Perchè studiare la Scuola Austriaca è importante

L’economia, scriveva Joseph Schumpeter, è “una grande carrozza che trasporta passeggeri di incommensurabile interesse e abilità”. Vale a dire, gli economisti sono incoerenti e inefficaci, la loro reputazione lo conferma. Eppure non dovrebbe essere così per ciò che concerne i tentativi economici di dare risposta alle questioni più importanti del mondo materiale.

Supponete di non conoscere nulla riguardo al mercato, e chiedetevi: come può l’intera summa di conoscenza intellettuale e risorse scarse della società essere assemblata al fine di ridurre al minimo i costi; utilizzare il talento di ciascuno; rispondere ai bisogni e gusti di ogni consumatore; incoraggiare innovazione, creatività e sviluppo sociale; come può darsi tutto questo in maniera sostenibile?

La domanda è molto importante, coloro i quali cercato di rispondervi meritano sicuramente rispetto. Il problema è questo: il metodo usato da molti economisti mainstream ha poco a che vedere con l’azione umana, quindi porta a conclusioni errate.

Le questioni centrali dell’economia hanno impegnato i più grandi pensatori sin dall’antica Grecia. E oggi, il pensiero economico, si articola in diverse scuole teoriche: i Keynesiani, i Post Keynesiani, i Neokeynesiani, i Classici, i Neoclassici (o Scuola delle Aspettative Razionali), i Monetaristi, la Scuola di Chicago, la Public Choice della Virginia, gli Sperimentalisti, i Game Theorists, le varie correnti della Supply Side e via dicendo.

La Scuola Austriaca

Tra queste, ma in maniera diversa, troviamo la Scuola Austriaca. Non è una scuola all’interno dell’economia “ortodossa”, ma un modo alternativo di guardare a essa. Dove le altre scuole si focalizzano su modelli matematici ideali in economia, suggerendo i modi in cui il governo potrebbe influenzarli in caso di necessità, la teoria Austriaca è più realistica e quindi più scientifica.

Gli Austriaci considerano, invece, l’economia uno strumento utile a comprendere come le persone interagiscono e competono nel processo di soddisfacimento dei relativi bisogni e nell’allocazione delle risorse, in modo da costruire un florido ordine sociale. Essi considerano l’imprenditorialità una forza critica nello sviluppo economico, la proprietà privata essenziale per un efficiente uso delle risorse e gli interventi governativi nel mercato come distorsivi, sempre e comunque.

La Scuola Austriaca è in grande ripresa oggi. Nelle università, questa ripresa è dovuta a una reazione contro la matematizzazione, la ricomparsa della logica come strumento metodologico e la ricerca di una tradizione teoricamente stabile nel manicomio macroeconomico. In termini politici, la Scuola Austriaca acquista sempre più attrattività, dati i continui e “misteriosi” cicli economici, il collasso del socialismo, il costo e il fallimento del welfare state e l’insoddisfazione pubblica nel governo onnipotente.

Vette nella Tradizione Austriaca

Nei suoi dodici decenni, la Scuola Austriaca ha vissuto diverse fasi d’importanza. Era fondamentale nei dibattiti sulla formazione dei prezzi prima della svolta, nella prima decade del secolo scorso, verso l’economia monetaria; grande importanza ebbe anche nel dibattito sulla praticabilità del socialismo e sulla fonte dei cicli economici negli anni ’20 e ’30. La scuola passò in secondo piano dagli anni ’40 alla metà degli ani ’70, venendo, solitamente, menzionata solo nei libri di storia del pensiero economico.

La tradizione proto-Austriaca ha inizio con gli Scolastici di Salamanca del quindicesimo secolo, che per primi presentarono una visione individualista e soggettivista dei prezzi e dei salari. Ma la fondazione formale della scuola risale alla pubblicazione del 1871 di Carl Menger, Principi di Economia, che cambiò la comprensione economica del valore e della determinazione dei prezzi delle risorse, ribaltando sia la visione Classica sia quella Marxista con la “Rivoluzione Marginale”.

Menger adottò anche una nuova teoria della moneta, intesa come istituzione di mercato, fondando l’economia in leggi deduttive scopribili attraverso il metodo delle scienze sociali. Il libro di Menger, disse Ludwig Von Mises, fece di lui un economista, e riveste ancora grande importanza.

Eugen von Bohm-Bawerk fu la figura successiva più importante nella Scuola Austriaca. Spiegò che i tassi d’interesse, quando non manipolati da una banca centrale, sono determinati dagli orizzonti temporali del pubblico e il tasso di rendimento sul capitale investito tende a corrispondere al tasso di preferenza temporale. Fornì anche un colpo mortale alla teoria dello sfruttamento capitalistico di Marx e fu un difensore strenuo dell’economia teorica, in un tempo in cui storicisti di qualsiasi provenienza cercavano di distruggerla.

