Il prezzo della moneta. Una disamina critica della teoria dell’interesse di Keynes (parte seconda)

Tuttavia, tra il 1930 ebastakeynes il 1935, nel mondo monetario sono successe molte cose da cui anche Keynes è rimasto colpito. Il suo riesame della propria posizione ha partorito la Teoria generale delloccupazione, dellinteresse e della moneta. In quell’opera, ai profitti figurativi è stata restituita una collocazione nel quadro di reddito, costo e ricavi, donde la conclusione, in un certo qual modo paradossale, che risparmi e investimenti devono, pertanto, essere uguali, perché altro non sono che due aspetti diversi della medesima cosa, o piuttosto nomi diversi per una stessa cosa. A questo risultato si perviene alterando, senza informarne il lettore, l’aspetto temporale del processo, mentre lo si è informato solo del fatto che si stava cambiando la terminologia. Il Trattato è una lineare analisi wickselliana dell’ineguaglianza antecedente di risparmi e investimenti, dovuta ad un’aggiunta netta di mezzi di pagamento. La Teoria generale vede il processo sia principiative sia terminative nello stesso momento… il che riesce un tantino sconcertante. Gli effetti di cambiamenti nell’offerta di moneta sono descritti dal momento iniziale a quello finale, mentre si prende per certa l’eguaglianza di risparmi e investimenti, che, in realtà, è solo futura e conseguente. Se escludiamo i casi estremi, in cui una moneta collassa per non riprendersi mai più, è sempre vero che il valore conseguente, finale degli investimenti sarà pari alla somma dell’antecedente risparmio volontario e del conseguente risparmio forzato.1 Quest’uguaglianza nel momento conclusivo dev’essere raggiunta: i materiali impiegati nella produzione, con tutta evidenza, non sono stati consumati. Il non-consumo è la somma di risparmio forzato e libero.

Il modo di Keynes per descrivere ciò consiste nell’affermare che è il livello dei redditi che eguaglia risparmi e investimenti.

Risparmi e investimenti sono le determinate del sistema, non le determinanti. […] Quando cambiano gli investimenti, il reddito deve necessariamente mutare solo di quel tanto che è necessario per rendere il cambiamento nei risparmi eguale a quello negli investimenti. […] Il livello di reddito dev’essere il fattore che porta l’ammontare risparmiato ad eguagliar l’ammontare investito.”.2

La stessa costruzione grammaticale di queste frasi rivela il carattere conseguente dell’equivalenza. Il meccanismo che produce quest’equivalenza tra due cose che sono eguali inevitabilmente e per definizione, e che “non possono essere differenti3 l’una dall’altra, è chiamato il moltiplicatore. E’ il rapporto tra il reddito conseguente ai nuovi investimenti e il valore antecedente dei nuovi investimenti (dY/dI = k) e, secondo le definizioni di Keynes, ignorando la sequenza temporale, si può mostrare che è pari all’inverso del saggio di risparmio; cioè, se una comunità risparmia 1/10 del proprio reddito, il moltiplicatore è 10. Questo è il famoso principio dell’accelerazione, impostato in termini d’analisi tali che gli si può attribuire un valore matematico, quantitativo, abbastanza preciso. Il punto di vista di Keynes, che gli consente di stringere insieme l’inizio e la fine di un processo sequenziale, come se si trattasse di un singolo momento nel tempo, gli consente altresì di includere sia i risparmi volontari sia quelli forzati nel “risparmio” che il moltiplicatore rende uguale all’investimento. Keynes ammette che, se questo processo partisse dall’equilibrio e dal pieno utilizzo delle risorse, il moltiplicatore sarebbe una misura del risparmio forzato. Il fatto che egli non espliciti gli stessi rapporti come un deceleratore nei periodi di contrazione economica è significativo e istruttivo nei riguardi di quella che si presenta come una teoria generale.

Gli anni tra il Trattato e la Teoria generale sono stati anni di collasso universale dei prezzi, non solo i Paesi con difficoltà di bilancio ma anche, forse specialmente, negli Stati Uniti, sulla cui capacità, in definitiva, di pagare non vi era, allora, alcun ragionevole dubbio. In condizioni di prezzi in caduta, il possesso della moneta è preferibile al possesso di beni, per la ragione cogente che la moneta si apprezza via via che i beni si deprezzano. La tesaurizzazione durante la fase negativa di un ciclo economico è un fenomeno conosciuto. Questa circostanza, che ha formato oggetto di uno dei primi studi di Irving Fisher, Keynes erige a parametro speciale del tasso di interesse, insieme con i due già noti, il tasso di risparmio (a quanto pare, tramite il suo complementare, la propensione al consumo) e la produttività del capitale (a quanto pare, sotto il nome di “efficienza”, che, tuttavia, non è un attributo dei beni, ma uno stato mentale degli imprenditori, le loro “aspettative” sui profitti). Se ci si aspetta un incremento dei prezzi in generale, la preferenza per la liquidità è bassa; se ci si aspetta una caduta dei prezzi in generale, la preferenza per la liquidità è alta; e se la gente non ha la più pallida idea di cosa aspettarsi dall’oggi al domani, probabilmente sarà alta comunque. Se potessimo stabilire a priori che i cambiamenti nel valore della moneta restino estranei alla discussione, allora allora la preferenza per la liquidità non esisterebbe come variabile indipendente e l’analisi di Keynes coinciderebbe con quella di Fisher.4

La definizione “psicologica” dell’efficienza marginale del capitale fa sì che la linea di demarcazione tra preferenza per la liquidità e produttività venga offuscata. Se l’efficienza marginale del capitale è bassa e sta diventando più bassa ancora, questo da solo basta a spiegare qualsiasi grado di riluttanza ad assumere nuovi impegni, se si è liberi di detenere contante. Ma quest’aspettativa sui proventi può trovare la propria origine in fattori che alterano i prezzi d’offerta di alcuni beni singolarmente considerati, oppure in fattori che colpiscono singoli beni solo secondariamente, come parte di un movimento generale. Questi due casi sono piuttosto diversi ed è solo rispetto al secondo che la preferenza per la liquidità è significativa. Da ciò possiamo vedere che l’efficienza marginale del capitale di Keynes è diversa dal tasso di recupero dei costi di Fisher, perché Fisher considera vero, ma sfortunato, il fatto che, nella fase cumulativa ascendente di un ciclo, i cambiamenti attesi nel valore della moneta non condizionano a sufficienza l’inclinazione ad investire e, da un punto di vista metodologico, Fisher apporta le correzioni per questi cambiamenti dopo il fatto. Keynes, d’altro canto, accorda alla preferenza per la liquidità un ruolo dominante nel principio dell’analisi e crede altresì, probabilmente a ragione, che, nella fase cumulativa discendente di un ciclo, i cambiamenti attesi nel valore della moneta, tramite la preferenza per la liquidità, abbiano un impatto forte sul volume degli investimenti.

1“Conseguente” rispetto al processo innescato dai cambiamenti nell’offerta di moneta.

Nella frase precedente, abbiamo introdotto gli avverbi principiative e terminative, tratti dal Latino della Scolastica. Essi forniscono l’espressione più sintetica dei modi in cui un processo che si svolge nel tempo può essere legittimamente considerato da punti di vista temporali diversi… ma non in entrambi i modi nello stesso tempo.

2General Theory, pp. 184, 179.

3Ibid., p. 64.

4Keynes ammette senza difficoltà che le basi comuni e l’accordo sui princìpi generali sono considerevoli. Vedi infra.

Bernard W. Dempsey, Interest and Usury, Londra 1948, pagg. 91-3, tradotto da Guido Ferro Canale