Gli Austriaci e le altre scuole: differenze epistemologiche – II parte

5) Le assunzioni iniziali

stemma misesPer il positivismo di M. Friedman le assunzioni iniziali non hanno bisogno di essere verificate, cioè non devono essere “realistiche” sul piano descrittivo, perché non lo sono mai; è sufficiente che siano delle buone approssimazioni in vista dell’obiettivo da analizzare. In sostanza, le assunzioni possono essere false. Ciò che conta è la correttezza della teoria, verificabile in base all’accuratezza delle previsioni; se le previsioni sono accurate (quindi se le conclusioni che la teoria ha prodotto sono vere), allora vuol dire che le assunzioni iniziali sono valide. (F. Machlup ha la stessa posizione; per T. Hutchison invece anche le assunzioni iniziali devono essere verificate).

Un esempio di assunzione iniziale è l’ipotesi di conoscenza perfetta da parte di tutti gli operatori.

Tutte le procedure positiviste sono basate sulle scienze fisiche. La fisica conosce o può conoscere i “fatti” e può testare le sue conclusioni contro questi fatti, mentre è completamente ignorante delle sue assunzioni supreme. Nelle scienze dell’azione umana invece è impossibile testare le conclusioni. In fisica le assunzioni prime non possono essere verificate direttamente, perché non sappiamo nulla direttamente delle leggi esplicative o dei fattori causali. Da qui il buon senso di non tentare di fare ciò, di usare assunzioni false come l’assenza di attrito e così via. Ma le assunzioni false sono inappropriate in economia, dove al contrario esse possono essere conosciute con chiarezza.

Gli Austriaci introducono assunzioni irrealistiche, ma non false, come ad esempio Crusoe sull’isola deserta, o l’economia uniformemente rotante. Per capire la differenza fra le astrazione corrette e quelle scorrette bisogna distinguere fra Astrazioni precisive e non precisive: considerando il concetto di “cavallo”, la prima consiste nel considerare il cavallo come non (as not) avente un colore; la seconda nel considerare il cavallo non come (not as) avente un colore, nel senso che non si fa riferimento al colore perché non è una caratteristica saliente per identificare l’entità “cavallo”. La prima astrazione è falsa, perché non può esistere un cavallo senza colore; la seconda astrazione invece è utile.

6) La storia

Non è dunque possibile una teoria dell’azione umana a posteriori. La storia, che è lo studio sistematico dei fatti umani del passato, non può provare o confutare alcuna affermazione generale. Infatti un fatto, per essere utilizzabile come verifica di una teoria, deve essere un fatto semplice, omogeneo rispetto ad altri fatti e dunque inseribile in classi ripetibili. Solo in questo caso è possibile l’esperimento in laboratorio. Ad esempio, la teoria secondo cui un atomo di rame, un atomo di zolfo e quattro atomi di ossigeno si combinano per formare un’entità riconoscibile chiamata solfato di rame, con proprietà conosciute, è agevolmente verificabile in laboratorio. Ognuno di questi atomi è omogeneo, dunque può essere collocato in una classe omogenea (la classe atomi di rame), e quindi il test è ripetibile indefinitamente. Ma ogni evento storico non è semplice e ripetibile: la storia economica (e non solo) è sempre esperienza di fenomeni complessi; ogni evento è la risultante complessa di una mutevole varietà di molteplici cause, nessuna delle quali rimane mai in una relazione costante con le altre. Ogni evento storico dunque è eterogeneo e quindi gli eventi storici non possono essere utilizzati per verificare o costruire “leggi della storia”, quantitative o di altro tipo. Fra gli eventi storici vi possono essere somiglianze, non omogeneità. Ad esempio, vi furono molte somiglianze fra le elezioni presidenziali americane del 1968 e quelle del 1972, me erano comunque eventi non omogenei, perché caratterizzati da differenze importanti e inevitabili. Le elezioni non sono un evento collocabile nella classe omogenea “elezioni”.

