stanno meglio rispetto all’ipotesi autarchica, perché dispongono di 1,5 di grano e 1 di vino, mentre nell’ipotesi autarchica otterrebbero, come abbiamo visto, 1 di grano e 0,66 di vino. I portoghesi potrebbero cedere 1 unità di vino, ottenendo in cambio 1 unità di grano. Anch’essi stanno meglio rispetto all’ipotesi autarchica, perché dispongono di 1 di grano e 2,33 di vino, mentre nell’ipotesi autarchica otterrebbero 1 di grano e 1,33 di vino. È quindi dimostrata la superiorità della divisione del lavoro e dello scambio.

Questa teoria è valida anche nel caso in cui un paese sia superiore all’altro nella produzione di entrambi i beni, ma il paese svantaggiato ha uno svantaggio minore nella produzione di un bene (comparati i costi, si vede che il rapporto fra i costi dei due beni all’interno di ciascun paese, è diverso: nell’esempio della tabella 4, in Inghilterra è pari a 4/9 = 0,44, in Portogallo a 6/10 = 0,6).

 

grano vino
Inghilterra 4 9
Portogallo 6 10

Tabella 4

Se i 10 lavoratori inglesi dovessero produrre entrambi i beni, essi riuscirebbero a produrre 1 unità di grano e 0,66 unità di vino; i portoghesi otterrebbero 1 di grano e 0,40 di vino.

Se gli inglesi si applicassero soltanto alla produzione di grano, nella quale hanno un costo comparativamente minore, otterrebbero 2,5 unità. Se i portoghesi si concentrassero soltanto sulla produzione di vino, nella quale hanno uno svantaggio comparativamente minore, otterrebbero 1 unità. Anche in questo caso ai due paesi conviene specializzarsi in una produzione e scambiare. Supponiamo che il rapporto di scambio sia 1 a 2, cioè che il prezzo del vino sia doppio di quello del grano. Gli inglesi, per ottenere 0,66 di vino, devono cedere 1,32 unità di grano; resterebbero quindi con 2,5 – 1,32 = 1,18. Dunque stanno meglio del caso in cui avessero scelto l’autarchia; infatti ora dispongono di 1,18 di grano e 0,66 di vino, mentre con la scelta autarchica disporrebbero di 1 di grano e 0,66 di vino. I portoghesi per ottenere 1 unità di grano danno in cambio 0,50 unità di vino; ora restano con 1 – 0,50 = 0,50 di vino. Anch’essi stanno meglio dell’ipotesi autarchica, perché ora hanno 1 di grano e 0,50 di vino, altrimenti disporrebbero di 1 di grano e 0,40 di vino.

 

[2] Nel 1950 in tutto il mondo le tariffe medie (esclusa l’agricoltura) rappresentavano il 40% del prezzo; nel 2000 il 5%.

[3] «Restringere le importazioni di automobili dal Giappone per “creare posti di lavoro” per i lavoratori americani a Detroit è insensato come la situazione in cui un individuo si rifiuti di andare dal dentista per “creare lavoro” per sua moglie, in modo che sia lei a effettuare la pulizia dei denti e a controllarne le carie». R.P. Murphy, Lessons for the Young Economist, Mises Institute, Auburn, Al, 2010, p. 290.

[4] M.N. Rothbard, The Dangerous Nonsense of Protectionism, monografia per il Mises Institute, successivamente presentata con il titolo Protectionism and the Destruction of Prosperity, 1986. In italiano Protezionismo e distruzione della prosperità, in La libertà dei libertari, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2000, pp. 101-116; pubblicato con il titolo Il nuovo protezionismo e con diversa traduzione in H. Disney (a cura di), No al protezionismo!, IBL, Rubbettino-Facco, Soveria Mannelli (Cz)-Treviglio (Bg), 2004.