Il fallimento della “Nuova Economia” – La Santificazione

Introduzione

 

La Santificazione

Il più famoso economista del 20° secolo è John Maynard Keynes ed il libro più influente dell’era attuale, sia nell’ambito della teoria politica che della politica economica, è la sua ”Teoria Generale sulla Disoccupazione, Interesse e Moneta”, pubblicato nel 1936.

Ciò è riconosciuto non solo dai suoi ammiratori e discepoli, ma persino dai suoi più duri critici. Basta aprire una qualunque pubblicazione di qualsiasi  giornale accademico-economico, e si troverà generosamente in quelle pagine il suo nome con le frasi da lui  coniate che lo resero popolare ovunque. E’ sufficiente aprire il giornale, e si vedranno le interpretazioni degli eventi economici attuali, o le proposte per le politiche economiche e monetarie che devono ai suoi scritti, se non la loro stessa origine, quantomeno la loro presenza.

Per comprendere la significativa reputazione che Keynes occupa,  ho selezionato una serie di interventi a caso che parlano di lui. Dopo la sua morte il London Times [1] lo definì:

“un grandissimo Inglese… un uomo di genio che come economista politico ebbe un’ influenza a livello mondiale sia sul pensiero  degli specialisti che del pubblico in generale… per trovare un economista di pari caratura si dovrebbe tornare indietro ad Adam Smith.”

 G.D.H. Cole, l’economista socialista, descrive la General Theory:

“il più importante scritto  di economia teorica dal Capitale di Marx o, se solo si potesse paragonare con l’economia classica, dai Principi di Ricardo… Ciò che lui ha fatto  è stato dimostrare in maniera risolutiva e brillante la falsità della maggior parte delle care metodologie definite ‘morali’ degli economisti ortodossi, anche da un punto di vista capitalista,  e di costruire chiaramente una teoria alternativa sul funzionamento dell’impresa capitalista tanto più vicina ai fatti che sarà impossibile metterla da parte o ignorarla.”

 Professor Alvin H. Hansen di Harvard, generalmente considerato il leader dei seguaci americani di Keynes, scrive sulla General Theory:

“Poche persone  negherebbero oggi , e dopo diciassette anni trascorsi, che il libro abbia avuto un così grande impatto, sull’analisi economica e politica in così poco tempo,rispetto a qualunque altro libro scritto dal “Political Economy” di Ricardo. Potrebbe essere un po’ troppo prematuro affermare questo ma, partendo da “Le origini delle Specie” di Darwin e passando per“Das Capital” di Karl Marx, la General Theory è uno dei libri più significativi che sono stati presentati negli ultimi 100 anni…. E….. continua a guadagnare in importanza.[2]

 Negli occhi brillanti di alcuni ammiratori, persino gli errori presenti nel libro sembrano in qualche modo aggiungere ulteriore grandezza. Il professore Paul A. Samuelson, del Massachusetts Institute of Technology, autore dei testi economici universitari maggiormente diffusi oggi, scrive della General Theory:

 “ E’ un libro scritto pessimamente, mal organizzato; qualsiasi profano che compra il libro, ingannato dalla prevenuta reputazione dell’autore, viene truffato dei suoi 5 scellini. Non è idoneo per l’uso in classe. E’ arrogante, mal-temperato, polemico e non sufficientemente generoso nei suoi riconoscimenti. Abbonda di storie illusorie e confusione…… in sintesi, è il lavoro di un genio[3].”

 Ancora più strana è l’implicazione di Samuelson secondo cui la parte più oscura del libro debba risultare di imbarazzo, non tanto per i discepoli di Keynes ma principalmente per i suoi critici:

“ vale la pena ripeterlo, la General Theory è un libro così oscuro che dovrebbero essere gli anti-Keynesiani a trovarsi in una posizione difficile[4]

Certamente non è sorprendente trovare un giudizio stravagante di R.F. Harrod, sulla biografia di Keynes:

“per porre la questione senza mezzi termini, credo che il pensiero dei futuri storici di economia considererà  l’assistenza resa da Keynes al progresso , molto più importante di quella del suo maestro, Alfred Marshall. Lui sembra , secondo il mio giudizio, che stia piuttosto nella stessa classe di Adam Smith e Ricardo. Dal punto di vista dell’ intelligenza logica era di molto superiore ad Adam Smith, e nella lucidità di scrittura  a Ricardo[5].”