Il migliore studente di Bohm-Bawerk fu Ludwig von Mises, il cui scopo primario era quello di formare una nuova teoria della moneta. La Teoria della Moneta e del Credito, pubblicato nel 1912, elaborato sulla base delle considerazioni di Menger, mostrava non solo l’origine mercantile della moneta, ma l’impossibilità di altri modi di emersione della stessa; Mises sostenne anche che la moneta e l’attività bancaria dovessero essere lasciate al mercato e che l’intervento pubblico non avrebbe che causato danni.

In quel libro, che rimane un testo standard nel suo campo, Mises gettò anche le basi della sua teoria del ciclo economico: affermava che, quando una banca centrale abbassa artificialmente i tassi di interesse, essa causa distorsioni nel settore dei beni capitali e nella struttura della produzione. Quando vi sono malinvestimenti, una recessione è necessaria per correggerli e portarli via.

Insieme al suo studente F. A. Hayek, Mises fondò l’Istituto Austriaco di ricerca sul Ciclo Economico, con sede a Vienna, grazie al quale spiegarono come le banche centrali siano all’origine di tutti i cicli economici. Il loro lavoro, ai fatti, si è dimostrato il più efficace nel contrastare gli esperimenti Keynesiani di aggiustamento dell’economia attraverso politiche fiscali e monetarie.

La loro teoria dominò in Europa fino alla vittoria di Keynes, che additò il mercato stesso come responsabile dei cicli economici. Non fu di ostacolo il fatto che la teoria di Keynes, prevedendo maggiore spesa, più inflazione e deficit rampanti fosse già attuata, praticamente, dai governanti di tutto il globo.

Calcolo economico in un’economia socialista

Al tempo di questo dibattito, Mises e Hayek erano coinvolti anche in una controversia sul socialismo. Nel 1920, Mises scrisse uno dei più importanti articoli del secolo: “Calcolo Economico nel Commonwealth Socialista”, seguito dal suo libro, Socialismo. Fino allora, c’erano molti critici del socialismo, ma nessuno aveva sfidato i socialisti a spiegare come l’economia avrebbe funzionato in assenza di prezzi e proprietà privata.

Mises sosteneva che il calcolo economico razionale richiedeva un test di profitti e perdite. Se un’impresa ottiene un profitto, sta utilizzando le risorse in maniera efficiente; se subisce una perdita, no. Senza questi segnali, non c’è modo di prendere decisioni adeguate per gli attori economici; essi non possono valutare i costi opportunità di questa o quella decisione produttiva. I prezzi e il suo corollario, il sistema profitti-perdite, sono essenziali. Mises spiegò anche come la proprietà privata dei mezzi di produzione fosse necessaria per la generazione stessa dei prezzi.

Nel socialismo, i mezzi di produzione sono riservati alla collettività. Questo significa che non vi sono acquisti o vendite di beni capitali, quindi non hanno un prezzo. Senza prezzi, non vi è il test profitti-perdite. Senza possibilità di profitti e perdite, non vi può essere economia reale. È necessario costruire una nuova fabbrica? Sotto il socialismo, non c’è modo di dirlo. Tutto diventa congettura.

Il saggio Misesiano accese un dibattito in tutta Europa e America. Un socialista di spicco, Oskar Lange, ammise la necessità dei prezzi per il calcolo economico, sostenendo, però, che i pianificatori potessero generare i prezzi nelle loro menti, guardare la lunghezza delle file nei negozi per determinare la domanda del consumatore o fornire essi stessi segnali di produzione. Mises controbatteva che “giocare al mercato” non può funzionare; il socialismo, a causa delle sue stesse contraddizioni interne, era destinato a fallire.

Hayek utilizzò l’occasione del dibattito sul calcolo per elaborare ed espandere l’argomento Misesiano nella sua teoria sull’uso della conoscenza nella società: secondo Hayek la conoscenza generata dal processo di mercato è inaccessibile per qualsiasi mente umana, specialmente quella dei pianificatori. Le innumerevoli decisioni richieste per la prosperità economica sono troppo complesse perché siano comprese da un singolo essere umano. Queste scoperte divennero la base per una teoria più ampia dell’ordine sociale, che occupò il resto della vita accademica di Hayek.

Mises arrivò negli Stati Uniti fuggendo dai Nazisti e fu accolto da una manciata di imprenditori pro libero mercato, tra cui Lawrence Fertig. Qui aiutò la costruzione di un movimento intorno alle sue idee; la maggior parte degli economisti a favore del libero mercato gli sono riconoscenti. Nessuno, come disse Milton Friedman, fece quanto Mises per promuovere il libero mercato in questo paese. Ma erano tempi bui. Ebbe difficoltà nel trovare il posto accademico retribuito che meritava e fu difficile ottenere grande audience alle sue vedute.

