Contro la proprietà intellettuale: una breve guida

proprietà intellettualeCome molti libertari, inizialmente assunsi che la proprietà intellettuale (PI) fosse un tipo legittimo di diritto di proprietà. Ma nutrivo sospetti sin dal principio: c’era qualcosa di troppo utilitaristico e orientato al risultato nell’argomentazione mossa da Ayn Rand, presumibilmente partendo da sani principi, in favore della PI. C’era anche qualcosa di troppo artificiale riguardo alle classificazioni statutarie dello stato del diritto d’autore e del brevetto. Iniziai il praticantato in avvocatura specializzata in brevetti attorno al 1992, e più imparavo sulla PI più i miei dubbi crescevano.

Infine realizzai che la PI è incompatibile con i genuini diritti di proprietà. (Questo riflette l’abbandono del mio iniziale miniarchismo Randiano in favore di un anarchismo Rothbardiano, nel momento in cui realizzai che lo Stato è l’incarnazione dell’aggressione e non può essere giustificato. Vedi il mio articolo “What It Means To Be an Anarcho-Capitalist.”)

Così, nel 1995 iniziai a pubblicare articoli mettendo in evidenza i problemi connessi alla PI, culminando infine nel mio prolisso articolo del 2001, apparso sul Journal of Libertarian Studies, intitolato “Against Intellectual Property,” che fu ripubblicato in formato monografico l’anno scorso (NdT: 2008) dal Mises Institute. Un sommario dell’argomento contenuto in questo articolo era stato avanzato nel mio articolo “In Defense of Napster and Against the Second Homesteading Rule” (LewRockwell.com, 2000), e vari di questi pezzi sono stati tradotti in altre lingue.

Recentemente ci sono stati parecchi scritti più proficui sulla PI, e, dato che il mio precedente articolo su Napster è ormai datato, è giunto il momento di riaffermare concisamente i principali argomenti libertari contro la PI, e fornire riferimenti bibliografici ad alcune delle pubblicazioni chiave contro la PI.

La struttura libertaria

Questa sezione fornisce un breve quadro della struttura libertaria prima di applicare questi principi alla PI.[1] Come spiegò Rothbard, tutti i diritti sono diritti di proprietà. Ma un diritto di proprietà è semplicemente il diritto esclusivo di controllare una risorsa finita. I diritti di proprietà semplicemente specificano chi possiede, chi ha il diritto di controllare, risorse scarse.

Nessun sistema politico è agnostico in materia di proprietà delle varie risorse. Al contrario: un qualsivoglia dato sistema di diritti di proprietà assegna un particolare proprietario ad ogni risorsa scarsa. Nessuna delle varie forme di socialismo, per esempio, nega i diritti di proprietà; ogni sistema socialista specifica un proprietario per ogni risorsa scarsa.

Se lo Stato nazionalizza una fabbrica, esso sta affermando la sua proprietà di quei mezzi di produzione. Se lo Stato ti tassa, esso sta implicitamente affermando la sua proprietà sui fondi presi. Se la mia terra venisse trasferita ad un costruttore privato con una legge di espropriazione per pubblica utilità, il costruttore sarebbe ora il proprietario. Così, la protezione ed il rispetto dei diritti di proprietà non sono unici del libertarianismo.

Ciò che è distintivo riguardo al libertarianismo sono le sue particolari regole di assegnamento della proprietà – il suo punto di vista su chi è il proprietario di ogni risorsa contestabile, e come determinarlo. Così, la domanda è: quali sono le regole libertarie di assegnazione della proprietà che distinguono la nostra filosofia dalle altre?

Proprietà del corpo

Ci sono due tipi di risorse scarse: i corpi umani e le risorse esterne trovate in natura.

I corpi umani sono ovviamente risorse scarse. Come il Professor Hans-Hermann Hoppe osserva, persino in un paradiso con una superabbondanza di beni,

il corpo fisico di qualsiasi persona sarebbe ancora una risorsa scarsa e così ci sarebbe il bisogno di stabilire delle regole di proprietà, ovvero esisterebbero delle regole riguardanti i corpi delle persone. Non siamo soliti pensare al nostro corpo in termini di bene scarso, ma immaginando la situazione più ideale possibile a cui uno possa sperare, il Giardino dell’Eden, diventa possibile realizzare che il corpo di ognuno è di fatto il prototipo di un bene scarso per l’uso del quale i diritti di proprietà, ovvero di proprietà esclusiva, devono in qualche modo essere stabiliti, al fine di evitare scontri.

