Debito interno vs. Debito estero: Una breve spiegazione

In questo breve pezzo elencherò una serie di risposte mirate a spiegare quello che s’intende per debito interno e debito estero.

 

1) Quando si parla di “debito estero”, che cosa si intende esattamente?

Quando si parla di debito estero si intendono tutte quelle passività dovute ad entità (siano essi singoli investitori, o società, o istituti bancari) al di fuori del territorio nazionale. Nel caso dello stato italiano, abbiamo a che fare con l’emissione di titoli di stato. Il suddetto è uno dei modi attraverso i quali lo stato raccoglie finanziamenti. Lo stato può finanziarsi in tre modi: tasse, debito pubblico, stampando i soldi. Con quest’ultimo metodo gli incentivi a stampare e spendere sempre di più sono fortissimi, ma la moneta in circolazione finisce per andare fuori controllo ed aumenta esponenzialmente (facendone diminuire, di conseguenza, il potere d’acquisto). Le tasse sono “antipatiche” e soprattutto rendono chiaro all’individuo quale sia il ruolo parassitario dello stato. Il debito pubblico consiste nell’emettere titoli di debito (o cambiali, per semplificare l’immagine mentale) che vengono collocati sul mercato e sono acquistabili da tutti. In Italia la Banca d’Italia gestisce le aste, ovvero, fa il banditore ma non li compra essa stessa. Chi compra sono altri soggetti (es. banche commerciali, investitori comuni, fondi pensione, hedge fund, ecc.), mentre alla BCE è vietato l’acquisto di titoli di stato dei paesi dell’Eurozona dall’accordo di Maastricht.

 

2) Come è venuto a crearsi, nel tempo, questo debito?

Così come ogni debito che si cumula nel tempo, anche quello dello stato nei confronti dei soggetti esteri si è creato attraverso una spesa eccessiva rispetto alle proprie entrate. Diversamente dagli imprenditori che sanno fare il loro lavoro, lo stato non è in grado di mettere in piedi una struttura produttiva, per cui non riesce mai a restituire i soldi che si è fatto prestare, portando quindi a chiedere sempre più soldi in prestito. Ad esempio, se un’azienda privata si indebita per acquistare un macchinario e quindi dare vita ad un’idea alla base della fondazione dell’azienda stessa, il mercato premierà suddetta azienda attraverso acquisti in massa dei prodotti sfornati. Oppure la “punirà” non acquistando nulla, ma in questo caso sarà solo l’azienda a rimetterci. L’indebitamento frutterà un rendimento positivo in grado di ripagare il debito precedente e staccare, di conseguenza, profitti. Nel caso dello stato la capacità di ripagare i propri debiti si basa semplicemente sulla sua capacità di estrarre ricchezza crescente dai soggetti che tassa.

 

3) A chi li dobbiamo, esattamente, questi soldi?

Il debito in generale è dovuto a tutti i soggetti che hanno sottoscritto le obbligazioni statali, ad esempio da questo articolo possiamo vedere che la gran parte di quello italiano è in mano ad istituti nazionali, mentre tra gli esteri i principali finanziatori sono banche commerciali: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/05/debito-pubblico-italiano-allestero-chi-ci-conta-di-piu-e-in-francia-e-in-germania/900274/

 

4) Quale percentuale di questo debito è costituita da interessi? Quale quota delle nostre tasse viene impiegata annualmente per pagare il debito, e quale quota viene utilizzata invece per i servizi pubblici?

E’ possibile rispondere alle domande poste in questi due punti andando ad osservare la Tabella 2.1 presente nel DEF 2014 (pag. 21): http://www.mef.gov.it/doc-finanza-pubblica/def/2014/documenti/DEF_Sezione_II_-_Analisi_e_tendenze_della_finanza_pubblica_.pdf

 

5) Cosa significa “ristrutturare il debito estero”?

Quando si parla di ristrutturare il debito (qualunque esso sia), significa che il paese in questione sta dichiarando default per parte del suo debito. E’ un processo che può avvenire in due modi: ordinato e disordinato. Nel primo caso, lo stato in questione ammette palesemente di essere insolvente e pagherà quei debiti che è ancora in grado di pagare rigettando invece tutti gli altri. Nel secondo caso, lo stato in questione va avanti nonostante l’insolvenza fino a quando non può più far fronte alle sue esigenze scatenando un panico improvviso sui mercati.

