Gli Austriaci e le altre scuole: differenze epistemologiche – I parte

In questo articolo verranno esaminate le principali impostazioni metodologiche applicate alle scienze sociali, in un confronto critico con l’epistemologia Austriaca.

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stemma misesSul piano metodologico, negli anni Trenta e Quaranta del Novecento l’economia è dominata da La natura e il significato della scienza economica (1932) di Robbins, una versione annacquata della prasseologia di Mises. Dal dopoguerra fino ai tardi anni Settanta in microeconomia domina un cieco formalismo walrasiano e in macroeconomia il keynesismo, entrambi tenuti insieme dall’epistemologia empirista del positivismo logico[1]. La metodologia positivista fu sintetizzata dal famoso articolo di Milton Friedman del 1953 e dal lavoro successivo di Mark Blaug. Secondo l’empirismo, la conoscenza della realtà deve essere verificabile o falsificabile attraverso l’osservazione, l’esperienza, altrimenti non è conoscenza della realtà ma conoscenza analitica. Oltre agli esponenti della scuola di Chicago, ai keynesiani e ai teorici della “sintesi keynesiano-neoclassica”, accolgono il confronto su base empirica anche i teorici di altre scuole, come la Scelta Pubblica, la Nuova Macroeconomia Classica, gli istituzionalisti, gli storicisti e molti marxisti. A partire dalla fine degli anni ‘70 si determina una kuhniana “situazione di crisi”, con il fiorire di disparate scuole di pensiero[2] (grazie al Nobel ad Hayek nel 1974 vi è un revival della Scuola Austriaca, consolidato successivamente dai misesiani); ma il paradigma neoclassico ortodosso è ancora prevalente.

  1. Positivismo, empirismo

L’empirismo è basato su due proposizioni: 1) La conoscenza della realtà deve essere verificabile o falsificabile attraverso l’osservazione, l’esperienza, altrimenti non è conoscenza della realtà ma conoscenza analitica (relativa a parole, segni e regole su di essi; come è qualsiasi conoscenza a priori); 2) una relazione causale è del tipo “se A, allora B”.

Sulla base dei dati empirici raccolti viene formulata un’ipotesi provvisoria, espressa con linguaggio matematico, in modo che sia suscettibile di controllo statistico. Il modello quindi viene testato attraverso le osservazioni, cioè i dati successivi, e confermato o invalidato in relazione alla capacità esplicativa e previsiva. La verifica avviene attraverso “esperimenti controllati”, in cui tutte le variabili sono mantenute costanti, tranne quella oggetto di indagine. In caso positivo, la relazione causale ipotizzata acquisisce lo status di legge oggettiva generale.

Si ha un monismo metodologico: il metodo è unico, e viene applicato a tutte le discipline, naturali e sociali.

Per l’empirismo non c’è differenza fra teoria e storia: solo dai fatti giunge la conferma di una data teoria. Gli statistici aspirano a scoprire leggi economiche dallo studio dei dati; essi vogliono trasformare l’economia in una scienza quantitativa (“scientismo”).

Il metodo delle scienze fisiche è basato sull’osservazione empirica per trarre delle leggi oggettive ed effettuare previsioni esatte. Nel campo delle scienze naturali la conoscenza può essere acquisita solo attraverso esperimenti. Ad esempio, le conseguenze dell’unione di due materiali presenti in natura si possono conoscere solo unendo i due materiali.

In generale per il positivismo il mondo consiste di elementi che sono associati insieme in modi accidentali e inintellegibili; tutte le strutture intellegibili e tutte le necessità sono il risultato di costruzioni della mente introdotte dall’uomo, e i vincoli individuati possono essere esposti senza far riferimento alla logica. Il positivista vede solo struttura “nella cosa”, la struttura di un’associazione accidentale. L’aristotelismo, al contrario, vede anche strutture non-triviali, ma governate da leggi generali. Dove il positivista vede solo un tipo di cambiamento accidentale (es. ciò che avviene quando un cavallo è travolto da un autocarro), l’essenzialista vede in più cambiamenti governati da leggi (es. ciò che avviene quando un cavallo cresce nella pancia della madre). E in conseguenza il positivista ha sempre bisogno dell’induzione, mentre per l’essenzialista, una volta che ha individuato un certo fenomeno di una data specie, esso si manifesterà in futuro sempre nella stessa maniera, e dunque non c’è bisogno di derivarlo ogni volta dall’esperienza.