La prasseologia, pur acquisendo la sua conoscenza in maniera puramente formale e generale, prescindendo dalle circostanze concrete e dal contenuto materiale delle azioni, al tempo stesso è la premessa necessaria per la comprensione dei fatti storici, che altrimenti resterebbero un flusso caotico. Non c’è storia senza teoria. Il prasseologo, per capire e spiegare i fatti storici, considera le azioni e le scelte fatte da attori individuali. Questo esame però va integrato con l’uso delle altre discipline. Ad esempio, nell’esame delle cause della Rivoluzione francese bisogna prendere in considerazione l’economia, la strategia militare, la psicologia, la tecnologia ecc., valutando anche il peso che ciascuno di questi campi ha avuto. È importante saper selezionare, fra i vari eventi, i fattori rilevanti. E tale valutazione è un’arte, non una scienza, e dipende dalla sensibilità, esperienza, giudizio soggettivo di ogni singolo storico.

Per Mises il metodo della storia dev’essere la thymologia, o psicologia ermeneutica, che è a posteriori. Dunque un metodo diverso dalla prasseologia.

Per il prasseologo le previsioni relative al futuro sono simili al lavoro dello storico: si cerca di predire il futuro sulla base degli eventi passati e presenti, che sono conosciuti (lo storico interpreta gli eventi passati in base alle cause antecedenti)[1].

7) L’erroneità dell’utilizzazione dei sistemi di equazioni

Se nell’ambito dell’azione umana non vi sono costanti, gli economisti matematici sbagliano quando ambiscono a costruire una teoria economica secondo il modello della meccanica classica, considerato il paradigma unico dell’indagine scientifica. Nella meccanica le equazioni possono rendere servizi pratici importantissimi, perché esistono relazioni costanti tra i vari elementi, e queste relazioni possono essere accertate con l’esperimento, per cui diventa possibile usare l’equazione per la soluzione di problemi tecnologici definiti. Inoltre, nel campo della fisica la “determinazione reciproca” delle variabili nei sistemi di equazioni può essere perfettamente legittima, perché non esiste un unico agente causale.

Invece nelle discipline sociali i sistemi di equazioni rappresentano una condizione statica; descrivono uno stato di cose in cui non vi è più azione e dove il processo di mercato si arresta, uno stato finale di quiete. Ma l’economia è un processo e le relazioni “mutuamente determinate” rappresentate dalle equazioni non riescono a descrivere il mutamento. L’economia può essere descritta solo attraverso relazioni unilineari di causa-ed-effetto. E nella sfera dell’azione umana il fattore causale è unico, ed è l’azione finalizzata dell’individuo. Tra l’altro, l’economia Austriaca mostra che la causa ha effetti a cascata: ad esempio, dalla domanda del consumatore ai prezzi dei fattori di produzione, e mai secondo il percorso inverso.

Sia l’economista logico sia quello matematico sostengono che l’azione umana tende al raggiungimento di stati d’equilibrio. Ma il primo mostra il processo che conduce all’equilibrio (gli intraprendenti approfittano delle discrepanze fra i prezzi e nel fare ciò le eliminano), vero compito della teoria economica; il secondo fa una descrizione matematica dello stato di equilibrio, che è un puro gioco, non riesce a mostrare come da uno stato di squilibrio emergano le azioni che tendono a stabilire l’equilibrio. L’introduzione di parametri temporali nelle equazioni non riesce a risolvere il problema.

Anche l’uso del calcolo differenziale è inappropriato, perché è basato su variazioni quantitative infinitamente piccole, mentre gli attori individuali possono solo vedere e valutare differenze sostanziali.

Ciò che distingue sul piano epistemologico l’approccio matematico e l’approccio prasseologico è il fatto che il secondo implica le categorie di tempo e causalità, il primo no. Ad esempio, nel teorema di Pitagora, nessuno dei lati causa la dimensione degli altri; né nell’equazione vi è una relazione temporale. Una volta conosciuta, la relazione di Pitagora rappresenta una forma ideale, senza tempo; la sua esistenza è simultanea alla nozione di “triangolo rettangolo”. Ma l’azione umana è diversa: essa implica il “prima” e il “dopo”, la “causa” e l’“effetto”. Vedere l’economia come una forma matematica è coerente se è vista, ad esempio, come lo studio di uno stato limitato – l’equilibrio – intorno a cui l’economia reale gravita; ma se è usata per spiegare l’azione umana allora crea confusione, perché elimina le scelte umane reali, i fenomeni che differenziano l’economia dalle altre discipline.