Durante questi primi anni in America, Mises lavorò all’aggiornamento e riedizione del suo trattato in lingua tedesca, che aveva appena completato, scrivendo L’Azione Umana, un lavoro onnicomprensivo per il pubblico di lingua inglese. In questo libro rivisitò le fondamenta filosofiche delle scienze sociali in generale e dell’economia in particolare. Si rivelò un contributo significativo: molto tempo dopo il fallimento degli ingenui dogmi empiristici, la “prasseologia” Misesiana, o logica dell’azione umana, continua ad ispirare studenti e studiosi. Questa grande opera spazzò via le fallacie Keynesiane e le pretese storiciste, rendendo possibile la rinascita della Scuola Austriaca.

La Rinascita

Fino agli anni ’70, comunque, era difficile trovare un economista famoso che non condividesse vedute Keynesiane; tra queste, la perversione del sistema dei prezzi, l’irrazionalità del mercato, la presenza di spiriti animali nel mercato azionario, la sfiducia verso il settore privato e la fede nel governo interventista, capace di pianificare l’economia per mantenerla al di fuori della recessione e la relazione inversa tra inflazione e disoccupazione.

Faceva eccezione Murray N. Rothbard, un altro grande studente di Mises, che scrisse un robusto trattato economico nei primi anni del 1960, chiamato Uomo, Economia e Stato. Nel suo libro, Rothbard aggiunse contributi originali al pensiero Austriaco. Analogamente, il lavoro di altri due importanti studenti di Mises, Hans F. Sennholz e Israel Kirzner, proseguì la tradizione. Ed Henry Hazlitt, tenendo una rubrica settimanale per Newsweek, fece più di chiunque altro per promuovere la Scuola Austriaca, apportando anche idee nuove.

La stagflazione degli anni ’70 indebolì la Scuola Keynesiana mostrando la possibilità di alta inflazione e alta disoccupazione nello stesso momento. Il Premio Nobel che Hayek ricevette nel 1974 per la sua ricerca sul ciclo economico con Mises provocò un’esplosione dell’interesse accademico per la Scuola Austriaca e per il libero mercato in generale. Una generazione di studenti diplomati iniziò a studiare i lavori di Mises e Hayek, mentre il programma di ricerca continuava a crescere. Oggi, la Scuola Austriaca è pienamente incorporata nel lavoro del Mises Institute.

Il Nucleo della Teoria Austriaca

I concetti di scarsità e scelta sono al cuore dell’economia Austriaca. L’uomo ha, costantemente, davanti a sé un’ampia gamma di scelte. Ogni azione implica dover rinunciare a scelte alternative o pagare dei costi. E ogni azione, per definizione, è finalizzata a migliorare la sorte dell’attore dal suo punto di vista. In più, ogni attore nell’economia ha un differente set di valori e preferenze, bisogni eterogenei e desideri e tempo diverso per gli scopi che intende raggiungere.

I bisogni, i gusti, i desideri e i programmi di persone diverse non possono essere aggiunti o sottratti alle scelte altrui. Non è possibile comprimere i gusti e i programmi su una curva e chiamarla “preferenza del consumatore”. Perché? Perché i valori economici sono soggettivi.

Analogamente, non è possibile comprimere la complessità del mercato in aggregati enormi. Non possiamo, ad esempio, dire che lo stock di capitale è un grande ammasso rappresentato dalla lettera K e metterlo in un’equazione, sperando di ricavarne informazioni utili. Lo stock di capitale è eterogeneo; una parte di esso è destinato a creare beni da vendere in un futuro prossimo e altri da vendere tra dieci anni. I programmi per l’impiego del capitale sono diversi così come diverso è lo stesso stock di capitale. La teoria Austriaca vede la concorrenza come un processo di scoperta di nuovi e migliori modalità di organizzazione delle risorse, processo pieno di errori ma costantemente migliorato.

Questo modo di guardare al mercato è diverso da quello delle altre scuole economiche. Da Keynes in poi gli economisti hanno sviluppato l’abitudine di costruire universi paralleli che non hanno nulla a che fare con il mondo reale. In questi universi, il capitale è omogeneo e la concorrenza è uno stato finale immobile. Ci sono il giusto numero di venditori, i prezzi che riflettono i costi di produzione e non vi sono profitti in eccesso. Il benessere economico è determinato sommando tutte le utilità individuali. Lo scorrere del tempo è raramente preso in considerazione, eccetto che nel passaggio da una condizione statica a un’altra. Le diverse preferenze temporali dei produttori e dei consumatori, semplicemente, non esistono. Abbiamo invece aggregati che ci danno piccole e preziose informazioni su tutto.

