Le disuguaglianze statistiche tra le razze dimostrano la discriminazione?

Nota dell’editore: Walter Williams è un insigne analista ed economista alla George Mason University di Fairfax, Virginia. Questo saggio fu originariamente pubblicato nel Novembre 2012 sotto il titolo “Diversità, Ignoranza e Stupidità” in The Freeman, il periodico della Foundation for Economic Education).

williamsGeorge Orwell era solito ammonire: “A volte il primo dovere degli uomini intelligenti è la riaffermazione dell’ovvio”. Questo è esattamente ciò che voglio fare – parlare dell’ovvio.

Docenti di diritto, tribunali e scienziati sociali hanno a lungo sostenuto come le grandi disuguaglianze statistiche provino l’esistenza di schemi e pratiche discriminatorie. Dietro tale visione c’è l’idea secondo cui senza discriminazioni, saremmo etnicamente distribuiti in modo proporzionale nelle caratteristiche socioeconomiche come ad esempio il reddito, l’educazione, il tipo di occupazione ed altri fattori. Non esiste una singola prova in alcun luogo ed in alcun tempo della storia dell’umanità che confermi come senza discriminazioni ci sarebbe una rappresentanza proporzionale, nonché un’assenza di grandi disuguaglianze statistiche relative a razza, sesso, nazionalità o a qualunque altra caratteristica. Tuttavia, molte delle nostre idee, leggi, controversie legali e politiche pubbliche sono basate sul concepire la proporzionalità come norma. Consideriamo dunque qualche grande disuguaglianza, per poi decidere se queste rappresentino ciò che avvocati e giudici chiamano “schemi e pratiche discriminatorie” e pensando poi a quali azioni correttive andrebbero intraprese.

Gli ebrei non raggiungono nemmeno l’1% della popolazione mondiale e soltanto il 3% di quella americana, eppure costituiscono il 20% dei premi Nobel ed il 39% dei vincitori americani. Questa è una gigantesca disuguaglianza statistica: è la commissione che aggiudica i Nobel a discriminare in favore degli ebrei, o sono gli ebrei ad essere impegnati in una cospirazione accademica contro tutti noi? In ogni caso, durante la Repubblica di Weimar – in Germania – gli ebrei erano soltanto l’1% della popolazione tedesca, ma rappresentavano il 10% dei dottori e dei dentisti del paese, il 17% degli avvocati ed una larga percentuale della comunità scientifica tedesca. Il 27% dei premi Nobel tedeschi sono ebrei.

La National Basketball Association (NBA, la lega professionistica americana di basket, ndr.) nel 2011 annoverava quasi l’80% dei giocatori neri ed il 17% bianchi. Se questa differenza è sconvolgente, pensate che gli asiatici sono solo l’1%. Non è abbastanza?  Cosa dire del fatto che i giocatori NBA più pagati sono neri e che per 45 volte su 57, un nero ha vinto il premio di Most Valuable Player (miglior giocatore stagionale, ndr.). Tali enormi disuguaglianze si verificano esattamente all’opposto nella National Hockey League, dove meno del 3% degli atleti sono neri. Questi costituiscono invece il 66% dei giocatori professionisti NFL e AFL (rispettivamente, la lega di football americano e australiano, ndr); nel restante 34%, non c’è un singolo sportivo giapponese. A tal proposito, non preoccupatevi, secondo il Japan Times Online (consultato il 17 Gennaio 2012): “Lo scout Larry Dixon dei Dallas Cowboys assicura che, posto che il mondo sta diventando ‘più piccolo’ a causa della globalizzazione, un giorno ci sarà un giocatore giapponese nella National Football League – sebbene non possa prevedere con certezza quando ciò accadrà”.

Mentre i giocatori professionisti neri di baseball sono scesi dal 18% di vent’anni fa, all’8.8% odierno, si rinvengono enormi differenze nei risultati conseguiti: quattro dei sei giocatori con più home-run totalizzati in carriera sono neri, così come ciascuno dei primi otto giocatori ad aver rubato più di 100 basi in una stagione. I neri, i cui avi giunsero dall’Africa Occidentale – inclusi gli afro-americani – detengono più del 95% dei record relativi alle discipline atletiche basate sulla corsa.

Come si spiegano queste enormi differenze nello sport? Richiedono l’attenzione dei tribunali?

Esistono peraltro delle disuguaglianze che potrebbero sconcertare in tema di diversità tra le persone. Per esempio, gli asiatici conseguono con regolarità i voti più alti nella parte matematica del SAT (Scholastic Aptitude Test, una prova attitudinale richiesta per l’ammissione ai college americani, ndr), mentre i neri hanno i più bassi.

Poi ci sono le disuguaglianze etniche/razziali sulla mortalità. Alle donne americane-vietnamiti è riscontrato un tasso di incidenza del cancro della cervice ben cinque volte più alto di quello delle donne caucasiche. Inoltre, tra due e undici volte più alto è il tasso relativo al tumore del fegato fra le popolazioni cinesi, filippine, giapponesi, coreane e vietnamite rispetto a quello dei caucasici.

La malattia di Tay-Sachs è rara fra popolazioni diverse dagli ebrei aschenaziti (di discendenza europea) e dai Cajun del sud della Louisiana; gli indiani Pima dell’Arizona hanno i tassi di diabete più alti al mondo; il cancro alla prostata è quasi due volte più comune fra gli uomini neri che fra i bianchi.

