Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – VI parte

Il Principio di Compensazione

stemma misesAll’interno del contesto della Regola dell’Unanimità, un tentativo, particolarmente degno di nota, di effettuare asserzioni politiche è stato il “principio di compensazione” di Kaldor-Hicks; esso affermava che si può dire scientificamente che l’“utilità sociale” aumenta se i vincitori possono essere in grado di compensare i perdenti e rimanere ancora vincitori.49 In questo approccio vi sono molti gravi errori. Innanzitutto, poiché si ipotizza che il principio di compensazione aiuti gli economisti a formarsi giudizi sulle politiche, è evidente che dobbiamo essere in grado di confrontare, almeno in linea di principio, stati sociali reali. Abbiamo quindi sempre a che fare con vincitori e perdenti reali, non potenziali. Se i vincitori possono o no compensare i perdenti è quindi irrilevante; la questione importante è se la compensazione di fatto ha luogo. Solo se la compensazione è effettivamente realizzata, in modo tale che nemmeno una persona rimanga perdente, possiamo dire che si determina un guadagno nell’utilità sociale. Ma questa compensazione può essere realizzata? Perché ciò avvenga, le scale di utilità di ciascuno dovrebbero essere esaminate da coloro che compensano. Ma, per la natura stessa delle scale di utilità, questo è impossibile. Chi può sapere che cosa è successo alla scala di utilità di ogni persona? Il principio di compensazione è necessariamente distinto dalla preferenza dimostrata, e appena questa si manifesta, è impossibile scoprire cosa è accaduto all’utilità di qualsiasi persona. Il motivo della separazione è che l’atto di compensazione è necessariamente un regalo unilaterale a una persona e non un atto di quella persona, e quindi è impossibile valutare di quanto sia aumentata la sua utilità in confronto con altre situazioni alternative. Solo se una persona è posta realmente davanti ad una scelta fra due alternative possiamo dire che preferisce l’una o l’altra.

Di sicuro coloro che compensano non potrebbero basarsi su questionari in una condizione in cui ognuno, per ricevere una compensazione, deve solo dire che ha perso utilità. E supponiamo che una persona dica che la sua sensibilità è talmente offesa da un certo cambiamento che nessun risarcimento monetario potrebbe ricompensarla? L’esistenza di una persona simile vanificherebbe qualsiasi tentativo di compensazione. Questi problemi sorgono inevitabilmente quando abbandoniamo l’ambito della preferenza dimostrata.

La funzione del benessere sociale

A seguito dell’impatto di critiche molto meno profonde di quella suesposta, il principio di compensazione è stato abbandonato dalla maggior parte degli economisti. Di recente vi sono stati tentativi di sostituirlo con un altro strumento – la “Funzione del Benessere Sociale”. Ma, dopo un turbine di attivismo, questo concetto, ideato dai professori Bergson e Samuelson, presto si è infranto contro gli scogli e di fatto è affondato sotto l’urto di varie critiche. È stato considerato un concetto vuoto e quindi privo di significato. Anche i suoi ideatori hanno abbandonato la contesa e ammettono che gli economisti, per effettuare asserzioni politiche, devono importare giudizi etici da discipline esterne all’economia. 50 Il professor Rothenberg ha fatto un disperato tentativo di salvare la funzione del benessere sociale cambiando radicalmente la sua natura, in particolare identificandola con l’esistenza di un “processo decisionale sociale”. Per difendere questa modifica Rothenberg deve premettere la falsa ipotesi che la “società” esista indipendentemente dagli individui e che faccia la “propria” valutazione. In oltre, come ha fatto notare Bergson, questo procedimento cancella l’economia del benessere, dal momento che la funzione dell’economista diventerebbe quella di osservare empiricamente il processo di decisione sociale in azione e di proclamare le decisioni di esso incrementi dell’“utilità sociale”.

L’economista come consulente

Essendo fallito il conseguimento di conclusioni politiche tramite il principio di compensazione e tramite la funzione del benessere sociale, esiste un’altra strada, molto popolare, per consentire all’economista di partecipare alla formazione delle politiche rimanendo però ancora uno scienziato eticamente neutrale. Questa posizione sostiene che qualcun altro può stabilire gli obiettivi, e l’economista è legittimato a suggerire a quella persona (essendo magari assunto da essa) i mezzi adeguati per conseguire gli obiettivi desiderati. Poiché l’economista assume come data la gerarchia dei fini di qualcun altro e evidenzia solo i mezzi per conseguirli, si presume che rimanga eticamente neutrale e rigorosamente scientifico. Questa visione però è fuorviante e fallace. Prendiamo in prestito un esempio proposto in un passaggio di un importante articolo del professor Philbrook; un economista monetario che consiglia la banca centrale.51 Questo economista può semplicemente assumere i fini fissati dai dirigenti della banca e suggerire i mezzi più efficienti per conseguirli? No, a meno che egli consideri tali fini davvero buoni, ossia, no, a meno che egli esprima un giudizio etico. Supponiamo infatti che l’economista sia convinto che la banca centrale stessa sia perniciosa. In quel caso la sua linea d’azione migliore potrebbe consistere nel consigliare l’azione politica che renderebbe la banca altamente inefficiente nel perseguimento dei suoi obiettivi. L’economista assunto dalla banca centrale, quindi, non può dare alcun consiglio senza abbandonare la neutralità etica. Se egli consiglia la banca sul modo migliore per raggiungere i suoi obiettivi, se ne deve dedurre sul piano logico che egli appoggia questi obiettivi. Il suo consiglio implica un giudizio etico da parte sua anche se egli sceglie di “accettare tacitamente le decisioni della comunità così come vengono espresse attraverso il meccanismo politico”. 52

Fine dell’economia del benessere?

