La bolla che ha fatto scoppiare il mondo. Cosmologia

The Bubble That Broke The World (Boston, 1932) è, in larga misura, il frutto della rielaborazione di una serie di articoli di Garet Garrett sul Sunday Evening Post, dedicati, ovviamente, al tema della Grande Depressione. Ai miei occhi, la traduzione delle pagine iniziali del volume – parte del capitolo Cosmology of the Bubble – si è imposta quasi come un imperativo categorico, tanto forti, eloquenti ed istruttive suonavano le analogie con il presente. Ma debbo confessare il mio timore che la storia della bolla che non si volle lasciar scoppiare, alla fine, si rivelerà più brutta ancora.

Il Signore dona la crescita, ma l’uomo ha inventato il credito

Le illusioni di massa non sono rare. Insaporiscono la storia dell’umanità. Le caratteristiche dell’allucinazione sono ben note; e così pure la variante improvvisa che prende il nome di “mania” e, generalmente, colpisce un luogo preciso, come la mania dei tulipani in Olanda molti anni fa, o la mania per le azioni ordinarie in un’epoca recente a Wall Street. Ma un’illusione che influenza la mentalità del mondo intero nello stesso momento era, fin qui, sconosciuta. La nostra esperienza in proposito è originale.

Questa è un’illusione che riguarda il credito. E sebbene, data la natura stessa del credito, ci si debba aspettare che una sorta di linea separi le prospettive del creditore e del debitore, in questo caso il fatto assurdo è che, per più di dieci anni, creditori e debitori, insieme, si sono lanciati negli stessi tranelli. Sotto molti aspetti, come si vedrà, la follia di chi prestava ha superato la leggerezza di chi prendeva in prestito.

I contorni di quest’illusione universale possono essere indicati da tre dei suoi tratti caratteristici.

Primo, l’idea che la panacea per il debito sia il credito.

Il debito, nell’ordine di grandezza attuale, è nato con la [Prima] Guerra Mondiale. Senza il credito, la guerra non sarebbe potuta proseguire per più di quattro mesi; con l’aiuto del credito, è andata avanti per più di quattro anni. La vittoria ha seguito il credito. Il prezzo è stato un debito che lascia senza fiato. In Europa, il debito di guerra era sia interno sia esterno. Il debito di guerra americano era soltanto interno. Questa era l’unica nazione che non avesse preso in prestito nulla; non solo non ha preso in prestito nulla, ma, parallelamente allo sforzo bellico proprio, ha prestato au suoi alleati europei oltre dieci billion di dollari. Tanto dovevano i governi europei al Tesoro degli Stati Uniti, oltre ai loro debiti reciproci e verso i rispettivi popoli. Lo strumento scelto dall’Europa per aggredire il proprio debito, sia interno sia esterno, è stato il ricorso al credito. Ha lanciato appelli a questa nazione per somme enormi di credito privato – somme che erano inimmaginabili prima della guerra – decidendo che, a meno che il credito americano non le avesse fornito i mezzi con cui cominciare a liberarsi del fardello del debito, non sarebbe riuscita a liberarsene affatto.

Risultato: Il fardello del debito privato dell’Europa verso questo Paese, oggi, è più grande del fardello del suo debito di guerra; e il debito di guerra, con gli interessi arretrati, è più grande di quanto fosse il giorno in cui è stata firmata la pace. E non si tratta solo dell’Europa. Quando la guerra è finita, il debito era il terrore economico del mondo. Come pagarlo, era il gigantesco problema. E tuttavia, a stento troverete una nazione, a stento una qualsiasi suddivisione di nazione, stato, città, paese o regione che non abbia moltiplicato il proprio debito, dopo la guerra. La sommatoria di quest’incremento è prodigiosa, e una sua percentuale molto alta è costituita dal ricorso al credito per evitare di pagare il debito.

