Il Re è il proprietario dei beni che i sudditi possiedono?

Il presente articolo offre ai lettori la traduzione italiana – credo la prima in assoluto – del De Monetae mutatione, cap. I, secondo il testo latino riportato di seguito, che è quello riprodotto in appendice a J. Laures, The Political Economy of Juan de Mariana, New York 1928, pagg. 241 sgg.

Molti estendono i poteriprivate property del Re più di quanto consentano la ragione e la giustizia (aequitas), alcuni per entrare nelle grazie del Principe e costruirsi così una ricchezza personale; inoltre, la noncuranza totale per lonestà è fatale al genere umano, ma frequente nelle corti dei Principi. Altri sono convinti che, in questo modo, si accresca la sovranità (maiestas) del Re, in cui è indubbiamente compresa la tutela della pubblica incolumità. In questo sbagliano e singannano: al pari delle altre virtù, anche il potere ha alcuni limiti ben precisi, oltrepassati i quali esso non solo non diventa più forte, ma semmai viene gravemente indebolito e precipita. Infatti, come mostrano autori di pregio, il potere non è simile al denaro – quanto più alti i mucchi doro che taluno accumula, tanto più egli sarà ricco e felice – ma al rapporto tra lalimento e lo stomaco, che, sia che ne manchi, sia che venga appesantito oltre la sufficienza, in entrambi i casi è oppresso e si lamenta allo stesso modo. Ora, è riconosciuto da tutti che il potere del Re, esteso oltre i [propri] limiti, degenera in tirannide, forma di governo non soltanto malvagia, ma debole, nonché incapace di reggere a lungo, essendo stati offesi sudditi e nemici, al cui furore non si opporrà nessuna forza e nessunarma. Senza dubbio, che il Re non sia il proprietario dei beni che i sudditi possiedono come privati, e che non abbia la facoltà di irrompere nelle case e nei terreni dei cittadini, per prendere e sottrarre ciò che brami, [questo] dichiara la natura stessa della potestà regia, che, qualora sia giusta e legittima, è nata dal popolo (respublica). Esso ha innalzato i Re a [tale] carica, come afferma Aristotele, affinché in guerra, contro lincombente tempesta dei nemici, i cittadini fossero difesi, chiamato alle armi il popolo. Di qui si è andati oltre, e a loro si è attribuito il potere, in tempo di pace, di rendere giustizia agli innocenti mediante le sanzioni penali e di dirimere, in ragione del proprio prestigio (pro auctoritate), tutte le controversie tra membri del popolo. E affinché venisse conservato questo prestigio, insieme con lonore della carica, [il popolo] ha stabilito redditi determinati, con cui potessero mantenersi nel modo che si addice a un Principe; e ha altresì definito il modo di riscuotere questo denaro. Ma tutto ciò attribuisce loro la proprietà di tutti i redditi accordati dal popolo, e inoltre di tutti i possessi ottenuti in veste di privato cittadino o ricevuti dal popolo una volta Re; non dei beni che i cittadini abbiano mantenuti destinati a sé, come popolo o come singoli. E infatti, né il potere attribuito al comandante in guerra né lautorità di governare i sudditi [attribuita] al giudice accordano la facoltà di appropriarsi dei beni dei singoli. Per questo, nelle Novellae constitutiones,1 quella che comincia Regalia,2 in cui si espongono tutti gli aspetti delle prerogative regali, la proprietà non è compresa. Inoltre, se i beni di tutti i sudditi fossero in balia dei Re, non verrebbe tanto vituperato latto di Gezabele che ha invaso la vigna di Nabot, dal momento che [in tale ipotesi] ella agiva per la tutela dei propri diritti (del marito che era certamente Re), rivendicava ciò che era suo; e semmai si sarebbe accusato di ostinazione Nabot, come chi ingiustamente si sottrae al pagamento di un debito. Così, lopinione comune dei giuristi (esposta nei commenti allultima legge del titolo del Codice si contra ius vel utilitatem publicam[C.1.22.6] e addotta dal Panormitanus3 nel commento alla bolla Quanto sul giuramento)4 è che i Re, senza il consenso del popolo, non possano emanare alcun provvedimento che danneggi i sudditi, cioé è contrario al diritto divino (nefas est) sottrarre loro i beni, [in tutto] o in parte, e stornarli a beneficio del Re. E, in verità, non sarebbe lecito (fas) al Principe intraprendere una causa davanti ai Tribunali, [o] stabilire un termine, se tutti i beni fossero in suo potere e rientrassero nel suo diritto. Se portasse via qualcosa a qualcuno, sarebbe immediata la risposta che non lha fatto ingiustamente, bensì avvalendosi del proprio diritto. E non acquisterebbe case o terreni provati pagandone il prezzo, quando ne ha bisogno, ma semmai le prenderebbe di forza, come cose proprie. Sarebbe superfluo sviluppare con altri esempi un punto chiarissimo, che nessuna menzogna può offuscare; nessuna adulazione può far passare la notte per pieno giorno. Questa è la caratteristica del tiranno, non imporre alcun limite alla forza e al dominio (imperium), considerare ogni cosa come propria di diritto. Al contrario, il Re impone moderazione al potere, frena le cupidigie, fissa, con giustizia ed equità, limiti che non oltrepassa. Stabilisce che i beni dei privati sono affidati a lui e alla sua protezione, e a loro non porta via nulla, se non, eventualmente, nella misura e nel modo stabiliti dalle leggi.

