Austriaci e analisi economica del diritto

stemma misesL’Analisi Economica del Diritto (Economic Analysis of Law o Law and Economics) ha la sua origine nell’Università di Chicago negli anni Sessanta del Novecento, e influenza profondamente il pensiero giuridico contemporaneo.

Un’importante branca di tale disciplina è la teoria economica dei diritti di proprietà, che studia il rapporto intercorrente fra economie esterne e diritti di proprietà nell’ambito delle transazioni di mercato. Essa ha avuto un notevole sviluppo nell’ultimo trentennio negli Stati Uniti per opera di giuristi come Richard Posner e di economisti come Harold Demsetz e Ronald H. Coase.

L’analisi economica del diritto cerca di offrire una soluzione all’indeterminatezza in cui la teoria del diritto si era venuta a trovare a seguito delle stringenti critiche che il realismo giuridico americano aveva mosso ai suoi fondamenti teorici. Il tentativo di conferire nuovamente al diritto un soddisfacente grado di scientificità viene effettuato applicando a esso l’economia (rectius: la microeconomia), e in particolare utilizzando il criterio di efficienza economica quale principio fondamentale da cui ricavare le norme giuridiche ottimali.

Le premesse metodologiche dell’AED sono quelle della tradizione neoclassica: gli individui sono esseri razionali che tendono a massimizzare la propria utilità.

La massimizzazione del benessere può essere conseguita introducendo regole giuridiche che, modificando i costi di transazione, contribuiscono al raggiungimento delle soluzioni più efficienti. In particolare, i giudici e il sistema giuridico devono assegnare i diritti di proprietà come avrebbe fatto il mercato se non fossero esistiti costi di transazione. Gli strumenti giuridici dunque devono mimare il mercato, interferendo con i diritti di proprietà con l’obiettivo della massimizzazione della ricchezza. Il diritto, modificando i prezzi relativi, influenzerà i comportamenti dei soggetti. Il diritto dunque diventa un insieme di incentivi rivolti ai consociati. Le norme giuridiche devono essere valutate in base ai comportamenti (modificati) che i soggetti tengono (in conseguenza degli incentivi che hanno ricevuto dalle norme).

Il punto d’appoggio è rappresentato dal teorema di Coase[1]. Esso è un problema di esternalità. Un soggetto nel corso della sua attività economica ne danneggia un altro.

Nell’ambito di tale attività esistono costi di transazione, come ad esempio la ricerca del bene oggetto di scambio, l’individuazione dell’interlocutore, la negoziazione (cioè la definizione dei termini contrattuali), l’esecuzione (di cui fanno parte i costi di trasporto), eventuali comportamenti opportunistici.

Se tali costi sono nulli, la regolamentazione statale è inutile, e le parti (il produttore e la vittima dell’esternalità) devono essere libere di stipulare gli accordi che preferiscono, poiché esistono gli incentivi necessari a realizzare una condizione di ottimo sociale (inoltre, non importa come sono assegnati i diritti di proprietà; v. infra). Il diritto dovrebbe intervenire solo nel caso in cui la negoziazione fra soggetti non è priva di costi. Ad esempio, inquinatore e inquinato si mettono d’accordo sulla miglior soluzione: un risarcimento, lo spostamento della fabbrica, lo spostamento dell’inquinato finanziato dall’inquinatore, l’installazione di depuratori finanziato totalmente o parzialmente dall’inquinato ecc. Chi ha interesse a ottenere un particolare diritto – per esempio il diritto ad inquinare – è disposto a pagare di più per esso, e, se l’altra parte accetta, il diritto è acquisito da colui che lo valuta di più, dunque si ha un risultato efficiente. La norma imposta dal legislatore sulla base di astratti criteri di giustizia potrebbe essere meno efficiente, cioè potrebbe determinare un grado di benessere inferiore a quello generato dalla libera negoziazione fra le parti. Ciascuna delle parti tenderà a realizzare l’uguaglianza fra costi e ricavi marginali. L’allocazione che ne deriva, paretianamente efficiente, si determinerà qualunque sia la distribuzione iniziale dei diritti di proprietà.

