Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – VII parte

Economia del benessere: una ricostruzione

 

Preferenza dimostrata e libero mercato

stemma misesLa tesi di questo saggio è che la veglia funebre di tutta l’economia del benessere è prematura, e che questa può essere ricostruita con l’aiuto del concetto di preferenza dimostrata. Questa ricostruzione non avrà comunque alcuna somiglianza con gli edifici “vecchio” e “nuovo” che l’hanno preceduta. In realtà, se la tesi di Reder è corretta, il tipo di resurrezione del paziente da noi proposta potrebbe essere considerata da molti più infausta del suo decesso.56

Si rammenta che la preferenza dimostrata elimina le fantasie ipotetiche sulle scale di valori individuali. L’economia del benessere finora ha sempre considerato i valori come valutazioni ipotetiche di “stati sociali” ipotetici. Invece la preferenza dimostrata considera i valori solo in quanto rivelati dall’azione scelta.

Consideriamo ora eventuali cambiamenti che si verifichino nel libero mercato. In tale contesto un cambiamento è intrapreso volontariamente da entrambe le parti. Quindi, il fatto stesso che uno scambio ha luogo, dimostra che entrambe le parti beneficiano (o, più correttamente, si aspettano di beneficiare) dallo scambio. Il fatto che entrambe le parti abbiano scelto lo scambio dimostra che entrambe ottengono un beneficio. Libero mercato è l’espressione che indica l’insieme di tutti gli scambi volontari che si svolgono nel mondo. Poiché ogni scambio dimostra un beneficio unanime per entrambe le parti coinvolte, dobbiamo concludere che il libero mercato beneficia tutti i partecipanti. In altri termini, l’economia del benessere può affermare che il libero mercato aumenta l’utilità sociale, attenendosi ancora all’impostazione della Regola dell’Unanimità. 57

Ma che dire dello spauracchio di Reder: l’invidioso che odia il maggior benessere degli altri? Nella misura in cui egli ha partecipato al mercato, rivela che gli piace e beneficia dal mercato. Per il resto a noi non interessano le sue opinioni sugli scambi effettuati dagli altri, dal momento che le sue preferenze non sono dimostrate attraverso l’azione e sono quindi irrilevanti. Come sappiamo che questo ipotetico invidioso perde utilità a causa de gli scambi di altri? Interpellare la sua opinione verbale non è sufficiente, perché la sua asserita invidia potrebbe essere uno scherzo o un gioco letterario o una deliberata bugia.

Siamo quindi condotti inesorabilmente alla conclusione che i processi del libero mercato conducono sempre ad un aumento dell’utilità sociale. E, come economisti, possiamo dire ciò con assoluta validità, senza impegnarci in giudizi etici.

 

Il libero mercato e il “problema della distribuzione”

L’economia in generale, e l’economia del benessere in particolare, sono state afflitte dal “problema della distribuzione”. Si è sostenuto, ad esempio, che le affermazioni sull’aumento dell’utilità sociale nel libero mercato vanno tutte bene, ma solo all’interno dell’ipotesi di una data distribuzione del reddito.58 Poiché i cambiamenti nella distribuzione del reddito verosimilmente danneggiano una persona e ne beneficiano un’altra, si ritiene che, in caso di cambiamenti nella distribuzione, non sia possibile affermare alcunché circa l’utilità sociale. E la distribuzione del reddito cambia continuamente.

Nel libero mercato, tuttavia, non esiste una “distribuzione” separata [dalla produzione, n.d.t.]. Le disponibilità monetarie di una persona sono state acquisite proprio perché i suoi servizi, o i servizi dei suoi predecessori, sono stati acquistati da altri sul libero mercato. Non esiste un processo distributivo separato dai processi di produzione e scambio del mercato; di conseguenza il concetto stesso di “distribuzione” diventa privo di significato sul libero mercato. Poiché la “distribuzione” è semplicemente il risultato del processo di libero scambio, e poiché questo processo beneficia tutti i partecipanti nel mercato e aumenta l’utilità sociale, ne consegue immediatamente che anche i risultati “distributivi” del libero mercato aumenta no l’utilità sociale.

Le obiezioni dei critici, comunque, si applicano ai casi di intervento dello Stato. Quando lo Stato prende da Piero e dà a Paolo, sta effettuando un processo di distribuzione separato. In questo caso esiste un processo separato dalla produzione e dallo scambio, e quindi il concetto acquisisce significato. Va aggiunto che tale azione statale ovviamente e palesemente beneficia un gruppo e ne danneggia un altro, violando così la Regola dell’Unanimità.