Un economista convenzionale sarebbe velocemente d’accordo nel considerare irrealistici questi modelli, essendo gli idealtipi utili solo come strumento di analisi. Ma ciò è falso, poiché questi stessi economisti usano questi modelli per fare raccomandazioni politiche.

Un esempio palese di politica basata su modelli inventati è rappresentato dalla divisione antitrust del Dipartimento di Giustizia. Qui i burocrati pretendono di conoscere la corretta struttura industriale, quali tipi di fusioni e acquisizioni possano danneggiare l’economia, chi ha troppe quote di mercato o chi troppo poco e quale sia il livello di mercato adeguato. Questo rappresenta ciò che Hayek chiamava “the pretense of knowledge” (La presunzione di sapere).

Il corretto rapporto tra concorrenti può essere solo raggiunto attraverso la vendita e l’acquisto, non attraverso decreti burocratici. Gli economisti Austriaci, Rothbard in particolare, sostengono che gli unici veri monopoli sono quelli creati dal governo. I mercati sono troppo competitivi perché permettano ai monopoli la stessa esistenza.

Un altro esempio è l’idea che la crescita economica possa essere prodotta attraverso la manipolazione della curva di domanda aggregata con maggiore e più intensa spesa pubblica, considerata come sostenitrice della domanda, invece che riduttrice dell’offerta e atto di bullismo del governo sui consumatori.

Se il marchio di fabbrica degli economisti convenzionali è rappresentato dall’uso di modelli irrealistici, il segno distintivo dell’economia Austriaca è un profondo apprezzamento per il sistema dei prezzi. I prezzi forniscono agli attori economici informazioni critiche sulla scarsità relativa dei beni e dei servizi. Non è necessario per i consumatori conoscere, per esempio, che una malattia ha decimato il pollame per sapere che essi dovrebbero risparmiare sulle uova. Il sistema dei prezzi, rendendo le uova più costose, suggerisce al pubblico il comportamento adeguato.

Il sistema dei prezzi dice ai produttori quando entrare e quando abbandonare i mercati, trasmettendo informazioni sulle preferenze dei consumatori; segnala i produttori più efficienti, cioè il modo più economico di utilizzare le risorse per creare beni. Al di fuori di questo sistema, non c’è modo di sapere queste cose.

Ma i prezzi devono essere generati dal mercato. Non possono essere stabiliti nella maniera in cui l’Ufficio Stampa del Governo impone i prezzi per le sue pubblicazioni. Non possono essere basati sui costi di produzione alla maniera dell’Ufficio Postale. Queste pratiche creano distorsioni e inefficienze. Piuttosto, i prezzi devono essere il risultato di azioni individuali libere, in un contesto giuridico di rispetto della proprietà privata.

La teoria dei prezzi neoclassica, come esposta in molti libri di testo universitari, copre gran parte di questo territorio. Ma, tipicamente, dà per scontata la precisione del sistema dei prezzi, al di là della sua fondazione nella proprietà privata. Come risultato, praticamente qualsiasi piano di riforma delle economie post-socialiste parlava del bisogno di migliori gestioni, prestiti dall’Occidente, nuove e differenti forme di regolamentazione, la rimozione del controllo dei prezzi, ma non la proprietà privata; il risultato fu l’equivalente economico di un disastro a catena.

Prezzi liberamente oscillanti non possono, semplicemente, compiere il loro lavoro tranne che in un sistema nel quale siano presenti la proprietà privata e la libertà contrattuale. La teoria Austriaca vede la proprietà privata come il primo principio di un’economia sana. Gli economisti, in generale, trascurano l’argomento e, quando ne parlano, lo fanno per giustificare filosoficamente la sua violazione.

La logica e la legittimità dell’analisi dei “fallimenti del mercato”, e il suo corollario dei beni pubblici, sono ampiamente accettate dalle scuole di pensiero non Austriache; il bene pubblico è un bene che non può essere fornito dal mercato, deve quindi essere il governo a provvedervi attraverso l’imposizione fiscale. Il caso classico è il faro, sebbene, come dimostrato da Ronald Coase, ne sono esistiti di privati per secoli. Alcune definizioni di bene pubblico possono essere così ampie che, se abbandoniamo il buonsenso, qualsiasi merce quotidiana può rientrarvi.

Gli Austriaci fanno notare che è impossibile conoscere se il mercato stia fallendo senza un test indipendente, costituito, e non potrebbe essere altrimenti, dalle azioni degli individui. Il mercato stesso è il solo criterio disponibile per determinare come le risorse debbano essere usate.