Il professore Dudley Dillard dell’Università del Maryland, nel suo libro “The Economics of John Maynard Keynes” scrive:

“da qualsiasi punto di vista,  Keynes si classifica come uno dei più grandi economisti di tutti i tempi, come pure il più influente pensatore economico che il ventesimo secolo abbia prodotto finora….Nei primi dodici anni seguendo le sue pubblicazioni, John Maynard Kenes “The General Theory of Employment, Interest and Money” (1936) ha avuto più influenza sul pensiero di economisti professionisti e responsabili delle politiche pubbliche di qualsiasi altro libro nell’intera storia del pensiero economico nello stesso numero di anni. Come “La ricchezza delle Nazioni” di Adam Smith nel diciottesimo secolo ed  “Il Capitale “ di Karl Marx nel diciannovesimo, la “General Theory” è stata il centro delle controversie tra scrittori professionali e non. Il libro di Smith è una squillante sfida al mercantilismo, il libro di Marx è una ricerca critica al Capitalismo, il libro di Keynes è un ripudio dei fondamenti del laissez-faire. Diversi economisti riconoscono un pesante debito al pensiero stimolante di Lord Keynes. Se l’influenza di Keynes si fosse limitata al campo della dottrina economica tecnica, sarebbe di scarso interesse per il mondo in generale. Tuttavia, la  politica economica porta ,persino più profondamente della teoria economica, l’impronta di Keynes[6].”

Interventi come questi potrebbero continuare all’infinito, ma già questi sono enormemente ripetitivi. Persino i più ostili critici delle teorie di Keynes non mettono in discussione la portata della sua influenza. Cito soltanto:

“L’influenza di Keynes nell’Amministrazione Roosevelt è stata molto forte. La sua influenza sulla maggior parte degli economisti alle dipendenze del Governo è stata incredibilmente grande. E’ esploso un volume di letteratura teorica riguardante Keynes quasi uguale a quella generata su Karl Marx[7].”

  1. L’Uso della Confutazione

Tuttavia sulla General Theory c’è uno strano paradosso. La letteratura Keynesiana è cresciuta probabilmente di centinaia di libri e migliaia di articoli. Ci sono libri interamente dedicati a esporre la General Theory in termini più semplici e chiari. Sul lato critico invece c’è una grande scarsità. I non-Keynesiani e i Keynesiani-andanti si sono accontentati di articoli brevi, di poche pagine marginali, consistenti in un secco rigetto della teoria che il suo lavoro si sgretolerà nelle sue stesse contraddizioni e sarà presto dimenticato. Non conosco nessun singolo lavoro che si dedichi ad un analisi critica del libro, capitolo per capitolo o teorema per teorema. Questo è l’impegno che mi prendo adesso.

Viste le citazione che ho appena fatto, una tale impresa non dovrebbe mostrare alcuna giustificazione. Ma ci sono due possibili obiezioni che dovrebbero essere di mio gradimento. La prima è che le teorie di Keynes avrebbero perso velocemente la loro influenza negli ultimi anni, che sono state rifiutate dall’attuale corso degli eventi, e non richiedono ulteriori risposte. La seconda è  la controversia che noi abbiamo bisogno  solo di presentare la vera teoria in forma positiva; che è di piccolo valore per analizzare gli errori perché le possibilità di errore sono infinite e la semplice affermazione della verità è essa stessa il rifiuto di un errore.

Riguardo alla prima di queste possibili osservazioni , potrei replicare che sebbene ci sono state alcune diminuzioni dell’influenza di Keynes, e sebbene a diverse delle sue teorie è stata data una degna sepoltura, la sua influenza sia sul pensiero accademico che sulla politica è ancora enorme. Sarebbe in qualsiasi caso un pessimo servizio pensando semplicemente di cancellarla per permetter che le sue teorie vengano dimenticate, persino se assumessimo che questo è ciò che accadrà.

