Libertà e proprietà: i Livellatori e Locke

[Estratto da An Austrian Perspective on the History of Economic Thought, vol. 1, Economic Thought Before Adam Smith. Un file audio MP3 di questo articolo (in inglese), letto da Jeff Riggenbach, è disponibile per il download.]

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Il tumulto della guerra civile inglese negli anni ’40 e ’50 del XVII secolo generò uno sconvolgimento politico ed istituzionale, e stimolò considerazioni radicali riguardo alla politica. Siccome la guerra civile venne combattuta per motivi religiosi e politici, gran parte delle nuove riflessioni si basarono su, o si ispirarono a, visioni e principi religiosi. Così, come vedremo più avanti nel capitolo riguardo alle radici del marxismo, sette comuniste millenarie saltarono fuori nuovamente per la prima volta dalla frenesia degli anabattisti dei primi del XVI secolo in Germania ed Olanda. Particolarmente importanti durante la frenesia della guerra civile di sinistra furono i Diggers, i Ranters e la setta dei Fifth Monarchists.[1]

Diametralmente opposti nei nuovi pensieri generati dalla guerra civile troviamo, nel mezzo delle forze della sinistra repubblicana maggiormente in voga, il primo consapevole movimento libertario di massa: i Livellatori. In una serie di considerevoli dibattiti all’interno dell’esercito repubblicano, specialmente tra i seguaci di Cromwell e i Livellatori, questi ultimi, guidati da John Lilburne, Richard Overton e William Walwyn, diedero vita ad una dottrina libertaria straordinariamente consistente, sostenendo i diritti di “proprietà di se stessi”, proprietà privata, libertà religiosa per l’individuo e minima interferenza governativa nella società. Inoltre, i diritti di ciascun individuo sulla sua persona e proprietà erano “naturali”, cioè derivati dalla natura dell’uomo e dell’universo, e dunque non dipendenvano dal governo né da esso potevano essere abrogati. Nonostante l’economia fosse tutt’altro che l’argomento primario per il Livellatori, il loro aderire ad un’economia di libero mercato era una semplice derivazione della loro enfasi messa sulla libertà ed i diritti di proprietà privata.

An Austrian Perspective on the History of Economic Thought_RothbardPer un po’ sembrò che i Livellatori potessero trionfare nella guerra civile, ma Cromwell decise di risolvere il dibattito nell’esercito usando la forza e stabilì la propria dittatura coercitiva, insieme ad una teocrazia puritana radicale, sbattendo il capo dei livellatori in prigione. La vittoria di Cromwell e dei suoi puritani sui Livellatori si dimostrò disastrosa per il corso della storia inglese. Infatti essa significò che “repubblicanesimo”, agli occhi degli inglesi, sarebbe per sempre stato associato al dominio  sanguinario dei santi di Cromwell, il regno del fanatismo religioso ed il saccheggio delle grandi cattedrali inglesi. Dunque, la morte di Cromwell condusse rapidamente alla restaurazione degli Stuart ed al discredito permanente della causa repubblicana. È probabile, d’altro canto, che uno stato di natura come asupicato dai Livellatori, una tolleranza religiosa ed un governo minimo sarebbero potuti risultare grosso modo accettabili per il popolo inglese, e avrebbero potuto assicurare in Inghilterra  un corso di gran lunga più libertario di quanto effettivamente si sia visto dopo la Restaurazione e l’insediamento dei Whig.[2]

La discussione storiografica sul grande teorico politico libertario John Locke (1632-1704), che salì alla ribalta dopo la guerra civile ed in particolare negli anni ’80 del XVII secolo, si è impantanata in un mucchio di intepretazioni l’una in conflitto con l’altra. Locke era un pensatore politico radicalmente individualista o uno scolastico protestante conservatore? Un individualista o un maggioritario? Un filosofo puro o un sobillatore? Un radicale messaggero della modernità o uno che si rifaceva alle virtù classiche o medievali?

