L’ABC della gestione della fiducia economica

MELBOURNE — Di recente la presidentessa della FED, Janet Yellen, non ha parlato molto. 

Ma all’improvviso ha messo l’accento sui prezzi degli asset, sostenendo che i tassi d’interesse sarebbero stati aumentati il più presto possibile.

Ha perfettamente senso se capite che prima significa tardi e tardi significa molto, molto più tardi. Sono anni che la FED ha intrapreso un percorso per aumentare i tassi d’interesse. Il fatto che si stia prendendo così tanto tempo, riflette l’estrema suscettibilità dell’economia nei confronti di un aumento dei tassi d’interesse.

Il piano della FED è quello di permettere ai mercati di prezzare gradualmente tale innalzamento in modo che quando infine agirà, il mercato terrà il passo.

Lo strumento principale dei banchieri centrali in questi giorni è la gestione della fiducia. Cioè, preparare il mercato ad eventuali cambiamenti nella politica. Quando le modifiche entreranno in vigore alla fine, si tratterà di una notizia vecchia. Fiducia conservata.

Un effetto collaterale di questa politica è un dollaro forte e prezzi delle materie prime deboli. Il petrolio e l’oro sono scesi all’aumentare del dollaro statunitense. Anche il dollaro australiano si è indebolito rispetto al dollaro, quindi in termini di dollari australiani i ribassi sono stati quasi impercettibili.

Inoltre le chiacchiere della FED sul tasso d’interesse hanno mantenuto un coperchio sui mercati azionari statunitensi. Hanno chiuso in pari quando è stata trovata una “soluzione” alla crisi greca. Maggiori informazioni sulla farsa greca in un attimo, con uno sguardo a come i negoziati sono andati avanti in un’atmosfera quasi-dittatoriale.

In primo luogo, continuiamo lungo il percorso della fiducia, perché la Cina è un gestore della fiducia particolarmente abile. L’avrete notato ieri con l’uscita dei numeri riguardanti la crescita economica del secondo trimestre.

Sorpresa delle sorprese, hanno riprotato una crescita del 7%! Nessuno si sognerebbe d’annunciare numeri al di sotto dell’obiettivo di crescita nel bel mezzo di un crollo del mercato azionario, soprattutto quando si classifica come reato capitale vendere le azioni nel tentativo disperato di sostenere il mercato.

I numeri della crescita economica non hanno aiutato. Le azioni cinesi sono scese del 3% ieri, sfidando il decreto dei governi secondo cui le azioni devono solo salire.

Nel frattempo, dati economici più attendibili suggeriscono che la crescita della Cina è molto inferiore a quel 7%. Pochi giorni fa il Wall Street Journal ha riferito che a giugno la Cina:

[…] ha fatto registrare un calo mensile del 3.4% anno/anno nelle vendite di auto nuove, il suo primo calo in oltre due anni. Quest’anno la China Association of Automobile Manufacturers ha tagliato le sue previsioni di crescita dal 7% al 3%.

Le vendite di automobili sono generalmente considerate come un indicatore abbastanza affidabile della crescita economica. Come la produzione d’acciaio in una nazione industrializzata come la Cina. E su questo fronte, i dati non sono granché.

Bloomberg riferisce:

La produzione d’acciaio grezzo in Cina si è ridotta dell’1.3%, 410 milioni di tonnellate, nel primo semestre rispetto allo stesso periodo del 2014, secondo il National Bureau of Statistics. La produzione di giugno è scesa dello 0.8% rispetto ad un anno fa.

Dopo decenni di rapida crescita stimolata da un’espansione senza precedenti dell’offerta d’acciaio, la produzione è ora in calo poiché le acciaierie cinesi devono affrontare eccessi di capacità e perdite. I produttori del paese sono il fulcro del settore a livello mondiale, i quali rappresentano circa la metà dell’offerta, e il rallentamento sta danneggiando la domanda di ferro. La crescita nella più grande economia dell’Asia ha fatto registrare un 7% nel secondo trimestre, battendo tutte le aspettative.

