Adottiamo uno stato sociale hayekiano

L’ultimo numero dell’Econ Journal Watch tratta la correlazione tra supporto per la regolazione economica e le ridistribuzioni dello stato sociale nelle opinioni degli economisti. Daniel Klein si domanda, nel capitolo iniziale del numero, perché esiste un economista che supporta una pesante regolamentazione economica e allo stesso modo supporta anche una forte redistribuzione del reddito?

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Come possono esserci i problemi di tassazione progressiva, redistribuzione e di piani governativi universali, così possono esserci – continua – problemi di regolamentazione dell’utilità pubblica, antitrust, protezione dei consumatori, sicurezza del lavoro e degli standard lavorativi, protezione ambientale, regolamentazione finanziaria, regolamentazione assicurativa, controlli dell’uso della terra, regolamentazione del settore abitativo, regolazione dell’agricoltura, del sistema sanitario,  dei trasporti, dell’energia e così via? Una bella domanda. Lui ipotizza che gli economisti siano motivati anzitutto dai loro sentimenti riguardo la “governalizzazione” – una preferenza in genere favorevole o contraria con l’utilizzare il governo per risolvere i problemi che la società affronta.

 Ma, come afferma Andreas Bergh, un altro contributore, non sono convinto che alla fine una delle altre configurazioni sia così sgradevole. Bergh sostiene che uno stato sociale hayekiano sia possibile e probabilmente più invitante di quello suggerito da Klein. Sono d’accordo.

 Probabilmente, la più efficace argomentazione generale contro la regolamentazione è data da Hayek, il quale afferma che in un mondo complesso, le nostre azioni spesso hanno conseguenze inaspettate. Un ordine spontaneo è un sistema non casuale che è il risultato di scelte individuali, non il disegno di un pianificatore centrale. Un linguaggio privo di un ente pianificatore centrale potrebbe essere un esempio, come potrebbe esserlo un’economia di libero mercato.

 Nelle parole di Adam Ferguson, queste sono il risultato dell’azione umana, ma non del disegno umano. Il ragionamento di Hayek è tale perché gli eventi in questo disegno sono stati modellati dalle scelte interne degli individui; ciò che ad un osservatore esterno potrebbe apparire come un’inefficienza o fallimento potrebbe avere una logica nascosta in sé.

 I pianificatori centrali o i legislatori spesso sono privi delle informazioni che servirebbero loro per implementare buone regole e, in contesti in cui le preferenze personali o le innovazioni possano modificarsi nel tempo, essi potrebbero non essere mai in grado di stabilire regole che raggiungano i loro stessi obiettivi.

 Questo ragionamento è stato confermato da un più recente lavoro che ha enfatizzato il valore del riscontro continuo nel processo d’apprendimento (quello che i mercati hanno, ma i regolatori no) e i pericoli nell’imporre lo stesso errore all’interno di un intero sistema. Se pensiamo che il futuro sia sostanzialmente sconosciuto in un mondo complesso, e quindi molti piani sono sbagliati, ma che noi possiamo apprendere dai nostri errori e successi, dovremmo allora augurarci il maggior numero di esperimenti possibile, con altrettanti errori da cui imparare.

 In termini pratici, questo significa che dovremmo avere una predisposizione contro la regolamentazione, anche quella che sembra essere in grado di risolvere i problemi, se previene le persone dallo sperimentare. Ci sono anche rilevanti esempi di tentativi di regolamentazioni con pessimi risultati che peggiorano ulteriormente poiché tutti gli individui sono stati forzati nel commettere lo stesso errore, il che rinforza ancora di più questa predisposizione. Più un sistema è complesso, più dovremmo avere pluralismo di vedute.

 Tutto ciò ha a che fare con l’avere una limitata conoscenza, senza incentivi, in un mondo complesso, anche se, certamente, possono essere mosse, valutando caso per caso, valide obiezioni concernenti gli incentivi contro certe regolazioni.

 Ma questo non ci dice molto riguardo la distribuzione della ricchezza in una società. Per usare la terminologia di Bergh, la redistribuzione potrebbe essere qualcosa di attuabile ammesso un livello relativamente basso di conoscenza. Questo non significa che non possa fallire – certamente può, molto facilmente se è impostato un livello di redistribuzione troppo alto (o troppo basso) – o che il sistema  in sé sia mal costruito.

 La particolare distribuzione di ricchezza in un’economia potrebbe essere un efficiente riflesso di chi è più produttivo, e gli interventi che provano a correggere ciò sono probabilmente destinati a fallire per le stesse ragioni per cui gli altri interventi, disegnati per migliorare l’efficienza di mercato, falliranno.

 Ma potremmo avere anche preoccupazioni non economiche riguardo la distribuzione della ricchezza. Un’economia in cui tutti sono pagati in base alla loro produttività potrebbe essere particolarmente brutale per coloro che non sono molto produttivi e non possono farci nulla. Potrebbe essere auspicabile, per il loro benessere, una redistribuzione del reddito.

 Si potrebbe anche voler redistribuire denaro per incoraggiare un tipo di sperimentazione che porti verso l’innovazione. O, come sostiene Ben, spostare l’attenzione del mercato sul soddisfacimento dei bisogni delle persone improduttive (povere) più di quanto fa attualmente.

 Una buona tesi contro ciò sarebbe che non abbiamo bisogno che lo stato redistribuisca – poichè la carità privata da sola è sufficiente. Ci sono prove a favore di questa posizione, ma, ancora, non abbastanza. Forse un giorno ci saranno e io cambierò idea.

 Fino ad allora, sto con Bergh. Uno stato sociale di tipo hayekiano non permetterebbe quasi alcun tipo di regolazione dell’economia, ma ridistribuirebbe un po’ di denaro per questioni di assistenza. Questo sembra non solo possibile, ma particolarmente auspicabile.

Articolo di Sam Bowman su Adamsmith.org

Traduzione di Filippo Massari

Adattamento a cura di Felice Rocchitelli