Mettiamo che io ritenga necessario, per diverse ragioni sociali, che vi sia un barbiere ogni 100 persone e, guardandomi intorno, noto che, però, non è così. Allora sostengo l’utilizzo di risorse pubbliche al fine di aumentare l’offerta di barbieri. Ma gli unici mezzi per conoscere quanti barbieri siano necessari consistono nel mercato stesso. Se ve n’è meno di uno ogni cento abitanti, dobbiamo presumere che un numero più ampio non trovi giustificazione alcuna di esistenza in mercati efficienti. Non è economicamente corretto stendere una lista di lavori e istituzioni desiderabili messe in piedi indipendentemente dal mercato stesso.

 

Esternalità

Gli economisti mainstream insegnano che, in caso di benefici o costi sopportati da persona diversa rispetto all’agente economico, esiste un’esternalità, che deve essere corretta dal governo attraverso la redistribuzione. Ma, definite ampiamente, le esternalità sono presenti in ogni transazione economica poiché i costi e i benefici sono, in ultima analisi, soggettivi. Potrei compiacermi nel vedere fabbriche gettare fumo perché amo l’industria. Ma questo non significa che dovrei essere tassato per questo privilegio. Analogamente, potrei essere infastidito dall’assenza di barba nella maggior parte degli uomini, ma questo non implica che gli sbarbati debbano essere tassati per compensare il mio dispiacere.

La Scuola Austriaca ridefinisce le esternalità, ritenendole presenti solo in caso d’invasioni fisiche della proprietà (es.: il vicino che getta spazzatura nel mio giardino); quindi il fatto costituisce illecito. Non vi possono essere costi o benefici soggettivi determinati dalla sommatoria di attività non economiche e gratuite. Invece, il criterio rilevante dovrebbe essere quello della modalità dell’azione; in altri termini, se essa è stata pacifica o meno.

Un’altra area nella quale gli Austriaci differiscono dagli economisti mainstream è quella riguardo gli interventi del governo in caso di fallimenti del mercato. Ammesso che il governo, in qualche modo, possa individuare un fallimento di mercato, l’onere della prova è ancora a suo carico: deve dimostrare di saper raggiungere il compito in maniera più efficiente rispetto al mercato. Gli Austriaci vorrebbero utilizzare le energie impiegate nella ricerca dei fallimenti del mercato nell’analisi e comprensione dei fallimenti dell’intervento pubblico.

Ma il fallimento dello stato nel compiere ciò che l’economia convenzionale moderna gli affida non è oggetto di dibattito. Al di fuori della Public Choice, è solitamente ritenuto valido l’argomento che il governo sia capace di fare qualsiasi cosa voglia, e di farlo bene. La natura dello stato come istituzione con propri perniciosi disegni sulla società, viene del tutto dimenticata. Uno dei contributi di Rothbard fu proprio quello di analizzare questo punto, concentrandosi sull’elaborazione e sulle conseguenze dell’interventismo; egli fornì una classificazione degli interventi pubblici, completandola con una critica dettagliata dei diversi tipi d’intrusione.

Gli indovini

La questione è posta dalla famosa domanda di James Buchanan: “Che cosa dovrebbero fare gli economisti?” Risposta mainstream (parziale): predire il futuro. Questo scopo è legittimo nelle scienze naturali, poiché rocce e le onde sonore non fanno scelte. Ma l’economia è una scienza sociale che si occupa di persone che scelgono, rispondono a incentivi, cambiano idee e agiscono anche, a volte, in maniera irrazionale.

Gli economisti Austriaci comprendono che il futuro è incerto, anche se non radicalmente, ma in gran parte. L’azione umana, in un mondo incerto con scarsità diffusa, pone il problema economico al primo posto. Abbiamo bisogno di imprenditori e prezzi che ci aiutino a superare l’incertezza, sebbene essa non possa essere mai completamente superata.

Prevedere il futuro è il lavoro degli imprenditori, non degli economisti. Questo non equivale a dire che gli economisti Austriaci non possano attendersi determinate conseguenze da particolari politiche governative. Ad esempio, sanno che i prezzi massimi creano sempre penuria, che l’espansione dell’offerta di moneta conduce ad un aumento nel livello  generale dei prezzi ed al ciclo economico, anche se non possono predire il momento preciso e l’esatta natura degli eventi attesi.

Numeri Governativi

Ulteriore area di preoccupazione teorica, che distingue gli Austriaci dagli economisti mainstream, è quella delle statistiche economiche. Gli Austriaci criticano il peso che viene dato alla maggior parte delle misure statistiche esistenti in economia e rigettano anche l’uso che se ne fa. Prendiamo, per esempio, la questione dell’elasticità dei prezzi, che dovrebbe misurare la risposta del consumatore ai cambiamenti di prezzi. Il problema sta nella metafora e nelle sue applicazioni; essa suggerisce che le elasticità esistano indipendentemente dall’azione umana e che possano essere comprese in anticipo rispetto all’esperienza. Ma le misurazioni storiche del comportamento del consumatore non costituiscono teoria economica.