Ora, il distinto punto di vista libertario è quello secondo cui ogni persona possiede completamente il suo stesso corpo – almeno inizialmente, fino a che qualcosa non cambi questa condizione (per esempio se una persona commette un qualche crimine per il quale egli scambia o perde alcuni dei suoi diritti). Implicita nell’idea di auto-possesso risiede la credenza per cui ogni persona abbia sul corpo che egli o ella controlla direttamente, ed in cui vive, maggior diritto rispetto a chiunque altro. Io ho maggior diritto a controllare il mio corpo di quanto non ne abbia tu, in quanto è il mio corpo; io ho un collegamento ed una connessione unici al mio corpo che gli altri non hanno, e questo è prioritario alle pretese di qualsiasi altra persona.

Così possiamo vedere che chiunque altro al di fuori dell’occupante originale di un corpo è un secondo arrivato rispetto all’occupante originale stesso. Il tuo diritto sul mio corpo è inferiore in parte perché io l’ho avuto prima. La persona che reclama il tuo corpo può difficilmente rispondere al significato di ciò che Hoppe chiama la distinzione “precedente-successivo”, dato che egli adotta questa stessa regola nei confronti del suo stesso corpo – egli deve presupporre il possesso del suo stesso corpo al fine di reclamare il possesso del tuo.

La regola dell’auto-possedimento può sembrare ovvia, ma è mantenuta solo dai libertari. I non libertari non credono nella completa auto-proprietà. Certamente essi solitamente garantiscono che ogni persona abbia alcuni diritti sul suo corpo, ma credono che ogni persona sia parzialmente posseduta da una qualche altra persona o entità – di solito lo Stato, o la società. In altre parole, noi libertari siamo i soli che davvero si oppongono alla schiavitù sui principi. I non libertari sono in favore di almeno una schiavitù parziale.

Questa schiavitù è implicita nelle azioni e nelle leggi dello Stato come la tassazione, la coscrizione, e la proibizione di droghe. Il libertario dice che ogni individuo è in pieno possesso del suo corpo: egli ha il diritto di controllare il suo corpo, di decidere se ingerire o meno narcotici, lavorare per meno della paga minima, pagare le tasse, arruolarsi, e così via.

Ma coloro che credono in tali leggi, credono che lo Stato sia almeno in parte proprietario dei corpi di coloro che sono soggetti a tali leggi. A loro non piace dire che credono nella schiavitù, ma è ciò che fanno. Il progressista vuole che gli evasori vengano messi in galera – ovvero, schiavizzati. Il conservatore vuole schiavizzati i consumatori di marijuana.

Proprietà sulle cose esterne

In aggiunta ai corpi umani, le risorse scarse includono oggetti esterni. A differenza dei corpi umani, comunque, le cose esterne sono inizialmente sconosciute. Il punto di vista libertario rispetto a tali risorse esterne è molto semplice: il proprietario di una data risorsa scarsa è la persona che per prima ne reclama la proprietà, o qualcuno che possa tracciare il tuo titolo contrattuale indietro fino al primo proprietario. Questa persona ha un maggior diritto rispetto a chiunque altro che voglia la suddetta proprietà. Chiunque altro è un secondo arrivato rispetto al primo possessore.

Questa regola del primo arrivato è in realtà implicita nell’idea stessa di possedere la proprietà. Se il precedente possessore della proprietà non avesse avuto un maggior diritto di una seconda persona che avesse voluto prendere la proprietà da lui, allora per quale motivo avrebbe la seconda persona un maggior diritto di una terza persona che arrivi ancora dopo? (O rispetto al primo proprietario che provi a riprendersela indietro?) In altre parole, per negare il cruciale valore della distinzione precedente-successivo si devono negare i diritti di proprietà in toto.