 

“ Una delle peculiarità della recente speculazione, specialmente in America”, scrisse una volta Santayana, “ è che le idee sono abbandonate in virtù di un semplice cambiamento di sensazione, senza nessuna nuova evidenza o nessun ragionamento. Noi oggi non ripudiamo i nostri predecessori, gli diciamo un sorridente e caloroso addio[8].”

 

Semplicemente offrire ai nostri predecessori un addio non aggiunge chiarezza o miglioramento al ragionamento. A meno che noi non sappiamo che qualche dottrina passata non fosse già errata, ma proprio perché era sbagliata, non abbiamo imparato tutte le lezioni che l’errore deve insegnarci, e c’è il pericolo reale che possa fare la sua comparsa sotto un’altra forma.

Nella storia del pensiero i nuovi grandi contributi sono stati spesso fatti come una sorta di sottoprodotto di ciò che era originariamente concepito per essere delle semplici confutazioni. La ricchezza delle nazioni di Adam Smith crebbe in larga parte sulla confutazione degli errori dei mercantilisti. Il famoso lavoro di Malthus “Saggio sulla popolazione” crebbe da un tentativo di rifiutare la dottrina ottimistica di Godwin. “La Critica della Ragion Pura” di Kant iniziò come uno sforzo per rifiutare le teorie di Hume. La “Examination of Sir William Hamilton’s Philosophy” di John Stuart Mill diventò più famosa di tutti gli scritti dei filosofi che aveva attaccato.

Spero di non essere considerato presuntuoso nel aver paragonato questo modesto lavoro con tutti gli altri libri appena menzionati. Li ho citati semplicemente per mostrare che la confutazione degli errori è tutt’altro che una futile occupazione E’ un metodo importante, non solo per difendere, esporre e chiarire la verità conosciuta, ma per arrivare a nuove verità e ad intuizioni più grandi. Come la logica e la matematica provano, quanto più assimiliamo l’implicazione di ciascun teorema, tanto meglio comprendiamo il teorema stesso.

Nemmeno nell’esaminare le opinioni portate avanti da un singolo uomo ( o dai suoi discepoli) dobbiamo necessariamente limitarci a quelle. Le loro analisi diventano un modo per guadagnare una più chiara e profonda convinzione dei problemi che quello scrittore ha affrontato. Nel primo capitolo della sua “Examination of Sir William Hamilton’s Philosopy” (1865), Mill scrisse:

 

“ Il mio soggetto, perciò, non è il Sig. W. Hamilton, ma i problemi su cui il Sig. Hamilton si sofferma. E’, tuttavia, impossibile scrivere su quei problemi nel nostro paese e nel nostro tempo, senza un continuo riferimento, espresso o tacito, alla sua trattazione”

 

Il soggetto di questo libro allo stesso modo, non è John Maynard Keynes ma i problemi che lui affronta. E non possiamo discutere di questi problemi ai giorni nostri esulando dalle sue trattazioni.

 

 

  1. Un pioniere di rottura ? – Un nuovo avventuriero?

Ora, anche se  ho analizzato  la General Theory di Keynes nelle pagine seguenti teorema per teorema, capitolo per capitolo, e qualche volta persino frase per frase, una modalità che per qualche lettore potrebbe risultare di tediosa trattazione, sono stato incapace di trovare in esso una solo importante dottrina che fosse corretta e originale. Ciò che è nuovo nel libro non è corretto; e ciò che è corretto non è originale. Infatti, come vedremo, persino quello che è sbagliato non è originale, ma questo può essere visto in una ventina di scritti precedenti.