Questo criterio è applicabile a tutte le controversie fra privati conseguenti ad attività che invadono la proprietà altrui. La norma giuridica da adottare è quella che determina il costo più basso (dunque la più efficiente, perché è quella che determina il massimo benessere collettivo). L’esempio classico è quello della locomotiva che riversa scintille nei terreni degli agricoltori. C’è una disputa fra una società ferroviaria e il proprietario di un campo adiacente ai binari perché la locomotiva a carbone emette scintille che danneggiano (incendiano) il terreno dell’agricoltore. Per Coase in questa situazione non vi è un danneggiante (la compagnia) e un danneggiato (l’agricoltore); da questa situazione entrambi sopportano costi. L’agricoltore vede bruciato parte del suo raccolto, la compagnia subisce un danno se l’agricoltore impedisce al treno di passare o gli impone di rallentare o di installare dei dispositivi antiscintille.

In tale situazione, possono essere introdotte due norme alternative: a) diritto di proprietà assegnato al contadino e risarcimento dei danni da parte della ferrovia; b) diritto di proprietà assegnato alla ferrovia e pagamento da parte del contadino per far interrompere le emissioni di scintille attraverso l’applicazione del dispositivo. Se il danno al campo ammonta a 100.000 dollari, e il dispositivo antiscintille costa 75.000 dollari, nel caso a) la ferrovia preferirà pagare i 75.000 del dispositivo piuttosto che i 100.000 di risarcimento, nel caso b) al contadino converrà offrire una cifra minore di 100.000 e maggiore di 75.000, poniamo 90.000, per convincere la ferrovia ad installare il dispositivo. Entrambe le possibilità consistono nell’installazione dell’apparecchio. Cioè, indipendentemente da quale assegnazione dei titoli di proprietà venga fatta, senza costi di transazione, con le parti che negoziano liberamente, si determina la soluzione più efficiente, quella che genera il massimo benessere collettivo, il costo di 75.000 anziché di 100.000; ed è ciò che conta. Non si guarda la situazione delle due parti coinvolte, chi è dalla parte del giusto.

Supponiamo ora che le cifre siano invertite: la perdita di raccolto è pari a 75.000 e il costo dell’apparecchio è 100.000. Nel caso a), cioè con la ferrovia riconosciuta responsabile, essa pagherà 75.000 al contadino, ma non installerà l’apparecchio; nel caso b) con l’agricoltore riconosciuto responsabile, egli non è in grado (non gli conviene) di pagare alla ferrovia una somma tale da installare l’apparecchio. Entrambi gli scenari danno vita allo stesso risultato: non vi sarà l’apparecchio. Dunque, indipendentemente da come sono assegnati inizialmente i diritti di proprietà, secondo Coase l’allocazione dei fattori della produzione sarà la stessa.

In questa situazione, poiché non vi sono costi di transazione, le due parti devono negoziare liberamente, dunque non deve essere imposta una norma giuridica statale unica e uguale per tutti (ad esempio, il divieto per la compagnia di invasione della proprietà con risarcimento del danno).

Se invece i costi di transazione sono positivi (caso più realistico), ad esempio se le parti non si accordano, vi deve essere un intervento “normativo”. Un giudice quindi, sulla base di questo criterio di utilità, dovrebbe assegnare i diritti di proprietà alle parti in causa in modo che la “ricchezza” o il “valore della produzione” sia massimizzato[2] (cioè assegnare i diritti come avrebbe fatto il mercato se non fossero esistiti costi di transazione). Dunque, se il costo dell’apparecchio è inferiore alla perdita di raccolto, allora il giudice dovrebbe schierarsi con il contadino e considerare responsabile la ferrovia (soluzione a). Altrimenti, se il costo dell’apparecchio è maggiore della perdita di raccolto, il giudice dovrebbe schierarsi con la ferrovia e considerare responsabile il contadino (soluzione b). Il giudice (lo Stato) dunque assegna i diritti di proprietà.

