Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – II parte

Il professor Samuelson e la “Preferenza Rivelata”

stemma mises“Preferenza rivelata” – preferenza rivelata dalla scelta compiuta – sarebbe stata un’espressione appropriata per il nostro concetto. Ma è stata utilizzata per la prima volta da Samuelson per un suo concetto apparentemente simile ma in realtà profondamente diverso. La differenza fondamentale è questa: Samuelson presuppone l’esistenza di una sottostante scala di preferenze che forma la base delle azioni di un uomo e che rimane costante nel corso delle sue azioni nel tempo. Samuelson poi usa procedure matematiche complesse in un tentativo di “tracciare una mappa” della scala di preferenze dell’individuo sulla base delle sue numerose azioni.

 Il primo errore qui è l’assunzione che la scala di preferenze rimanga costante nel tempo. Non vi è ragione alcuna per presupporre una simile ipotesi. Tutto ciò che possiamo dire è che un’azione, in uno specifico punto nel tempo, rivela parte della scala di preferenze di un uomo in quel momento. Non vi è alcun motivo valido per assumere che essa rimanga costante da un punto del tempo a un altro.8

 I teorici della “preferenza rivelata” non si rendono conto di assumere l’ipotesi della costanza; credono che la loro premessa sia solo quella del comportamento coerente, che identificano con la “razionalità”. Essi ammettono che le persone non so no sempre “razionali”, ma difendono la loro teoria come una buona prima approssimazione o anche come una teoria dotata di valore normativo. In ogni caso, come ha fatto notare Mises, costanza e coerenza sono due cose completamente diverse. Coerenza significa che una persona mantiene un ordine transitivo nella graduatoria della sua scala di preferenze (se A è preferito a B e B è preferito a C, allora A è preferito a C). Ma la procedura della preferenza rivelata non si basa su tale assunzione, né su quella di costanza – secondo cui un individuo mantiene la stessa scala di valori nel tempo. Mentre la prima situazione potrebbe essere definita irrazionale, non vi è certamente alcunché di irrazionale nel fatto che le scale di valori di una persona cambino nel tempo. Quindi nessuna teoria valida può essere costruita sulla premessa della costanza di comportamento.9

 In base all’ipotesi di costanza, una delle procedure più assurde è consistita nel tentativo di giungere alla scala di preferenze del consumatore non attraverso l’osservazione dell’azione reale ma attraverso questionari. In vacuo, alcuni consumatori vengono intervistati esaurientemente su quale teorico gruppo di beni preferirebbero rispetto ad un altro e così via. Non solo tale procedura soffre dell’errore della costanza, ma non può essere attribuita alcuna certezza al mero fatto di interrogare le persone quando esse non si trovano di fronte alle scelte nella realtà. Non solo la valutazione di una persona differirà se parla delle scelte oppure se si trova nella situazione in cui sceglie effettivamente, ma in più non vi è la garanzia che stia dicendo la verità. 10

La bancarotta dell’approccio della preferenza rivelata non è mai stato illustrato meglio che da un importante seguace, il professor Kennedy. Dice Kennedy: “In quale scienza rispettabile l’ipotesi di coerenza (cioè di costanza) sarebbe accolta per un solo momento?” 11 Tuttavia egli sostiene che debba essere mantenuta ugualmente, altrimenti la teoria dell’utilità non servirebbe ad alcuno scopo proficuo. L’abbandono della verità in nome di una spuria utilità è una caratteristica tipica della tradizione positivista-pragmatista. Tranne che in certe ipotesi ausiliarie, dovrebbe essere ovvio che ciò che è falso non può essere utile nella costruzione di una teoria vera. Questo è particolarmente vero nell’economia, che è esplicitamente costruita su assiomi veri.12

Psicologismo e comportamentismo: trappole gemelle

 La dottrina della preferenza rivelata è un esempio di ciò che possiamo definire la fallacia dello “psicologismo”, che consiste nel considerare le scale di preferenza come se esistessero quali entità separate, indipendenti dall’azione reale. Lo psicologismo è un errore frequente nell’analisi dell’utilità. È basato sulla premessa che l’analisi dell’utilità sia una sorta di “psicologia” e che quindi l’economia, nell’elaborazione dei fondamenti della sua struttura teoretica, debba addentrarsi nell’analisi psicologica.

