Due facce della stessa moneta svilita

crony keynesianismAll’inizio della Teoria Generale, Keynes dice che le sue idee verranno senz’altro respinte, perché sono così nuove e rivoluzionarie. Verso la fine dello stesso libro, sembra che se ne sia dimenticato, perché ora dice che sta rivitalizzando le stesse idee vecchie di secoli che, un tempo, aveva scartato, considerandole come gli errori più assurdi. Perlomeno, egli riconosce di star cambiando la propria posizione, benché non spieghi come le sue idee possano essere nuove, rivoluzionarie, e anche vecchie di secoli. Questo viaggia di conserva con la sua descrizione di sé stesso come un membro del “coraggioso esercito di ribelli ed eretici attraverso i secoli”, proprio mentre raccomanda politiche che fanno appello agli istinti più vili – e più rivolti al vantaggio proprio – degli uomini politici; e proprio mentre si gode tutti gli enormi privilegi che derivano dal trovarsi in vetta all’establishment finanziario e politico del tempo. Anche se potrebbe essere vero che, come ha detto lo stoico dell’arte Kenneth Clark, Keynes “non ha mai abbassato la luce dei suoi fari”, non si può certo dire che sapesse guidare su un solo lato della strada. Keynes sarebbe diventato il principale difensore del “capitalismo clientelare”, che è probabilmente l’espressione migliore per descrivere il nostro sistema attuale. Come probabilmente sapete, molti degli scritti di Keynes sono intenzionalmente oscuri, anche se la trama sottostante può essere svelata e disfatta, come ha dimostrato, in maniera così brillante, Henry Hazlitt in The Failure of ‘The New Economics’.

Qual è la vera e propria essenza del keynesismo? Possiamo descriverla nei termini più concisi e semplici, in modo che ognuno possa capire cosa vi sia di sbagliato, e così dissipare la nebbia intellettuale che circonda e protegge il capitalismo clientelare?

A prima vista, potrebbe sembrare che l’essenza del keynesismo sia semplicemente l’infinito contraddire sé stessi cui ho già fatto riferimento. Keynes non è mai stato in un posto solo, né in senso intellettuale né in altro, per lungo tempo.

Per esempio, si scagliava contro l’amore per il denaro. Lo chiamava “il verme… che rode le viscere della civiltà moderna”. Si scagliava contro la speculazione finanziaria, ma speculava avidamente in prima persona. Ad un certo punto, è stato completamente spazzato via e ha dovuto chiedere aiuto a suo padre, un insegnante. Altre due volte, sarebbe potuto essere spazzato via: una di queste è il ’29, che non aveva previsto, l’altra il ’37, che – di nuovo – non aveva previsto.

Il rapporto di Keynes con l’oro è un buon esempio del suo perenne contraddire sé stesso. Nel 1922, ha scritto sul Manchester Guardian: “Se il sistema aureo potesse essere reintrodotto… siamo tutti convinti che la riforma promuoverebbe il commercio e la produzione come nient’altro”. Poco tempo dopo ha descritto l’oro come la “barbara reliquia”. Eppure, proprio mentre chiamava l’oro la “barbara reliquia”, in privato continuava a raccomandarlo come un mezzo per diversificare gli investimenti.

Quando passiamo alla teoria economica di Keynes, forse la più surreale contraddizione in termini era che un asserito eccesso di risparmio – troppa liquidità inattiva, in ipotesi – potesse essere curato inondando l’economia con nuova liquidità, stampata di fresco dal governo. In modo forse ancor più bizzarro, Keynes sostiene che dovremmo chiamare questa nuova liquidità “risparmio”, perché rappresenta un “risparmio” genuino tanto quanto il “risparmio tradizionale”. Vale a dire, il denaro che esce dai torchi governativi non è affatto diverso dal denaro che noi guadagniamo e decidiamo di non spendere.

