L’esperimento keynesiano della Corea del sud si avvia a diventare globale

The Birth of Korean Cool, di Euny Hong, Picador Press, 2014

korea4Quelli tra noi che hanno raggiunto una certa età si ricorderanno gli ultimi anni ’80 e primi ’90 quando ci sentivamo dire che il Giappone avrebbe conquistato il mondo. Compravamo le loro auto, giocavamo coi loro videogiochi, usavamo la loro tecnologia per ogni piccola cosa. Ci dicevano che i Giapponesi avrebbero dominato il mondo. Erano i migliori nel gioco di squadra, mettevano più enfasi sul gruppo che sull’individuo. Lavoravano più duramente degli altri. Nel 1992, un politico giapponese di alto livello, Yoshio Sakurauchi, dichiarò che gli Americani sono “troppo pigri” per poter competere con i lavoratori Giapponesi e che un terzo dei lavoratori Americani “non può nemmeno leggere”. Il romanzo del 1992 di Michael Crichton “Rising Sun/Sol Levante” (e il suo adattamento per la versione cinematografica del 1993) hanno alimentato ulteriormente questi pensieri nella testa di molti Americani.

Nessuno oggi pensa più che i Giapponesi conquisteranno il mondo. È emerso che la, rinomata, corazzata economica giapponese era basata sul gioco di squadra e sul duro lavoro meno di quanto invece fosse basata sulla pianificazione centrale, il denaro facile, il welfare aziendale e le barriere alle importazioni. Dunque, il crollo che seguì il boom non dovrebbe sorprendere nessuno. Oggi, la Corea del sud (che in questo articolo chiamerò “Corea”) sembra aver ricominciato, per molti aspetti, da dove il Giappone aveva smesso. La Sony, dal Giappone, ha intrapreso una strada di profondo declino, ma i marchi coreani Samsung ed LG sono invece marchi rispettati a livello internazionale. La Hyundai, pur se ancora guardata come un marchio di bassa qualità per molti, ha però esteso la propria penetrazione in modo massiccio nell’ultimo decennio, con la costruzione di uno stabilimento da un miliardo di dollari in Alabama  nel 2005 e un altro in Georgia nel 2009.

L’ascesa della Corea sulla scena globale 

Il tentativo di dominazione globale della Corea è differente da quello giapponese. Mentre la musica, i film e la TV Giapponesi non ottennero mai molta popolarità fuori dal Giappone (non è esatto, forse è vero che non ottennero popolarità in USA ma se pensiamo ai cartoni animati ottennero enorme popolarità in europa e nel resto dell’estremo oriente come ho letto in vari articoli e come sappiamo per nostra esperienza , nota del traduttore), la cultura pop Coreana è diventata un fenomeno globale. Guidiamo le loro auto e usiamo i loro Smartphone, ma i Coreani vogliono che noi ascoltiamo la loro musica e guardiamo i loro film. Pochi negli Stati Uniti notarono l’ascesa della cultura Pop Coreana prima del 2012 quando il video musicale del singolo “Gangnam Style”  del rapper PSY diventò uno dei più visti di tutti i tempi su You Tube. Improvvisamente, quasi tutti avevano sentito parlare di “K-pop”.Inoltre, chiunque navighi le ultime versioni di Netflix è probabile abbia notato un considerevole aumento del numero disponibile di film in lingua Coreana, inclusi successi internazionali come l’action-thriller del 2003 Old Boy e il film Horror del 2006 The Host. L’ascesa della musica, dei film e della TV Coreani –e anche dei videogiochi- però non è un risultato del libero mercato.  È il risultato delle politiche governative Coreane che coordinano, sussidiano e proteggono le industrie della cultura pop Coreana, tra tutte le altre. Nel suo nuovo libro La nascita del “Cool” Coreano (The Birth of Korean Cool), Euny Hong esplora le origini e il successo di questo programma, pesantemente supportato e coordinato dalle agenzie governative Coreane e conosciuto come “Hallyu” o “l’onda Coreana”. Non parla solo di potere economico ma anche di relazioni internazionali e lo stato Coreano usa “Hallyu” come parte di un più vasto programma disegnato per progettare un “soft power” Coreano.

In Corea fanno le cose in modo diverso

Hong, un giornalista, approccia l’argomento attraverso la propria esperienza da Americana di nascita, di etnia Coreana, che ha vissuto in Corea durante la sua adolescenza.  Racconta il rampante nazionalismo nella scuola e nella società Coreane, il bisogno di conformismo, la generale predisposizione dei Coreani verso lo stato e la nazione, mentre i comportamenti individualistici sono visti come patologia sociale.

Hong riporta molti aneddoti, con simpatia nei confronti della Corea e dei Coreani, che illustrano questi fatti, anche se gli occidentali, dalla mentalità propensa al laissez-faire, probabilmente vedranno tali esperienze con stupore e forse anche sconcerto. Hong ci racconta che quella personalità tipicamente americana del “cattivo ragazzo”, così dominante nella cultura popolare Americana, non esiste in Corea.

Questo si evince dalla cultura popolare del paese. La cosa più vicina al “cattivo ragazzo” che lo scenario musicale pop Coreano esprime, è il rapper PSY, che viene considerato un ribelle perché non ha conseguito a scuola tutti voti eccellenti e qualche volta fa arrabbiare i genitori.

Non è sorprendente dunque, continua Hong, che la cultura popolare in Corea sia reggimentale, corporativa, pianificata e guidata da una etica dell’impegno verso il gruppo e dal sovvertimento dell’artista individuale.

Attraverso una agenzia statale chiamata “Ministero della Creazione del Futuro” il governo Coreano collabora con le aziende culturali del settore apparentemente privato per massimizzare l’influenza della cultura Pop Coreana all’interno del paese e all’estero.

