La Scuola Austriaca: differenze interne – IV parte

3. Ludwig Lachmann

stemma misesLachmann estremizza gli elementi soggettivisti della Scuola Austriaca[1] e sostiene che tutto è soggettivo e incerto; dunque nega l’esistenza oggettiva del mondo reale, delle leggi oggettive di causa ed effetto e della validità oggettiva della logica deduttiva. Una posizione nichilista, accusano i razionalisti. Nella teoria del valore, nega o sottovaluta il fatto oggettivo che gli oggetti fisici sono prodotti, scambiati, valutati, sebbene valutati soggettivamente.

Questo soggettivismo estremo ha conseguenze anche sulla conoscenza. Per Lachmann l’uomo è soggetto a una radicale incertezza che sfocia nel nichilismo. Lachmann estremizza la tesi Austriaca che il futuro è incerto, affermando che il futuro è assolutamente inconoscibile.

Il mantra preferito di Lachmann è: “il passato è, in linea di principio, assolutamente conoscibile; il futuro è assolutamente inconoscibile”. Poiché il futuro è per Lachmann assolutamente inconoscibile, l’uomo non conosce leggi economiche, né leggi di causa ed effetto, qualitative o quantitative. Di fatto egli non può avere alcuna Verstehen di modelli di comportamento che possono verificarsi in futuro con una certa probabilità. In ogni istante di tempo l’agente lachmanniano avanza in un vuoto senza sentieri[2].

Dal momento che non esistono leggi di causa ed effetto nell’azione umana, il soggetto non può compiere il primo passo per indovinare che cosa sta accadendo, o è probabile che accada, ai prezzi. I prezzi che si determinano sul mercato sono privi di significato ai fini del calcolo economico perché la conoscenza è continuamente cangiante. Dunque la scienza economica non può dire alcunché di preciso sulla razionalità o ottimalità dell’allocazione delle risorse nel libero mercato. In questo modo l’economia come scienza si dissolve. La moneta e i prezzi, poi, non possono avere alcuna relazione nel futuro, qualitativa o quantitativa, il che significa che non sono affatto correlati sul piano causale.

In un tale contesto, l’imprenditore lachmanniano può esistere, ma perde totalmente di significato. A differenza dell’uomo hayek-kirzneriano, non può apprendere dai segnali del mercato perché egli non può conoscere alcunché in alcun modo, anche attraverso i segnali di prezzo. L’Uomo Lachmanniano è totalmente privo di conoscenza, e nell’economia di mercato a stento si trova in una condizione migliore – sa di più – del pianificatore socialista.

Per Lachmann un ulteriore effetto del fatto che il processo di mercato è guidato da aspettative totalmente soggettive e volubili è che il mercato è incapace di eliminare gli imprenditori peggiori.

I misesiani invece sostengono una “moderata incertezza”. Replicano che è vero che la conoscenza del presente, e meno ancora quella del futuro, non è mai perfetta, e il mondo in generale, e il mercato in particolare, sono eternamente caratterizzati dall’incertezza. Domande, risorse, prodotti, prezzi e costi futuri sono incerti. Tuttavia l’uomo ha anche alcune certezze: sa con certezza che lui e il mondo, comprese le altre persone e le risorse, esistono; sa che le leggi naturali e le leggi di causa ed effetto esistono; che tale conoscenza si accresce nel tempo; e gli consente di scoprire migliori e più numerosi modi di controllare la natura e di conseguire i propri scopi con maggiore efficacia; e si accresce anche la conoscenza relativa al tipo di beni che soddisferanno i suoi bisogni.

L’incertezza viene fronteggiata dall’imprenditore attraverso l’assunzione di rischi, cercando di conseguire profitti ed evitare perdite. Nel tempo, gli imprenditori che hanno successo nel sopportare i rischi e nel prevedere il loro specifico futuro conseguiranno profitti ed espanderanno le loro attività, mentre coloro che non sanno sopportare i rischi e prevedono male soffriranno perdite e necessariamente vedranno contrarsi il loro campo di attività. Di conseguenza, gli imprenditori tenderanno a stare attenti e ad aver successo in molte delle loro previsioni.