Francamente, quando iniziai questo lavoro non avrei mai pensato di arrivare ad una conclusione tanto radicale. Il mio primo pensiero fu di sviluppare un lavoro breve, analizzando le dottrine principali di Keynes in modo tale che il lettore che avesse desiderato un’analisi critica sarebbe stato in grado di trovarne una di forma sintetica e leggibile. Al momento però di imbarcarmi effettivamente nell’analisi punto per punto, la mia esperienza fu stranamente simile a quella che John Stuart Mill descrive nella sua autobiografia riguardante l’analisi di Sir William Hamilton: “ Man mano che avanzavo nel mio lavoro, il danno alla reputazione di Sir W. Hamilton divenne più grande di quanto mi aspettassi all’inizio, proprio a causa della quantità incredibile di imprecisioni che mostravano le frasi in se stesse e nella comparazione dei vari passaggi tra loro.”[9] Quindi avevo trovato nella General Theory di Keynes un numero incredibile di errori, imprecisioni, vaghezze, cambiamenti di definizioni e accezioni di parole, evidenti errori nell’interpretazione dei fatti. Il mio desiderio di completezza nel sottolineare queste peculiarità, ha portato questo libro ad essere molto più lungo di quanto originariamente previsto.

Tuttavia (comunque) c’è un elemento che spero compensi la lunghezza di questa analisi. I risultati non sono assolutamente negativi. Non provano semplicemente che i contenuti principali di Keynes erano sbagliati. Per affrontare le fallacie di Keynes siamo obbligati non solo a scartabellare molto attentamente i suoi reali argomenti, ma anche le dottrine “classiche” o “ortodosse” che lui stava confutando. Facendo questo, noi troveremmo spesso che qualcuna di queste dottrine “ortodosse”, sono state comprese superficialmente dall’autore ed anche dalla maggior parte dei proponenti. In altri casi troveremo errori o anche mancanze  tra le stesse affermazioni  di dottrina “ortodossa”.

Un’altra possibile obiezione al volume attuale deve essere considerata. Questo scritto è diretto contro un autore che non è più in condizione di rispondere. Qualsiasi vantaggio possa guadagnare da ciò, sarà sicuramente bilanciato dal numeroso e controverso ardore dei discepoli di Keynes. Per questa ragione non chiedo scusa per la schiettezza della mia critica[10], o per il fatto che scrivo di Keynes nel testo e spesso discuto dei suoi lavori come se l’autore fosse ancora vivo. Questo è, dopo tutto, solo un modo di ammettere che le dottrine di Keynes sono ancora molto vive nell’influenza che loro esercitano.

Da un certo punto di vista l’estensione del libro è più piccola di quanto originariamente pensassi. Non c’è stato nessuno sforzo nel tenere testa a tutti gli errori dell’immenso corpo della letteratura Keynesiana. Un tale sforzo sarebbe stato inutile, come avevo intuito una volta che fossi ben avviato sul mio lavoro. Il lettore troverà solo una manciata di riferimenti al lavori di Keynesiani e “post-Keynesiani”. Persino i miei riferimenti a Keynes sono limitati quasi del tutto alla “General Theory”, altri riferimenti ai suoi lavori, sono stati citati unicamente quando intendevo richiamare l’attenzione a qualche incoerenza oppure a qualche dichiarazione della stessa dottrina sotto un’ altra forma. L’esame degli errori di Keynes, solo nella “General Theory”, mi ha condotto ad una lunghezza tanto estesa quanto il mio compito lo potesse giustificare.

Una volta completato l’esame  degli errori del maestro, possiamo risparmiare tempo evitando di crearci problemi nel riesaminarli di nuovo nei discepoli, esposti di solito in forma più fragile.

Nella prefazione della “General Theory”, Keynes cerca di anticipare qualche critica generale. Lui chiede perdono per “l’argomentazione eccessivamente astratta”  che seguirà, dichiarando che il suo libro “è indirizzato principalmente ai suoi discepoli-economisti” (p.v), e che “ a questa fase dell’argomentazione il pubblico, attraverso un dibattito che è benvenuto, è formato solo da spioni”(p.vi).

Non penso ci possiamo scusare per lo scarso modo di scrivere della maggior parte della General Theory su questo terreno. Perché Keynes ha successo, come vedremo, nell’essere coinvolgente e tecnico senza essere preciso. Una delle caratteristiche più sorprendenti del libro è l’approssimazione della maggior parte dei termini principali, ed il costante cambiamento di senso in cui sono usati.

