La Scuola Austriaca: differenze interne – V parte

4. Teoria della conoscenza: kantismo e aristotelismo

L’approccio prasseologico di Mises è neokantiano, quello di Rothbard tomista.

stemma misesMises cerca di ristabilire i fondamenti filosofici razionalistici, stando dalla parte di Leibniz e Kant contro Locke e Hume. Quando Locke afferma “niente è nell’intelletto che prima non è stato nei sensi” Leibniz risponde “eccetto l’intelletto stesso”.

Sul piano epistemologico, la prasseologia di Mises è influenzata da Kant, ma solo per le classificazioni fra proposizioni analitiche, sintetiche, a priori e a posteriori, e in particolare per l’asserzione che esistono anche proposizioni sintetiche vere a priori[1]. Mises ha risolto il problema del come possiamo conoscere le verità a priori, che Kant aveva lasciato insoluto.

Il problema è il seguente: come si fa a stabilire la verità di tali proposizioni se la logica formale non è sufficiente e le osservazioni non sono necessarie? La risposta di Kant è che la verità deriva da assiomi materiali auto-evidenti. Auto-evidenti significa che non si possono negare senza essere in contraddizione; cioè il tentativo di negarli rappresenta un’ammissione implicita della loro veridicità. Questi assiomi si ricavano non dall’esperienza, ma dalla riflessione su noi stessi in quanto soggetti pensanti; la ragione umana comprende che tali verità devono essere necessariamente nel modo in cui sono. Però per Kant tali proposizioni sintetiche a priori sono solo asserzioni sul funzionamento della mente umana e nient’altro; per Mises molto di più: sono asserzioni sulla realtà esterna. Ed è il concetto di azione a offrire il ponte fra la mente e la realtà esterna.

Le verità di tali proposizioni non sono semplicemente categorie della nostra mente, perché tali categorie sono fondate sulle categorie dell’azione. L’essere categorie dell’azione elimina il rischio che vi sia una distanza fra il mondo mentale e quello reale; cioè la mente non si inganna nel dichiarare alcune verità (proposizioni sintetiche a priori), perché è attraverso l’azione che la mente e la realtà entrano in contatto.

Mises, in accordo con l’epistemologia kantiana, considera l’assioma fondamentale una legge del pensiero e quindi una verità categoriale a priori rispetto ad ogni esperienza, perché, come la legge di causa ed effetto, è parte del carattere necessario della struttura logica della mente umana. Cioè, la realtà può essere colta solo attraverso la mente, che è fatta in un determinato modo. (Per Rothbard la realtà è, a prescindere.) Pensare e agire sono caratteristiche tipiche ed esclusive dell’uomo. Esiste solo una logica che è intellegibile per la mente umana, e un solo modo d’azione che è umano e comprensibile alla mente umana. Per la mente umana concepire relazioni logiche in contraddizione con la struttura logica della nostra mente è impossibile; così come un modo d’azione le cui categorie differiscano da quelle dei nostri modi d’azione. La struttura logica della mente umana è definibile a priori. Le relazioni logiche fondamentali non possono essere soggette a prove o confutazioni, perché ogni tentativo volto a provarle deve presupporre la loro validità. Esse sono proposizioni primarie antecedenti a ogni definizione reale o nominale. La mente umana è incapace di immaginare categorie logiche in contraddizione con tali relazioni logiche. Esse sono i prerequisiti della percezione, della conoscenza, dell’esperienza. La mente umana non è una tabula rasa su cui gli eventi esterni scrivono la propria storia; è equipaggiata con un set di strumenti (la sua struttura logica) necessari per comprendere la realtà. L’uomo ha acquisito questi strumenti nel corso della sua evoluzione dallo stato di ameba allo stato presente; ma questi strumenti sono logicamente antecedenti a qualsiasi esperienza. La struttura logica della mente dell’uomo primitivo è identica a quella dell’uomo contemporaneo; il contenuto dei pensieri è diverso.

La struttura logica della ragione umana, e quindi le categorie del pensiero e dell’azione sono immutabili e universali. L’idea che A potrebbe essere al tempo stesso non-A o che preferire A a B potrebbe comportare allo stesso tempo il preferire B ad A è inconcepibile e assurda per la mente umana. Non possiamo pensare a un mondo senza la causalità e la teleologia.

Le categorie del pensiero e dell’azione umana – le relazioni logiche fondamentali – sono comuni a tutta l’umanità, indipendentemente dalla classe o dalla razza. Non sono convenzioni, ma fatti biologici che hanno una funzione precisa nella lotta dell’uomo per l’esistenza. Sono adeguate alla struttura della realtà, rivelano questa struttura alla mente umana e, in questo senso, per l’uomo sono fatti ontologici di base. È impossibile dimostrare la validità delle fondazioni a priori della logica e della prasseologia senza riferirsi alle fondazioni medesime; la ragione è un dato ultimo e non può essere messa in discussione da se stessa; l’esistenza della ragione umana è un fatto non-razionale.