Inoltre, circa la teoria economica, l’imprenditore che conosce la teoria di Mises può prevedere alcune cose: ad esempio, può prevedere che un aumento della quantità di moneta ceteris paribus provocherà un aumento dei prezzi. Dunque non è vero che un imprenditore non può fare alcuna previsione.

Infine, sempre in tema di conoscibilità, trascurando qui la sopravvalutazione lachmanniana della conoscibilità assoluta del passato (davvero sappiamo con certezza perché Cesare varcò il Rubicone?), per quanto riguarda il futuro «io so molte cose del futuro con assoluta certezza: so con assoluta certezza, ad esempio, che non sarò mai eletto presidente degli Stati Uniti. So, se possibile con certezza anche maggiore, che non sarò mai nominato re d’Inghilterra. Sostengo di essere molto più certo di questi eventi futuri che non del motivo per cui Lenin, alla stazione Finlandia, fosse l’unico bolscevico a capire che saltare molte importanti fasi poteva condurre ad una rivoluzione vittoriosa in Russia»[3].

I lachmanniani non hanno addotto argomenti reali per supportare il loro spostamento dall’incertezza moderata a quella assoluta.

Per quanto riguarda l’equilibrio finale, Lachmann si sbarazza del tutto del concetto. Lo considera privo di significato. Tutti i seguaci di Lachmann, nonché gli altri Austriaci non misesiani, usano invece in maniera ossessiva l’espressione “processo di mercato”, così gettando via con l’acqua sporca neoclassica non solo l’equilibrio ma lo stesso bambino della teoria economica. I “processi” connotano più i moti e i meccanismi impersonali che non le scelte consapevoli di persone che intraprendono un’attività volta a uno scopo[4]. Così però si rinuncia a qualsiasi possibilità di capire gli stessi processi di mercato, perché questi “processi” sono in realtà azioni umane che, a differenza dei movimenti delle pietre o degli atomi, sono necessariamente intenzionali e volti a uno scopo[5]. Quindi ogni azione sul mercato deve già implicare lo scopo, o stato finale, di quell’azione. L’azione, o “processo”, già presuppone lo stato di equilibrio, anche se quello stato non viene mai pienamente raggiunto. Di nuovo, la differenza cruciale è l’abbandono da parte dei non misesiani del concetto misesiano di azione – azione che è necessariamente diretta a un obiettivo o stato finale, e che è intenzionale, attiva e basata sull’assunzione del rischio.

I misesiani riescono a utilizzare il concetto di equilibrio non rinunciando all’elemento dinamico dell’azione economica (cioè riescono ad affrontare la teoria economica) attraverso quelle che Mises chiamò “costruzioni immaginarie” o “esperimenti mentali”, che per il prasseologo rappresentano l’unico sostituto degli esperimenti di laboratorio delle scienze fisiche. In breve, il teorico economico postula un equilibrio, quindi muta mentalmente una variabile, mantiene costanti tutte le altre variabili rilevanti ed esamina l’effetto che si determina sulla variabile oggetto di studio. Respingere l’impiego del concetto di equilibrio conduce inevitabilmente alla distruzione di tutta la teoria economica o delle leggi economiche.

Secondo i misesiani, poiché Lachmann nega in assoluto la possibilità di conoscere il futuro, e quindi qualsiasi legge economica, qualitativa o quantitativa, lui e i suoi seguaci diventano inevitabilmente meri istituzionalisti, meri storici che registrano le attività economiche passate dell’individuo. Mises avrebbe definito Lachmann e i lachmanniani, come definì tutti gli altri istituzionalisti, “antieconomisti”, dove l’espressione non rappresentava solamente un epiteto, ma anche una sintesi descrittiva. Dal momento che i lachmanniani avversano anche la semplice possibilità di una teoria economica, non devono essere proprio più considerati economisti. Potrebbero essere definiti “storici”, se non fosse che a) fanno molto poco lavoro storico effettivo e b) per essere un buono storico bisogna saper usare le teorie causali delle diverse discipline per riuscire a spiegare eventi storici unici, e gli strumenti delle leggi economiche sono una parte indispensabile di qualsiasi autentico bagaglio dello storico. In un certo senso, i lachmanniani e gli altri istituzionalisti operano come anti-economisti e “meta-storici” professionali, spendendo le loro energie nel denunciare l’economia e nell’esortare gli altri economisti ad agire come storici[6].