 

Il ruolo dello Stato

Fino a poco tempo fa l’economia del benessere non ha mai analizzato il ruolo dello Stato. Va detto che l’economia in generale non ha mai prestato molta attenzione a questa fondamentale questione. Temi specifici, come la finanza pubblica o i controlli di prezzo, sono stati investigati, ma nella letteratura economica lo Stato in sé è stata una figura defilata. In genere è stato considerato, in maniera imprecisa, come il rappresentante in qualche modo della “società” o della “gente”. La “società”, però, non è un’entità esistente; è solo un utile stenogramma per indicare un insieme di tutti gli individui esistenti.59 In ogni caso, l’area, largamente inesplorata, dello Stato e delle azioni dello Stato può essere analizzata con i potenti strumenti della Preferenza Dimostrata e della Regola dell’Unanimità.

Lo Stato si distingue dalle altre istituzioni della società per due caratteristiche: 1) esso, ed esso solo, può interferire attraverso l’uso della violenza con gli scambi di mercato, reali e potenziali, di altre persone; e 2) esso, ed esso solo, ottiene le sue entrate attraverso un’esazione forzosa, garantita dalla minaccia della violenza. Nessun altro individuo o gruppo può legalmente agire in questi modi.60 Ora, che cosa accade quando lo Stato, o un criminale, usa la violenza per interferire con gli scambi di mercato? Supponiamo che lo Stato proibisca ad A e B di effettuare uno scambio che essi vorrebbero intraprendere. È chiaro che le utilità di A e B sono state ridotte, perché viene loro impedito, attraverso la minaccia della violenza, di effettuare uno scambio che altrimenti avrebbero effettuato. Dall’altro lato, vi è stato un aumento di utilità per i funzionari statali che impongono tale restrizione, altrimenti non lo avrebbero fatto. Come economisti in questo caso non possiamo quindi dire alcunché sull’utilità sociale, dal momento che, in conseguenza dell’azione statale, alcuni individui hanno chiaramente guadagnato e altri chiaramente perso utilità.

Si giunge alla stessa conclusione nei casi in cui lo Stato costringe C e D a effettuare uno scambio che essi non avrebbero intrapreso. Di nuovo, le utilità dei funzionari statali aumentano. E almeno uno dei due partecipanti (C o D) perde utilità, perché almeno uno non avrebbe voluto effettuare lo scambio senza la coercizione statale. Anche in questo caso l’economia non può dire alcunché sull’utilità sociale. 61

Concludiamo quindi che nessuna interferenza statale negli scambi può mai aumentare l’utilità sociale. Ma possiamo dire qualcosa in più. L’essenza dello Stato è che solo esso ottiene le sue entrate attraverso l’esazione forzosa delle imposte . Tutti i suoi atti e le sue spese successive, quale che sia la loro natura, si basano su questo potere impositivo. Abbiamo appena visto che, quando lo Stato costringe qualcuno ad effettuare uno scambio che egli non avrebbe voluto effettuare, costui perde utilità in seguito alla coercizione. Ma la tassazione è proprio tale scambio coercitivo. Se ciascuno avesse pagato la stessa somma allo Stato in un sistema di contribuzione volontaria, allora non ci sarebbe stato bisogno della costrizione rappresentata dalle imposte. Dato il fatto che quindi per le imposte è usata la coercizione, e basandosi tutte le azioni statali sul potere impositivo, deduciamo che: nessun atto dello Stato può aumentare l’utilità sociale.

Dunque l’economia, senza impegnarsi in qualsivoglia giudizio etico e seguendo i principi scientifici della Regola dell’Unanimità e della Preferenza Dimostrata, conclude che: 1) il libero mercato aumenta sempre l’utilità sociale; e 2) nessun atto dello Stato può mai aumentare l’utilità sociale. Queste due proposizioni sono i pilastri della ricostruita economia del benessere.

Gli scambi fra le persone possono avere luogo o volontariamente o sotto la costrizione della violenza. Non esiste una terza modalità. Se dunque gli scambi di libero mercato accrescono sempre l’utilità sociale, mentre nessuno scambio obbligatorio e nessuna interferenza possono aumentarla, possiamo concludere che la salvaguardia di un mercato libero e volontario “massimizza” l’utilità sociale (purché non si interpreti “massimizzare” in senso cardinale).

In genere, anche gli economisti più rigorosamente Wertfrei hanno voluto riservarsi un giudizio etico: si dichiarano liberi di raccomandare qualsiasi cambiamento o processo che aumenti l’utilità sociale sotto il vincolo della Regola dell’Unanimità. Qualsiasi economista che segue questo metodo dovrebbe a) sostenere il libero mercato in quanto sempre benefico e b) evitare di sollecitare qualsiasi azione statale. In altre parole, dovrebbe diventare un sostenitore dell’ “ultra” laissez-faire.