Il governo Coreano, ha storicamente impiegato il protezionismo per incoraggiare la cultura Pop Coreana. Hong nota per esempio che nei decenni passati il governo Coreano ha richiesto ai cinema Coreani di programmare almeno 146 giorni all’anno di film prodotti in Corea, e che le società di produzione cinematografica hanno dovuto produrre un film Coreano per ogni film importato.

Si può dire tranquillamente che l’industria del cinema Coreano abbia beneficiato di questo tipo di protezionismo…il governo ha costruito e gestito anche teatri e case d’arte

Fin dalla crisi finanziaria asiatica dei tardi anni novanta tuttavia, il governo Coreano ha provveduto a diffondere assistenza per la cultura pop coreana sui mercati internazionali, usando le tasse per finanziare la doppiatura dei programmi coreani in lingue straniere e usando i diplomatici per negoziare la programmazione di trasmissioni televisive coreane sulle TV straniere.

La “cooperazione” delle aziende-del-governo

Tutto questo ben si adatta alle consolidate usanze politiche Coreane.

Proprio come l’economia giapponese è stata a lungo influenzata e anche dominata dalle più grandi aziende collegate allo stato conosciute come keiretsu e zaibatsu, la Corea ha delle analoghe società multinazionali conosciute come chaebols. Come versione Coreana del “too-big-to-fail,  ma molto più significative per la generale economia Coreana, queste entità hanno svolto un ruolo chiave nel rendere operative le politiche governative Coreane attraverso la “cooperazione-governativa-chaebol”.

Hong nota che l’ascesa della cultura pop promossa dal governo non può essere pienamente capita al di fuori di questo contesto, e nei capitoli finali del suo libro esamina questa tradizione della cooperazione delle aziende governative rifacendosi ai casi di Samsung, LG, e altre imprese Coreane che pur di grande successo si sono costruite sui favori e sulla tassazione del governo.

Hong scrive: “come per molte delle storie di successo della Corea, l’affermazione sul palcoscenico internazionale della Samsung è attribuibile al diretto intervento del governo nelle sue fasi cruciali.”.

E affinchè nessuno creda che la Samsung sia come qualsiasi altra impresa, ci ricorda che “Samsung da sola genera un quinto del PIL del paese”. Non è difficile capire come lo stato Coreano possa considerare Samsung una estensione di se stesso. “Ciò che è buono per Samsung è buono per la Corea” è senza dubbio una frase che esprime il sentimento che circola nei corridoi delle Agenzie governative Coreane.

Hong, come giornalista, semplicemente prende atto e descrive la politica economica dello stato Coreano al suo “valore di facciata”. Naturalmente tutta questa pianificazione centrale dell’economia Coreana è stata un enorme successo. Lo possiamo vedere da come gli standard di vita sono cresciuti a passi da gigante dagli anni 60 quando la Corea era di fatto un paese del terzo mondo.

È solo un’altra storia di successo – ci è stato detto – del Keynesismo neo-mercantilista dove le aziende di governo o sussidiate dal governo, eseguono i piani del governo per migliorare l’economia che si basa  sulle decisioni degli agenti governativi.

Per qualche conoscitore dell’economia classica o Austriaca, tuttavia, si può analizzare questo impianto economico e chiedersi cosa “non si vede” dietro tutti questi favoritismi governativi e questo processo decisionale centralizzato.

Quanto potrebbero spendere dei propri soldi i Coreani se le loro risorse non venissero confiscate per essere assegnate alle grandi chaebols e per essere spese per garantire i mutui alle aziende favorite dal governo? Quali innovazioni potrebbero emergere se le piccole imprese e start-up della Corea avessero l’opportunità di poter competere contro le enormi imprese “too-big-to-fail” ? Non lo sapremo mai.

Racconti precauzionali

Ciò che sappiamo, tuttavia, è che quando un governo nazionale mette tutte le sue uova in un cesto, come ha fatto il governo Coreano, il successo può essere passeggero. Cosa accadrà se Samsung si avvierà sulla strada già percorsa da Sony in passato? O se la Hyundai imiterà General Motors? Ci saranno solo più salvataggi, “stimoli” e come suggeriscono le esperienze Giapponese e Americana, ondate di denaro facile ?

In una cultura dove il tempo libero è visto con sospetto e ci si aspetta che gli studenti studino 18 ore al giorno, è possibile andare avanti apparentemente in modo indefinito mentre i cattivi investimenti si accumulano e il governo devia sempre più ricchezza per spingere le sue aziende preferite. Ma alla fine, come ha mostrato il Giappone e come sempre di più mostrano gli Stati Uniti, queste politiche portano con ogni probabilità alla stagnazione e alla dissipazione del capitale. Sotto queste condizioni, i lavoratori Americani e Giapponesi possono lavorare sempre più ore e sempre più duramente per mantenersi sul proprio standard di vita, ma il reddito disponibile non sembra più crescere.

Il caso del Giappone, una volta-il-dominatore-del-mondo, è un ammonimento per tutti, ma lo stesso si può dire per gli USA.

È vero che l’economia degli Stati Uniti è più diversificata e più basata sull’imprenditorialità diffusa rispetto alle economie giapponese e coreana, ma per quante decadi l’America può resistere alla sua propensione a drogare il proprio settore finanziario e altri settori amici-del-governo a spese dei contribuenti e degli imprenditori ? Forse stiamo vivendo la risposta a questa domanda già oggi.

Una lettura di La nascita del “Cool” Coreano (The Birth of Korean Cool), ci dice che la Corea è ancora nella fase di boom. Ma noi abbiamo già visto questo film, anche se non in Coreano.

Articolo di Ryan McMaken su Mises.org

Traduzione di Andrea Coletta

Adattamento a cura di Felice Rocchitelli