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] Ludwig Lachmann era stato allievo di Hayek alla London School of Economics negli anni Trenta e i suoi scritti furono in genere misesiani fino alla metà degli anni Settanta, quando si convertì al nichilismo del suo vecchio amico, e allievo di Hayek, l’inglese G.L.S. Shackle. V. la elogiativa recensione de L’azione umana di Mises, “The Science of Human Action,” Economica 18, Novembre 1951, pp. 412-427. L’opera davvero notevole di Lachmann fu il misesiano Capital and its Structure (London School of Economics, Londra, 1956) che, presumibilmente per quel motivo, non è mai citato dai lachmanniani contemporanei. Il momento spartiacque dell’annuncio della sua conversione al pensiero di Shackle fu “From Mises to Shackle: An Essay on Austrian Economics and the Kaleidic Society”, Journal of Economic Literature 14, marzo 1976, pp. 54-62.

[2] Quando è stato incalzato, Lachmann ha ammesso che questa ignoranza totale non vale per le leggi del mondo fisico. Sono solo le leggi e i comportamenti relativi alla sfera umana che per lui non possono esistere.

[3] M.N. Rothbard, La situazione attuale della teoria economica Austriaca, cit., p. 9. L’ambigua attenuazione di Lachmann – conoscibile “in linea di principio” – non è sufficiente per salvare la sua visione ingenuamente ottimistica della nostra conoscenza del passato. In linea di principio, come possiamo capire perché Lenin vide nella concatenazione degli eventi russi qualcosa che nessuno degli altri bolscevichi, anche con visioni del mondo molto simili, riuscì a vedere? L’unicità dell’individuo, che sia quella dell’imprenditore, dell’inventore, di chi prevede gli eventi o del creatore, fondamentalmente non può essere “spiegata” in maniera deterministica.

[4] L’uso del concetto di “processo di mercato” come un mantra si è diffuso grazie a Don Lavoie, un misesiano poi diventato lachmanniano e anche “ermeneutico”, sulla base della filosofia continentale di Heidegger e del suo allievo Gadamer. Lavoie istituì il Center for the Study of Market Processes (CSMP) presso la George Mason University, e nel 1983 l’istituto pubblicò una rivista, Market Process. Il più importante lavoro di Ludwig Lachmann – da lachmanniano – è The Market as an Economic Process, Basil Blackwell, Oxford, 1986.

Gli hayekiani a loro volta, a differenza dei lachmanniani, hanno mantenuto il concetto di equilibrio e l’idea che gli imprenditori muovono sempre l’economia verso l’equilibrio. Gli hayekiani però, incluso Kirzner, stanno conducendo la battaglia su basi empiriche anziché prasseologiche. In altre parole, gli hayekiani ritengono che gli imprenditori, nel processo di apprendimento dai segnali del mercato, di fatto muovono l’economia verso l’equilibrio. I lachmanniani ovviamente ritengono che gli imprenditori non possono apprendere alcunché e quindi l’economia o si allontana dall’equilibrio o comunque non si muove in una direzione precisa. La battaglia fra le due impostazioni quindi avviene sulle stime empiriche dei tassi di velocità: gli hayekiani sostengono che gli imprenditori apprendono dai segnali di prezzo più velocemente del cambiamento dei dati, e quindi muovono l’economia verso l’equilibrio. I lachmanniani viceversa ritengono che i dati mutano più velocemente della capacità delle persone di apprenderli (assumendo che esse in assoluto possano apprenderli) e quindi l’economia di fatto si allontana dall’equilibrio. La disputa è una mera contesa empirica sui tassi di velocità del mutamento: una disputa che, per la natura delle cose, non può mai essere risolta.