Qualsiasi punto di vista non libertario è così incoerente. Da un lato essi presuppongono la distinzione precedente-successivo quando assegnano la proprietà ad una data persona (in quanto essa dice che una certa persona ha un maggior diritto rispetto ai seguenti ricorrenti). Dall’altro lato, essi agiscono contrariamente a questo principio ogni volta che prendono la proprietà dal possessore originale e la assegnano ad un qualche secondo arrivato.

Ma ciò che è rilevante per i nostri scopi qui è la posizione libertaria, non l’incoerenza degli altri punti di vista. E, riassumendo, la posizione libertaria sui diritti di proprietà sugli oggetti esterni è quella per cui, in qualsiasi disputa o contesa su una qualsiasi risorsa scarsa, il possessore originale – la persona che si è appropriata della risorsa dal suo stato non posseduto (o dalla sua cessione contrattuale), abbellendola o trasformandola – ha un maggior diritto rispetto ai secondi arrivati, coloro che non si sono appropriati della risorsa scarsa.

Libertarianismo sulla PI

Data la comprensione libertaria dei diritti di proprietà, come abbozzata in precedenza, risulta chiaro che le istituzioni dei brevetti e dei diritti d’autore sono semplicemente indifendibili. I brevetti assegnano diritti sulle “invenzioni” – macchine utili, o processi. Un brevetto è una concessione da parte dello Stato che permette al brevettante di usare il sistema giudiziario statale al fine di proibire agli altri di usare le loro proprietà in alcuni modi – per esempio riconfigurare le loro proprietà in base ad uno schema o un progetto descritto nel brevetto, oppure usare le loro proprietà (inclusi i loro stessi corpi) in una certa sequenza di passi descritti nel brevetto.

I diritti d’autore di riferiscono a “lavori originali” come libri, articoli, film e programmi informatici. Un diritto d’autore è una concessione da parte dello Stato che permette al detentore del diritto d’autore di impedire ad altri di usare le loro proprietà – per esempio, inchiostro e carta – in alcuni modi.

In entrambi i casi lo Stato sta conferendo ad A un diritto di controllare la proprietà di B – A può dire a B di non fare certe cose con la proprietà di B. Dato che la proprietà corrisponde al diritto di controllare, la PI concede ad A la co-proprietà della proprietà di B. Questo chiaramente non può essere giustificato sotto i principi libertari. B già possiede la sua proprietà. Rispetto a B, A è un secondo arrivato. B è colui il quale si è impossessato della proprietà, non A. è troppo tardi per A reclamare la proprietà di B – B lo ha già fatto. La risorsa non è più senza un proprietario.

Concedere ad A dei diritti di proprietà sulla proprietà di B è incompatibile in modo piuttosto ovvio con i principi libertari di base. Non è niente più che una redistribuzione della ricchezza. La PI è dunque anti-libertaria e ingiustificata. (Vedi Against Intellectual Property, pagine 43-45, 55-56).

Allora, perché questo è un argomento controverso? Perché alcuni libertari ancora sostengono la legittimità dei diritti di PI?

Utilitarismo

Uno dei motivi per cui i libertari sostengono la PI è che essi si approcciano al libertarianismo nel suo complesso da una prospettiva utilitarista invece che di principio. Essi sono favorevoli a leggi che aumentano l’utilità o la ricchezza nel complesso. Inoltre, essi credono che la propaganda statale secondo cui i diritti alla PI garantiti dallo Stato incrementino realmente il benessere complessivo.

Ora, la prospettiva utilitarista è, in se stessa, abbastanza scadente perché qualsiasi sorta di terribile politica potrebbe essere giustificata in questo modo: perché non prendere metà della fortuna di Bill Gates e darla ai poveri? Non sarebbe la somma totale dei guadagni delle migliaia di persone che riceverebbero i sussidi pubblici più grande della riduzione delle utilità di Gates? Dopo tutto, è pur sempre un milionario. E se un uomo fosse estremamente bisognoso di fare sesso, non potrebbe il suo guadagno essere maggiore della perdita sofferta dalla vittima stuprata, diciamo, se questa fosse una prostituta?