  • Le critiche Austriache

Vengono qui raggruppate in sette punti.

1) Gli Austriaci sostengono il dualismo metodologico: bisogna applicare il metodo sperimentale nelle scienze naturali e il metodo prasseologico nelle scienze sociali[3]. Nelle scienze naturali è corretto procedere attraverso il metodo empirico, partendo da ciò che è conosciuto con certezza – le regolarità empiriche – e derivando da esse ipotesi sempre più ampie; che, in base all’esito della prova empirica, vengono scartate o sostituite con nuove spiegazioni che siano in grado di dare conto di una più ampia varietà di fenomeni. Tuttavia è impossibile applicare il metodo delle scienze naturali alle scienze sociali, in quanto nelle attività umane non è possibile effettuare esperimenti in laboratorio, con la tecnica incrementale ceteris paribus, facendo cioè variare un elemento e mantenendo invariati gli altri. Perché gli individui, essendo soggetti attivi e non oggetti passivi, modificano i loro comportamenti in quanto imparano dall’esperienza passata e possiedono il libero arbitrio[4]. È impossibile prevedere oggi che cosa uno conoscerà domani, e come modificherà il suo comportamento in seguito alle nuove conoscenze o ai cambiamenti di gusti; dunque i comportamenti non possono essere conosciuti prima[5]. Quindi nelle collettività umane non vi sono costanti, cioè cause invarianti, come per le scienze naturali, tipo la velocità della luce nel vuoto o il rapporto fra idrogeno e ossigeno nell’acqua. Le azioni dell’uomo non possono essere tracciate con la stessa precisione matematica con cui si rileva il percorso di una pietra in volo. Ad esempio, non si può sostenere che la relazione fra prezzo e domanda è una costante quantitativa, sempre vera in tutti i luoghi e in tutti i tempi. I fenomeni esterni influenzano le diverse persone in modo differente, e le reazioni di queste variano: questa intuizione è il prodotto della teoria aprioristica. Se uno statistico rileva che una riduzione del 10% nel prezzo delle patate in un dato paese e in un tempo determinato è stato seguito da un aumento della domanda dell’8%, non raggiunge alcuna conclusione su ciò che succede o può succedere relativamente a cambiamenti simili in un altro paese o in un altro periodo. Non ha misurato “in assoluto” l’elasticità della domanda di patate, ha solo rilevato un singolo fatto storico, l’elasticità della domanda di un bene specifico in un luogo specifico in un tempo specifico. I fatti storici sono eventi unici e irripetibili.

Nel modello friedmaniano l’elemento predittivo è tutto, “spiegare” un fenomeno significa predire il verificarsi del fenomeno. Ma modelli basati su dati del passato non possono avere capacità predittiva, ed è questo il motivo dei fallimenti dei modelli econometrici, anche i più raffinati (non riescono nemmeno a prevedere il Pil del trimestre successivo). Anche il tentativo di utilizzare modelli stocastici fallisce, perché la probabilità collettiva (relativa a classi di eventi) non può essere applicata agli eventi economici (solo ad alcuni giochi: poker, roulette, lotterie, lancio di una moneta ecc.)[6]. La previsione delle scienze fisiche è del tipo “Se A, allora B”; se rame e zolfo sono combinati in determinate proporzioni, (si prevede con certezza che) si ottiene solfato di rame. Ma tale tipo di predizione è completamente diversa da quella sulle azioni umane, che è impossibile. “Prevedere” (forecasting) non è e non può essere una scienza; al massimo è un’arte, e i migliori previsori sono gli imprenditori e gli speculatori, nella sezione di mercato di cui si interessano.

