Il Brasile: una vittima di volgare keynesismo

brazil3Tutte le vie keynesiane portano alla stagflazione. Ciò è quanto si è verificato negli anni ’70 in Europa e negli Stati Uniti, quando sia la stagnazione che l’inflazione colpirono contemporaneamente le rispettive economie. Oggi, è quanto si sta verificando in Brasile.

Sin dal proprio insediamento nel 2003, il Partito dei Lavoratori – a capo di tutti i successivi governi brasiliani – ha religiosamente implementato una dottrina economica orientata verso una crescita derivante dalla spesa pubblica. Attualmente, il paese è caduto in stagnazione, con una recessione che incombe davanti a sé ed un’inflazione in crescita. Tutti gli indicatori economici mostrano una spia rossa: dalla crescita economica, all’inflazione e al tasso di cambio, dalla produttività agli investimenti, alla produzione industriale.

Boom economici e bolle, a ritmo di samba

Ancora una volta, delle politiche keynesiane hanno condotto alla stagflazione. Alla fine, la dura realtà ha preso il sopravvento mandando in frantumi l’illusione di una facile ricchezza. L’arma della meraviglia keynesiana è divenuta impotente. I leader politici del Ministero delle Finanze e della Banca Centrale non hanno idea di cosa fare al momento. Dopotutto, non conoscono altre dottrine che non contemplino l’idea di stimolare l’economia spendendo ancor di più. Purtroppo, con le casse governative vuote e l’inflazione sempre più alta, spendere facendo deficit e tramite una politica monetaria espansiva sono strumenti a cui manca il carburante necessario per funzionare. Le esternalità positive, quali il boom della Cina e l’alta richiesta di materie prime, avevano spinto l’economia brasiliana durante la presidenza di Luiz Inácio “Lula” da Silva. Tali fattori, uniti ad enormi stimoli interni, avevano accelerato la crescita economica. Ma con la fine del boom delle materie prime ed il rallentamento della crescita cinese, questi fattori esterni non hanno più potuto aiutare il Brasile una volta che i consumi interni raggiunsero il culmine, costringendo sia i consumatori che il governo a ridimensionare le proprie aspettative frattanto che il peso del debito diventava insostenibile.

All’inizio del 2015, è diventato ovvio come sotto il Partito dei Lavoratori il paese avesse vissuto fin lì in una pura illusione durata 12 anni. Oggi fa ridere pensare che il presidente Lula annunciò che l’economia brasiliana era sul punto di superare quella del Regno Unito, salendo al livello delle grandi economie mondiali. Eppure, quando nel 2007 fu annunciato che il Brasile avrebbe ospitato i Mondiali di calcio del 2014, e nel 2009 il Comitato Olimpico scelse Rio de Janeiro per le Olimpiadi 2016, sembrò che l’ambito riconoscimento internazionale che Lula cercava per il suo operato fosse finalmente arrivato. Il giubilo domestico fu affiancato dall’esuberanza estera su come Lula avesse condotto il Brasile nel ventunesimo secolo.

Esattamente come molti brasiliani non vollero riconoscere la verità, anche gli osservatori esterni chiusero gli occhi davanti al fatto che governo brasiliano avesse praticato una delle forme più bieche di keynesismo. Il modello brasiliano è infatti pesantemente mischiato con il marxismo di Michal Kalecki. In Europa e negli Stati Uniti, qualche residuo di saggia economia è sopravvissuto agli assalti della “nuova economia”, ripristinando qualche principio classico e neoclassico. In Brasile c’è stata quasi una vittoria totale del “keynesismo kaleckiano” con la maggior parte dei rimanenti principi macroeconomici tagliati fuori.

Può il governo trasformare le pietre in pane?

Finanche oggi, l’economista polacco Kalecki gode ancora di una grande stima presso alcune delle più importanti università brasiliane. Il suo modello keynesiano sviluppato negli anni ’30 è diventato il paradigma fondamentale dei pianificatori economici, sebbene manchi di qualunque fondamenta microeconomica e sia in gran parte vuoto di contenuti realistici. Le teorie keynesiane proposte da Kalecki prendono i simboli macroeconomici per reali, e muovendoli secondo i principi algebrici arrivano alla conclusione che “i lavoratori spendono ciò che guadagnano” mentre “i capitalisti guadagnano ciò che spendono” (come riassunto tempo fa da Kaldor).

Conseguentemente, Kalecki ed i suoi seguaci marxisti decisero che quando lo Stato si comporta come i capitalisti, il governo può spendere quanto vuole fino a raggiungere la prosperità desiderata, mentre i lavoratori avrebbero ricevuto la loro giusta fetta di ricchezza in quanto consumatori. Anche più di Keynes, il vangelo di Kalecki predicava come i suoi adepti potessero trasformare le pietre in pane. Una spesa pubblica elevata in qualunque settore e combinata con un consumo di massa dei beni prometteva una ben più piacevole via verso la prosperità. Tale promessa ha rappresentato il principio della politica economica del Partito dei Lavoratori brasiliano degli ultimi 12 anni.