Secondo, una dottrina socio-politica, oggi ampiamente accettata, che muove dalla premessa che la gente abbia diritto a certi miglioramenti nelle condizioni di vita. Se non possono permetterseli subito, cioè se questi miglioramenti non possono essere forniti dalle loro sole risorse, comunque vi hanno diritto, e gliele deve fornire il credito. E affinché ciò non suoni irragionevole, si aggiunge la tesi secondo cui, se la qualità della vita verrà innalzata dal credito, come naturalmente avverrà per un certo periodo, allora le persone diventeranno creditori migliori, clienti migliori, gente migliore con cui vivere e in grado, finalmente, di pagare volontariamente i propri debiti.

Risultato: Probabilmente metà di tutti i governi, nazionali e locali, nell’area della civiltà occidentale è in fallimento o in stato di crisi acuta per aver preso in prestito somme eccessive, seguendo questa dottrina. Essa ha rovinato il credito di Paesi che partivano senza alcun debito di guerra, Paesi che si erano arricchiti a dismisura co il commercio in tempo di guerra, e Paesi creati di sana pianta dalla guerra. Ora, mentre il credito viene meno e la qualità della vita tende a precipitare dalle altezze a cui, per un certo periodo, il credito l’ha sostenuta, tra i politici c’è costernazione. Sentirete dire che è in pericolo il governo stesso. Come farà ad evitare il caos sociale, come farà a sopravvivere, senza l’aiuto del credito? Come farà la gente a vivere nel modo cui si è abituata, e come hanno diritto di vivere, senza l’aiuto del credito? Bisognerà dire loro di tornare ai vecchi sistemi? Non torneranno indietro. Prima si ribelleranno. Fin qui la retorica, a indicare la posizione emotiva. Essa non dice che ciò contro cui la gente minaccia di ribellarsi è il pagamento del debito per il credito che è stato divorato. Quando hanno vissuto per un po’ al di sopra dei propri mezzi, il debito li sommerge. Se si tassano per ripagarlo, questo significa tornare un pochino indietro. Se ripudiano il proprio debito, questa è la fine del loro credito. In tale dilemma, la soluzione ideale, tanto raccomandata perfino al creditore, è ancora più credito, ancora più debito.

Terzo, la tesi che la prosperità è un prodotto del credito, mentre, fin dai primordi del pensiero economico, è stato supposto che la prosperità derivasse dalla crescita della ricchezza e dal suo scambio, e che il credito ne fosse il prodotto.

Questo modo di pensare invertito è stato fondamentale. Ha razionalizzato l’illusione nel suo insieme. Il suo trionfo fittizio più stupefacente è stato nel campo della finanza internazionale, dove è diventato non ortodosso dubitare che, impiegando il debito in grandezze progressivamente crescenti per gonfiare il commercio internazionale, fosse risolto il problema del debito tra le nazioni. Tutti i Paesi debitori avrebbero assolto i propri obblighi verso l’estero grazie ad una bilancia commerciale favorevole.

Un saldo favorevole nel commercio estero di una nazione deriva dal fatto che vende più di quanto compri. Era possibile per le nazioni vendere l’una all’altra più di quanto comprassero l’una dall’altra, in modo che tutte finissero per avere una bilancia commerciale a favore? Certamente. Ma come? Vendendo a credito. Concedendosi reciprocamente il credito con cui comprare l’una i beni dell’altra. Naturalmente, non tutte le nazioni avrebbero avuto la stessa capacità di elargire prestiti. Ciascuna avrebbe dovuto prestare in proporzione ai propri mezzi. In tal caso, questo Paese sarebbe stato il prestatore principale. E lo è stato.

Man mano che il credito Americano veniva elargito alle nazioni d’Europa per importi che oltrepassavano il miliardo all’anno, in nome di una vaga “espansione” del nostro commercio con l’estero, qualche volta veniva posta la domanda: “Dove sta il profitto nel commercio, se, per ottenerlo, devi prestare ai tuoi clienti i soldi con cui comprano i tuoi beni?”.

La risposta era: “Ma, se non prestiamo loro il denaro perché comprino i nostri beni, non possono comprarli affatto. E allora cosa dovremmo fare con la nostra eccedenza di beni?”.