Riconsiderare il laissez-faire

È stato molto tipico deridere l’“ottimistica” scuola francese del laissez-faire del diciannovesimo secolo. Di solito la loro analisi “economica del benessere” è stata respinta in quanto ingenuo pregiudizio. In realtà i loro scritti rivelano che le loro conclusioni di laissez-faire erano post-judices – erano giudizi basati sulle loro analisi, e non preconcetti della loro analisi.62 Fu la scoperta del beneficio sociale generale proveniente dal libero scambio a condurre alle rapsodie sul processo di libero scambio nei lavori di autori come Frédéric Bastiat, Edmond About, Gustave de Molinari e l’americano Arthur Latham Perry. Le loro analisi sull’azione dello Stato erano molto rudimentali (tranne nel caso di Molinari), ma, per condurli a una posizione di laissez-faire puro, necessitavano solo di una premessa etica a favore dell’utilità sociale.63 Il modo in cui trattano lo scambio può essere rintracciato in questo passaggio dell’ormai trascurato Edmond About: “Ora, ciò che è ammirevole nello scambio è che esso beneficia le due parti contraenti. […] Ciascuna delle due, dando ciò che ha in cambio di ciò che non ha, fa un buon affare. […] Ciò accade in ogni scambio libero e onesto. […] Di fatto, se vendi, se compri, compi un atto di scelta. Nessuno ti costringe a cedere uno qualsiasi dei tuoi beni in cambio dei beni di un altro”. 64

L’analisi del libero scambio alla base della posizione di laissez-faire ha subìto un generale oblio in economia. Quando viene presa in considerazione, è generalmente respinta in quanto “semplice”. Ad esempio, Hutchison definisce “semplice” l’idea dell o scambio come mutuo beneficio; Samuelson la considera “semplicistica”. Forse è semplice, ma nel la scienza la semplicità di per sé non è certo una colpa. L’aspetto importante è se la dottrina è corretta; se è corretta, allora il rasoio di Occam ci dice65 che, quanto più è semplice, meglio è.

Il ripudio del semplice sembra avere le sue radici nella metodologia positivista. In fisica (riferimento del positivismo) il compito della scienza è di andare oltre l’osservazione di senso comune, costruendo una complessa struttura che spiega i fatti di senso comune. La prasseologia, invece, inizia considerando assiomi alcune verità di senso comune. Le leggi della fisica hanno bisogno di complicate verifiche empiriche; gli assiomi della prasseologia sono riconosciuti evidenti da tutti in base alla riflessione. Risultato di ciò è che i positivisti si sentono a disagio in presenza di verità universali. Invece di gioire della capacità di fondare la conoscenza su una verità universalmente accettata, il positivista la respinge in quanto semplice, vaga o “ingenua”. 66

L’unico tentativo di Samuelson di confutare la posizione di laissez-faire consisteva in un breve rinvio alla presunta confutazione classica di Wicksell.67 Anche Wicksell però respinse l’approccio degli “economisti dell’armonia” francesi senza argomentare, e si dedicò a un lungo esame della formulazione di Leon Walras, di gran lunga più debole. Walras cercò di provare la “massima utilità” derivante dal libero scambio in termini di utilità cardinale interpersonale e così rimase completamente esposto alla confutazione.

Va inoltre evidenziato che il teorema della massima utilità sociale non si applica a qualsiasi tipo di concorrenza “perfetta” o “pura”, o anche alla “concorrenza” in contrapposizione al “monopolio”. Si applica semplicemente a qualsiasi scambio volontario. Si potrebbe obiettare che la creazione di un cartello volontario volto ad aumentare i prezzi peggiora la condizione di molti consumatori, e quindi la tesi dei benefici dello scambio volontario dovrebbe escludere i cartelli. Tuttavia non è possibile per un osservatore confrontare scientificamente i risultati, in termini di utilità sociali, prodotti sul libero mercato in un periodo di tempo e in quello successivo. Come abbiamo visto sopra, non possiamo determinare le scale di valori di una persona lungo un dato periodo di tempo. Figuriamoci quanto sia ancor meno possibile per tutti gli individui! Dal momento che non possiamo scoprire le utilità delle persone nel tempo, dobbiamo concludere che, quali che siano le condizioni istituzionali dello scambio, per quanto grande o piccolo sia il numero dei partecipanti al mercato, il libero mercato massimizzerà sempre l’utilità sociale. Perché tutti gli scambi sono scambi effettuati volontariamente da tutte le parti. Supponiamo che alcuni produttori formino volontariamente un cartello in un dato settore industriale. Questo cartello effettua i suoi scambi nel Periodo 2. L’utilità sociale è ancora massimizzata, perché, di nuovo, nessuno scambio è alterato dalla coercizione. Se, nel periodo 2, lo Stato dovesse intervenire per proibire il cartello, non potrebbe aumentare l’utilità sociale, perché il divieto danneggia palesemente i produttori.68