Un altro esempio di statistica discutibile è il numero indice, attraverso cui il governo calcola l’inflazione. Il problema con gli indici è che essi oscurano i cambiamenti dei prezzi relativi, di importanza fondamentale. Questo non equivale a dire che l’Indice dei Prezzi al Consumo è irrilevante, ma che non è un indicatore solido, essendo soggetto a vasti abusi e avendo la capacità di mascherare movimenti di prezzo altamente complessi tra settori.

Il Prodotto Interno Lordo è pieno di errori di composizione inerenti al modello keynesiano. La spesa pubblica è considerata parte della domanda aggregata, nessuno sforzo è fatto per calcolare i costi distruttivi dell’imposizione fiscale, della regolamentazione e della redistribuzione. Se gli Austriaci fossero ascoltati, il governo non produrrebbe più nessuna statistica; esse sono utilizzate, principalmente, per pianificare l’economia.

Politiche Pubbliche

Per gli Austriaci, la regolamentazione economica distrugge la prosperità, poiché non consente la corretta allocazione delle risorse, mettendo in grande crisi, in maniera particolare, l’imprenditorialità e la piccolo impresa.

La regolamentazione ambientale è stata tra i principali colpevoli negli anni recenti. Nessuno può calcolare le ingenti perdite associate al Clean Air Act o le assurdità collegate alle politiche sui terreni paludosi o sulle specie protette.

Tuttavia, la politica ambientalista può raggiungere il suo obiettivo dichiarato: abbassare lo standard di vita. Ma le politiche antitrust, al contrario, non possono generare ciò che si prefiggono: competitività. Capri espiatori come i “prezzi predatori” spaventano ancora i burocrati, mentre semplici analisi economiche portano a confutare l’idea per cui un concorrente possa abbassare il prezzo sotto il costo di produzione per impadronirsi del mercato e fissare, in seguito, prezzi monopolistici. Qualsiasi impresa che tenterebbe di vendere sotto i costi di produzione, subirebbe perdite. Nel momento in cui cerca di alzare i prezzi, invita altri concorrenti ad entrare nel mercato.

La legislazione sui diritti civili rappresenta una delle più intrusive regolamentazioni nel mercato del lavoro. Quando i datori di lavoro non sono liberi di assumere, licenziare e promuovere in base ai propri criteri di merito, si verificano ampie dislocazioni nell’impresa e nel mercato del lavoro. Inoltre, la legislazione sui diritti civili, creando preferenze legali per determinati gruppi, indebolisce il senso comune di giustizia che è il marchio di fabbrica del mercato.

C’è un altro costo che la regolamentazione comporta: essa impedisce, infatti, il processo di scoperta imprenditoriale. Questo si basa sulla possibilità di disporre di un’ampia gamma di alternative nell’uso del capitale; la regolamentazione limita le opzioni dell’imprenditore, erigendo barriere all’imprenditorialità. Leggi sulla sicurezza, salute e lavoro, ad esempio, non solo inibiscono la produzione esistente, ma impediscono lo sviluppo di migliori metodi di produzione.

Gli Austriaci hanno anche sviluppato un’impressionante critica della redistribuzione. La teoria welfaristica dominante ci dice che, se la legge dell’utilità marginale decrescente è vera, allora l’utilità totale può essere facilmente aumentata. Se prendi un dollaro da un uomo ricco, il suo benessere diminuisce leggermente, ma quel dollaro vale più per un povero che per lui, quindi redistribuire un dollaro, in questo modo, accresce l’utilità generale. L’implicazione è che il benessere possa essere aumentato attraverso una distribuzione dei redditi egalitaria. Il problema, per gli Austriaci, è che le utilità non possono essere aggiunte o sottratte, essendo soggettive.

La redistribuzione prende dai proprietari e produttori per dare, per definizione, ai non proprietari e non produttori. Questo diminuisce il valore della proprietà redistribuita; essa, infatti, diminuisce, non aumenta, il benessere totale. Rendendo la proprietà, e il suo valore, meno sicuri, i trasferimenti reddituali mitigano i benefici della proprietà e della produzione, riducendo gli incentivi per entrambi.

Gli Austriaci rifiutano l’utilizzo della redistribuzione per stimolare o manipolare la struttura economica. Un aumento della pressione fiscale, ad esempio, non causa altro che danni: l’imposizione tributaria distrugge ricchezza, portando alla confisca di proprietà che potevano essere utilizzate altrimenti o risparmiate o investite, diminuendo le opzioni disponibili per il consumatore. Inoltre, non esiste un’imposta rigorosamente di consumo. Tutte le imposte riducono la produzione.