Dal modello di Coase si sono sviluppate successivamente applicazioni che hanno superato il campo specifico dei diritti di proprietà e delle esternalità, per diventare uno strumento metodologico unitario applicabile ad aree sempre più estese del diritto.

A livello metodologico, si può riscontrare un’importante coincidenza fra le tesi libertarie e l’approccio dell’EAL a proposito del sistema di common law. Il diritto giurisprudenziale, per le sue caratteristiche strutturali, prima fra tutte la derivazione da un processo di selezione naturale, è considerato più efficace del civil law europeo-continentale ai fini della produzione di risultati efficienti. In generale, molti esponenti dell’EAL ritengono che per spiegare il diritto prodotto dal legislatore si debba ricorrere ad altre teorie.

Una delle aree di più fertile applicazione dell’EAL è il diritto di proprietà. Un esponente che elabora tale ramo della teoria con esiti libertari è David Friedman[3].

Un altro campo particolarmente fecondo è il diritto contrattuale. In tale ambito, una questione di rilevante interesse è la definizione delle condizioni per l’attuabilità di un contratto. Negli scambi differiti nel tempo (ad esempio: una parte paga subito e l’altra promette la consegna della merce in futuro), affinché le transazioni e la cooperazione non vengano disincentivate, è opportuno che la promessa sia suscettibile di esecuzione coattiva.

Posner ha cercato di individuare le circostanze in cui le promesse gratuite possano essere legalmente azionabili. Per individuare le regole ottimali è necessario confrontare l’utilità della promessa per il promittente con il costo sociale dell’esecuzione della promessa. Le promesse non dovrebbero essere azionabili quando i costi di esecuzione superano il guadagno da esse apportato.

Un altro importante aspetto è la determinazione del contenuto delle regole suppletive, quelle che integrano i contratti incompleti, in cui le parti rinunciano a pattuire alcune clausole. I. Ayres e R. Gertner[4] suggeriscono di introdurre “clausole penali suppletive” che diano «almeno ad una delle parti contraenti l’incentivo a negoziare per la disapplicazione delle regole suppletive»[5], in modo da indurre i contraenti a rivelare le proprie preferenze nella fase di formazione del contratto. Lo strumento della clausola penale suppletiva è utilizzato anche per eliminare l’asimmetria nelle informazioni fra le parti.

Per quanto riguarda l’inadempimento contrattuale, il diritto anglo-americano privilegia il rimedio del risarcimento del danno. J.H. Barton[6] si è occupato dei casi in cui l’oggetto del contratto è infungibile, e i danni diventano difficili da valutare. A. Schwartz[7] ha cercato di portare argomenti a favore dell’esecuzione in forma specifica.

In materia di responsabilità civile, l’approccio in esame, in contrasto con la teoria tradizionale che mira esclusivamente a compensare la vittima per il danno sofferto, è interessato alla produzione di incentivi per comportamenti efficienti. La responsabilità ha la funzione di internalizzare i costi esterni, cioè i danni potenziali che gli atti (o le omissioni) degli individui possono cagionare agli altri. Le regole ottimali sono quelle che impongono un livello di precauzione che minimizza il costo sociale dei danni.

La negligenza di una condotta è dedotta dal confronto fra l’entità del rischio, la gravità dell’eventuale danno e i costi della prevenzione. La regola che emerge produce un equilibrio fra l’utilità conseguibile da chi intraprende la condotta e il rischio che essa genera per gli altri.

Altri settori del diritto privato in cui l’EAL si è cimentata sono il diritto di famiglia e il diritto societario.

Particolarmente interessanti sono le applicazioni dell’analisi economica al diritto penale. La giustizia penale ha lo scopo di minimizzare i costi sociali. Secondo Posner il diritto penale non fa altro che vietare atti inefficienti, quali i trasferimenti di ricchezza coercitivi, per dissuadere dai quali non sono sufficienti rimedi esclusivamente civilistici[8]. L’approccio economico istituisce un’analogia tra sanzione legale e prezzo. La sanzione è il prezzo che si deve pagare per poter intraprendere un’attività illecita. L’autore valuta benefici e costi dell’atto criminoso, scontati per la loro probabilità (di riuscita o di fallimento). Sulla base di tale premessa, è possibile utilizzare gli strumenti della teoria dei prezzi per esaminare i rapporti fra sanzioni alternative e comportamenti illeciti. In base alla legge della domanda, un aumento del prezzo (sanzione) associato ad una determinata attività (o un aumento della probabilità di arresto), distoglierà dall’attività sanzionata, generando un effetto di sostituzione. È evidente in tale modello la predilezione per la funzione di deterrenza esercitata dalla sanzione.