 

6) Cosa significa “andare in default”, e quali conseguenze porterebbe all’Italia?

Il default di un paese equivale alla palese ammissione che tutte le promesse finora fatte andranno infrante. Dal punto di vista sociale cosa accadrà? Nulla. Ogni persona continuerà a svolgere i propri compiti ed i propri lavori, nessuno perderà le proprie capacità perché lo stato italiano, ad esempio, va in default. La società si organizzerà, gli individui si organizzeranno, come hanno sempre fatto, per andare avanti. Chi ci perderà davvero saranno tutte quelle persone che avranno creduto ad una manica di parassiti che ha promesso loro la luna, ed invece si ritroveranno un pugno di mosche in mano. Tutti gli stati del mondo andranno in bancarotta. Gli inneschi sono già stati accesi, ma la miccia è lunga. Questi inneschi hanno un nome: pensioni, medicare, medicaid e social security per quanto riguarda gli USA. Sono degli schemi di Ponzi che infine chiederanno un grande tributo da pagare a coloro che hanno ceduto all’illusione di poter arrivare alla luna promessa da un branco di ciarlatani. Questo, si spera, darà loro una lezione che difficilmente scorderanno: non prestare più denaro ad un apparato truffaldino come lo stato. (Approfondimenti: http://francescosimoncelli.blogspot.it/2014/08/risveglio-doloroso.html)

 

7) Che cos’è il “debito interno”?

Quando si parla di debito interno si intendono tutte quelle passività dovute ad entità (siano essi singoli investitori, o società, o istituti bancari) all’interno del territorio nazionale. Si parla sempre di titoli di stato, ma stavolta acquistati da soggetti che si trovano all’interno del paese di emissione.

 

8) Che rapporto c’è fra debito estero e debito interno?

Il debito interno può essere svalutato attraverso lo svilimento dell’unità monetaria nazionale, mentre il debito estero (essendo denominato in valuta estera) non può essere svalutato con lo stesso meccanismo.

 

9) Visto che l’inflazione viene storicamente considerata “un male”, come mai anche la deflazione (o la stagnazione) vengono presentati come un problema? Se nessuno dei tre è positivo, esiste una “economia ideale”?

Non c’è niente di “buono” o “cattivo” in inflazione o deflazione, questi aggettivi sono stati affibiati ai due fenomeni dalla macro-economia per permettere un intervento positivo (ovvero, attivo) nel mercato durante determinate condizioni. Entrambi i fenomeni, in un’economia di mercato non ostacolata, fanno riferimento ad un panorama economico in cui si vengono a creare determinate forze che spingono verso l’una o l’altra; gli attori economici, percepita la presenza dell’una o dell’altra attraverso i segnali di mercato, agiscono di conseguenza indirizzando le loro scelte in base alle nuovi condizioni che si trovano a fronteggiare. Gli aggiustamenti che ne derivano, riconfigurano gli assetti di mercato laddove gli attori economici desiderano che vadano. Non esiste qualcosa come “un’economia ideale” o un “equilibrio di mercato” (come piace pensare ai monetaristi, ad esempio), questo a causa del dinamismo insito nell’economica di mercato. Il quadro economico deve essere il più libero possibile affinché i segnali di mercato siano i più sani possibile e possano massimizzare l’efficienza delle scelte degli individui.

In un’economia di mercato ostacolata, invece, l’inflazione (monetaria) ha una connotazione negativa perché essa favorisce i primi ricevitori della nuova moneta appena emessa, e di conseguenza sottrarrà silenziosamente il potere d’acquisto (inflazione dei prezzi) di coloro che la riceveranno per ultimi o non la riceveranno affatto. La deflazione che scaturisce dalla fine del ciclo inflattivo, non è altro che la conseguenza naturale dell’intromissione artificiale da parte di un’autorità pianificatrice. Infatti, una volta finita l’esuberanza generata dall’inflazione, il mercato si aggiusta alle preferenze degli attori di mercato riportando una certa salubrità nei segnali di mercato precedentemente intorbiditi e sgonfiando quei settori precedentemente alimentati artificialmente dal ciclo inflattivo.