Tutto questo nuovo “risparmio” entra nell’economia attraverso il meccanismo dei tassi d’interesse bassi. A questo punto, Keynes confonde ulteriormente i suoi predecessori e maggiori, sostenendo che non sono i tassi alti, come si era sempre pensato, bensì i tassi bassi ad accrescere il risparmio… anche se eravamo partiti ipotizzando, in prima battuta, che i risparmi fossero troppi.

Su questo punto, i seguaci di Keynes gli fanno eco perfino oggi. Greenspan, Bernanke e Krugman hanno scritto tutti quanti a proposito di un eccesso di risparmio che si troverebbe alla radice dei nostri problemi, e hanno proposto più denaro e tassi d’interessi più bassi come cura, anche se non chiamano più il nuovo denaro “risparmio genuino”. Preferiscono “quantitative easing” e consimili eufemismi oscuri.

Il keynesiano Gregory Mankiw, uno dei due principali consiglieri nominati da Mitt Romney per i temi economici, ha perfino proposto di far montare l’inflazione dei prezzi dal consumo, per creare tassi d’interesse profondamente negativi, forse addirittura a -6%. In altre parole, aumentare l’inflazione fino al 6% circa, ma mantenere i tassi d’interesse schiacciati intorno allo zero comprando titoli con tutto il denaro che occorre stampare, non importa quanto.

Quest’ultima proposta di tassi di interesse profondamente negativi supera perfino Keynes. La Teoria generale sostiene, in effetti, che i tassi d’interesse potrebbero e dovrebbero essere portati a zero in via permanente (cfr. pagg. 220-21 e 336). Quest’idea di tassi a zero permanenti appare per la prima volta in Proudhon, anche se Keynes non lo riconosce o forse non lo sa, e appare assurda a prima vista. Prestare denaro a tasso zero equivale a regalarlo, ed è difficile capire come possa aver valore qualcosa che viene regalato. Nondimeno, Keynes ha detto che sarebbe stato ragionevole arrivare ai tassi zero (e a dividendi zero) nel corso di una generazione. Con questo termine di paragone, evidentemente lo abbiamo deluso, perché avremmo dovuto raggiungere quest’utopia entro il 1966.

Ma si noti che perfino Keynes non ha proposto tassi d’interesse negativi. L’idea di tassi manovrati fino a restare in terreno negativo mi ricorda un proverbio Yiddish che, mi dicono, si traduce pressapoco così: “Intelligente, intelligente, stupido”. Servono persone molto intelligenti per escogitarla, ma ciò non vuol dire che non sia tumida. Ed è preoccupante che non venga semplicemente dal Presidente Bush o dal Presidente Obama. Nulla che provenga da quelle parti potrebbe sorprendere. Il Presidente Bush ha detto: “Ho abbandonato i princìpi del libero mercato per salvare il sistema del libero mercato”. Il suo successore, Presidente Obama, ha detto, nel suo primo messaggio sul bilancio, che ci stava portando da “un’epoca di prendere in prestito e spendere” ad un’epoca di “risparmiare e investire”. A questo punto, ci siamo ritrovati Mitt Romney, che non solo si affida ad un ex-consigliere di Bush, ma addirittura ad uno che propone tassi d’interesse profondamente negativi. Una persona molto gradevole, potrei aggiungere, ma non uno che ci serve di nuovo a Washington.

Anche questi consiglieri di Romney, naturalmente, credevano nella favola dello stimolo”prendi in prestito e spendi”. Di solito, ci si dimentica che Keynes ci aveva assicurato che ogni dollaro di uno stimolo del genere avrebbe prodotto fino a dodici dollari di crescita, e non meno di quattro dollari. Naturalmente, perfino i keynesiani più ardenti sono stati incapaci di dimostrare anche solo un effetto di un dollaro. Come faceva Keynes a sapere che si sarebbero ottenuti come minimo quattro dollari? Non lo sapeva. Ha detto al governatore della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman, che le sue idee erano “una certezza matematica”, ma questo era soltanto un rozzo bluff.