Considerare le equazioni di domanda e offerta, con le relative curve, come qualcosa di “blindato”, che determina “simultaneamente” prezzi e quantità, e non può essere modificato da nessuna successiva azione umana, è sbagliato. Ciò avviene quando si dice che i soggetti sul mercato “prendono” il prezzo esistente e sulla base di quello determinano le quantità; ma un nuovo prezzo come può determinarsi se non grazie ad una offerta o ad una domanda effettuate da un soggetto specifico al di sopra o al di sotto del prezzo di mercato? Le curve di domanda e offerta sono un effetto dell’azione umana, non la causa dell’azione umana. Nessuno agisce con lo scopo di equilibrare domanda e offerta; gli individui agiscono per migliorare la loro posizione, conseguire profitti, e l’equilibrio (provvisorio) è solo l’effetto delle loro azioni.

Il metodo dell’economia è quello delle costruzioni ideali. Una costruzione ideale è l’immagine concettuale di una sequenza di eventi logicamente sviluppati dalle azioni iniziali. È il prodotto della deduzione, non la descrizione della realtà effettiva. Il metodo matematico va respinto perché parte da false assunzioni e arriva a conclusioni erronee.

Se si cercasse di mettere in forma matematica le deduzioni logiche dedotte dall’assioma dell’azione, cioè le leggi economiche, si avrebbe o solo un’inutile complicazione (si traducono i passaggi verbali in simboli matematici, e poi questi vengono ritradotti in parole per spiegare le conclusioni raggiunte: ma così si viola il principio scientifico del rasoio di Occam che evita la moltiplicazione non necessaria delle entità), o una perdita di significato ad ogni passo del processo deduttivo. In questo caso la matematica non offrirebbe maggior rigore e accuratezza.

Un esempio del fatto che presentare le verità economiche in linguaggio matematico non conduce a maggior precisione rispetto al linguaggio ordinario è il seguente. Consideriamo la proposizione 1 (legge della domanda): a un più alto prezzo di un bene corrisponde una domanda più bassa o uguale. Scriviamo ora tale proposizione, che chiamiamo 2, in linguaggio matematico:

q = f(p), con dq/dp = f ’(p) ≤ 0.

La proposizione 1 è precisa quanto la 2, ma più generale della 2, perché la 2 è limitata a funzioni che sono differenziabili (i cui grafici hanno tangenti). Dunque il linguaggio matematico non è stato affatto più preciso del linguaggio verbale[2].

La Teoria del caos suggerisce alcune tesi in accordo con quelle Austriache sui limiti della matematica nelle discipline sociali, e soprattutto nell’economia. E l’aspetto interessante è che tali critiche provengono da teorici che maneggiano matematica avanzata.

La teoria del caos nasce dalla riflessione sui limiti della meteorologia, in particolare la fallacia delle previsioni. L’Effetto Farfalla di Edward Lorenz (1963) è l’esemplificazione dell’asserzione secondo cui piccoli cambiamenti di tipo climatico possono produrre cambiamenti enormi e volatili del tempo meteorologico. Da allora la scoperta che piccole e imprevedibili cause possono produrre effetti rilevanti e turbolenti è stata applicata ad altri settori. La conclusione, per la meteorologia e per altri campi della realtà, è che il tempo meteorologico non può essere previsto con esattezza, quale che sia l’ammontare di dati e gli strumenti informatici di cui si dispone. Tale situazione in realtà non è “caos”, perché l’Effetto Farfalla possiede un suo schema di tipo causale, sebbene complesso (molti di tali schemi causali seguono ciò che è noto come “Numero di Feigenbaum”). Tuttavia, anche se questi schemi venissero conosciuti, non è possibile prevedere l’attivarsi della causa iniziale (il battito d’ali della farfalla); i modelli che tentano di simulare sistemi complessi devono necessariamente eliminare alcune informazioni sulle condizioni iniziali (approssimazione), ma gli errori di approssimazione tendono ad aumentare via via che la simulazione procede nel tempo, e dunque l’errore supera il risultato stesso. La conclusione della teoria del caos non è che la realtà sia in linea di principio imprevedibile o indeterminata, ma che in pratica gran parte di essa sia imprevedibile. E che strumenti matematici quali il calcolo, che presuppone superfici continue e incrementi infinitamente piccoli, sono inadeguati a interpretare molti aspetti della realtà (ad esempio, i “frattali” di Benoit Mandelbroit indicano che le curve continue sono inappropriate e fuorvianti per rappresentare le linee costiere o le superfici geografiche).