Come se non bastasse, c’è la questione della segregazione. La pagina “Room for Debate” del New York Times del 21 Maggio 2012 esordiva con “Jim Crow è morto, la segregazione continua. È tempo di ripristinare il servizio di scuolabus?”.

Il Civil Rights Project dell’Università di Harvard nel Gennaio 2003 dichiarava che le scuole erano sempre più etnicamente isolate, aggiungendo: “Gli obiettivi riguardanti i diritti civili non sono stati raggiunti. Da più di un decennio, l’intero paese ha imboccato il sentiero che porta ad una maggior segregazione”. Sei anni dopo, il Civil Rights Project di UCLA riportava: “le scuole negli Stati Uniti risultano più segregate oggi di quanto non lo siano state negli ultimi 40 anni”.

Pensiamo alla segregazione. Osservazioni casuali delle partite di hockey su ghiaccio suggeriscono come gli spettatori neri non siano minimamente rappresentativi con riferimento alla popolazione generale. Un’osservazione simile può essere fatta anche riguardo l’opera, le gare di equitazione e le degustazioni di vino. Le statistiche sulla popolazione del South Dakota, Iowa, Maine, Montana, Wyoming e Vermont evidenziano che neanche l’1% degli abitanti è nero; d’altro canto, in stati come la Georgia, l’Alabama e il Mississippi, i neri sono sovra-rappresentati rispetto alla loro percentuale nella popolazione generale.

Le persone di colore sono poco più del 50% della popolazione di Washington D.C. Il Reagan National Airport serve quella zona; come tutti gli altri aeroporti, ha delle fontanelle d’acqua. In nessun caso è stato possibile osservare se il 50% di chi le usa sia un uomo di colore: sarebbe una stima rozza, ma credo che ogni giorno non più del 10-15% delle persone che le usano siano di colore. Vorrebbe forse dire che le fontane del Reagan National Airport sono razziste? Diremmo che lo sono gli stati del South Dakota, dell’Iowa, del Maine, del Montana, del Wyoming e del Vermont? Oppure le partite di hockey su ghiaccio, l’opera, l’equitazione e le degustazioni di vino? Inoltre, qualcuno proporrebbe mai di portare dei neri in bus in South Dakota, Iowa, Maine, Montana e nel Wyoming, e i bianchi da questi stati alla Georgia, Alabama e Mississippi al fine di raggiungere un equilibrio etnico? Che azione correttiva può essere presa per conseguire l’integrazione razziale alle partite di hockey, all’opera, alle gare di equitazione e alle degustazioni di vino?

Una piccola riflessione mostra che le persone danno al termine “discriminazione razziale” un significato per l’uso di fontane, per l’opera e per le partite di hockey, ed uno completamente diverso per le scuole. Il ragionevole test per stabilire se le fontane del Reagan National Airport compiono atti discriminatori consisterebbe nello stabilire se una persona di colore sia libera di bere da una qualsiasi di esse. Se la risposta è affermativa, le fontane non sono affatto razziste – sebbene nessun nero voglia usarle per dissetarsi. Lo stesso identico test andrebbe eseguito per le scuole. Ossia, se uno studente nero vive in un particolare distretto scolastico, è forse libero di frequentare una particolare scuola? Se sì, la scuola non è luogo di segregazione, ancorché nessun nero effettivamente la frequenti. Quando un’attività non è etnicamente mista, un termine migliore sarebbe “etnicamente omogenea”, e ciò non significa affatto che essa sia discriminatoria.

 Voglio sperare che le persone pronte a gridare che le scuole sono luoghi di segregazione, non facciano altrettanto per le fontane degli aeroporti, per gli stati, per l’opera e per le partite di hockey su ghiaccio.

Riassumendo

  • Non esiste una singola evidenza in alcun luogo ed in alcun tempo della storia dell’umanità volta a dimostrare che senza discriminazioni vi sarebbe una rappresentanza equa e un’assenza di grandi disuguaglianze statistiche derivanti da razza, sesso, nazionalità o qualunque altra caratteristica.
  • Osservazioni casuali eseguite alle partite di hockey su ghiaccio suggeriscono come gli spettatori neri non siano minimamente rappresentativi con riferimento alla loro presenza nella popolazione generale. Ma ciò non significa “discriminazione”.
  • Per ulteriori informazioni, vedi:

“Discrimination and Liberty” di Walter E. Williams: http://tinyurl.com/mk7eu27

“The Economics and Politics of Discrimination” di George C. Leef: http://tinyurl.com/pkcu249

“Capitalism: Discrimination’s Implacable Enemy” di John Hood: http://tinyurl.com/m37vmju

“A Chance to End Racism in America” di Wendy McElroy: http://tinyurl.com/m5fq2yv

“Race and Economics: How Much Can Be Blamed on Discrimination?” di D. W. MacKenzie: http://tinyurl.com/pfsuhtm

“Lending Discrimination: The Unending Search” di Robert Batemarco: http://tinyurl.com/kb58n3w

L'articolo originale: http://fee.org/freeman/detail/46-statistical-disparities-between-races-prove-discrimination