In generale, se il beneficio conseguito dall’autore dell’illecito è inferiore al costo sociale (danno subito dalla vittima e/o dalla società), l’attività illecita verrà resa non vantaggiosa se la sanzione sarà correlata al beneficio. Se, al contrario, il vantaggio ottenuto dal criminale non è noto o è superiore al costo sociale, per conseguire un livello di deterrenza efficiente il valore della sanzione dovrà essere legato al costo sociale.

Per quanto riguarda le sanzioni pecuniarie, esse vengono concepite come strumenti per il controllo delle esternalità. Poiché realisticamente la probabilità di condanna dell’autore di un illecito è inferiore a uno, la sanzione non può essere uguale al costo sociale, come avverrebbe in un approccio à la Pigou. Potrebbe invece essere rapportata alla probabilità effettiva di identificazione e al patrimonio dell’autore, trascurando i costi esterni. M.A. Polinsky e S. Shavell[9] hanno però criticato tale soluzione, perché non prende in considerazione il diverso atteggiamento degli autori rispetto al rischio.

Gary Becker ha applicato il teorema di Coase al diritto penale. Le sanzioni e le spese per l’apparato repressivo del crimine devono essere stabilite in maniera tale da minimizzare le perdite sociali derivanti dal crimine. Prevale la funzione deterrente della pena. Vengono quindi privilegiate le multe pagate allo Stato anziché i risarcimenti alla vittima. Anche il carcere non è considerato la soluzione migliore, perché in questo modo il “pagamento” da parte del criminale non viene conseguito dal resto della società, e si determina una perdita sociale[10].

L’analisi economica del diritto ha sviluppato diversi modelli per individuare il livello di risorse da impiegare nell’attività di prevenzione e repressione del crimine. Si confrontano i costi generati dal crimine con i costi associati alle diverse attività di polizia (indagine, intelligence, stipendi ai poliziotti ecc.). L’aumento delle spese per l’attività di polizia ovviamente aumenta la probabilità di scoperta e condanna del colpevole, tuttavia tale beneficio marginale potrebbe essere conseguito a prezzo di un ingente impiego di risorse, cioè con costi marginali proibitivi. L’analisi economica richiama a una posizione di equilibrio, rammentando che l’obiettivo da massimizzare è il beneficio sociale netto.

Concludiamo questa sommaria rassegna limitandoci soltanto a segnalare un altro settore di applicazione dell’EAL, il diritto costituzionale, i cui risultati sono tuttavia per ora meno sofisticati di quelli raggiunti in materia di diritto civile.

  Le critiche della Scuola Austriaca

1) Il teorema di Coase semplicemente cancella i diritti di proprietà. Non si tiene conto che l’agricoltore è il proprietario, e dunque la ferrovia è l’aggressore e l’agricoltore la vittima. L’agricoltore se vuole deve poter impedire l’immissione di scintille nel suo terreno (e ottenere dagli agenti dello Stato l’esclusione con la forza dell’invasore); e, se è stato provocato un danno, sulla base del principio giuridico della responsabilità oggettiva (strict liability), ottenere il risarcimento; punto e basta. Invece Coase vede questo eventuale rifiuto dell’agricoltore come un danno, imposto alla compagnia ferroviaria e alla società, da comparare con il danno subito dall’agricoltore. Si guarda alla società come un tutto, e si dice che, considerando il valore economico totale della produzione della collettività, è irrilevante se è l’agricoltore a dare una somma di denaro alla compagnia o viceversa, basta che la soluzione sia quella che determina la massima produzione complessiva (la massima utilità). Il diritto di proprietà è azzerato.

