I molti errori di David Ricardo

Questo saggio è un adattamento da “Austrian Perspective on the History of Economic Thought, Volume II” di Murray N.Rothbard.

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Mentre Ricardo riconobbe formalmente come domanda e offerta determinino giorno per giorno il prezzo di mercato, non ne trasse però alcuna conseguenza. …Ricardo giudicò l’utilità come necessaria alla produzione ma non le assegnò alcuna influenza sul valore o sul prezzo; nel ‘paradosso del valore’ considera unicamente il valore di scambio, abbandonando completamente l’utilità. Non solo ma, in modo tanto sprezzante quanto aperto, egli scartò anche qualunque tentativo di spiegare il meccanismo di formazione dei prezzi di beni che non sono riproducibili, cioè di cui non si può aumentare la produzione tramite lavoro. Dunque Ricardo semplicemente rinunciò a spiegare il valore di quei beni, come i dipinti, in numero limitato e non incrementabile. In pratica, Ricardo rinunciò a una spiegazione generale dei prezzi al consumo. Siamo dunque arrivati alla più compiuta teoria ricardiana -e marxiana- del valore-lavoro.

Il cupo mondo di Ricardo

Il sistema ricardiano ora è completo: i prezzi dei beni sono determinati dai loro costi, cioè dalla quantità di lavoro infuso in essi, aggiungendo poi senza troppi complimenti il saggio uniforme di profitto. In particolare, visto che il prezzo di ogni bene è uniforme, esso eguaglierà il costo di produzione sul terreno coltivabile più caro (cioè a rendita zero), ovvero quello marginale. In breve, il prezzo sarà determinato dal costo, cioè la quantità di ore di lavoro sul terreno a rendita zero usato per realizzare il prodotto. Col passare del tempo quindi, e l’aumentare della popolazione, terreni sempre meno produttivi devono essere sfruttati facendo così aumentare sempre più il prezzo del grano. Questo succede perché la quantità di ore di lavoro richieste per produrre il grano continuano ad aumentare, visto che il lavoro si deve applicare su terreni sempre più improduttivi. Di conseguenza, il prezzo del grano continua ad aumentare. Visto che i salari vengono mantenuti precisamente al livello di sussistenza (corrispondente al costo del grano che cresce), a causa della pressione demografica, ciò significa che la quota di salario deve continuare a crescere per tenersi in linea con un prezzo del grano in continua ascesa. Poiché la quota di salario deve continuare a crescere nel tempo, quella di profitto calerà di conseguenza fino a raggiungere un livello stazionario.
An Austrian Perspective on the History of Economic Thought_RothbardLa visione di Ricardo è allo stesso tempo cupa e infestata da un presunto conflitto di classe intrinseco al libero mercato. In primo luogo il conflitto è tautologico perché, dato il totale fisso da spartire, si afferma come la quota di entrate di un gruppo possa aumentare soltanto a scapito di quella altrui. Tuttavia, l’aspetto centrale del libero mercato nel mondo reale è che la produzione cresce, dunque allarga la torta da spartire. Secondo problema: se ci concentriamo sui singoli fattori di produzione e su quanto guadagnano, cosa che poi fece la teoria della produttività marginale, (e pure J.B. Say), ogni fattore tende a guadagnare il suo prodotto marginale, e non dobbiamo più preoccuparci delle tanto ventilate leggi, in realtà inesistenti, e dei conflitti nella distribuzione dei redditi tra macro-classi. Ricardo mantenne alta la propria attenzione sul problema, o meglio sui problemi radicalmente sbagliati.