Gli Austriaci non sposano la visione della scarsa importanza dei deficit di bilancio. Infatti, la richiesta di finanziamento da parte della collettività o di investitori stranieri del deficit, porta a tassi di interessi più elevati, logorando gli investimenti privati. I deficit creano altresì il pericolo di finanziamento attraverso politiche inflazionistiche della banca centrale. La risposta al deficit non è un aumento della pressione fiscale, che è più distruttivo dei deficit stessi, ma un equilibrio di bilancio attraverso tagli di spesa inevitabili. Dove tagliare? Ovunque e comunque.

La situazione ideale non è rappresentata da un semplice pareggio di bilancio. La spesa pubblica stessa, indipendentemente dal fatto che sia in deficit o surplus, dovrebbe essere la minima possibile. Perché? Perché tale spesa impedisce un utilizzo migliore delle risorse nei mercati privati.

Spesso sentiamo parlare di questo o quell’”investimento statale”. Gli Austriaci considerano questa espressione un ossimoro: gli investimenti reali sono effettuati dai capitalisti, che rischiano il proprio denaro nella speranza di soddisfare la domanda futura del consumatore. Il governo limita la soddisfazione della domanda ostacolando la produzione nel settore privato. Per di più, gli investimenti pubblici sono conosciuti come sprechi di denaro; rappresentano, infatti, spesa di consumo di politici e burocrati.

Moneta e Attività Bancaria

Gli economisti mainstream ritengono che il governo debba avere il controllo della politica monetaria e della struttura dell’attività bancaria attraverso cartelli, assicurazioni sui depositi e moneta di stato cartacea. Gli Austriaci rifiutano l’intero paradigma, sostenendo che i migliori controlli sono svolti dal mercato; in effetti, se oggi abbiamo serie e radicali proposte per aumentare il ruolo del mercato nell’attività bancaria e monetaria, ciò è dovuto alla Scuola Austriaca.

Le assicurazioni sui depositi si sono fatte strada dal collasso della S&L industrie. Il governo garantisce i depositi e i prestiti con i soldi del contribuente e questo rende le istituzioni finanziarie meno attente. Il governo effettivamente si comporta con le istituzioni finanziarie come un genitore permissivo: incoraggia comportamenti indegni eliminando la minaccia della sanzione.

Gli Austriaci eliminerebbero l’assicurazione sui depositi, non solo permettendo il verificarsi di corse allo sportello, ma apprezzando il suo potenziale di controllo sull’attività. Non vi sarebbe nessun prestatore di ultima istanza (rappresentato dal contribuente) per salvare istituzioni in crisi.

Molta della critica Austriaca intorno all’attività monopolistica della banca centrale ruota attorno al ciclo economico di Mises – Hayek. Entrambi ritenevano la banca centrale, non il mercato, responsabile delle crisi cicliche dell’attività commerciale. Per dimostrare la teoria, gli Austriaci hanno prodotto accurati studi di periodi storici di recessione e ripresa, spiegando come vi fossero sempre interventi della banca centrale all’origine delle difficoltà.

Secondo tale teoria, gli sforzi dei banchieri centrali, attraverso l’abbassamento dei tassi d’interesse sotto il loro livello naturale, provocano, nell’industria dei beni capitali, sovrainvestimenti; un tasso di interesse più basso ci dice che nuovi risparmi sono disponibili per sostenere la produzione. Se un produttore prende in prestito per costruire edifici, ci saranno abbastanza risparmi per consentire ai consumatori l’acquisto dell’edificio e dei servizi in esso situati. I progetti intrapresi possono essere sostenuti. Ma tassi d’interesse artificialmente bassi conducono le imprese ad avventurarsi in progetti non necessari. Questo crea un boom indotto, seguito da una brusca frenata, una volta acclarato che i risparmi non erano abbastanza alti da consentire il grado di espansione verificatosi.

Gli Austriaci fanno notare che la regola di crescita monetaria sostenuta dai Monetaristi ignora gli “effetti da iniezione”, anche del livello più piccolo, nella moneta e nel credito. Un incremento del genere porterà sempre alla creazione di questo tipo di ciclo economico, anche se è finalizzato a mantenere stabile l’indice dei prezzi, come negli anni ’20 e ’80.

Cosa dovrebbero fare i politici quando l’economia entra in recessione? Praticamente niente. Occorre tempo per ripulire i malinvestimenti creati dall’espansione creditizia. I progetti intrapresi devono fallire, i lavoratori assunti erroneamente essere licenziati e i salari scendere. Dopo questa pulizia, vi potrà essere nuova crescita, fondata su di una valutazione realistica del comportamento futuro dei consumatori.