Se questo fosse accettato come criterio generale di analisi economica, le conseguenze sarebbero moralmente inaccettabili: si potrebbe dire che qualsiasi restrizione dei rapimenti danneggia i rapitori, e una mancanza di restrizioni danneggia le vittime, dunque non bisogna vietare del tutto il rapimento ma trovare la soluzione intermedia che genera il massimo benessere sociale.

Inoltre non viene preso in considerazione il senso di frustrazione e di ingiustizia sofferto dall’agricoltore per il fatto di non veder rispettato un suo diritto. E le conseguenze sull’intera società di questo venir meno della sicurezza del proprio diritto alla proprietà. I costi non sono solo costi monetari, ma anche psicologici. Un’etica deve consentire a un individuo di decidere sul “giusto o ingiusto” prima che agisca, e deve riguardare qualcosa che è sotto il controllo dell’attore, come avviene per la teoria classica della proprietà privata (acquisizione originaria ecc.). Invece nella teoria ora esaminata nessuno può determinare ex ante se le sue azioni condurranno o no a una massimizzazione della ricchezza collettiva. Chi si assoggetterebbe al giudizio di un giudice che non gli consentisse di sapere in anticipo quali sono le azioni giuste e quali quelle ingiuste, ma che giudicasse ex post, dopo i fatti?

Una situazione in cui ognuno è insicuro dei propri titoli di proprietà non condurrà di certo alla massimizzazione della ricchezza nel lungo periodo.

2) Ai fini del valore della produzione complessiva, conta come sono assegnati i diritti di proprietà. Quanta produzione si realizza dipende da quanto sono protetti i diritti di proprietà degli homesteader e dei produttori. La dottrina del “non conta” è controproducente ai fini dell’obiettivo della massimizzazione della ricchezza.

3) Non è vero che l’uso delle risorse non è condizionato dall’allocazione iniziale dei diritti di proprietà. Esempio: il contadino, anziché il raccolto, perde un giardino fiorito che vale 1000 per lui ma è privo di valore per tutti gli altri. Se il giudice assegna la responsabilità alla ferrovia, l’apparecchio da 750 sarà installato. Altrimenti, l’apparecchio non sarà installato, perché il contadino non possiede una cifra tale da convincere la ferrovia a installarlo. L’allocazione delle risorse dunque è differente a seconda dell’assegnazione iniziale dei diritti di proprietà.

4) I giudici assegnano i diritti di proprietà a seconda della mutevolezza dei dati di mercato. Se l’apparecchio è meno caro del danno al raccolto, il contadino è considerato nel giusto, se l’apparecchio è più caro del danno, è considerata nel giusto la ferrovia. Dunque, circostanze diverse in momenti diversi determinano una redistribuzione dei titoli di proprietà. Nessuno può essere sicuro della sua proprietà[11].

5) Non è possibile misurare in maniera oggettiva l’utilità e quindi confrontare le utilità di individui diversi: il valore affettivo del campo per l’agricoltore potrebbe essere altissimo (es. 1.000.000 di dollari, costo psichico), o infinito. Quindi, dal punto di vista della teoria di Coase, accadrà questo: nel Caso a) (diritti assegnati all’agricoltore), l’agricoltore non sarà contento di ricevere solo 100.000 dollari come risarcimento. Richiederà l’emissione di un’ingiunzione contro qualsiasi ulteriore aggressione della sua proprietà, e anche se la legge consente alle parti di trattare per rimuovere l’ingiunzione, egli insisterà per ottenere almeno un milione di dollari dalla compagnia ferroviaria, che questa non vorrà pagare. Al contrario, nel Caso b), è improbabile che l’agricoltore trovi un modo per ottenere il milione di dollari necessario per far cessare l’invasione nel terreno.

Tutto ciò avviene perché non è possibile alcun calcolo di costi e benefici sociali fatti da un terzo (il giudice). Con la misurazione oggettiva dell’utilità, di fatto si dà al giudice il ruolo del pianificatore.