Man mano che diveniva evidente che le nazioni europee stavano impiegando enormi importi di credito Americano per accrescere la capacità di impianti industriali loro analoghi ai nostri, tutto ciò con l’intenzione di produrre una grossa eccedenza di beni a condizioni concorrenziali e venderli all’estero, qualche volta veniva posta un’altra domanda: “Non stiamo forse elargendo all’Europa credito Americano per accrescere la sua eccedenza esportabile di beni simili a quelli di cui noli stessi abbiamo da vendere un’eccedenza in crescita? Non è forse vero che, mediante il credito Americano, stiamo aiutando i nostri concorrenti a collocarsi in una posizione migliore, rispetto ai prodotti Americani, sui mercati mondiali?”.

La risposta era: “Ovviamente è così. Dovete rammentare che queste nazioni di cui parlate come concorrenti vanno viste anche come debitrici. Ci devono una gran quantità di denaro. A meno che non concediamo loro il credito con cui accrescere la loro capacità di produrre eccedenze per l’esportazione, non saranno mai in grado di pagarci il loro debito.”.

Se mai rimaneva qualche dubbio sul punto a cui ci si poteva aspettare che arrivasse una nazione creditrice, è stato risolto da un eminente cervello tedesco, con il dono, tipico della sua razza, di dominare, con la forza della logica, tutte le implicazioni difficili di un’illusione colossale. Si trattava del dott. Schacht, già presidente della Reichsbank tedesca. Stava parlando in questo Paese. E ai Paesi creditori – principalmente questo – egli riservava l’attività di concessione di crediti, attraverso una banca internazionale, ai popoli arretrati del mondo, al fine di spingerli a comprare radio Americane e coloranti tedeschi. In virtù di quest’argomento in favore di una prosperità mondiale senza fine, quale prodotto del credito illimitato elargito al commercio con l’estero, abbiamo concesso  miliardi di credito Americano ai nostri debitori, ai nostri concorrenti, ai nostri clienti, cominciando ad accordare prestiti di qualche rilievo anche alle popolazioni arretrate; abbiamo concesso credito a concorrenti che lo hanno girato ai propri clienti; abbiamo concesso credito alla Germania, che lo ha concesso alla Russia, per consentire alla Russia di comprare prodotti tedeschi, inclusi quelli chimici. Per molti anni, nel commercio estero ha regnato l’estasi. Tutte le curve statistiche che rappresentano la prosperità mondiale salivano come serpenti rampanti.

Risultato: Molto più debito. Un collasso su scala mondiale del commercio estero, di gran lunga il peggiore dall’inizio dell’epoca moderna. I serpenti statistici completamente abbattuti. Un credito che rappresenta molte centinaia di milioni di giornate lavorative bloccato in impianti industriali inattivi sia qui sia in Europa. Sono inattivi perché la gente non può permettersi di acquistarne i prodotti a prezzi che consentirebbero all’industria di pagare gli interessi sul proprio debito. Un Paese potrebbe scordarsi del proprio debito, liberare i propri impianti e inondare i mercati del mondo con beni a basso prezzo, e, grazie a quest’offensiva, eliminare un bel po’ di concorrenza. Ma, naturalmente, questo pensiero balena a tutti, e così, tutti, all’unisono, innalzano barriere tariffarie molto alte l’uno contro i beni dell’altro, per tenerli fuori. Queste barriere tariffarie possono essere viste come reazioni istintive. Probabilmente, preannunziamno una riorganizzazione del commercio mondiale, in cui lo scambio di beni in concorrenza tra loro tenderà a calare mentre quello di beni diversi e non concorrenziali tenderà a crescere. E tuttavia, quasi vi convinceranno che la rovina del commercio eteri sono state le barriere tariffarie in quanto tali, non l’inflazione creditizia, non l’assurdità del tentativo di creare, attraverso il credito, un totale di esportazioni internazionali maggiore della somma delle relative importazioni, in modo tale che ogni Paese potesse avere un saldo favorevole con cui pagare i propri debiti, ma solo in questa maniera stupida, propria di persone che vogliono tutte vendere senza comprare.