Se il governo vuole accelerare il processo di ripresa (nel caso in cui, ad esempio, le elezioni fossero vicine) ci sono alcune cose che può fare. Può abbassare la pressione fiscale, lasciando più ricchezza nelle mani private per incentivare la ripresa; può eliminare regolamentazioni che inibiscono la crescita; può tagliare la spesa e ridurre l’indebitamento; può cancellare le leggi anti-dumping e tagliare dazi e quote di importazione, permettendo ai consumatori di comprare beni importati a minor prezzo.

La banca centrale crea anche incentivi inflazionistici; non è una coincidenza che, dalla creazione del Federal Reserve System, il dollaro abbia perso il 98% del suo valore. Il mercato non lascerebbe che ciò accada. Il colpevole è la banca centrale, le cui logiche portano a politiche inflazionistiche proprie di un contraffattore che fa lavorare a pieno ritmo la sua stampante.

Gli Austriaci vorrebbero riforme radicali e importanti; i Misesiani invocano un regime di convertibilità aurea piena, in ossequio alla storia ed evoluzione delle scelte del libero mercato, sostenendo anche l’abolizione della riserva frazionaria e della banca centrale; gli Hayekiani vorrebbero un sistema in cui il consumatore ha a disposizione un’ampia alternativa nella scelta monetaria, tra cui quella cartacea. I due punti non sono necessariamente in contrasto, entrambi considerano la banca centrale l’aspetto più problematico del sistema odierno.

Il Futuro della Scuola Austriaca

L’economia Austriaca, oggi, è in grande crescita. I lavori di Mises sono letti e discussi in tutta Europa e nell’ex Unione Sovietica, così come in America Latina e Asia settentrionale. Ma il nuovo interesse in America, dove vi è disperato bisogno di saggezza Austriaca, è particolarmente incoraggiante.

Il successo del Ludwig von Mises Institute testimonia questo nuovo interesse. Lo scopo principale dell’Istituto è quello di assicurare alla Scuola Austriaca una posizione importante nel dibattito economico. A questo fine, abbiamo adottato economisti di professione, pubblicizzato accademicamente e pubblicamente i loro lavori, istruito centinaia di studenti sulla teoria Austriaca, distribuito milioni di pubblicazioni e formato comunità intellettuali, in particolare all’Università di Auburn e del Nevada, Las Vegas, dove queste idee prosperano.

Ogni anno teniamo un seminario didattico estivo, chiamato Mises University, sulla Scuola Austriaca, con una facoltà di più di 25 membri e studenti appassionati provenienti da tutto il paese; organizziamo anche conferenze accademiche su materie storiche e teoriche e gli studiosi dell’Istituto partecipano frequentemente ai principali incontri professionali del settore.

Le edizioni Transaction cosponsorizzano la Rivista Trimestrale di Economia Austriaca, l’unico trimestrale del mondo anglosassone rivolto, esclusivamente, allo studio della Scuola Austriaca. Transaction pubblica anche alcuni dei nostri libri. La Newsletter di Economia Austriaca è scritta e diretta da, e rivolta a, studenti laureati. Il periodico Free Market applica le idee Austriache ad argomenti di politica pubblica.

Il Mises Institute assiste studenti e facoltà in centinaia di college ed università. Abbiamo un programma per consentire ai visiting fellow di completare le tesi e ai visiting scholar di perseguire nuove ricerche, così come centri per studenti diplomati e laureati. Ad Auburn, il Workshop dell’Istituto esplora nuove aree di ricerca storica, teorica, politica e i colloqui settimanali portano studenti e facoltà ad applicare il pensiero Austriaco, in un contesto interdisciplinare.

Nuovi libri sulla Scuola Austriaca compaiono quasi mensilmente ed esperti Austriaci scrivono per i principali giornali accademici. Le intuizioni Misesiane sono presentate in centinaia di corsi in tutto il mondo (dove, solo 20 anni fa, non più di una dozzina di classi seguivano simili corsi). Gli Austriaci rappresentano gli astri nascenti della professione, gli economisti con nuove idee che attraggono studenti, gli unici sulla pista con un orientamento pro mercato ed anti statalista.

La maggior parte di questi studiosi sono cresciuti attraverso le conferenze, le pubblicazioni e i programmi didattici del Mises Institute. Con il sostegno dell’Istituto alla Scuola Austriaca, la tradizione e il radicalismo costruttivo si combinano, creando un’alternativa intellettualmente attrattiva rispetto al pensiero mainstream.

Il futuro della Scuola Austriaca è luminoso, il che fa ben sperare per il futuro stesso della libertà. Infatti, se vogliamo invertire le tendenze stataliste attuali e ristabilire un libero mercato, la fondazione teorica e intellettuale deve essere la Scuola Austriaca. Ecco perché la Scuola Austriaca è importante.