Molte di queste interpretazioni sono, strano a dirsi, non molto contraddittorie. A questo punto dovremmo comprendere come gli scolastici, pur avendo  dominato le tradizioni medievale e post-medievale, furono pionieri ed elaboratori delle tradizioni della legge naturale e dei diritti naturali. La contrapposizione “tradizione” contro “modernità” è in gran parte un’antitesi artificiale. “Moderni” come Locke o forse persino Hobbes potrebbero essere stati individualisti e “giuristi”, ma erano anche immersi nella dottrina scolastica e della legge naturale. Locke potrebbe essere stato, e lo era davvero, un ardente protestante, ma era anche uno scolastico protestante, pesantemente influenzato dal fondatore della dottrina scolastica protestante, l’olandese Ugo Grozio, che d’altro canto era stato fortemente influenzato dagli spagnoli cattolici tardo scolastici. Come abbiamo già visto, questi grandi scolastici gesuiti spagnoli del tardo XVI secolo, come Suarez e Mariana, erano sostenitori del diritto naturale contrattuale. Mariana in particolare si dimostrò decisamente come precursore di Locke nel suo rimarcare il diritto delle persone a riprendersi i diritti di sovranità che avevano in precedenza riposto nel re. Mentre Locke sviluppò il pensiero libertario dei diritti naturali in modo più completo rispetto ai suoi predecessori, questo pensiero era ancora esattamente incorporato nella tradizione scolastica della legge naturale.[3]

Nemmeno John Pocock e i suoi seguaci risultano convincenti nel tentativo di collocare una distinzione artificiale e creare uno scontro tra gli interessi libertari di Locke o dei suoi futuri seguaci da un lato, e la devozione alla “virtù classica” dall’altro. Da questo punto di vista i libertari Lockeiani del XVIII secolo, da Cato a Jefferson, vengono magicamente trasformati da radicali individualisti e sostenitori del libero mercato a nostalgici reazionari che fanno riferimento alla “virtù classica” antica o rinascimentale. I seguaci di tale virtù in qualche modo diventano comunitari vecchio stile piuttosto che moderni individualisti. E, di nuovo, perché mai i libertari e gli oppositori dell’interventismo statale non possono anche opporsi alla “corruzione” e alla prodigalità dello Stato? Di fatto, i due vanno generalmente a braccetto. Appena comprendiamo che, generalmente, e certamente fino a Bentham, i devoti alla libertà, alla proprietà e al libero mercato sono stati di solito moralisti così come sostenitori di un’economia di libero mercato, l’antitesi proposta da Pocock comincia ad andare in pezzi. Per i libertari del XVII e del XVIII secolo, e di fatto per i libertari in più o meno tutte le epoche ed in qualsiasi luogo, gli attacchi all’interventismo statale e alla corruzione morale del governo vanno felicemente mano nella mano.[4]

Ci sono ancora anomalie nella carriera e nel pensiero di John Locke, ma possono essere spiegate dalla chiara discussione e dalle implicazioni dell’impressionante lavoro di Richard Ashcraft.[5] Essenzialmente, Ashcraft dimostra che la carriera di Locke può essere divisa in due parti. Il padre di Locke, un avvocato di campagna e figlio di un poco importante puritano di piccola nobiltà terriera, combattè nell’esercito di Cromwell e fu in grado di usare il traino politico del suo mentore, il colonnello Alexander Popham, che era un parlamentare, per inserire John nella promettente scuola di Westminster. A Westminster, e poi a Christ Church in Oxford, Locke ottenne una laurea breve e poi una specialistica nel 1658, passando poi a docente universitario di greco e retorica nel 1662; divenne quindi studente di medicina ed infine medico per poter stare ad Oxford senza dover far parte di un ordine religioso.

Nonostante, o forse a causa de, la formazione e le conoscenze puritane di Locke, egli rientrò chiaramente sotto l’influenza degli scienziati baconiani ad Oxford, Robert Boyle in particolare, e dunque tentò di adottare il punto di vista “scientifico”, empirico, velatamente assolutista dei suoi amici e mentori. Mentre erano ad Oxford, Locke e i suoi  colleghi accolsero entusiasticamente la restaurazione di Carlo II ed infatti lo stesso re ordinò all’università di tenere Locke come studente di medicina, senza farlo aderire ad un ordine religioso. Mentre era ad Oxford, Locke adottò la metodologia empirica e la filosofia dei sensi dei baconiani, il che lo condusse più tardi al suo Essay Concerning Human Understanding. Inoltre nel 1661 Locke, nonostante il successivo sostegno alla causa della tolleranza religiosa, scrisse due trattati condannandola a favore  dell’imposizione dell’ortodossia religiosa da parte di uno Stato assoluto. Nel 1668 Locke fu eletto alla Royal Society, raggiungendo i suoi compagni scienziati seguaci di Bacone.