Nel campo degli eventi umani, la teoria del caos ha contestato la teoria neoclassica ortodossa dei mercati azionari, che presuppone aspettative razionali, cioè che tutti sono onniscienti relativamente al futuro. Se tutti i prezzi scontano e incorporano una perfetta conoscenza del futuro, allora i modelli che descrivono i prezzi del mercato azionario devono essere puramente accidentali, casuali, privi di significato, dal momento che tutta la conoscenza sottostante è già acquisita e incorporata nel prezzo.

Inoltre, i teorici del caos si oppongono alla usuale tecnica statistica di semplificare i dati considerando le medie annuali dei dati mensili. Nel tentativo di eliminare gli “elementi casuali” e separarli dalla (presunta) sequenza fondamentale, gli statistici ortodossi si sbarazzano dei dati del mondo reale.

Ciò non significa che gli Austriaci condividano tutte le conclusioni filosofiche dei teorici del caos: ad esempio, dissentono dall’affermazione che la natura è indeterminata, o che gli atomi e le molecole possiedono il “libero arbitrio” [3].

  1. Scuola storica, Ermeneutica, anarchismo epistemologico

La Scuola storica tedesca, sviluppatasi soprattutto nell’800 con A. Wagner, K. Knies, G. Schmoller, W. Sombart, riteneva che si potessero ricavare leggi empiriche (economiche, sociologiche) dai dati della storia (e solo questo). Si differenziava anche dall’economia classica, perché negava l’esistenza di leggi dell’economia, anche quelle fondamentali come la legge dell’offerta e della domanda. L’economia è una disciplina storica e pratica. In particolare è la scienza della gestione da parte dello Stato, in questo continuando la tradizione dei mercantilisti del diciassettesimo e diciottesimo secolo, i cosiddetti Cameralisti.

La veste contemporanea assunta dalla Scuola storica tedesca è l’ermeneutica[4], la retorica, il decostruzionismo e l’anarchismo epistemologico. Per queste teorie il modello non è la natura bensì il testo letterario. I fenomeni economici, ad esempio, non sono grandezze oggettive che possono essere misurate, ma espressioni soggettive e interpretazioni dell’economista, come un testo letterario è interpretato dal lettore. Essendo creazioni soggettive, la sequenza di eventi non segue una legge oggettiva. Nella sequenza di manifestazioni storiche, così come nel testo letterario, niente è governato da relazioni costanti. Ciò che è accaduto nella storia è semplicemente capitato, ma poteva accadere in un modo diverso, la sequenza degli eventi poteva assumere un’altra direzione.

Se non esiste una legge oggettiva, per questa tradizione di pensiero la scelta di una data interpretazione è una questione di estetica. Come per l’ermeneutica di Rorty, non esiste alcun possibile terreno comune grazie al quale pervenire a verità oggettive: resta solo una sorta di obbligo morale di impegnarsi in un dialogo (conversazione) continuo, tentando di arrivare a fuggevoli quasi-verità. La verità possibile è solo il “consenso” delle menti soggettive impegnate nella conversazione.

Dunque qualunque persona, se vuole, può negare la teoria quantitativa della moneta; essendo tra l’altro concetti quali moneta, domanda di moneta e potere d’acquisto mere creazioni soggettive. L’impossibilità per l’economia di trovare un qualsiasi fondamento epistemologico è stata sostenuta da Donald McCloskey[5] e G.L.S. Shackle. Per McCloskey, il più importante economista ermeneutico, l’economia è solo retorica, nel senso che ogni economista, allo stesso modo dei critici letterari, può solo sperare di persuadere gli altri, attraverso gli strumenti linguistici della disciplina, della propria interpretazione. Anche l’economia è una “conversazione” perennemente “aperta”. Ermeneutici ex austriaci sono Don Lavoie[6] e Richard Ebeling, in un contesto di analisi dei processi di mercato; anche Lachmann è vicino a questa impostazione[7].