Ma anche se ignoriamo i problemi etici e non solo legati all’approccio utilitarista, o alla massimizzazione del benessere, rimane bizzarro che i libertari utilitaristi siano a favore della PI quando non hanno dimostrato che la PI aumenti il benessere complessivo. (Per un ulteriore approfondimento dei vari problemi connessi con l’utilitarismo, vedi Against Intellectual Property, pp. 19-23.) Essi semplicemente assumono che lo faccia, e poi basano le loro opinioni politiche su questa assunzione. Va oltre la disputa il fatto che il sistema della PI imponga costi significativi, anche solo in termini economici – per non parlare in termini di libertà.

Comunque, l’argomentazione secondo cui l’incentivo fornito dalle leggi sulla PI stimolino addizionale innovazione e creatività non è nemmeno stata provata. È del tutto possibile – addirittura probabile secondo me – che il sistema della PI, oltre ad aggiungere milioni di dollari di costi alla società, in realtà riduca o impedisca l’innovazione, aggiungendo il danno oltre alla beffa.

Ma anche se assumessimo che il sistema della PI stimoli qualche innovazione addizionale e degna di valore, nessuno ha ancora stabilito che il valore dei guadagni che si danno ad intendere sia maggiore dei costi del sistema. Se chiedete ad un avvocato di PI come fanno a sapere che ci sia un guadagno netto, otterrete il silenzio come risposta (questo è specialmente vero per i rappresentanti legali dei brevetti.) Queste persone non possono fare riferimento a nessuna ricerca per supportare la posizione utilitarista; di solito costoro fanno riferimento all’Articolo I della Costituzione (NdT: degli Stati Uniti d’America), Sezione 8, come se gli accordi passati stretti tra politici di due secoli fa fossero una sorta di prova.

Infatti, per quanto sono stato in grado di dire, virtualmente qualsiasi studio che cerchi di tener conto dei costi e dei benefici delle leggi sui diritti d’autore e sui brevetti arriva alla conclusione che questi schemi costano più di quanto facciano guadagnare, che essi di fatto riducono l’innovazione, oppure che lo studio è inconcludente. Non ci sono studi che mostrino un netto guadagno. Ci sono solo ripetizioni di propaganda statale.

Chiunque accetti l’utilitarismo dovrebbe, basandosi sull’evidenza disponibile, essere contrapposto alla PI.

Creazionismo libertario

Un’altra ragione per cui molti libertari sono in favore della PI è la confusione riguardo all’origine della proprietà e dei diritti di proprietà. Essi accettano la superficiale osservazione secondo cui una persona può diventare possessore di qualcosa in tre modi: impossessandosi di una cosa non posseduta, tramite uno scambio contrattuale, e per creazione.

L’errore sta nel concetto secondo cui la creazione sia una causa indipendente di proprietà – ovvero, indipendente dall’impossessarsi di qualcosa o dal contrattare. Comunque, è facile vedere che non lo è, è facile vedere che la “creazione” non è né necessariasufficiente come causa di proprietà.

Se scolpisci una statua usando il tuo grosso pezzo di marmo, tu possiedi la creazione risultante perché tu già possiedi il marmo. Lo possedevi prima, e lo possiedi ora. E se tu ti impossessi di una risorsa prima senza proprietario, come un campo, usandolo e dunque stabilendo confini pubblicamente visibili, lo possiedi perché questo primo uso e questa recinzione ti danno un maggior diritto rispetto ai secondi arrivati. Dunque, la creazione non è necessaria.

Supponiamo ora che tu scolpisca una statua nel marmo di qualcun altro – senza permesso o con, come avviene quando un impiegato lo faccia col marmo del suo datore di lavoro – allora tu non possiedi la risultante statua, anche se tu l’hai “creata”. Se stai usando marmo rubato a qualcuno, il tuo averlo vandalizzato non sottrae al proprietario il suo diritto ad esso. E se stai lavorando al marmo del tuo datore di lavoro, egli possiede la risultante statua. Così, la creazione non è sufficiente. (Vedi anche Against Intellectual Property, pp.36-42.)