Dopo vent’anni di florida crescita, l’economia del benessere è ancora confinata ad una Regola dell’Unanimità anche più stringente. I suoi tentativi di dire qualcosa sulle questioni politiche, mantenendosi nei limiti di tale regola, sono stati vani.

La morte della Nuova Economia del Benessere ha cominciato ad essere ammessa a malincuore da tutti i suoi sostenitori, che a turno ne hanno decretato la fine.53 Se le critiche avanzate in questo saggio verranno ammesse, i riti di sepoltura saranno accelerati e la salma seppellita con decoro. Molti esponenti della Nuova Economia del Benessere comprensibilmente continuano a cercare qualche espediente per salvare qualcosa dal naufragio. Reder ad esempio ritiene che in ogni caso l’economia fornisce consigli su politiche specifiche, settoriali. Tuttavia questo sicuramente non è altro che un disperato rifiuto di tenere conto dei problemi fondamentali. Rothenberg cerca di introdurre un’ipotesi di costanza basata sulla psicologia, in particolare l’esistenza di elementi invariabili nelle personalità degli individui. 54 A parte il fatto che mutamenti di strutture “di base” possono avvenire in qualsiasi momento, l’economia ha a che fare con i cambiamenti marginali, e un cambiamento resta un cambiamento anche se è marginale. Di fatto se alcuni cambiamenti sono marginali o di sostanza è un problema della psicologia, non della prasseologia. Bergson tenta la strada mistica consistente nel negare la preferenza dimostrata e sostenere che sia possibile che le preferenze delle persone “effettivamente differiscano” da ciò che esse scelgono quando agiscono.

Questo tentativo è basato sull’accoglimento della fallacia “coerenza”-costanza.

Dunque la Regola dell’Unanimità significa la fine di tutta l’eventuale economia del benessere, sia nella versione “vecchia” sia in quella “nuova”? Apparentemente sembra di sì. Perché, se qualsiasi cambiamento non deve danneggiare alcuna persona, cioè se nessuno deve sentirsi peggio in seguito ad un cambiamento, all’interno della Regola dell’Unanimità quali cambiamenti possono superare l’esame in quanto socialmente utili? Come lamenta Reder: “Prendere in considerazione le implicazioni che può avere l’invidia in termini di benessere, ad esempio, rende impossibile dire che aumenterà il benessere anche di chi godrà di un aumento della quantità di tutti i beni”. 55

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

49 Sul principio di compensazione v. Nicholas Kaldor, “Welfare Propositions in Economics,” Economic Journal (September 1939): 549; John R. Hicks, “The Foundations of Welfare Economics,” Economic Journal (December 1939): 706. Per le critiche v. William J. Baumol, “Community Indifference,” Review of Economic Studies (1946-1947): 44-48; Baumol, Welfare Economics and the Theory of the State, pp. 12 e segg.; Kemp, “Welfare Economics: A Stock taking,” pp. 246-50. Per un riassunto della discussione v. D.H. Robertson, Utility and All That (London: Allen and Unwin, 1952): pp. 29-35. La fragilità dell’adesione di Robbins alla Regola dell’Unanimità è dimostrata dal su o sostegno al principio di compensazione. Robbins, “Robertson on Utility and Scope.”

50 V. Abram Bergson, “On the Concept of Social Welfare,” Quarterly Journal of Economics (May 1954): 249; Paul A. Samuelson, “Welfare Economics; Comment,” in A Survey of Contemporary Economics, Vol. II, B.F. Haley, ed. (Homewood, Ill.: R.D. Irwin, 1952), 2, p. 37. Anche Jerome Rothenberg, “Conditions for a Social Welfare Function,” Journal of Political Economy (October 1953): 397; Sidney Schoeffler, “Note on Modern Welfare Economics,” American Economic Review (December 1952): 881; I.M.D. Little, “Social Choice and Individual Values ,” Journal of Political Economy (October 1952): 422-32.

51 Clarence Philbrook, “‘Realism’ in Policy Espousal,” American Economic Review (December 1953): 846-59. L’intero articolo è di fondamentale importanza per lo studio dell’economia e delle sue relazioni con le politiche pubbliche.

52 J. Mishan, “The Principle of Compensation Reconsi dered,” Journal of Political Economy (August 1952): 312. V. soprattutto l’eccellente commento di I.M.D. Little, “The Scientist and the State,” Review of Economic Studies (1949-50): 75-76.

 53 V. la mesta analisi svolta nel secondo volume del Survey of Contemporary Economics redatto dalla American Economic Association; Kenneth E. Boulding, “Welfare Economics,” pp. 1-34; Melvin W. Reder, “Comment,” pp. 34-36; e Samuelson, The Empirical Implications of Utility Analysis. V. anche gli articoli di Schoeffler, Bergson e Kemp citati precedentemente.

54Jerome Rothenberg, “Welfare Comparisons and changes in Tastes,” American Economic Review (December 1953): 888-90.

55 Reder, “Comment,” p. 35.