Si può applicare qui la stessa critica logica rivolta all’empirismo: se si sostiene che gli eventi storici ed economici non sono governati da relazioni costanti, allora questa proposizione non può dire alcunché di costantemente vero sulla storia o sull’economia; è una proposizione che può essere vera ora, se vogliamo, e falsa un momento dopo, se non vogliamo. Ma questa non può essere un’epistemologia. Se invece la proposizione fondamentale della Scuola storica fosse considerata sempre vera, allora tale atteggiamento contraddirebbe la dottrina stessa, che nega l’esistenza di costanti.

Allo stesso modo, l’affermazione storicista (condivisa dall’ermeneutica) secondo cui gli eventi storici ed economici sono mere creazioni soggettive, è falsificata dal solo fatto di aver affermato quella verità. Infatti, o anche la sua affermazione è una creazione soggettiva; oppure quella affermazione ambisce ad essere vera, e allora vuol dire che esistono verità che non sono mere creazioni soggettive. Qualunque cosa uno dica, in qualsiasi lingua, deve avere un qualche significato, che è lo stesso per ogni lingua ed è indipendente dalla forma linguistica con cui viene espresso. Tale vincolo è ineliminabile; è oggettivo nel senso che lo possiamo comprendere come il presupposto logicamente necessario per dire qualcosa che abbia senso, anziché emettere suoni senza significato. Lo storicista non potrebbe pretendere di dire alcunché se le sue espressioni e interpretazioni non fossero costrette dalle leggi della logica ad essere il presupposto di qualunque affermazioni con un significato.

Lo stesso tipo di obiezione si può rivolgere alle impostazioni per le quali, in economia, è errato che la metodologia sia prescrittiva; per la metodologia è corretto solo descrivere o chiarificare ciascun paradigma. Tuttavia in tal caso i Nuovi Metodologi sono davvero molto prescrittivi: dicono che è sbagliato o negativo affermare che una qualsiasi metodologia è sbagliata o negativa; dunque sono prescrittivi: si potrebbe dire che la loro prescrizione è anything goes (qualsiasi cosa può andar bene). Ma allora quale tesi offrono per giustificare la loro prescrittività? Diverse Vecchie scuole metodologiche, i positivisti, gli Austriaci o gli istituzionalisti, hanno offerto vari argomenti concreti per le loro specifiche prescrizioni: per la loro visione secondo cui le loro specifiche metodologie sono giuste o corrette e le altre errate. Ma i Nuovi Metodologi non offrono alcun argomento per la loro radicale e nascosta prescrittività: secondo la quale tutte le prescrizioni (tranne le loro) sono necessariamente negative e scorrette.

  1. Teoria Whig della storia della scienza

Secondo tale interpretazione, ogni disciplina progredisce sempre, procede cioè in maniera lineare in avanti e verso l’alto, verificando ipotesi, accumulando conoscenze ed eliminando gli elementi irrilevanti, così che la conoscenza scientifica incorporata al momento t è sempre e necessariamente maggiore di quella del momento t-1.

Questa visione candidamente ottimistica è stata resa obsoleta dalla brillante analisi sui “paradigmi” di Thomas Kuhn, il quale mostra che questo racconto fantasioso è lontano dalla verità, anche nelle scienze fisiche. Pur essendo meno relativisti di Kuhn, e credendo che i paradigmi più recenti siano in genere superiori – cioè più vicini alla verità – di quelli antecedenti, nell’eliminare i secondi si potrebbe ancora determinare una grave perdita di conoscenza. Dunque, male che vada, l’esame dei paradigmi precedenti può far acquisire un aumento di conoscenza sostanziale.

Se questo è vero per le scienze fisiche, lo è a maggior ragione nelle discipline non sperimentali come la filosofia e l’economia, nelle quali, in conseguenza di errori grossolani, casualità o determinati orientamenti ideologici o politici, un paradigma successivo può tranquillamente essere inferiore a quelli precedenti. Relativamente alla storia del pensiero economico, l’assunzione secondo cui ciò che viene dopo è migliore non dovrebbe proprio esistere. Ad esempio, il keynesismo non ha rappresentato una teoria più accurata di quella Austriaca vigente negli anni ’30 del Novecento.

 Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

 

Note

[1] L. von Mises, Teoria e storia (1957), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2009; M.N. Rothbard, Praxeology: The Methodology of Austrian Economics, in E.G. Dolan (a cura di), The Foundations of Modern Austrian Economics, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 19-39; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 58-77, in particolare pp. 72-77.

[2] F. von Hayek ha una posizione più possibilista relativamente al linguaggio matematico: «non vorrei dare l’impressione di rifiutare il metodo matematico in economia nel suo complesso. Tengo anzi presente il grande vantaggio della tecnica matematica, che ci consente di descrivere, attraverso equazioni algebriche, il carattere generale di un modello anche quando non conosciamo i valori numerici che ne determinano la specifica applicazione. Senza questa tecnica algebrica difficilmente avremmo potuto raggiungere la visione complessiva delle mutue interdipendenze dei differenti eventi nel mercato». F.A. Hayek, “The Pretense of Knowledge”, in id., Unemployment and Monetary Policy, Cato Institute, Washington, D.C., 1979, p. 28.

[3] M.N. Rothbard, Chaos Theory: Destroying Mathematical Economics From Within?, in «The Free Market», marzo 1988, pp. 1–2, 8.

[4] Per le critiche all’ermeneutica di seguito illustrate v. D. Gordon, Hermeneutics vs. Austrian Economics, L. von Mises Institute, Auburn, 1986; M. N. Rothbard, “The Hermeneutical Invasion of Philosophy and Economics”, in Review of Austrian Economics 3, 1989, pp. 45-59; H.-H. Hoppe, “In Defense of Extreme Rationalism: Thoughts on Donald McCloskey’s The Rhetoric of Economics”, in Review of Austrian Economics 3, 1989, pp. 179-214. Per una contestazione delle tesi antiermeneutiche di Rothbard v. D. Antiseri, Contro Rothbard. Elogio dell’ermeneutica, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2011.

[5] D. McCloskey, The Rhetoric of Economics, University of Wisconsin Press, Madison, 1985; Knowledge and Persuasion, Cambridge University Press, Cambridge, 1994. Per una critica v. M.N. Rothbard, “Intimidation by Rhetoric”, in The Review of Austrian Economics, vol. 9, no. 1, 1996, pp. 173-178.

[6] Don C. Lavoie, Economics and Hermeneutics, Routledge & Kegan Paul, Londra-New York, 1990.

[7] Sull’argomento v. P. Vernaglione, Differenze interne alla Scuola Austriaca, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/differenze-interne.doc, 31 luglio 2009.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Mises, L. von, Problemi epistemologici dell’economia (1933), Armando, Roma, 1988.

Rothbard, M.N., In Defense of “Extreme Apriorism”, in «Southern Economic Journal», gennaio 1957, pp. 314-320.

–  Il manto della scienza, in Individualismo e filosofia delle scienze sociali, Luiss University Press, Roma, 2001, pp. 13-44. Ed. or. The Mantle of Science, in H. Schoeck e J. Wiggins (a cura di), Scientism and Values, Van Nostrand, Princeton, 1960.

La prasseologia come metodo delle scienze sociali, in Individualismo e filosofia delle scienze sociali, Luiss University Press, Roma, 2001, pp. 45-88. Ed. or. Praxeology as the Method of Social Sciences, in M. Natanson (a cura di), Phenomenology and the Social Sciences, Northwestern University Press, Evanston, Ill., 1973.

Praxeology: The Methodology of Austrian Economics, in E.G. Dolan (a cura di), The Foundations of Modern Austrian Economics, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 19-39; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 58-77.

–  Theory and History, in «Austrian Economics Newsletter», autunno 1984, pp. 1–3.

–  The Hermeneutical Invasion of Philosophy and Economics, in «Review of Austrian Economics» 3, 1989, pp. 45-59.

–  The Science of Liberty, intervista in «Austrian Economics Newsletter», estate 1990.

Hoppe, H.-H., The Economics and Ethics of Private Property. Studies in Political Economy and Philosophy, Kluwer Academic Publishers, Boston, 1993, 2a ed. ampliata Mises Institute, Auburn, Al., 2006, in particolare Part II “Philosophy”.

–  Is Research Based on Causal Scientific Principles Possible in the Social Science?, in «Ratio», 25, n. 1, 1983.

–  Economic Science and the Austrian Method, Mises Institute, Auburn, Al., 1995.