L’impossibilità del calcolo relativo a costi e benefici sociali svuota di significato anche il concetto di “efficienza” intesa a livello collettivo, cioè applicata a istituzioni sociali o a politiche pubbliche. A livello individuale, l’efficienza può essere definita come la miglior combinazione dei mezzi per raggiungere determinati fini. Ma anche a livello individuale l’efficienza è una chimera: si potrebbe affermare che, essendo gli obiettivi un dato scelto dal soggetto, almeno i mezzi da lui impiegati, le sue azioni, sono efficienti. Ma nemmeno questo si può dire, perché per agire in maniera efficiente, un individuo dovrebbe avere conoscenza perfetta (le migliori tecnologie, azioni e reazioni di tutti gli altri individui, tutti gli eventi naturali futuri), ma ciò è impossibile, viviamo in un mondo di incertezza. L’azione è un processo di apprendimento: l’individuo, mentre agisce per perseguire determinati fini, impara cose nuove, dunque le sue azioni iniziali non possono essere considerate efficienti, perché, se avesse saputo le cose che ha imparato dopo, avrebbe agito in maniera diversa. Inoltre, anche i fini non sono dati in maniera statica, perché appena l’individuo apprende cose nuove sulla realtà, i suoi fini cambiano. E se i suoi fini cambiano, il concetto di efficienza – la miglior combinazione di mezzi per conseguire determinati fini – diventa di nuovo priva di significato.

Se il concetto di efficienza è inutilizzabile per i singoli, lo è a maggior ragione per l’intera società. Se l’efficienza ha senso solo in relazione ai fini delle persone, e tali fini differiscono o entrano in conflitto, il problema è: quali fini verranno perseguiti? Per l’utilitarismo i fini degli individui sono gli stessi, il fine comune universale è un più alto benessere (spesso identificato nella massimizzazione del Pil), e dunque il problema è solo quello di scoprire i mezzi adatti. Ma supponiamo che per una o più persone parte del loro “prodotto” è qualcosa che altre persone considerano dannoso; ad esempio, alcuni desiderano l’uguaglianza totale delle ricchezze, mentre altri la considerano una disutilità gigantesca; oppure alcuni desiderano la schiavitù o lo sterminio di un determinato gruppo etnico, il quale a sua volta considera questo “prodotto” finale una grave riduzione di benessere. In base alla logica della AED, la vista del gruppo etnico potrebbe essere definita un’“esternalità negativa” per il resto della società, e questi costi esterni possono essere internalizzati costringendo il gruppo etnico in questione a pagare gli altri nella misura necessaria a indurli a lasciarli in pace. Non vi è nulla di avalutativo, di “value-free” in questa soluzione, vi è una scelta etica (aberrante).

Dove vi sono fini in conflitto, l’“efficienza” di un gruppo diventa il danno di un altro. L’efficienza quindi non può diventare la base del diritto o delle politiche pubbliche. Dove vi sono fini in conflitto (e questa situazione è la norma) l’obiettivo di “minimizzare il costo sociale” è impossibile, perché i costi psichici di individui diversi non possono essere sommati, essendo soggettivi e non misurabili quantitativamente. Un osservatore esterno (un giudice) non può conoscere i processi mentali interni di un individuo, dunque non può stabilire quale somma di denaro debba essere trasferita da un soggetto a un altro[12].

6) Ci sono sempre costi di transazione; che non sono altro che costi, come tutti gli altri; e i costi sono soggettivi, quindi non misurabili e confrontabili. Lo Stato non risolve il problema dei costi di transazione meglio del mercato.

7) Coase pretende di introdurre un criterio value-free, ma in realtà introduce la norma etica dell’“efficienza”, in base alla quale devono essere assegnati i diritti di proprietà.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Coase, R., The Problem of Social Costs, in «Journal of Law and Economics», n. 3, ottobre 1960.

Posner, R.A. Economic Analysis of the Law, Little, Brown, Boston, 1992.

Parisi, F. e Posner, R. A., Scuole e tendenze nell’analisi economica del diritto, in “Biblioteca della libertà”, nn. 147, 148, 149, 1998/1999;

– Law and Economics, 3 voll., Elgar-Ashgate, Cheltenham, 1997.

