Introduzione al FMI: politiche e gergo

evaluator_jargon_evalblogNel 1984, all’interno dell’introduzione di From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences, Henry Hazlitt ha offerto al pubblico alcune pagine molto illuminanti – oggi come allora – sul Fondo Monetario Internazionale; in base alla mia esperienza, le considero particolarmente utili per chiunque voglia accostarsi ad un qualsiasi documento del FMI, dagli Articles of Agreement in giù, e cominciare a capirci qualcosa.

Alla conferenza [di Bretton Woods], principalmente sotto la guida di John Maynard Keynes, rappresentante dell’Inghilterra, sono state prese tutte le decisioni sbagliate. L’inflazione è stata istituzionalizzata. E, a dispetto del caos monetario che da allora è andato crescendo, i politici del mondo non hanno mai ripreso seriamente in esame le premesse inflazioniate che hanno guidato gli autori degli accordi di Bretton Woods. La principale istituzione fondata a Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale, non solo è stata conservata, ma i suoi poteri inflazionasti e le relative pratiche sono stati enormemente ampliati.

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Il sistema di Bretton Woods continua a provocare gravi danni, perché il dollaro, sebbene non più basato sull’oro e soggetto esso stesso a deprezzamento, continua ad essere impiegato (nel momento in cui scrivo) come principale valuta di riserva del mondo, mentre le istituzioni da lui fondate, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca [Mondiale], continuano a concedere nuovi, enormi prestiti a governi irresponsabili e imprevidenti.

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Lo scopo apparente del fondo era “promuovere la cooperazione monetaria internazionale”. Il modo principale in cui si proponeva di attuarlo era far sì che tutti gli Stati membri rendessero una quota delle rispettive valute disponibile per il prestito ai Paesi membri “in temporanea difficoltà con la bilancia dei pagamenti”. Le singole nazioni le cui valute dovevano essere rese disponibili non avrebbero dovuto decidere da sé l’ammontare dei loro prestiti alle nazioni riceventi, né la loro durata.

Questa decisione era ed è tuttora presa dai burocrati internazionali che mandano avanti il FMI. Come questi funzionari stabiliscano che questi problemi con la bilancia dei pagamenti sono meramente “temporanei”, non so proprio. In ogni caso, i prestiti “temporanei”, normalmente, sono andati da uno a tre anni. Fino ad un momento recente, i prestiti sono stati accordati in via pressoché automatica, su richiesta della nazione ricevente.

Dovrebbe essere evidente ictu oculi che tutta questa procedura è dannosa. Naturalmente, è possibile che una nazione si ritrovi in difficoltà con la bilancia dei pagamenti senz’alcuna vera colpa da parte sua, per via di un terremoto, di una siccità prolungata, o perché è stata costretta ad una guerra essenzialmente difensiva. Ma, nella massima parte dei casi, le difficoltà con la bilancia dei pagamenti sono il frutto di politiche dannose da parte della nazione che viene a soffrirne. Politiche che possono consistere nel fissare una parità troppo alta per la propria valuta, che incoraggia i suoi cittadini o il governo stesso ad acquistare troppi beni di importazione; nell’incoraggiare i suoi sindacati a stabilire saggi salariali interni troppo alti; nell’imposizione di salari minimi; nell’esigere tasse troppo alte sui redditi individuali o societari (distruggendo gli incentivi alla produzione e impedendo la creazione di capitale sufficiente per gli investimenti); nell’imporre calmieri ai prezzi; nel minare i diritti di proprietà; in tentativi di redistribuzione del reddito; nel seguire altre politiche anticapitaliste; o perfino nell’imposizione di un socialismo in piena regola. Dal momento che, oggigiorno, quasi tutti i governi – specialmente quelli dei Paesi “in via di sviluppo” – adottano almeno alcune di queste politiche, non c’è da stupirsi che taluni di questi Paesi si ritrovino “in difficoltà con la bilancia dei pagamenti” rispetto ad altri.