La prasseologia è applicata alle previsioni, cioè a fatti storici futuri, con un processo simile a quello dello storico, ma con un grado di difficoltà in più, l’inconoscibilità degli eventi futuri. Lo studioso osserva oggi un dato evento, ad esempio un incremento nell’offerta di moneta. Egli è in possesso della teoria, cioè della legge prasseologica, qualitativa, apodittica, che asserisce che un aumento dell’offerta di moneta, con domanda costante, genera inflazione dei prezzi. Per prevedere il probabile corso futuro del potere d’acquisto della moneta, cioè stimare i prezzi generali dei prossimi anni, egli deve andare oltre tali leggi economiche, e cercare di valutare: a) se l’offerta di moneta aumenterà nel prossimo futuro, di quanto aumenterà; b) cosa accadrà alla domanda di moneta; e c) quindi cosa accadrà al livello dei prezzi – considerando anche cosa è probabile che accadrà all’offerta di beni. Il suo giudizio non ha alcun grado di certezza, in quanto dipende dalla correttezza della sua valutazione su un evento futuro, e oggi nessuno può conoscere il comportamento futuro degli individui relativamente alla domanda di moneta. Per mostrare l’assurdità della pretesa neoclassica (sottoinsieme monetarista) di cercare di stabilire leggi quantitative “scientifiche” fra l’offerta di moneta e i prezzi, basta osservare che, per stimare l’andamento dell’offerta di moneta nell’immediato futuro, una persona deve cercare di capire la psicologia e le idee dei membri del comitato direttivo della Banca Centrale, nonché le influenze politiche su di essi.

Dunque anche il metodo prasseologico non può condurre a previsioni perfette, la prasseologia è indispensabile ma non onnisciente. Se una previsione si dimostra erronea, non è la prasseologia che ha fallito, ma il giudizio del previsore sul comportamento degli elementi contenuti nel teorema prasseologico[7]. Altro esempio: durante gli anni ’20 del Novecento si poteva prevedere che prima o poi ci sarebbe stata una crisi, ma non si sarebbe mai potuto prevedere né quando sarebbe scoppiata, né quanto sarebbe durata ecc.

Le verità economiche (utilità marginale decrescente, teorema dello scambio volontario ecc.) non sono proposizioni ipotetiche che hanno bisogno di test empirici, ma sono sempre vere in qualsiasi tempo e luogo. Ritenere di dover dimostrare con i fatti queste verità sarebbe come voler dimostrare il teorema di Pitagora misurando continuamente i lati e gli angoli dei triangoli; o come se l’affermazione “una palla non può essere nello stesso istante rossa e non-rossa” richiedesse verifiche in Europa, in America, in Africa, in Asia ecc.

Friedman ha affermato che il metodo di Mises non consente di risolvere una controversia fra due prasseologi, perché non c’è un’evidenza comune (per lui quella empirica) che può dare ragione all’uno o all’altro. La prasseologia dunque trasformerebbe un set di conclusioni sostantive in una religione. Ma Friedman confonde il ragionamento a priori con le convinzioni soggettive della propria mente, cioè confonde la logica con la psicologia. Se due prasseologi dissentono, cercheranno di trovare la falla logica nel ragionamento dell’altro, e probabilmente uno dei due avrà successo, perché le relazioni logiche sono “pubbliche” almeno quanto quelle empiriche; è la stessa situazione che si determinerebbe fra due matematici. L’apriorismo metodologico non fa appello agli stati psicologici privati; quando si afferma che una proposizione è autoevidente, non ci si appella all’esperienza psicologica per asserire la sua certezza. Le relazioni logiche hanno a che fare con la forma dell’azione, non con il suo contenuto. Inoltre, la critica di Friedman si dovrebbe applicare anche a discipline come la logica, la matematica o la geometria. Anche nell’ambito di queste un dissenso non potrebbe essere risolto attraverso il ricorso ai fatti empirici: un dissenso sull’affermazione 2+2=4 può essere risolto attraverso un criterio diverso dall’osservazione empirica.