Lungo gran parte dei due periodi presidenziali di Lula, dall’inizio del 2003 alla fine del 2010, la ricetta Kalecki-Keynes sembrò funzionare. Il governo brasiliano formato da vecchi leader sindacali spendeva, i consumatori consumavano e l’economia cresceva. Al contempo, l’inflazione restava sotto controllo ed il tasso di disoccupazione calava. Non c’è da sorprendersi che il Presidente Lula ebbe un’immensa popolarità durante i suoi due mandati e che il suo partito sarebbe rimasto in carico quando il suo successore designato vinse le elezioni presidenziali nel 2010 e nel 2014.

Dilma Rousseff, politico di professione ed ex guerrigliera, non ebbe sempre vita facile nel vincere le elezioni. Quando si candidò per il secondo mandato, delle nubi cominciarono ad oscurare lo sfacciato ottimismo che ancora permeava il partito al governo. Nel 2011, il tasso di crescita economica cominciò a scendere. Il governo dapprima fugò i dubbi parlando di un calo temporaneo, per poi andare in panico quando nel 2012 la crescita cominciò a scendere ancor di più. Con le elezioni in arrivo nel 2014, il governo fece esattamente quanto prescrive la ricetta Kalecki-Keynes, aumentando ancor di più le proprie politiche espansive. Ciò può essere servito a far rivincere le elezioni, ma il prezzo da pagare fu soltanto rimandato a più tardi.

L’arrivo della disillusione

Adesso, nei primi mesi del 2015, la disillusione è finalmente arrivata. Le persone si sentono tradite dal falso ottimismo trasmesso dal governo. Il 15 Marzo, lo scandalo relativo alla corruzione della compagnia petrolifera brasiliana Petrobas, assieme al rapido deterioramento delle condizioni economiche, ha portato in piazza più di un milione di brasiliani per protestare contro il governo.

Ciò che molti manifestanti non riescono a vedere, comunque, è che il Brasile avrebbe bisogno più di un semplice cambio della squadra di governo. Il paese ha bisogno di un cambio di mentalità. Per rimettersi sulla strada della prosperità, il Brasile deve abbandonare la sua ideologia economica prevalente. Deve liberarsi della sua tradizione fatta di una dissoluta spesa pubblica e di credito facile, di un coinvolgimento d’ispirazione marxista dello Stato nell’economia, e del protezionismo istituito dopo aver adottato il Cepalismo (il principio economico fondante della Commissione Economica per l’America Latina). Al cuore del malessere attuale non ci sono circostanze eccezionali, bensì idee sbagliate di politica economica.

Per trovare la via d’uscita dalla crisi, il Brasile necessita di un gran dosaggio di liberalizzazioni economiche. Meno interventismo statale e più libertà di fare business devono essere i primi passi. Per rendere possibile ciò, è però necessario un cambio di mentalità. Il popolo brasiliano deve aprirsi ad un’alternativa che vada oltre il capitalismo di Stato. Per prosperare, ha bisogno di abbracciare una filosofia laissez-faire.

Tale compito è ingente e non molto diverso da quanto c’era da fare in elezioni precedenti, dato che quasi tutti i partiti al momento rappresentati nel Congresso brasiliano sono di sinistra o di estrema sinistra. Non esiste né un reale partito conservatore né un autentico partito pro-mercato. Questa situazione è più che sorprendente dato che, come mostrano spesso i sondaggi, la maggior parte dei brasiliani esprime il proprio orientamento politico verso il centrodestra ed in favore del libero mercato.

Il marxismo domina ancora nelle università

La ragione di questa discrepanza risiede nel fatto che la sinistra domina l’educazione superiore, in particolare nell’ambito delle scienze sociali, dell’economia e del diritto. È infatti da questi settori che nasce la maggior parte degli attivisti politici. Quando nel 1984 finì la dittatura militare, il sistema universitario cadde sotto il completo controllo della sinistra, ad ogni latitudine. In tal modo, la vita accademica risulta ideologicamente molto diversa dal resto della società brasiliana, dove il buonsenso continua a prevalere.

Per fortuna, l’evoluzione intellettuale non è più largamente dipendente dall’ambito accademico. Mentre la visione kalackiana delle politiche keynesiane e marxiste continua a dominare nelle università, è in crescita un forte movimento libertario capeggiato dal Mises Institute brasiliano. I giovani in particolare, affluiscono nel sito come il proverbiale nomade nel deserto alla ricerca dell’acqua. In passato, sono serviti decenni e talvolta secoli per veder prendere piede dei radicali cambi di mentalità.

Oggigiorno, grazie ad internet, le idee hanno un mercato proprio in cui tutti hanno libero accesso. Dovrebbe essere più facile per i brasiliani imparare che non basta essere stufi dell’attuale governo, e che è l’ora di trasformare il capitalismo di Stato del paese in un sistema di libero mercato orientato alla prosperità.

L'articolo originale: https://mises.org/library/brazil-victim-vulgar-keynesianism