Una “difficoltà con la bilancia dei pagamenti”, insomma, è quasi sempre un semplice sintomo di una malattia molto più vasta e radicale. Se le nazioni con problemi “nella bilancia dei pagamenti” non potessero contare su un’istituzione governativa mondiale che opera quasi come un ente di beneficenza e fossero obbligate a ricorrere a banche private, interne o estere, gestite in modo prudente, per il proprio salvataggio, sarebbero costrette a riformare drasticamente le loro politiche per ottenere tali prestiti. Così come stanno le cose, il FMI, di fatto, le incoraggia a proseguire sulla loro rotta socialista e inflazionista. I prestiti del FMI non solo incoraggiano un’inflazione prolungata nei Paesi riceventi, ma contribuiscono direttamente in proprio all’inflazione mondiale. (Questi prestiti, per inciso, sono concessi, nella maggior parte dei casi, a tassi inferiori a quelli di mercato).

Ma il Fondo ha accresciuto l’inflazione mondiale in un altro modo ancora, non previsto negli Articles of Agreement iniziali del 1944. Nel 1970, ha creato una nuova valuta, chiamata “Diritti Speciali di Prelievo” (DSP) [“Special Drawing Rights” – SDRs]. Questi DSP sono stati creati dal nulla, con un tratto di penna. Stando a quel che dice il Fondo, sono stati creati “per venire incontro ad una preoccupazione diffusa per la possibile inadeguatezza nella crescita della liquidità internazionale” (un eufemismo keynesiano per “non abbastanza cartamoneta”).

Questi DSP, per come la mette il Fondo, sono stati distribuiti ai membri – su loro richiesta – in proporzione alle loro quote, nel corso di periodi specifici. Durante il primo periodo, 1970-72, sono stati distribuiti 9.3 miliardi di DSP. Non ci sono state altre distribuzioni fino al 1 gennaio 1979. Tranche da 4 miliardi di DSP ciascuna sono state distribuite il 1 gennaio 1979, il 1 gennaio 1980 e il 1 gennaio 1981. I DSP ora [aprile 1982] in essere assommano a 21.4 miliardi, circa il 5% delle attuali riserve internazionali, oro escluso.

Vista la facilità con cui è stata creata questa moneta-segno mondiale, il suo volume limitato (anche se in eccesso per 20 miliardi di DSP) potrebbe colpire molti per la sua apparente moderazione. Ma, come vedremo, la loro creazione ha stabilito un precedente minaccioso.

Dovrei definire in modo più specifico e diretto cosa sia un DSP. Da luglio 1974 a dicembre 1980, il DSP è stato valutato sulla base dei tassi di cambio sul mercato di un paniere comprendente le valute dei sedici membri con le maggiori esportazioni di beni e servizi. Da gennaio 1981, il paniere è stato composto dalle valute dei cinque membri con le maggiori esportazioni di beni e servizi. Le valute, con i rispettivi coefficienti ponderali nel paniere, sono: dollaro USA (42%); marco tedesco (19%); yen, franco francese e lira sterlina (15% ciascuna).

Il DSP funge da unità di conto ufficiale per i libri contabili del FMI. E’ progettato – così dice il Fondo – “per diventare, in futuro, la principale risorsa [asset] del sistema monetario internazionale”.

Ma vale la pena di notare alcune cose riguardo ad esso. Il suo valore muta ogni giorno, rispetto al dollaro e ad ogni altra valuta nazionale. (Per esempio, il 25 agosto 1982, il DSP valeva 1,099 dollari e sei giorni dopo 1,083). Fatto più importante, il DSP, composto di un paniere di valute cartacee è a sua volta un’unità monetaria cartacea, governata da una media ponderata dell’inflazione in cinque Paesi e costantemente declinante in termini di potere d’acquisto.

Svariati Paesi hanno ancorato le proprie valute al DSP… cioè ad un’ancora che slitta. Tuttavia, il FMI si vanta che la sua politica resta quella di “ridurre gradualmente il ruolo monetario dell’oro”, e addita con orgoglio la vendita, da parte sua, di 50 milioni di once d’oro tra il 1975 e il 1980: un terzo di quanto ne possedeva nel 1975. Il Ministero del Tesoro USA può fare un proclama analogo. Ciò che né il Fondo né il Ministero del Tesoro si preoccupano di sottolineare è che l’oro ha un valore enormemente più alto oggi rispetto al momento in cui le vendite sono state compiute. Il profitto è andato agli speculatori di tutto il mondo e ad altri soggetti privati. Il contribuente Americano e, in parte, quello straniero hanno perso di nuovo.