Quel che si può verificare sul piano empirico è che tutto il debito, pubblico e privato, ha generato una crescita sempre minore per decenni. Nei dieci anni successivi al 1959, le cifre ufficiali dicono che si ottenevano 73 centesimi di crescita per ogni dollaro preso in prestito. Arrivati alla Crisi del 2008, si era scesi a 19 centesimi. E secondo me, allora, in realtà, [il ritorno] era già negativo ed è profondamente negativo adesso.

Anziché seguire Keynes e i suoi seguaci giù per tutte queste tane di coniglio [chiara allusione ad Alice nel Paese delle Meraviglie], domandiamoci: c’è un Leitmotiv in quest’assurdità? Sì, c’è. Il Leitmotiv è che i prezzi di mercato non hanno importanza. In un sistema infarcito di paradossi, questo è il paradosso supremo: “Per aggiustare il sistema dei prezzi e dei profitti, dobbiamo sovvertirla. Nessun rapporto di mercato tra prezzi e profitti dev’essere lasciato in pace. Il sistema prezzi/profitti dev’essere pungolato, spinto, tirato in qua e in là, solo per essere lasciato nel caos più totale.”. L’attacco ai tassi di interesse e ai livelli di cambio è particolarmente distruttivo, ma tutta questa folle manipolazione dei prezzi è distruttiva.

E’ dunque questa l’essenza del keynesismo, la sua cieca distruzione del meccanismo dei prezzi, dal quale dipende ogni economia, come ha dimostrato Mises? Sì. Ma potrebbe esserci un’essenza ancor più profonda.

Quando pensiamo agli slogan di Keynes, troviamo che posseggono una caratteristica che è quasi una formula fissa. Si prende una considerazione affermatasi da lungo tempo – per esempio, che l’eccesso di spesa e il debito sono la strada per il fallimento e la rovina – e la si ribalta. No, spesa e debito sono la strada verso la ricchezza.

Per i vittoriani, spendere nei limiti dei propri mezzi ed evitare il debito non erano soltanto princìpi finanziari. Erano princìpi morali. Keynes, che si stava consapevolmente ribellando contro quegli stessi vittoriani, ha descritto il loro “moralismo da quaderno di scuola” come “medioevale [e] barbaro”. Alla sua cerchia di intimi ha detto che “Io resto, e resterò sempre, un immoralista.”.

Ricorderete il famoso ammonimento di Mr. Micawber nel romanzo ottocentesco di Charles Dickens, David Copperfield: “Entrata annuale venti sterline, spesa annuale diciannove, diciannove e sei, risultato felicità. Entrata annuale venti sterline, spesa annuale venti zero e sei, risultato povertà”.

Keynes ha certamente sovvertito quest’idea. In particolare, ha insinuato l’idea molto stramba, ma ora molto prevalente, che saggezza e moralità vecchio stampo sono sorpassate, perfino un po’ ritardate, e, punto ancor più singolare, in conflitto con la scienza. Tutto ciò è assolutamente assurdo, ma permea la nostra cultura. E le stesse persone che predicano onestà e responsabilità fuori del campo economico, per esempio nel mondo in cui trattiamo l’ambiente, non riescono affatto a comprendere che Keynes sta predicando disonestà e insostenibilità nel campo economico.

Così, in conclusione, quando scarnifichiamo il keynesismo fino alla sua essenza, la sua relazione con il capitalismo clientelare diventa perfino più chiara. Il capitalismo clientelare rappresenta sia una corruzione del capitalismo sia una corruzione della morale. A sua volta, il keynesismo rappresenta sia una corruzione della scienza economica sia una corruzione della morale. Capitalismo clientelare e keynesismo sono solo due facce della stessa moneta svilita.

Articolo di Hunter Lewis su Mises Daily, 2 maggio 2013 (e prima su The Free Market, gennaio 2013).

Tradotto da Guido Ferro Canale