AA.VV., Il mercato delle regole, il Mulino, Bologna, 1999.

Chiancone, A. e Porrini, D., Lezioni di analisi economica del diritto, Giappichelli, Torino, 1996.

Gallo, P., Analisi economica del diritto, Giappichelli, Torino, 1998.

Rothbard, M. N., Diritto, diritti di proprietà e inquinamento, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/essays/diritto-diritti-proprietà-e-inquinamento.pdf, 11 novembre 2009, in particolare pp. 2-4. Ed. or. Law, Property Rights, and Air Pollution, in «Cato Journal» 2, n. 1, primavera 1982.

– The Myth of Efficiency, in M. J. Rizzo (a cura di), Time, Uncertainty, and Disequilibrium, Lexington Books, Lexington, Mass., 1979, pp. 90-95; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 266-273.

Hoppe, H.-H., The Ethics and Economics of Private Property,  in E. Colombatto (a cura di), Elgar Companion to the Economics of Private Property, Elgar, Londra, 2004.

Block, W., Coase and Demsetz on Private Property Rights, in “Journal of Libertarian Studies” 1, no. 2, 1977;

Ethics, Efficiency, Coasian Property Rights, and Psychic Income: A Reply to Harold Demsetz, in “Review of Austrian Economics” 8, no. 2, 1995.

 Note

[1] R. Coase, The Problem of Social Costs, in «Journal of Law and Economics», n. 3, ottobre 1960.

[2] Per Posner il “principio di massimizzazione della ricchezza” di fatto coincide con il criterio di Efficienza Kaldor-Hicks, secondo cui una regola, decisione o azione è efficiente se e solo se coloro che ne beneficiano potrebbero potenzialmente compensare coloro che perdono e continuare a conseguire un guadagno netto.

[3] Per un esame dell’approccio di David Friedman v. P. Vernaglione, David Friedman, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/autori-libertari/david-friedman.pdf, 31-7-2009.

[4] I. Ayres I., R. Gertner, Filling Gaps in Incomplete Contracts: An Economic Theory of Default Rules, in “Yale Law Journal”, 99, 1989.

[5] F. Parisi, R.A. Posner, Scuole e tendenze nell’analisi economica del diritto, n. 148, cit., p. 10.

[6] J.H. Barton, The Economics Basis of Damages for Breach of Contract, in “Journal of Legal Studies”, n. 1, 1972.

[7] A. Schwartz, The Case for Specific Performance, in “Yale Law Journal”, 89, 1979.

[8] Il limite più evidente del ricorso alla responsabilità civile si ha nel caso in cui l’autore dell’illecito possieda risorse finanziarie insufficienti.

[9] M.A. Polinsky, S. Shavell, The Optimal Tradeoff Between the Probability and Magnitude of Fines, in “American Economic Review”, 69, 1979.

[10] G. Becker, Crime and Punishment: An Economic Approach, in “The Journal of Political Economy”, 76, 1968, pp. 169-217. All’impostazione di Becker sono state rivolte le seguenti critiche: 1) L’impossibilità delle comparazioni interpersonali di utilità, che non consente il calcolo dei costi sociali del crimine; 2) la vittima, e il suo diritto al risarcimento, anche psicologico, non vengono considerati; 3) per Becker il costo di un omicidio è dato dalla perdita dei guadagni futuri della vittima, e non si calcola il valore della vita in sé. Per cui se venisse ucciso un handicappato che non lavora ed è quindi un consumatore netto di risorse, non essendoci una perdita netta per la società, quell’omicidio non dovrebbe essere sanzionato; verrebbe ammesso l’omicidio selettivo.

 

 

[11] Inoltre, anche i prezzi relativi cambiano in continuazione, dunque l’assunzione di prezzi relativi fissi, in base ai quali il giudice prende le decisioni, è irrealistica e fallace.

[12] M.N. Rothbard, The Myth of Efficiency, in M. J. Rizzo (a cura di), Time, Uncertainty, and Disequilibrium, Lexington Books, Lexington, Mass., 1979, pp. 90-95; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 266-273.