Tentando di anticipare un’altra critica, Keynes osserva: “Coloro che sono fortemente devoti a quella che chiamerò la “Teoria Classica”, mi aspetto che oscilleranno, tra una convinzione secondo la quale sono in errore, ed un’altra in cui non sto dicendo nulla di nuovo.”(p.v) Questo insinua un argumentum ad hominum. Si cerca di screditare le critiche in anticipo per non essersi convertiti alla nuova rivelazione. Per la verità, come scopriremo, non è necessario “oscillare” tra queste due convinzioni. I principali “contributi” di Keynes sono economicamente sbagliati, e in quei casi in cui lui sta dicendo qualcosa di corretto è indubbio che non sta dicendo nulla di nuovo[11].

Alla fine, Keynes presenta se stesso al lettore, non molto modestamente, come un grande pioniere intellettuale “incamminandosi in un percorso sconosciuto (poco familiare)”(p.vii). Ciò che è strano, tuttavia, è che verso la fine del suo libro, nel Capitolo 23, lui cita ,come conferma della veridicità di queste nuove idee derivanti da un sentiero di rottura, il fatto che la maggior parte di loro erano posizionati sulle teorie mercantiliste del diciassettesimo secolo!

  1. La “General Theory”

Dopo qualche tentennamento, ho deciso che il modo migliore per affrontare la General Theory fosse quello di analizzarla capitolo per capitolo. Il libro di Keynes non è ben organizzato. Pertanto la mia critica, come lo stesso libro, non seguirà l’ordine più logico, per cui  talvolta sarà ripetitivo. Per sopperire a tale inconveniente, ho dato ai miei capitoli ,nella maggior parte dei casi, il numero dei capitoli corrispondenti  della General Theory. Questo lo renderà più semplice per i lettori che desidereranno affrontare o approfondire tutte le citazioni che ho preso dalla General Theory, o anche per seguire l’argomentazione di Keynes nella sua forma originale come se dovessero porre domande alla mia interpretazione.

Fortunatamente il Capitolo 1 del libro di Keynes, “The General Theory”, è solo un singolo paragrafo. Quel paragrafo, tuttavia, raccoglie tre punti che necessitano un commento.

 

“Ho chiamato questo libro “La Teoria Generale dell’Occupazione, Interesse e Moneta”, ponendo l’enfasi sul prefisso “Generale”. L’oggetto di un tale titolo è per contrastare l’aspetto delle mie argomentazioni e conclusioni con quelle della “teoria classica del soggetto”, riguardo alla quale ero stato cresciuto e che dominano il pensiero economico, sia pratico che teoretico, del governo e delle classi accademiche di questa generazione, com’è stato per un centinaio di anni passati(p.3)

Spiegherò(Continua Keynes) che i postulati della teoria classica sono applicabili solo a casi specifici e non a casi generali, situazioni che sono poste come punto limite del possibile punto di equilibrio (p.3)”

 

La economia “corretta” prima del 1936, almeno ciò che venne considerato allora come “corretto”, tuttavia non dipendeva da postulati che spiegavano casi speciali. Si affrontava il business cycle,  i periodi di prosperità e depressione, ed anche la “teoria” statica semplificata. E’ l’economia di Keynes, come vedremo, che si applica solo a casi speciali; non fornendo tra l’altro un’analisi corretta.

 

“Le caratteristiche dei casi particolari assunte dalla teoria classica (continua Keynes)non si verificano nella società economica nella quale viviamo attualmente, con il risultato che il loro insegnamento risulta fuorviante e disastroso se noi tentassimo di applicarla all’esperienza dei fatti reali (p.3)”

 

Questa non è un’argomentazione ma una semplice affermazione. Per ora mi accontenterò di una semplice contro-affermazione per cui il suono “ortodosso” in economia era sempre sufficientemente flessibile per analizzare le condizioni odierne, e sono le asserzioni di Keynes che “non si verificano nella società economica nella quale viviamo attualmente”.