In conclusione, il metodo della conoscenza non può essere unico, è necessario il dualismo metodologico (Mises), cioè il metodo empirico per le scienze naturali e il metodo deduttivo per l’economia[8], anziché il monismo metodologico del positivismo.

2) Provvisorietà di qualsiasi verità (e dunque impossibilità della verità)

Gli stessi positivisti ritengono che, se si osservasse un caso in cui effettivamente il fenomeno B segue il fenomeno A, ciò non proverebbe che l’ipotesi è vera (alcuni affermano che è solo provvisoriamente vera), perché A e B sono termini generali, astratti, che si riferiscono a eventi o fenomeni dei quali esiste un numero indefinito di casi. Casi (fatti) successivi potrebbero falsificare la proposizione ipotizzata e modificare le conclusioni (e, per converso, affermazioni precedentemente falsificate potrebbero rivelarsi vere grazie a nuovi fatti). Oppure potrebbe esser necessario raffinare l’ipotesi aggiungendo altre variabili precedentemente trascurate. O si potrebbe incorrere in errori di misurazione. In ogni caso, sia che vi siano osservazioni che verificano sia che vi siano osservazioni che falsificano, non si potrebbero trarre conclusioni definitive[9]. Su tali basi, però, nessuna questione può mai essere risolta definitivamente; il che conduce allo scetticismo e al relativismo[10]. Il positivismo dunque soffre di una strutturale fragilità cognitiva. L’esito relativistico si ha anche per il solo fatto di negare la possibilità di verità a priori in campo sociale.

3) Status epistemologico delle asserzioni empiriste

La tesi empirista è: tutti gli eventi, naturali o economici, sono correlati solo in via ipotetica. Due sono le alternative: a) se questa proposizione è vera in via ipotetica, non è un’affermazione epistemologica, perché afferma una cosa che non è certa (è una proposizione ipoteticamente vera riguardante proposizioni ipoteticamente vere). È una proposizione che indebolisce se stessa. Ma allora se l’affermazione che tutti gli eventi sono correlati solo in via ipotetica è ipotetica, vuol dire che potrebbe essere vero anche il contrario, e dunque ciò significa che possono esistere proposizioni vere a priori, categoriche (e potrebbero essere le proposizioni economiche, come suggerisce la teoria Austriaca). b) Se, invece, la proposizione empirista è considerata vera in termini categorici, a priori, allora vuol dire che assumiamo che si può dire qualcosa di vero a priori sul modo in cui gli eventi sono correlati; ma ciò falsa la tesi contenuta nella proposizione (la conoscenza empirica deve essere invariabilmente conoscenza ipotetica).

Altra asserzione empirista è: “la conoscenza empirica deve essere falsificabile attraverso l’esperienza (e la conoscenza analitica, non falsificabile, non può contenere alcuna conoscenza empirica)”. Anche in questo caso si può procedere nel modo precedente. Essa può essere o una proposizione analitica o una proposizione empirica. Se è analitica, allora, in accordo con la dottrina empirista, questa proposizione non apporta alcuna informazione sul reale, ma è solo un gioco verbale di segni o simboli. Se invece è empirica, allora, per quanto detto in precedenza, può essere vera solo su base probabilistica, perché potrebbe essere errata, dal momento che nuovi fatti futuri potrebbero invalidarla. Si potrebbe affermare l’esatto contrario senza poter essere smentiti. Se l’empirismo dichiara che la sua proposizione fondamentale è una proposizione empirica, allora l’empirismo cessa di essere una metodo-logia, cioè una logica della scienza, e non sarebbe altro che una convenzione verbale puramente arbitraria.