Comunque, qualcosa accadde a John Locke nell’anno 1666, quando divenne un medico, e nell’anno seguente quando divenne segretario personale, consigliere, scrittore, teorico e amico intimo del grande Lord Ashley (Anthony Ashley Cooper), che nel 1672 fu nominato il primo Conte di Shaftesbury. Fu merito di Shafterbury se Locke, da quel momento in avanti, si tuffò nella filosofia politica ed economica nonché nel servizio pubblico così come negli intrighi rivoluzionari. Locke adottò in tutto e per tutto la mentalità dei liberali classici Whig grazie a Shaftesbury, e fu proprio questi a convertire Locke per l’intero corso della sua vita in un fermo sostenitore della tolleranza religiosa ed in un esponente libertario della proprietà di se stessi, dei diritti di proprietà e dell’economia di libero mercato. Fu Shaftesbury a trasformare Locke in un libertario e a stimolarlo nello sviluppo di una sua propria teoria libertaria.

Locke_treatises_of_government_pageJohn Locke, in breve, divenne rapidamente un sostenitore di Shaftersbury e dunque un liberale classico ed un libertario. Durante tutta la sua vita, anche dopo la morte di Shaftesbury nel 1683, Locke ebbe solo parole di ammirazione per il suo amico e mentore: l’epitaffio di Locke per Shaftesbury dichiarava come quest’ultimo fosse “un vigoroso ed indefesso sostenitore della libertà civile ed ecclesiastica”. Il revisore dell’edizione definitiva dei Two Treatises of Government di Locke ha giustamente scritto che “senza Shaftesbury, Locke non sarebbe stato affatto Locke”. Questa verità è stata nascosta troppo spesso dagli storici, i quali hanno  mostrato un’assurda repulsione verso quel clima in cui la teoria e filosofia politica spesso si sviluppano, vale a dire nell’arroventato clima della battaglia politica ed ideologica. Invece, molti sentirono il bisogno di nascondere questa relazione al fine di costruire un’immagine idealizzata di Locke, del filosofo puro e distaccato, separato dagli sporchi e mondani affari politici del mondo.[6]

Il professor Ashcraft mostra inoltre come Locke e Shaftesbury cominciarono a costruire, anche in modo consapevole, un movimento neo livellatore elaborando dottrine molto simili a quelle dei Livellatori. L’intera struttura di pensiero di Locke nel suo Two Treatises of Government, scritto negli anni 1681-1682 come canovaccio per giustificare l’imminente rivoluzione Whig contro gli Stuart, era un’elaborazione ed uno sviluppo creativo della dottrina dei Livellatori. Questo pensiero affondava le sue radici nella proprietà di se stessi, deducendo come corollario i diritti di proprietà e libero scambio, la giustificazione dello stato come strumento per proteggerli ed il diritto di rovesciare un qualsivoglia governo che tradisca o sovverta tale mandato. Uno dei capi dei precedenti Livellatori, il sindaco John Wildman, fu perfino vicino alla cerchia di Locke e Shaftesbury durante gli anni ’80 del XVII secolo.

La profonda affinità tra Locke ed il pensiero degli scolastici è stata oscurata dall’innegabile fatto che per Locke, Shaftesbury e i Whig il vero nemico della libertà civile e religiosa, il grande difensore dell’assolutismo monarchico durante il tardo XVII secolo e nel XVIII secolo era la chiesa cattolica. Allora, circa alla metà del XVII secolo, il cattolicesimo o “papismo” era identificato non con i diritti naturali né con i controlli sul despotismo regale del passato, ma con l’assolutismo della Francia di Luigi XIV, il maggior Stato assolutista d’Europa, e precedentemente con l’assolutista Spagna. In ciò la Riforma, dopo un secolo, era riuscita a rimuovere la tirannia monarchica nei paesi cattolici così come in quelli protestanti. Dall’inizio del XVII secolo, infatti, la chiesa cattolica in Francia, giansenista e fedele al re nello spirito, era stata più un agente per l’assolutismo regale che un freno ai suoi abusi. Di fatto, durante il XVII secolo, si poteva dire a buona ragione che il più prospero paese in Europa era la protestante Olanda, che era anche il più libero in termini economici e di libertà civili, con una politica decentralizzata  priva di avventurismi imperialisti.[7]