In sintesi: la mente impone determinate forme o strutture alla realtà nel momento in cui la conosce. La conoscenza non è mai conoscenza diretta della realtà in sé, la realtà è modellata dalla mente, che ha una data struttura. Barry Smith chiama “imposizionista” (impositionist) questo tipo di apriorismo, perché “impone” al mondo, alla realtà, le strutture della mente; quello che segue, di tipo aristotelico, lo definisce “riflessivo” (reflectionist).

La posizione epistemologica di Rothbard invece fa riferimento ad Aristotele e S. Tommaso[2] più che a Kant: la metafisica e l’epistemologia aristoteliche sono coerenti con l’assioma dell’azione di Mises e possono offrire un fondamento superiore alla prasseologia misesiana. Quindi considera l’assioma dell’azione una legge di realtà più che una legge del pensiero, e dunque “empirica” più che “a priori”. Rothbard vuole contrastare l’idealismo kantiano ortodosso che ritiene che esistano leggi del pensiero indipendenti dalla realtà e addirittura imposte alla realtà dalla mente. Egli nega l’affermazione di Mises (L’azione umana) che esistano “leggi della struttura logica” della mente umana che la mente impone alla struttura caotica della realtà; per Mises il concetto di azione è parte della struttura logica della mente; dunque l’assioma dell’azione è una verità categorica che viene prima di qualsiasi esperienza umana. Invece Rothbard preferisce chiamare tali presunte leggi della struttura logica “leggi di realtà”. La mente apprende tali leggi attraverso l’investigazione e il confronto dei fatti del mondo reale. L’assioma fondamentale dell’azione e gli assiomi sussidiari derivano dall’esperienza della realtà; cioè, sono indotti (successivamente i principi economici sono dedotti dall’assioma)[3]. In altri termini, possiamo avere una conoscenza della realtà perché certe strutture di essa hanno un grado di intellegibilità in sé, e non dipendono dai modellamenti fatti dalla mente umana.

La concezione (conception) è una specie di consapevolezza, un modo di apprendere le cose, o comprenderle, e non, come in Kant, una presunta manipolazione soggettiva dei cosiddetti universali solo “mentale” o “logica” nella loro provenienza e non-cognitiva in natura. La conception nel penetrare i dati dei sensi senz’altro li porta a sintesi, ma è una sintesi cognitiva nell’apprendere, un comprendere che è tutt’uno con l’apprendere stesso, non, come in Kant, una condizione della percezione anteriore, un processo anteriore che costituisce sia la percezione sia il suo oggetto. In altre parole, percezione ed esperienza non sono i risultati di un processo sintetico a priori, ma sono essi stessi apprendimento sintetico o comprensivo, la cui unità è prescritta solo dalla natura del reale, cioè dagli oggetti capiti nel loro insieme e non dalla consapevolezza stessa, la cui natura cognitiva è di apprendere il reale, come esso è (H. Chapman).

Questo è un empirismo talmente diverso dall’empirismo moderno (pura raccolta di fatti frammentari) che Rothbard accetta di definirlo “a priori” per i suoi scopi analitici. Infatti 1) è una legge di realtà così ampiamente basata sulla comune esperienza umana, che una volta enunciata si manifesta come autoevidente, e quindi empiricamente significativa e vera e non falsificabile; 2) è fondata su un’esperienza universale interna e non semplicemente esterna, cioè la sua evidenza è riflessiva più che fisica; e 3) è chiaramente a priori rispetto alla complessità degli eventi storici, considerati dall’empirismo moderno l’unico concetto di esperienza. Rothbard non usa l’espressione “sintetico a priori” usata da Hoppe[4].

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] Per altri aspetti l’epistemologia di Kant tende all’idealismo (la realtà viene creata dalla mente): per lui la conoscenza da parte degli individui non è conoscenza della realtà, bensì conoscenza della struttura della propria mente, struttura che la mente sovrappone alla realtà. Non è la nostra conoscenza che deve conformarsi alla realtà osservabile, ma la realtà osservabile che deve conformarsi alla nostra conoscenza. Cioè, la mente non usa le leggi del pensiero per percepire la realtà come è, ma artificialmente costruisce la realtà per adeguarla alla struttura delle leggi della mente, che la mente non può eludere o trascendere. Una realtà così interpretata non è una rappresentazione di qualcosa che è “là fuori”, ma una creazione della mente stessa. In sostanza, esistono leggi della mente che non sono leggi della realtà. Kant si accorse di trovarsi davanti ad una difficoltà: ad esempio, la realtà si conforma al principio di causalità; ma tale principio deve essere compreso come un principio a cui le operazioni della nostra mente devono conformarsi. Questo è possibile solo se la realtà è creata dalla mente, ma questa è un’assurda assunzione idealistica. Kant fallì nel tentativo di offrire una via d’uscita soddisfacente a tale dilemma. Non è dunque su questo aspetto che Mises segue Kant.