 La prasseologia, base della teoria economica, invece differisce dalla psicologia. La psicologia esamina il come e il perché le persone danno vita ai valori. Tratta il contenuto concreto dei fini e dei valori. L’economia, invece, si basa semplicemente sulla premessa dell’ esistenza dei fini, e quindi deduce la sua teoria valida da tale premessa generale.13 Essa quindi non ha nulla a che fare con il contenuto dei fini o con le operazioni interne della mente dell’uomo che agisce. 14

Se lo psicologismo dev’essere evitato, va evitato anche l’errore opposto del comportamentismo. Il comportamentista vuole eliminare completamente dall’economia il “soggettivismo”, cioè l’azione motivata, in quanto ritiene che qualsiasi traccia di soggettivismo non sia scientifica. Il suo ideale è il metodo della fisica, che tratta l’esame dei movimenti di materiali non mossi da scopi, inorganici. Nell’adottare questo metodo egli getta via la conoscenza soggettiva dell’azione, su cui è fondata la scienza economica; di fatto rende impossibile qualsiasi indagine scientifica sugli esseri umani. L’approccio comportamentista in economia ebbe inizio con Cassel, e il seguace contemporaneo più importante è il  professor  Little.  Little rifiuta la teoria della preferenza  dimostrata perché essa assume  l’esistenza  della  preferenza.  Egli  si  vanta  del  fatto  che,  nella  sua  analisi,  l’individuo massimizzante “alla fine scompare”, il che significa, ovviamente, che scompare anche l’economia. 15 Gli errori dello psicologismo e del comportamentismo hanno un’origine comune: il desiderio da parte dei loro sostenitori di dotare i loro concetti e procedure di “significato operativo”, sia nel campo del comportamento osservato sia nell’ambito delle operazioni mentali. Vilfredo Pareto, probabilmente il fondatore di un approccio esplicitamente positivista in economia, sostenne entrambi gli errori. Rifiutando l’approccio della preferenza dimostrata in quanto “tautologico”, Pareto cercò da un lato di eliminare le preferenze soggettive dall’economia, e dall’altro di investigare e misurare le scale di preferenza indipendentemente dall’azione reale. Pareto è stato, per molti aspetti, l’antenato spirituale della maggior parte dei teorici dell’utilità contemporanei. 16 17.

Una nota sulla critica del professor Armstrong

Il professor Armstrong ha elaborato una critica dell’approccio della preferenza rivelata che si potrebbe indubbiamente applicare anche alla preferenza dimostrata. Egli afferma che, quando viene preso in considerazione più di un bene, le scale di preferenza individuali non possono essere unitarie, e non possiamo ordinare i beni su un’unica scala.18 Al contrario, la caratteristica di una scala di preferenze dedotta è proprio di essere unitaria. Un uomo può scegliere tra due alternative, in base al maggiore o minor valore, solo se le colloca su un’unica scala. Ogni mezzo verrà impiegato in funzione dell’uso preferito. La scelta reale quindi dimostra sempre le preferenze rilevanti ordinate su una scala unitaria.

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

8. L’analisi di Samuelson soffre anche di altri errori, come l’uso delle scorrette procedure basate sui “ numeri indici”. Sugli errori teoretici dei numeri indici cfr. Mises, Theory of Money and Credit, pp. 187-94.