Così, fu facile per i Whig inglesi e per i liberali classici identificare l’assolutismo, la tassazione arbitraria, i controlli e le incessanti guerre degli Stuart con il cattolicesimo verso cui gli Stuart stavano muovendo non troppo segretamente, così come con lo spettro di Luigi XIV verso cui gli Stuart stavano altrettanto virando. Come risultato, la tradizione inglese e dei coloni americani, inclusa anche quella libertaria, si permeò di un fanatico anti cattolicesimo; l’idea di includere i malvagi cattolici nella lista delle religioni tollerate era raramente presa in considerazione.

Dobbiamo chiarire un errore che di solito si commette riguardo alla sistematica teoria sulla proprietà di Locke: quello sulla sua teoria del lavoro. Locke pone le radici della sua teoria dei diritti di proprietà naturali nel diritto di ciascuno alla proprietà di se stesso, di una “proprietà” sulla sua persona. Che cosa allora stabilisce l’originale diritto di qualcuno sulla materia, o sulla terra, o la proprietà di una risorsa naturale, oltre che della sua persona? Nella brillante e molto acuta teoria di Locke, la proprietà è condotta dai beni comuni, cioè dalla non proprietà, alla proprietà privata nello stesso modo in cui un uomo inizia ad usare una proprietà in disuso: “mescolando del lavoro suo proprio”, la sua personale energia, con una risorsa naturale prima non usata e non posseduta, convertendola così ad un uso produttivo e diventandone quindi il proprietario.

La proprietà privata di una risorsa materiale è stabilita dal primo uso. I due assiomi della proprietà del proprio corpo e del primo uso, o “proprietà del primo arrivato”, delle risorse naturali stabiliscono la “spontaneità”, la moralità e i diritti di proprietà che soggiacciono all’intera economia di libero mercato. Poiché se un uomo legittimamente detiene la proprietà materiale delle risorse su cui si è stabilito ed ha lavorato, allora per deduzione egli ha il diritto di scambiare tali titoli di proprietà per quelli su cui altri si sono stabiliti ed hanno lavorato. Per cui, se qualcuno detiene una certa proprietà, costui ha il diritto di scambiarla per la proprietà di qualcun altro, o di cederla a terzi consenzienti. Questa catena di deduzioni sta a fondamento del diritto di fare liberi scambi e di stipulare liberi contratti, così come del diritto di lasciare in eredità un bene, e dunque dell’intera struttura dei diritti di proprietà che distingue l’economia di mercato.

Molti storici, specialmente marxisti, hanno tratto soddisfazione nell’affermare che John Locke sia di fatto il fondatore della “teoria del valore-lavoro” marxista (che Marx avrebbe a propria volta preso da Smith e ancor più da Ricardo), ma quella di Locke è una teoria del lavoro basata sulla proprietà, ovvero una teoria di come la proprietà materiale giustamente divenga possesso per mezzo dello sforzo lavorativo o della ”unione” del lavoro alla materia. Questa teoria non ha assolutamente niente a che fare con ciò che determina il valore o il prezzo dei beni o dei servizi sul mercato, e quindi non ha niente a che fare con la successiva “teoria del valore-lavoro.”

Tradotto da Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giorgio Venzo

 

Note

[1] Ci fu un passaggio diretto di idee da Thomas  Müntzer e dai comunisti anabattisti all’ Inghilterra. Uno dei collaboratori di  Müntzer, Henry Niclaes, sopravvisse alla frattura degli anabattisti per trovare nel familismo, un credo panteistico che affermava che l’uomo è Dio ed invocava la creazione del regno di Dio (uomo) in Terra, l’unico posto in cui un tale regno potesse mai esistere. Le idee familiste furono portate in Inghilterra da un discepolo di Niclaes, Christopher Vittels, un carpentiere olandese, e il familismo si diffuse in Inghilterra durante il tardo XVI secolo. Un centro del familismo nei primi del XVII secolo in Inghilterra fu a Grindleton, nello Yorkshire. Là, nella decade dopo il 1615, i “grindletoniani” furono guidati dal curato anglicano di Grindleton, il reverendo Roger Brearly. Parte del fascino del familismo stava nel suo antinomianismo: l’idea secondo cui persone sinceramente devote a Dio, come loro stessi, per definizione non avrebbero mai potuto commettere un peccato. Gli antinomiani erano dunque soliti sfoggiare un comportamento generalmente considerato peccaminoso, al fine di dimostrare a tutti il loro status divino e “libero-dal-peccato”.