Ricardo porta a Marx

Il conflitto di classe qui in gioco è tuttavia molto più marcato di quanto faccia supporre Ricardo col proprio tautologico approccio macroeconomico. Infatti, se il valore è il solo prodotto delle ore di lavoro diventa facile per Marx, che dopotutto era un neo-ricardiano, reclamare il ritorno ai lavoratori di tutto il valore ‘che appartiene al lavoro’ e che il capitale ha sottratto. La rivedicazione del socialismo ricardiano affinché tutto il prodotto sia restituito alla forza lavoro deriva direttamente dalla teoria ricardiana, anche se ovviamente Ricardo e gli altri esponenti ortodossi della sua dottrina non fecero mai questo salto logico. Ricardo avrebbe ribattuto che il capitale era in un certo senso lavoro “congelato” o “incorporato” in esso; Marx invece fece propria quella rivendicazione, sostenendo semplicemente come tutti i lavoratori impegnati nella produzione del capitale, alias lavoro congelato, dovessero ricevere pieno compenso per quanto prodotto. A ben vedere, nessuno di loro aveva ragione: se infatti concedessimo che nei beni capitali vi sia un qualche cosa di ‘congelato’ dovremmo aggiungere, usando le parole del grande teorico austriaco Böhm-Bawerk, che il capitale è lavoro congelato ma anche terra e tempo. Se dunque la forza lavoro ne ricaverebbe un salario, la terra ricaverebbe una rendita laddove gli interessi (o profitti di lungo termine) sarebbero il prezzo del tempo. Per cercare di mitigare gli imbarazzanti errori della teoria ricardiana del valore-lavoro, aluni analisti hanno di recente affermato (come nel caso di Smith, ma anche di altri più estremi) che Ricardo in realtà non stesse cercando di spiegare le cause ultime del valore e dei prezzi, ma solo di misurare l’andamento del valore nel tempo, considerando il lavoro come misura costante del valore. Ciò tuttavia difficilmente attenua i difetti nell’impianto di Ricardo: al contrario, ai vari errori e capricci di quel sistema aggiunge una novità importante: la vana ricerca dell’inesistente chimera della invariabilità.

La chimera della invariabilità del valore

Poiché il valore varia continuamente e non ci sono costanti, può essere misurata una base fissa di valore rispetto alla quale gli altri valori variano. Perciò, rifiutando la definizione di Say del valore di un bene come il suo potere di acquisto su altri beni scambiati, Ricardo si lanciò alla ricerca dell’entità immutabile, la forza inamovibile:

Un Franco non è misura di valore se non di una pari quantità dello stesso metallo di cui è fatto, a meno che il Franco, e ciò che tramite esso debba essere misurato, possano ricondursi in qualche modo ad un’altra grandezza comune ad entrambi. Questa grandezza secondo me può essere il lavoro, visto che entrambe le cose sono il risultato del lavoro; e perciò il lavoro è una misura comune attraverso la quale sia il loro valore relativo che reale può essere stimato.

Si dovrebbe notare come entrambi i prodotti siano il risultato dell’impiego di capitale, terra, risparmi e imprenditorialità tanto quanto del lavoro, e in ogni caso il loro valore è incommensurabile se non in termini del reciproco potere di acquisto, come aveva postulato Say.

Il conflitto di classe implicito nella teoria del valore ricardiana

Un conflitto di classe ancora più forte di quello già implicito nella teoria del valore-lavoro scaturiva dall’approccio di Ricardo verso i proprietari terrieri e le loro rendite. Secondo tale approccio, queste derivano unicamente dal controllo dei proprietari sui terreni, il che secondo molti dei seguaci di Ricardo costituiva un’ingiusta remunerazione. E continuando, la visione pessimista di Ricardo affermava come la forza lavoro dovesse essere mantenuta a livelli di sussistenza ed i profitti dei capitalisti inevitabilmente ridursi nel tempo. Mentre queste due categorie se la passano male come al solito (la forza lavoro) o sempre peggio (il capitale), gli oziosi e inutili proprietari terrieri continuerebbero ad accaparrarsi le ricchezze del mondo. Le classi produttive soffrono mentre gli sfaccendati signori terrieri, approfittandosi di una risorsa naturale, si arricchiscono alle spalle dei produttori. Se da Ricardo si arriva implicitamente a Marx, in modo ancor più diretto si giunge ad Henry George: lo spettro della nazionalizzazione delle terre o la tassa unica su tutta la rendita terriera provenivano direttamente da Ricardo.