La suddetta proposizione in realtà è analitica, perché è una proposizione la cui verità può essere stabilita solo attraverso un’analisi dei significati dei termini usati. E infatti, ad alcuni termini usati nella frase – “conoscenza”, “esperienza”, “falsificabile” ecc. – l’empirismo attribuisce già un significato; ed è ovvio che faccia così, altrimenti la frase sarebbe priva di senso. (Tra l’altro, l’interpretazione delle parole è sempre una questione pratica, nel senso che l’uso di un termine è appreso e praticato in seguito all’esistenza di manifestazioni reali del concetto designato dal termine.) In sostanza, come ha rilevato Mises, l’affermazione degli empiristi “soltanto l’esperienza può condurre alla conoscenza” è una proposizione a priori, che non può essere stabilita attraverso l’esperienza. Dunque l’empirismo è una trappola che sconfigge se stesso[11].

4) Una conoscenza a priori è ineliminabile

I concetti di osservazione e misura, di cui l’empirismo fa uso, sono concetti la cui conoscenza è basata sulla comprensione attraverso categorie a priori, non sull’osservazione. Per poter interpretare fenomeni osservabili come il fare un’osservazione o il prendere le misure bisogna prima capire che cosa sono le osservazioni e le misurazioni. Per cui l’empirismo è costretto ad ammettere che esiste una conoscenza empirica basata sulla comprensione a priori.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] Sul piano della teoria e delle politiche economiche dal dopoguerra alla stagflazione del 1973 domina il keynesismo; poi si afferma il monetarismo friedmaniano, che però negli anni ’80 sbaglia molte delle previsioni effettuate.

[2] Istituzionalismo, postkeynesismo (Joan Robinson), neomarxismo umanistico, ermeneutica (v. postea). Queste nuove metodologie attaccavano la vecchia perché essa era prescrittiva, dunque presumeva di poter arrivare alla verità e validità. Ma la critica era sbagliata: la Vecchia metodologia era erronea non perché sia impossibile giungere a prescrizioni, ma perché i criteri da essa adottati erano errati, in particolare il tentativo di usare il paradigma delle scienze naturali (della fisica) per una disciplina basata sull’azione umana.

[3] All’interno delle discipline sociali però bisogna introdurre un’ulteriore distinzione metodologica, perché la storia non può essere studiata con il metodo prasseologico bensì con il metodo timologico (Mises) o della psicologia ermeneutica, che è a posteriori; v. infra, punto 6.

[4] Inoltre, nelle scienze umane le previsioni effettuate condizionano i risultati previsti, cioè si ha l’analogo del principio di indeterminazione di Heisenberg (impossibilità di determinare con precisione la posizione e la velocità di una particella; la misurazione di una delle due grandezze disturba la particella distorcendo il valore dell’altra grandezza).

[5] In realtà anche nelle scienze naturali esistono limiti di previsione molto stringenti. Ad esempio, in meccanica classica non si può prevedere in modo esatto la dinamica del moto di più di due corpi celesti. Per fare questa previsione occorre conoscere i dati che definiscono lo stato iniziale del sistema. Ma può accadere che una perturbazione anche minima di quei dati conduca a prevedere un’evoluzione completamente diversa e, poiché la determinazione dei dati è inevitabilmente soggetta a errori, la previsione nel medio-lungo periodo è inattendibile. Anche i modelli matematici usati per prevedere i fenomeni atmosferici sono soggetti a questa “patologia”, il che spiega come mai le previsioni meteorologiche sul medio e lungo periodo siano inattendibili. Relativamente al sistema solare, si è calcolato che oltre i centomila anni le previsioni perdono valore. La meccanica quantistica ha evidenziato limiti previsivi nel mondo subatomico. In medicina e biologia umana, poi, le previsioni sono impossibili: gli annunci sulla scoperta di metodi con cui determinare la data esatta in cui una donna avrà la menopausa o chi sarà centenario sono basati su premesse prive di scientificità, perché presuppongono che tali esiti dipendano solo dalla struttura genetica e trascurano i fattori perturbativi ambientali. Nell’esempio della determinazione del momento della menopausa, conta se una donna si sposa o no, se ha figli e quanti, se subisce aborti, se soffre di particolari malattie, se va incontro ad eventi che alterano le sue funzioni ormonali e così via; tutti eventi imprevedibili, che dunque viziano la previsione basata solo sulla predisposizione genetica. G. Israel, La scienza non mente, gli scienziati invece sì, “Il Giornale”, 20-7-2010.

