Salario minimo europeo – Reddito di Cittadinanza

La provocazione del Presidente dell’eurogruppo Juncker sul salario minimo ha avuto un’enorme eco sui media: pertanto, riteniamo ritenuto opportuno  sviluppare alcune riflessioni sulla questione mostrando gli effetti economici che si verrebbero a creare .

In ottica austriaca, parafrasando Mises, non possiamo esimerci dal chiederci se un tale provvedimento raggiunga gli obiettivi prefissati.

Chiariamo innanzitutto le finalità che spingono a prendere tale provvedimento ed i problemi che esso intende risolvere. Dando credito alle parole di Juncker, le preoccupazioni principali sarebbero disoccupazione e condizioni di vita dei lavoratori.

Preciso che il salario minimo potrebbe essere implementato attraverso due modalità

  • Vincolo legislativo dall’alto che impone all’imprenditore il pagamento di una retribuzione minima;
  • trasferimento, da parte dello Stato, in favore di quei lavoratori che non raggiungono il minimo fissato; ipotizziamo si tratti di semplici trasferimenti monetari.

Nel primo caso il costo di tale politica viene scaricata sulla produzione; può essere compensato attraverso un aumento del prezzo dei beni o attraverso un aumento della produttività del lavoro. In qualunque caso, l’imprenditore che detiene lavoratori coinvolti da questa politica, vede aumentare i costi da sostenere nella produzione.

I lavoratori al di sotto del salario minimo, apparentemente, potrebbero venire avvantaggiati da questa politica; è difficile immaginare, però, cosa possa comportare per il sistema produttivo europeo in generale.  La cosa certa è che con questo sistema i nuovi entrati avranno il vantaggio di vedersi offrire un salario garantito ma è altrettanto certo che questo tipo di costo fisso indurrà l’imprenditore a diminuire la manodopera; di converso, peggiorerà il potere d’acquisto dei lavoratori che cercheranno altre forme di guadagno per compensare la perdita e avvantaggerà enormemente il mercato nero o il cosiddetto mercato sommerso, dove si possono trovare forme di guadagno più semplici.

Nel secondo caso il costo del salario minimo viene scaricato sulle casse dello Stato, tralasciando per un attimo gli effetti sulle finanze pubbliche e concentrandoci sul mercato del lavoro cosa succede?

L’effetto sarà che  i lavoratori già occupati diventeranno meno convenienti avvantaggiando coloro che sono senza lavoro (esattamente come nell’esempio precedente).  Naturalmente le conseguenze specifiche dipendono molto dai vincoli contrattuali cui sono sottoposti gli operatori economici del mercato.

L’imprenditore potrebbe avvantaggiarsi di manodopera a basso costo , in questo modo il risultato sarà che nella generalità dell’economia i lavoratori avranno un più basso potere contrattuale (esattamente come nel primo caso)  facendo convergere i salari verso il basso.  E’ probabile che questa politica sia di aiuto ai disoccupati e imprenditori nel breve periodo ma svantaggerebbe chi occupato lo è già. Inutile aggiungere che tale politica non può essere sostenuta nel lungo periodo, in quanto avrebbe degli effetti inevitabili in tema di finanza pubblica generando deficit e tassazione crescente. Inoltre la certezza di un minimo salariale inciderebbe  sulla produttività del lavoratore demotivando chi è al di sopra di tale soglia, in quanto avrebbe la certezza comunque di un minimo garantito dalle casse pubbliche, inducendolo a fare meno.

La proposta del salario minimo visti i presupposti e le conseguenze che potrebbe generare non sembra risolutiva né per le condizioni dei lavoratori né per la disoccupazione in generale. E’ strano però che di fronte a questo problema sfugga il sistema di funzionamento economico del mercato del lavoro e quindi l’accordo tra lavoratore ed imprenditore. L’imprenditore assume il lavoratore per garantire la continuità della produzione ed il suo costo deve essere compensato dal margine raggiunto grazie alla vendita del prodotto al prezzo richiesto dal mercato; viceversa il lavoratore accetta un’offerta che gli permette di massimizzare la sua utilità marginale.  Quando questo incontro non si verifica l’unica soluzione che possa intraprendere lo Stato è : non fare nulla. Un qualsiasi intervento da parte dello stato modifica l’utilità marginale degli operatori economici consumatori compresi producendo ulteriori effetti dai risultati quantomeno dubbi.  E’ chiaro che in un ambiente iper-regolamentato un buon modo per aiutare il mercato è eliminare i vincoli già esistenti, gli operatori economici sono assolutamente in grado di scegliere il meglio per sé; questo aiuterebbe.

La storia però non finisce qui perché l’iniziativa dello stato produce conseguenze che abbiamo già accennato in precedenza. L’effetto redistributivo, sia che venga indotto attraverso un costo sull’imprenditore sia che si produca sulle casse pubbliche, genera un impoverimento nell’economia. Perché avviene questo? Nel primo caso l’imprenditore sostiene costi su lavoratori che evidentemente erano fuori mercato, costringendolo a margini più esigui; senza considerare il fatto che quasi certamente la pressione regolamentare potrebbe indurre l’imprenditore ad aumentare il prezzo del bene oppure a licenziare lavoratori più costosi. Abbiamo già visto che gli effetti a lungo termine sono che il potere d’acquisto dei lavoratori andranno peggiorando inducendoli a trovare altre forme alternative di guadagno, come lavoro sommerso o microcriminalità. Nel secondo caso invece l’espansione del deficit trasferisce indirettamente risorse da lavoratori già occupati presumibilmente scelti dall’imprenditore a lavoratori che non hanno trovato occupazione generando un prevedibile calo di produttività e redditi oltre che nel lungo periodo un aumento della tassazione. L’intervento dello stato ancora una volta produce distorsioni maggiori di quelle che c’erano già e non risolve il problema. In tutto ciò sfugge anche l’effetto “educativo” di questa decisione. L’unico soggetto che si avvantaggia nel breve periodo è il disoccupato che nel momento in cui entra finalmente nel mondo del lavoro si troverà ad affrontare quei vincoli che bloccano le persone già occupate, il vantaggio del beneficio nel breve si rivela una trappola nel lungo. Vincolato dai lacci legislativi avrà una magra consolazione quella di avere uno stipendio che prima o poi non sarà più sufficiente a mantenerlo costringendolo a fare quello che avrebbe dovuto fare dall’inizio promuovere e coltivare le proprie capacità nel miglior modo possibile per avere mercato e trovare un imprenditore disposto ad assumerlo, con la differenza che adesso avrà un vincolo in più e costi crescenti per gli imprenditori;  accettare un favore, alla lunga diviene una vendita della propria libertà.