Num Rex sit dominus bonorum quae subditi possident.

MULTI regiam potestatem amplificant, quam ratio & aequitas patitur magis, alii ut se in Principis gratiam insinuent atque ex eo privatas opes construant, nulla praeterea honestatis cura genus hominum exitiale, sed in aulis Principum frequens. Alii persuasi hac ratione regiam augeri maiestatem, qua publicae salutis tutela haud dubium continetur. In quo falluntur errantque: quando ut virtutum aliarum, sic potestatis certi quidam fines sunt, quibus transgressi non fortior tantum non evadit, sed potius debilitatur penitus & concidit. Neque enim, uti viri graves perhibent, instar pecuniae potestas est; quo maiores quis auri acervos construxit, locupletior evadit & beatior: sed alimenti cum stomacho comparati, quo sive careat, sive oneratur plus satis, ex aequo utrinque gemit & premitur. Atque illud in confesso est regiam potestatem amplificatione extra fines in tyrannidem degenerare, genus principatus & formam non pravam modo, sed debilem, neque diuturnam offensis subditis & inimicis, quorum furori nullae vires, nulla arma resistant. Sane Regem dominum non esse bonorum, quae possident subditi privatim; neque in eius arbitrio fore ut irruat in civium aedes & praedia, inde sumat & demetat quod insederit animo, ipsa regiae potestatis natura declarat, a republica orta, si legitima iustaque sit. Quae Reges in fastigium evexit, primum, uti Aristoteles ait, ut in bello ab ingruenti hostium procella cives tuerentur populo ad signa vocato. Ab hoc gradu ulterius progressum est, dataque est illis in pace potestas vindicandi sontes supplicio, dirimendi inter populares pro auctoritate lites omnes. Quam auctoritatem ut cum dignitate tuerentur, certos reditus designavit unde vitam principalem sustentarent: formam quoque praescripsit eius pecuniae redigendae. Quae omnia eorum redituum quos respublica attribuit, dominium dant, eorum praeterea possessionum, quae aut idem privatus obtinehat, aut Rex factus accepit a populo, non eorum quae sibi cives publice aut privatim retinuerunt. Neque enim in bello potestas data Duci, neque gubernandi subditos auctoritas iudici facultatem attribuit involandi in bona singulorum. Itaque inter Novellas constitutiones ea quae incipit Regalia, in qua regii muneris partes omnes ahsolvuntur, id dominium non continetur. Prorsus si Regum in arbitrio essent suhditorum bona omnium, non usque adeo Iezabelis factum vituperaretur Nabothi vineam occupantis, quando sua, mariti certe Regis iura, prosequebatur, vendicabat quod suum erat: ac potius Naboth accusaretur contumaciae, quasi reddere debitum iniuria detrectasset. Ita iureconsultorum communis sententia est, (quam explicant in Cod. si contra ius vel utilitatem publicam, lege ultima, affertque eam Panormi. e.quanto. de Iureiurando), Reges sine consensu populi nihil posse in suhditorum detrimentum sancire, nimirum bona illis aut partem detrahere in regiamque avertere nefas est. Et vero fas non esset Principi ad iudicum tribunalia movere litem, diem dicere, si cuncta in eius potestate iureque essent. In promptu responsio, si quid alicui detraxisset, id non iniuria, sed suo iure fecisse. Neque aedes privatas aut praedia pretio redimeret, cum iis opus habet, sed potius manu caperet tanquam sua. Pluribus exequi rem manifestam esset supervacaneum, quam nulla mendacia obruent, nullae assentationes luci apertae noctem inducent. Tyranni id proprium est, nullis finibus coercere imperium, omnia esse sui iuris putare. Rex contra modum imponit potestati, cupiditates fraenat, iustitia atque aequitate definit, neque ultra progreditur. Bona privatorum in sua fide atque tutela esse statuit, neque illis detrahit quidquam, nisi forte ex legum praescripto & forma.

1 Una delle quattro parti della compilazione di Giustiniano: raccoglie le costituzioni imperiali dette “nuove”, perché posteriori alla promulgazione del Codex repetitae praelectionis (534). [N.d.T.]

2 In realtà la Quae sunt regalia, costituzione promulgata da Federico Barbarossa alla dieta di Roncaglia, nel 1158, e poi aggiunta alle “Novelle” come parte integrante del Corpus iuris civilis. [NdT]

3 Niccolò Tedeschi o Tudeschi (1386-1445), “Il maggiore canonista della prima metà del XV secolo”, detto “Abbas Siculus per essere stato abate di un monastero nei pressi di Messina, Panormitanus per essere stato arcivescovo di Palermo l’ultimo decennio della vita, talvolta abbas Panormitanus per una strana commistione della vecchia dignità abbaziale con la nuova arcivescovile di Palermo.”. E. Cortese, Le grandi linee della storia giuridica medievale, Roma 2002, pag. 366, testo e nota 482. [N.d.T.]

4 Quanto personam tuam (X 2.24.18), nota anche col titolo De iureiurando, decretale di Innocenzo III (1199) sull’illiceità del giuramento con cui Giacomo il Conquistatore, re d’Aragona, nell’atto di salire al trono, si era obbligato a mantenere in circolazione una moneta svilita dal padre Pietro II, senza il consenso del popolo: la sua evocazione qui non è, diunque, affatto casuale e infatti il tema sarà ripreso nel prosieguo dell’opera. [N.d.T.]

Articolo di Juan de Mariana tradotto da Guido Ferro Canale