[6] I teorici delle aspettative razionali hanno peggiorato ancor di più questa assurdità affermando che “il mercato” – come un’entità reificata onnisciente – possiede una conoscenza assoluta non solo di tutte le condizioni presenti, ma anche di tutte le domande, i costi, i prodotti e le tecnologie futuri: per cui il mercato è onnisciente relativamente al futuro così come al presente. Più precisamente, affermano che il mercato possiede una conoscenza assoluta delle “distribuzioni di probabilità” di tutti gli eventi futuri, essendo qualsiasi errore puramente casuale. Ma ciò aggrava solo il problema, perché il concetto di “distribuzione della probabilità” può essere usato solo per eventi omogenei, casuali [indipendenti dal percorso] e indefinitamente replicabili. Ma gli eventi del mondo dell’azione umana sono quasi esattamente di tipo opposto: sono quasi tutti eterogenei, non casuali [dipendenti dal percorso] e difficilmente replicabili. Inoltre, anche nel caso altamente improbabile che tali condizioni si verificassero, le class probabilities [probabilità di classi di eventi] non potrebbero assolutamente essere utilizzate per spiegare o prevedere eventi, che è ciò con cui abbiamo a che fare nella vita umana.

[7] M.N. Rothbard, Praxeology: Reply to Mr. Schuller, in «American Economic Review», dicembre 1951.

[8] Per le critiche al dualismo metodologico v. E. Di Nuoscio, L’insostenibile fondazionismo di Rothbard;
in AA.VV., Liberalismo e Anarcocapitalismo, numero speciale monografico di «Nuova civiltà delle macchine», XXIX, n. 1-2, 2011, pp. 121-142.

[9] Esempio proposto da G. Stolyarov II: l’ipotesi di partenza è che tutti i cigni sono di colore bianco. Successivamente compare un cigno nero. Questo fatto rappresenta una sfida all’ipotesi iniziale, ma non la confuta: infatti l’affermazione che il cigno in questione è nero per l’empirismo deve essere a sua volta falsificabile, e potrebbe essere effettivamente falsificata, perché ad esempio si può successivamente scoprire che il cigno è stato dipinto di nero, oppure che era un miraggio, oppure che apparteneva a una specie simile ai cigni ma diversa. A loro volta le affermazioni che sostengono il colore nero del cigno devono poter essere falsificabili, e così via ad infinitum, senza mai poter raggiungere uno stato di piena certezza su alcunché.

[10] Sostenere che una proposizione va dichiarata falsa solo perché finora nessuno è riuscito a dimostrarla vera, si chiama argumentum ad ignorantiam, ed è fallace.

[11] Allo stesso modo, la proposizione empirista “è impossibile scoprire proposizioni vere a priori sull’azione umana” è auto-contraddittoria, perché è essa stessa una proposizione a priori. Se invece l’empirista afferma che è una proposizione a posteriori, basata sul fatto che nessuno finora ha dimostrato vere proposizioni a priori, allora egli ricade nella fallacia dell’argumentum ad ignorantiam: il fatto che nessuno finora ne abbia scoperta alcuna non significa che non esistano, cioè che in futuro qualcuno possa scoprirle.

Soffre di tale debolezza anche il criterio di falsificabilità di Popper: esso non può essere falsificato, dunque anch’esso sarebbe metafisica. Inoltre, per falsificare l’ipotesi scientifica soggetta a esame bisogna capire se la realtà la confuta o la conferma; tuttavia non si può intendere la realtà se non si dispone di una ipotesi di tipo teorico che sia già certa.