[5] L’immagine, suggerita da Lachmann, del mercato come un “caleidoscopio” non è erronea se si intende che nuove informazioni, e nuove azioni, modificano in continuazione i prezzi e gli equilibri, come la rotazione degli specchi all’interno del caleidoscopio genera diverse figure colorate, che cambiano vorticosamente senza ripetersi mai. È invece ingannevole se la si intende come la raffigurazione di un meccanismo cieco.

[6] Nel giudizio sugli sviluppi della teoria Austriaca contemporanea ha prevalso una linea interpretativa che si può definire di tipo “Whig”, secondo cui la conoscenza, sia del mondo fisico sia di quello sociale, progredisce sempre, per cui le teorie e/o i modelli esplicativi temporalmente successivi sono sempre migliori di quelli precedenti. Applicando tale criterio alla Scuola Austriaca, Hayek doveva essere per forza migliore di Mises; e poi Lachmann migliore di entrambi; e quindi Lavoie migliore di Lachmann e così via. Se Khun ha messo in discussione tale visione per le scienze naturali, a maggior ragione le obiezioni valgono per le discipline sociali, come l’economia, in cui a volte teorie successive si sono rivelate peggiori di quelle precedenti.

I misesiani, che criticano gli sviluppi hayekiani, di Lachmann, di Rizzo e di Lavoie sono stati accusati di volere semplicemente che la teoria economica Austriaca sia statica, che ripeta per sempre meccanicamente le parole e le idee di Mises. Non è così; vi sono stati e vi sono numerosi sviluppi e avanzamenti creativi nell’economia misesiana negli ultimi quaranta anni: in particolare i primi lavori di Rothbard sulla teoria del monopolio, sulla teoria della rendita, sull’economia del benessere, sull’intervento dello Stato e sulla teoria dei diritti di proprietà; successivamente i lavori di Hans-Hermann Hoppe sul metodo prasseologico, sulla comparazione fra i sistemi economici, sulla tassazione e su una teoria dei diritti prasseologica; e di Joseph T. Salerno sulla contrapposizione fra Mises e Hayek relativamente al ruolo della ragione, sul libero scambio e sul calcolo nel socialismo; e sul lavoro di Hutt sul coordinamento di mercato realizzato dai prezzi contro il “coordinamento dei piani” hayekiano. Tutti questi contributi, così come il lavoro sul retroterra filosofico dell’economia Austriaca realizzato da Barry Smith e David Gordon, rappresentano notevoli e creativi progressi nello sviluppo, elaborazione e rigore del paradigma misesiano originale. In più, vi sono i contributi contenuti nella «Review of Austrian Economics» e altrove su numerosi aspetti della teoria, del metodo, della storia e della politica.

Dal punto di vista della storia della teoria Austriaca, è a partire dalla metà degli anni Settanta del Novecento che avviene la rinascita della scuola, simboleggiata dal Nobel a Hayek nel 1974. Ma erano stati soprattutto i lavori di Rothbard a interessare studenti e accademici, tanto è vero che l’Institute for Humane Studies nel 1974 promuove la prima conferenza sull’economia Austriaca a South Royalton, nel Vermont, con più di trenta partecipanti; replicata anche nel 1975 a Hartford, nel Connecticut, e nel 1976 nel Castello di Windsor in Gran Bretagna, alle quali partecipano esponenti quali Rothbard, Kirzner, Lachmann, Hazlitt, Hutt, Hayek, Yeager. Dalla fine degli anni Settanta fino alla metà degli Ottanta le istituzioni finanziariamente più dotate (Institute for Human Studies, Cato Institute) mettono la sordina alla versione misesiana, e privilegiano Hayek e Popper in quanto più moderati e più presentabili di fronte al mondo accademico, e successivamente Kirzner e Lachmann. A metà degli Ottanta, con la nascita del Mises Institute per opera di Llewellyn Jr. e della rivista “Quarterly Journal of Austrian Economics” per opera di Rothbard, si ha la rinascita della versione misesiana della scuola.