Oppure, come spiega Sheldon Richman:

Una ragione chiave [per cui i libertari sono in favore della PI] è l’importanza connessa all’atto della creazione. Se qualcuno scrive o compone un lavoro originale, o inventa qualcosa di nuovo, secondo logica egli o ella dovrebbe possederlo perché non sarebbe esistito senza il creatore. Comunque, io propongo l’idea secondo cui così come è importante la creatività perché un uomo prosperi, essa non è la causa della proprietà dei beni prodotti. … Dunque, qual è la causa? La precedente proprietà degli input attraverso l’acquisto, il dono, o l’appropriazione originale. Questo è sufficiente a stabilire la proprietà dei prodotti. Le idee non necessariamente contribuiscono con fattori addizionali. Se costruissi un modello di aeroplano usando legno e colla, lo possiederei non a causa di una qualsivoglia idea nella mia testa, ma perché possedevo il legno, la colla, e me stesso.

Ovviamente, questa argomentazione non vuole negare l’importanza della conoscenza, o della creazione e dell’innovazione. Tutte le azioni, incluse l’azione che impiega mezzi scarsi posseduti, coinvolge l’uso di conoscenza tecnica – conoscenza di leggi causali, per esempio. Certamente, la creazione è un importante mezzo per aumentare il benessere. Come Hoppe ha osservato:

Uno può procurarsi ed aumentare il benessere tramite l’appropriazione, la produzione e lo scambio contrattuale, oppure espropriando e sfruttando i coloni, i produttori, o coloro che eseguono scambi contrattuali. Non ci sono alternative.

Ma mentre la produzione o la creazione sono il mezzo per guadagnare “benessere”, essi non sono una causa indipendente di proprietà o diritti. La produzione non è la creazione di nuova materia; è la trasformazione di cose da una forma a un’altra – la trasformazione di cose che uno necessariamente già possiede. Usando il tuo lavoro e la tua creatività per trasformare la tua proprietà in un qualche prodotto finito più prezioso ti dà maggiore benessere, ma non diritti di proprietà addizionali.

Dunque, l’idea secondo cui tu possiedi qualsiasi cosa crei è confusa, e non giustifica la PI.

L’approccio contrattuale

kinsellaAlcuni argomentano anche che una certa forma di diritto d’autore o, possibilmente, di brevetto potrebbe essere creata da un certo tipo di trucchi contrattuali – per esempio, da un venditore che vende ad un compratore un prodotto con un motivo (un libro, un CD, etc.) o una macchina utile, alla condizione che non venga copiata. Per esempio, Brown vende un’innovativa trappola per topi a Green, a condizione che Green non la riproduca. (Questo è l’esempio di Rothbard, tratto da “Conoscenza, verità e menzogna”, che è discusso alle pagine 51-55 di Against Intellectual Property)

Ad ogni modo, affinché la PI funzioni, si devono vincolare non solo il compratore ed il venditore, ma anche tutte le terze parti. Il contratto tra il compratore e il venditore non può fare ciò – esso vincola solo il compratore ed il venditore. Nell’esempio dato sopra, anche se Green è d’accordo nel non copiare la trappola per topi di Brown, Black non ha alcun contratto con Brown. Brown non ha alcun diritto contrattuale che impedisca a Black dall’usare la proprietà stessa di Black in accordo con qualsivoglia conoscenza o informazione che Black abbia. Così, anche l’approccio contrattuale fallisce. (Vedi anche Against Intellectual Property, pp. 45–55.)

 IP e statismo

Un ulteriore problema con la PI può essere menzionato. E questo problema consiste nel fatto che i diritti di PI sono schemi regolamentari, schemi che sono costruiti solo per mezzo di una legislazione. Un brevetto o un codice di diritti d’autore in un sistema legale decentralizzato, basato sui casi particolari, non potrebbe verificarsi in una società libera più di quanto potrebbe un Atto per favorire gli Americani Disabili. In altre parole, la PI richiede sia una legislatura sia uno Stato. Per i libertari che rigettano la legittimità dello Stato o della legge regolamentata, questo è un altro difetto della PI.

Bigliografia anti-PI

L'articolo originale: http://mises.org/library/case-against-ip-concise-guide