[2] I Livellatori hanno acquistato una colorazione di sinistra a causa del loro appellativo. Inoltre sono stati ammirati dagli storici marxisti, entusiasti del loro estremismo, e sono stati considerati come le figure più consistenti nella “rivoluzione borghese” dei secoli XVII e seguenti. I Livellatori, comunque, non erano in alcun modo egalitari, eccetto nel senso libertario del laissez-faire, ovvero per il fatto che si opponevano a privilegi speciali garantiti dallo Stato. Sui Livellatori, vedi specialmente Don M. Wolfe (ed.), Leveller Manifestoes of the Puritan Revolution (1944, New York: Humanities Press, 1967), compresa la lunga introduzione del revisore; vedi inoltre l’ultima collezione dei trattati dei Livellatori in A.L. Morton (ed.), Freedom in Arms: A Selection of Leveller Writings (London: Lawrence & Wishart, 1975). Vedi anche il classico H.N. Brailsford, The Levellers and the English Revolution (Stanford, Calif.: Stanford University Press, 1961). Uno dei migliori riassunti sulla dottrina dei Livellatori si trova in C.B. Macpherson, The Political Theory of Possessive Individualism: Hobbes to Locke (Oxford: Clarendon Press, 1962), pp. 137–59.

[3] Gran parte della confusione è dovuta all’interpretazione di Leo Strauss e dei suoi seguaci, secondo cui Locke fu un sostenitore dei diritti naturali in aperta rottura (seguendo Hobbes) con l’antica saggia tradizione della legge naturale. In realtà proprio Locke, il sostenitore dei diritti naturali, sviluppò la tradizione scolastica della legge naturale, e fu agli antipodi dell’apologia destrorsa di stampo groziano di Hobbes verso lo Stato assoluto. Su Hobbes, Locke ed il circolo Tew, vedi Richard Tuck, Natural Rights: Their Origin and Development (Cambridge: Cambridge University Press, 1979). L’interpretazione di Leo Strauss si trova nel suo Natural Right and History (Chicago: University of Chicago Press, 1953). Per una critica a Strauss, e per rimarcare che Locke non fu un hobbesiano ma si collocò invece nella tradizione della legge naturale, vedi Raghuveer Singh, “John Locke and the Theory of Natural Law,” Political Studies 9 (June 1961), pp. 105–18.

[4] Il locus classicus della tesi Pocockiana è J.G.A. Pocock, The Machiavellian Movement (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1975). In aggiunta alle contrastanti opere di Isaac Kramnick e Joyce Appleby, vedi in particolare la brillante confutazione dell’esempio centrale di Pocock: l’enfasi sulla presunta “virtù classica” delle Cato’s Letters di stampo profondamente lockeiano, le quali divennero la singola fonte libertaria di maggior influenza sui rivoluzionari americani. Ronald Hamowy, “Cato’s Letters: John Locke and the Republican Paradigm,” History of Political Thought 11 (1990), pp. 273–94.

[5] Richard Ashcraft, Revolutionary Politics and Locke’s Two Treatises on Government (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1986).

[6] Ibid., pp. 75–82, 370–71.

[7] Una più dettagliata analisi delle politiche olandesi del XVII secolo mostrerebbe, comunque, che il partito in favore del libero mercato, della decentralizzazione e della pace era quello dei repubblicani o arminiani, seguaci del teologo protestante Jacobus Arminius teologicamente vicino ai cattolici nel credere nel libero arbitrio ai fini della salvezza dell’anima. D’altro canto, il partito “calvinista” in Olanda favoriva la monarchia degli Orange, lo statalismo, il controllo sui mercati ed una politica straniera improntata alla guerra. (Vedi anche l’articolo http://vonmises.it/2014/07/16/il-cibo-e-larte-del-commercio/ – NdT)