Perché le “aspettative” fossero diverse da quelle ufficiali è un mistero. Ma la realtà è che gli altri dati ci dicono che la crescita della Cina è molto più lenta rispetto a quella ufficiale.

L’unica spiegazione per quel numero fortunato è il picco d’attività nel settore dei servizi finanziari. Tuttavia l’effetto spinta indotto dalla bolla nel mercato azionario non durerà ancora a lungo.

Né l’ultimo salvataggio della Grecia. Si trasformerà in una vera debacle. I creditori hanno imposto termini talmente duri che sembrano intenzionati a forzare la Grecia fuori dall’euro, trasformandola in una bomba finanziaria.

Il Fondo Monetario Internazionale è l’unico a parlare con un certo criterio — e che sta dicendo qualcosa. Vuole che l’Europa concordi per una riduzione del debito greco come parte di un pacchetto di salvataggio.

Sa che la Grecia si trasformerà in uno stato fallito che potrebbe portare a gravi problemi geopolitici di lungo termine. È particolarmente preoccupato che Russia e Grecia possano siglare una sorta d’alleanza.

Questo dovrebbe preoccupare anche gli europei, ma così non sembra. Di recente un mio amico — che attualmente sta passando un po’ di tempo in Francia — mi ha inviato una e-mail in cui affermava che la crisi greca sembrava più interessante in Australia che in Europa.

Questo mi ha sorpreso. Ma poi ho letto questa intervista rivelatrice all’ex-ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis. Ha detto che i conservatori britannici erano stati tra i suoi più grandi sostenitori.

[…] i più grandi sostenitori della nostra causa sono stati i conservatori! A causa della loro euroscetticismo, eh… non è solo euroscetticismo; si tratta di una visione burkeana della sovranità del parlamento — nel nostro caso era chiaro che il nostro parlamento era trattato come spazzatura.

Forse è per questo motivo che anche l’Australia si preoccupa? Vediamo un completo disprezzo della sovranità della Grecia e il salvataggio delle banche a spese di un popolo.

Non lo so. Ma se leggete l’intervista completa, scommetto che disprezzerete ancora di più i dittatori europei. Tenete a mente che la stampa finanziaria mainstream ha definito la maggior parte delle volte i leader politici della Grecia come inaffidabili e incompetenti.

È solo per mostrare che gran parte della stampa mainstream è controllata dagli interessi a cui si stanno opponendo i greci. Non sto suggerendo che la versione degli eventi secondo Varoufakis rappresenti la verità assoluta — anch’egli ha un’agenda da seguire.

Ma leggendo i suoi commenti credo che l’Eurogruppo non fosse disposto a negoziare sin dall’inizio:

HL: Ha detto che i creditori si sono opposti a voi perché: “Ho cercato di parlare d’economia all’Eurogruppo, cosa che nessuno ha fatto.” Cos’è successo quando c’ha provato?

YV: Non è che non è andata bene — è che c’era il rifiuto d’impegnarsi nella discussione di argomenti economici. Proponevi un argomento su cui avevi lavorato sodo — per assicurarti che fosse logicamente coerente — e ti ritrovavi di fronte sguardi fissi nel vuoto. Era come se non avessi parlato affatto. Rispetto alle loro tesi, le tue sono semplicemente campate in aria… a loro giudizio. Poetvi anche cantare l’inno nazionale svedese — avresti ottenuto la stessa risposta. E questo è sorprendente per qualcuno che ha utilizzato il dibattito accademico… In un modo o nell’altro l’altra parte presta attenzione. Qui invece a nessuno importava. Non era nemmeno fastidio, era come se non avessi parlato.

Saluti.

Articolo di Greg Canavan.

Traduzione di Francesco Simoncelli.