[2] M.N. Rothbard, In Defense of “Extreme Apriorism”, in «Southern Economic Journal», gennaio 1957, pp. 314-320.

Un autore che condivide l’impostazione rothbardiana è Roderick T. Long.

[3] Secondo G. Stolyarov quella di Rothbard è un’interpretazione sbagliata del pensiero di Mises: il passo di Mises a cui Rothbard fa riferimento è “il concetto di azione è parte del carattere essenziale e necessario della struttura logica della mente umana”. E lo interpreta nel senso che tali leggi della struttura logica della mente sono imposte dalla mente alla realtà esterna. Secondo Stolyanov, dal fatto che vi sia un carattere essenziale e necessario e una struttura logica della mente umana (circostanza su cui anche Rothbard concorderebbe), non segue che la mente deve necessariamente imporre questa struttura sulla realtà, o che la realtà è caotica. Rothbard su questo punto travisa Mises perché ritiene che sul piano epistemologico sia un kantiano ortodosso, mentre Mises è kantiano solo nel riconoscimento dell’esistenza di proposizioni sintetiche a priori. Un kantiano ortodosso afferma che le leggi della struttura logica della mente sono a priori rispetto a qualsiasi esperienza, non Mises, che, secondo anche l’interpretazione di Hoppe, fa derivare l’assioma dell’azione e le proposizioni sintetiche a priori dall’esperienza riflessiva, dunque esperienza in senso ampio, non dissimile da quella di Rothbard. A questo punto scompare la distinzione operata da Rothbard fra “legge di realtà” e “legge del pensiero (della mente)”: l’assioma dell’azione è una legge della realtà ma è anche inevitabilmente una legge della mente, nel senso che la mente deve operare secondo tale legge, che lo voglia o no; la legge dell’azione è vincolante per una mente in funzione come la legge di gravità è vincolante per un corpo. Le differenze sono solo terminologiche, perché Rothbard, da aristotelico, usa una terminologia aristotelica (ad esempio, usa “empirico” come equivalente di “esperienza”), mentre Mises (e Hoppe), da kantiani, usano una terminologia kantiana (“empirico” significa solo “storicamente contingente”, dunque nel senso dell’empirismo-positivismo).

[4] Secondo Geoffry A. Plauché la prasseologia misesiana di tipo kantiano soffre di due limiti: 1) una distanza fra la conoscenza riflessiva e la percezione della realtà empirica, e di conseguenza 2) la mancanza di un’adeguata spiegazione del processo di scoperta degli elementi basilari della prasseologia – i concetti prasseologici e l’assioma dell’azione. Questa difficoltà può essere superata applicando un apriorismo aristotelico. Si ritiene che Kant abbia il monopolio sul concetto di a priori, invece vi è un tipo di apriorismo anche all’interno della tradizione aristotelica. Un aristotelico come S. Tommaso, nella Summa teologica I.2, nella critica all’argomento ontologico di Anselmo, definisce l’a priori in termini aristotelici, come ciò che è prima (prior) in maniera assoluta. All’interno della tradizione filosofica Austriaca, l’apriorismo aristotelico può essere rinvenuto in Franz Brentano, nel primo Husserl e nei suoi allievi Adolf Reinach e J. Daubert; circa la branca economica, in Menger e Rothbard. Le sbrigative frasi di Rothbard non rappresentano una teoria epistemologica che dimostri la verità dell’assioma dell’azione, e dunque che supporti la prasseologia. Per Rothbard, come per i misesiani kantiani, i concetti della prasseologia e dell’economia derivano tutti in maniera completa dall’assioma dell’azione, come Minerva dalla testa di Giove. Ma nella tradizione aristotelico-tomista i concetti e le proposizioni scientifiche non si formano in questo modo. In sintesi, l’aristotelismo di Plauché è l’utilizzazione in coppia del particolare e dell’universale: i concetti si acquisiscono sempre con un processo induttivo, i fenomeni particolari (come le azioni umane) mostrano delle essenze che possono essere estratte da essi attraverso la riflessione.