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Tuttavia, non è facile descrivere con precisione, in termini non tecnici, cos’abbia fatto il FMI fino a questo momento. Il Fondo ha un gergo tutto suo. I suoi libri contabili sono tenuti in Diritti Speciali di Prelievo (DSP), che sono voci di bilancio artificiali e non stanno nella tasca di nessuno. I suoi prestiti vengono raramente chiamati prestiti, ma [di norma] “acquisti”, perché un Paese usa la propria unità monetaria per “comprare”, tramite il Fondo, DSP, dollari, o qualunque altra valuta nazionale. I rimborsi al Fondo sono chiamati “riacquisti di acquisti” [“repurchases of purchases”].

Così, alla data del 30 settembre 1982, gli acquisti totali, inclusi quelli “della tranche di riserva”, sui libri contabili del FMI a partire da quando ha intrapreso l’attività ammontavano a 66.567 milioni di DSP (U.S. $71.879 milioni). Sempre alla data del 30 settembre 1982, il totale dei riacquisti di acquisti ammontava a 36.744 milioni di DSP.

L’importo totale dei prestiti in essere, alla data del 30 settembre 1982, era di 16.697 milioni di DSP (U.S. $ 18.020 milioni). La mezza dozzina di prestatari in cima alla classifica era: India, 1.766 milioni di DSP; Yugoslavia, 1.469 milioni di DSP; Turchia, 1.346 milioni di DSP; Corea del Sud, 1.148 milioni di DSP; Pakistan, 1.079 milioni di DSP; e le Filippine, 780 milioni di DSP; per un totale di 7.588 milioni di DSP, o 8.193 milioni in valuta degli Stati Uniti. Il futuro, naturalmente, può solo formare oggetto di congetture, ma la prospettiva è minacciosa. Uno sguardo in avanti ammonitore è stato pubblicato sul New York Times del 9 gennaio 1983. Per allora, il complesso di prestiti FMI in corso era salito a ventun miliardi di dollari. I direttori esecutivi del Fondo avevano appena approvato un prestito da 3,9 miliardi di dollari progettato come un salvataggio d’emergenza per il Messico, praticamente fallito. Il Fondo si era altresì accordato su un pacchetto simile per l’Argentina. Uno per il Brasile era stato quasi completato. In coda per ulteriori aiuti da parte del Fondo, che già aveva in corso prestiti in trentatré Paesi in gravi difficoltà, stavano il Cile, le Filippine e il Portogallo.

Molti avevano temuto, nell’autunno del 1982, che il Messico si sarebbe semplicemente rifiutato di compiere qualsiasi pagamento sui suoi 85 miliardi di dollari di debito estero, così creando una crisi finanziaria internazionale ancora più grave. Così, il direttore responsabile del Fondo, il francese Jacques de Larosière, prima di erogare il prestito, ha avvertito le banche private, che già avevano prestato miliardi al Messico, che, se non ne avessero accordati altri, si sarebbero potute ritrovare con uno zero spaccato in tasca. Ha incontrato una delegazione che rappresentava millequattrocento banche d’affari con prestiti al Messico in corso. Prima che il FMI ci mettesse un solo centesimo in più – ha detto loro – le banche private avrebbero dovuto rinnovare oltre venti miliardi di dollari dei loro crediti verso il Messico, che venivano a scadenza tra agosto 1982 e la fine del 1984, e concedere cinque miliardi di dollari in prestiti nuovi. Condizioni analoghe, in seguito, sono state annesse ai prestiti del Fondo ad Argentina e Brasile.

Così, il FMI adesso sta usando i propri prestiti come una leva per costringere a prolungare i vecchi prestiti privati e ad erogarne di nuovi. Tutto questo può sembrare momentaneamente rassicurante. Quantomeno tenta di porre la maggior parte del fardello e del rischio futuri a carico degli imprudenti prestatori privati del passato (e, a ruota, dei loro creditori), piuttosto che dei contribuenti di tutto il mondo e dei detentori della valuta nazionale.

Ma dove porta tutto questo? Non potrebbe consistere soltanto nello scambiare moneta buona per moneta cattiva? Per quanto tempo ancora i giocolieri internazionali potranno tenere in aria questo debito non pagato che continua a crescere?