Ricardo ed i proprietari terrieri

Uno dei grandi errori della teoria di Ricardo sta nell’ignorare la fondamentale funzione che svolgono i proprietari terrieri: infatti questi allocano le terre al loro uso più produttivo. Le terre non si allocano da sole; esse devono essere allocate da qualcuno e solo chi ne ricava un ritorno ha l’incentivo o l’abilità di assegnare le varie particelle di terreno al loro uso più profittevole, dunque più produttivo ed economico. Ricardo stesso non giunse mai alle estreme conseguenze di auspicare l’espropriazione delle rendite terriere da parte del governo. La sua soluzione di breve termine consisteva nell’invocare una riduzione della tassa sul grano o addirittura nell’abolire totalmente le leggi sul grano. Le tasse sul grano ne mantenevano alto il prezzo facendo sì che anche terreni meno produttivi fossero adibiti a tale coltivazione. L’abrogazione di quelle leggi avrebbe permesso all’Inghilterra l’importazione di grano a basso costo, rinviando dunque la coltivazione di terreni di qualità inferiore e con più alti costi. I prezzi del grano si sarebbero abbassati per qualche tempo, i livelli salariali di conseguenza sarebbero immediatamente calati mentre gli aumentati profitti avrebbero accelerato l’accumulo di capitale. La deprimente “economia stazionaria” sarebbe così stata allontanata. L’altra azione di Ricardo contro i signori terrieri fu di tipo politico: unendosi in parlamento a Mill ed agli altri Benthamiani radicali nell’invocare riforme democratiche, Ricardo sperava di dirottare il potere politico dalle mani dell’aristocrazia, cioè in pratica i proprietari terrieri, a quelle delle masse popolari.

La logica conseguenza della dottrina ricardiana: la tassa sui terreni

Se Ricardo era tuttavia troppo individualista o timoroso per abbracciare tutte le conseguenze logiche del suo stesso sistema, James Mill era di un’altra pasta e fu il primo grande ‘Georgista’ a chiedere con convinzione ed entusiasmo una tassa unica sulle rendite terriere. Dal suo alto incarico nella Compagnia delle Indie Orientali, Mill si sentì in grado di influenzare le politiche del governo Indiano.
Prima di ottenere quell’incarico Mill ebbe la presunzione di scrivere una estesa Storia dell’india Britannica (1817) senza mai essere stato in quel paese, né conoscendo alcuna delle sue molte lingue. Completamente immerso nella sprezzante convinzione che quello fosse un paese totalmente incivile, Mill auspicò una tassa ‘scientifica’ unificata sulle rendite terriere: da buon ricardiano era infatti convinto che una tale tassa non andasse a incidere sui costi di produzione, e dunque non disincentivasse l’offerta di beni e servizi. Essa non avrebbe dunque avuto effetti negativi sulla produzione, ma solo sui profitti ingiusti dei proprietari terrieri. In pratica, secondo lui una tassa sulla rendita non era davvero una tassa! La tassa sulla terra sarebbe anche potuta arrivare al 100% della produzione derivata dalla diversa fertilità del suolo e lo stato, sempre secondo Mill, avrebbe potuto destinare questa tassa senza costi al miglioramento pubblico e, soprattutto, al mantenimento dell’ordine e della sicurezza in India.

Eppure Ricardo promuoveva il Laissez-Faire

Vediamo ora le dannose implicazioni della visione errata secondo cui gli oneri di produzione, da un punto di vista olistico o sociale, non siano “realmente” un costo. Perché se una spesa non è considerata parte del costo di produzione, allora essa non contribuisce ai fattori di produzione e tale somma può essere quindi confiscata dal governo senza conseguenze negative.
A dispetto della sua visione profondamente pessimista sulla natura e conseguenze del libero mercato, Ricardo stranamente parteggiò per il laissez-faire in modo più netto di Adam Smith.
Probabilmente ciò fu dovuto alla sua convinzione che in ogni caso l’intervento del governo non avrebbe fatto che peggiorare i problemi. La tassazione avrebbe dovuto essere minima, perché in ogni sua forma essa distorce l‘accumulo di capitale e lo allontana dagli impieghi migliori, come nel caso delle tariffe sulle importazioni. Leggi mal scritte e uno stato assistenziale riuscirebbero soltanto ad aggravare le pressioni malthusiane del popolo sui livelli di salario. Da seguace della legge di Say, si oppose poi sia alle misure del governo per stimolare i consumi, sia al debito pubblico. In generale, per Ricardo la miglior cosa che un governo potesse fare per stimolare la produzione era di rimuovere quegli ostacoli alla crescita che il governo stesso aveva posto.