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

56 “La teoria del benessere (e argomenti collegati) degli anni Trenta e Quaranta è stata in larga misura un tentativo di evidenziare la molteplicità e l’importanza delle circostanze in cui il laissez faire risultava inadeguato”. Ibid.

57 Haavelmo critica la tesi secondo cui il libero mercato massimizza l’utilità sociale perché tale tesi “ assume” che gli individui “in qualche modo si mettono d’accordo” pe r prendere una decisione ottimale. Ma il libero mercato è esattamente il metodo attraverso cui il “mettersi d ’accordo” ha luogo! V. Trygve Haavelmo, “The Notion of Involuntary Economic Decision,” Econometrica (January 1950): 8.

58 Sarebbe più corretto dire una data distribuzione della ricchezza [assets] monetaria.

59 Su questo errore del collettivismo metodologico, e sul più ampio errore del realismo concettuale, v. l’eccellente analisi di Hayek, Counter Revolution of Science, pp. 53 e segg.

60 Anche i criminali agiscono così, ma non possono farlo in conformità alla legge. In un’analisi prasseologica, e non giuridica, si applicano le stesse conclusioni ad entrambi i gruppi.

61 Non possiamo esaminare qui l’analisi prasseologica dell’economia generale, che mostra che, nel lungo periodo, per molti atti di interferenza coercitiva, lo stesso aggressore perde utilità.

62 The Theory of Economic Policy in English Classical Political Economy (London: MacMillan, 1952) di Lionel Robbins è fedele alla tesi secondo cui gli economisti classici inglesi erano veramente “scientifici” p erché non sostenevano il laissez-faire, mentre gli ottimisti francesi erano dogmatici e “ metafisici” perché lo sostenevano. Per affermare ciò Robbins abbandona il suo approccio prasseologico di venti anni prima e adotta il positivismo: “Il test finale per stabilire se un’affermazione è metafisica (sic) o scientifica è […] se argomenta dogmaticamente a priori oppure appellandosi all’esperienza”. Naturalmente R obbins cita esempi tratti dalle scienze fisiche per sostenere questa erronea dicotomia. Ibid., pp. 23-24.

63 Gli scritti di Bastiat sono molto diffusi, ma la sua analisi sul “benessere” era complessivamente inferiore a quelle di About o di Molinari. Per una brillante analisi dell’azione dello Stato, v. Gustave de Molinari, The Society of Tomorrow (New York: G.P. Putnam and Sons, 1904), pp. 65-96.

64 Edmond About, Handbook of Social Economy (London: Straham, 1872), p. 104. Anche ibid., pp. 101-12; e Arthur Latham Perry, Political Economy, 21st ed. (New York: Charles Scribners’ Sons, 1892), p. 180.

65 Terence W. Hutchison, A Review of Economic Doctrines, 1870-1929, p. 282; Samuelson, Foundations of Economic Analysis, p. 204.

66 Per un esempio di questo atteggiamento v. la critica a Counter Revolution of Science di Hayek da parte di May Brodbeck, in “On the Philosophy of the Social Scien ces,” Philosophy of Science (April 1954). Brodbeck si lamenta del fatto che gli assiomi prasseologici non sono “sorprendenti”; se però lei proseguisse l’analisi, potrebbe scoprire che le conclusioni sono abbastanza sorprendenti.

67 Knut Wicksell, Lectures on Political Economy (London: Routledge and Kegan Paul, 1934), 1, pp. 72e segg..

68 Sulla base dell’economia generale, più che dell’economia del benessere, è anche possibile affermare che la creazione di un cartello volontario, se profittevole, beneficerà i consumatori. In tal caso, i consumat ori, come i produttori, sarebbero danneggiati dal divieto statale del cartello. Come mostrato sopra, l’economia del benessere dimostra che nessuna azione statale può aumentare l’utilità soci ale. L’economia generale dimostra che, in molti casi di azioni statali, anche coloro che guadagnano nell’immediato, perdono nel lungo periodo