9. V. Mises, Human Action, pp. 102-3. Mises dimostra che Wicksteed e Robbins hanno commesso un errore analogo.

10. È un merito di Samuelson il rifiuto della tecnica del questionario. I professori Kennedy e Keckskemeti, per ragioni differenti, difendono il metodo del questionario. Kennedy afferma semplicemente, in maniera piuttosto illogica, che le procedure in vacuo comunque vengono utilizzate, quando il teorico afferma che una quantità maggiore di un bene è preferita a una quantità minore. Ma ciò non è in vacuo; è una conclusione basata sulla conoscenza prasseologica secondo cui, essendo un bene qualsiasi oggetto di azione, finché rimane un bene quantità maggiori devono essere preferite a quantità minori. Kennedy quindi ha tort o quando afferma che questo è un argomento circolare, perché il fatto che l’azione esiste non è “circolare”. Keckskemeti in realtà afferma che, ai fini della scoperta delle preferenze, il metodo del questionario è preferibile all’osservazione del comportamento. La base delle sue tesi è una dicotomia spuria fra valutazioni di utilità e valutazioni etiche. Le valutazioni etiche possono essere considerate coincidenti con i giudizi di utilità, oppure una sottospecie di essi, ma non possono essere distinte. Cfr. Charles Kennedy, “Th e Common Sense of Indifference Curves,” Oxford Economic Papers (January 1950): 123-31; Kenneth J. Arrow, “Review o f Paul Keckskemeti’s Meaning, Communication, and Value,” Econometrica (January 1955): 103.

11. Kennedy, “The Common Sense of Indifference Curves. ” L’articolo di Kennedy offre la miglior descrizion e sintetica dell’approccio della preferenza rivelata.

12. Anche questo errore deriva dalla fisica, in cui assunzioni quali l’assenza di attrito sono utili come prime approssimazioni – per conoscere fatti da leggi esplicative sconosciute. Per un proficuo scetticismo sul valore dei falsi assiomi, cfr. Martin Bronfenbrenner, “Contemporary Economics Resurveyed,” Journal of Political Economy (April 1953).

13. L’assioma dell’esistenza dei fini può essere considerato una proposizione nella psicologia filosofica. In quel senso, la prasseologia poggia sulla psicologia, ma poi il suo sviluppo diverge dalla psicologia in senso stretto. Sulla questione dello scopo, la prasseologia si pone esattamente nel solco della tradizione leibniziana della psicologia filosofica in opposizione alla tradizione lockiana sostenuta dai positivisti, dai comportamentisti e dagli associazionisti. Per un’illuminante analisi di questa tematica, cfr. Gordon W. Allport, Becoming (New Haven, Conn.: Yale University Press, 1955), pp. 6-17.

14. Di conseguenza la legge dell’utilità marginale dec rescente non è basata su qualche legge psicologica della sazietà dei desideri, ma sulla verità prasseologica secondo cui le prime unità di un bene saranno utilizzate per g li usi di maggior valore, le unità successive per gli usi di maggior valore successivi, e così via.

15. M.D. Little, “A Reformulation of the Theory of Co nsumers’ Behavior,” Oxford Economic Papers (January 1949): 90-99.

16. Vilfredo Pareto, “On the Economic Phenomenon,” International Economic Papers 3 (1953): 188-94. Per un’eccellente confutazione cfr. Benedetto Croce, “O n the Economic Principle, Parts I and II,” ibid.: 1 75-76. 201. Il famoso dibattito Croce-Pareto è un illuminante esempio di iniziale controversia fra visioni prasseologiche e positiviste in economia.

17. Un interessante esempio contemporaneo della combinazione di entrambi i tipi di errori è rappresentato da Vivian C. Walsh. Da un lato egli è un comportamentista estremo, che rifiuta di ammettere che qualsiasi preferenza è rilevante per l’azione, o può essere dimostrata dall’azione. Dall ’altro assume anche la posizione psicologista estrema secondo cui gli stati psicologici in sé possono essere direttamente osservati. A tal fine egli fa affidamento sul “senso comune”. Ma tale posizione è fallace perché le “osservazioni” psicologiche di Walsh sono idealtipi e non categorie analitiche. Walsh afferma: “dire che un individuo è un fumatore è diverso dall’asserire che egli sta fumando in questo momento”, attribuendo all’economia il primo tipo di asserzione. Ma questo tipo di asserzioni sono idealtipi storici, rilevanti per la storia e la psicologia, ma non per l’analisi economica. Vivian C. Walsh, “On Descriptions of Cons umers’ Behavior,” Economica (August 1954): 244-52. Sugli idealtipi e le loro relazioni con la prasseologia cfr. Mises, Human Action, pp. 59-64.

18. Wallace E. Armstrong, “A Note on the Theory of Cons umer’s Behavior,” Oxford Economic Papers (January 1950): 199 e segg. Su questo punto cfr. la replica di Little, in I.M.D. Little, “The Theory of Consumer’s Beh avior—A Comment,” ibid., 132-35.