La mia critica al capitolo uno deve essere applicata a ciascuna espressione. Deve applicarsi anche al curioso uso del termine “classica”, che lui difende in una nota a piè pagina. Lì sottolinea che “economisti classici” era un appellativo inventato da Marx per racchiudere Ricardo, James Mill ed i loro predecessori. “Sono diventato avezzo,” scrive, “forse compiendo un errore letterale (solecismo) ad includere nella “scuola classica”anche i seguaci di Ricardo, quelli che si dice, che adottarono e perfezionarono le teorie economiche ricardiane, includendo (per esempio) J.M. Mill, Marshall, Edgeworth, e il Prof. Pigou”(p.3)

 

Questo uso esteso del termine “classico” è assolutamente fuorviante. Fornisce al lettore una immagine errata. Gli è stato chiesto, in effetti, di considerare praticamente tutte le economie prima della comparsa della General Theory nel 1936, senza porsi il problema su quale scritto, come se fosse una teoria uniforme e definitiva. Tuttavia c’era una grande differenza nella visione di alcuni scrittori, e diverse controversie tra i cosiddetti economisti “classici”.  Vi erano anche punti che qualcuno di loro non immaginava che avessero una collocazione. Keynes scrive come se tutti gli economisti prima di lui abbiano sonnecchiato in una sorta di torpore dogmatico,un incanto sconsiderato, uno dopo l’altro, con qualche non meglio definito luogo comune .(thoughtlessly incanting after each other some unexamined cliches of thought.)

In più d’uno, i suoi riferimenti alla scuola “classica” sono fuorvianti. Include tra gli economisti classici i pionieri ed i seguaci del valore soggettivo o della teoria dell’utilità marginale che rappresentano una rottura con l’economia “classica”. Quando scrive sull’economia ortodossa , sembra porre se stesso al confine tra Marshall e Pigou. Scrive come se fosse all’oscuro dei grandi passi avanti fatti da alcuni scrittori soprattutto nella teoria sul capitale e sugli interessi, da Böhm-Bawerk John Bates Clark, Knut Wicksell, Irving Fisher,Ludwig von Mises, and F. A.Hayek.

La struttura dei riferimenti di Keynes è stranamente provinciale. Lui sembra dare per assodato che qualsiasi cosa non fosse stata scoperta da Marshall o Pigou, oppure che non fosse discussa nel suo piccolo circolo di Cambridge, non fossero state pensate affatto.

 

 

 


[1] April 22, 1946. Reprinted in The New Economics, ed. by Seymour E. Harris,(New York, Alfred Knopf, 1952).

[2] A Guide to Keynes, (New York, McGraw-Hill, 1953).

[3] The Development of Economic Thought, ed. by Henry William Spiegel (New York: Wiley, 1952), p. 767

[4] Ibid., p. 768

[5] The Life of John Maynard Keynes, (New York, Harcourt Brace, 1951), p. 466.

[6] (New York, Prentice-Hall, 1948), pp. vii and 1-2.

[7] Benjamin M. Anderson, Economics and the Public Welfare, (New York, Van Nostrand, 1949), p. 391.

[8] George Santayana, Character and Opinion in the United States, (New York, Scrìbner’s, 1920), p. 9.

[9] (Oxford, World’s Classics edition), p. 234.

[10] Keynes’s own attitude is thus described by his biographer: “There is no doubt that Keynes . . . thought that all was fair in argument, and that a man should not have a grievance if he was refuted without mercy. . . . If sensitiveness was not in place in a game, still less was it so in the discussion of public affairs or economic problems.” R. F. Harrod, The Life of John Maynard Keynes, (New York: Harcourt Brace, 1951), pp. 329-330.

[11] I may supplement this by a footnote in a review of the General Theory by Professor Frank H. Knight, in The Canadian Journal of Economics and Political Science of February, 1937, p. 122: “This, of course, is one of two ‘arguments’ regularly hurled by revolutionary thinkers at those who do not immediately join up, the other being that the refusal is based on a vested interest. . . . Since it has become quite the fashion to account for differences in intellectual position by psychoanalysing, or somehow ‘explaining,’ one’s opponent (and the example of following the fashion having in this case been set by Mr. Keynes), it may be permissible to note that our civilization of today, being essentially romantic, loves and extols heretics quite as much as its direct antecedent a few centuries back hated and feared them. The demand for heresy is always in excess of the supply and its production always a prosperous business. Where once it was necessary in writing to pose as merely restating and interpreting doctrine handed down from the Fathers, the surest way to public interest and acclaim now lies through pulling down and overturning everything established or accepted.”