Industria italiana: ascesa e declino

Sono passati 30 anni. Ero un giovane ingegnere al mio primo giorno di lavoro, con tante belle speranze, come tutti quelli della mia e delle precedenti generazioni. Allora non potevo immaginare che sarebbe stata anche l’ultima generazione dalle belle speranze. Il motivo di questa mia affermazione sta tutto in quel lontano giorno in cui, in una Milano ancora da bere, l’ingresso di Breda Ansaldo in Viale Sarca 336, era presidiato da picchetti sindacali.

All’epoca compresi solo che era in corso qualche sciopero o manifestazione di lavoratori, niente di più. Mi lasciarono entrare per presentarmi all’ufficio personale, solo perché dovevo essere assunto.
Molti anni dopo, con l’esperienza professionale e soprattutto umana, compresi che già in quella prima metà degli anni 80 la deindustrializzazione in Italia era cominciata. Quel picchetto sindacale era un indicatore non casuale.

Da quegli anni, quel processo non si è mai più interrotto. Ha forse conosciuto rallentamenti, ma è stato inesorabile e dal 2008 ad oggi ha trovato un’accelerazione impressionante. Le statistiche delle sezioni fallimentari di tutti i tribunali italiani, le notizie quotidiane dei media danno la cifra della catastrofe manifatturiera ormai giunta all’epilogo.

In tutti questi anni di lavoro nel settore manifatturiero, mi sono interrogato continuamente sulle cause di questo disastro ormai irreversibile.

Ne scrivo qui su questo sito perché mi è stato richiesto. Ma soprattutto perché le cause alla radice di questa deindustrializzazione italiana sono ampiamente spiegate e descritte nella teoria della Scuola Austriaca di Economia, di cui Ludwig von Mises è stato un illustre decano.

Una causa importante di questa crisi che viene da lontano risiede nell’interventismo statale.

Nel dopo guerra, la domanda crescente di beni ha contribuito a far nascere e rafforzare il tessuto italiano manifatturiero. Questo processo durato a lungo, già all’origine era viziato da alcuni elementi:

  • Massiccia presenza di grandi imprese a capitale pubblico (IRI: fondato nel 1933 da Benito Mussolini). L’IRI negli anni 80 comprendeva circa un migliaio di aziende e dava lavoro a oltre 500.000 persone. Sulle voragini dei suoi bilanci, epici quelli dal 1975 in avanti, intervenivano i governi dell’epoca per coprire le perdite, interessati al serbatoio elettorale e forzati dalla spesa dei partiti e della propaganda, già allora massiccia. Le scelte strategiche del management di queste imprese erano ovviamente condizionate dagli interessi della politica e soprattutto dai diktat dei partiti. Il colmo si raggiunge con Romano Prodi, nominato presidente dell’IRI sotto il governo Fanfani (V) nel novembre del 1982. Il “professore” come lo ha sempre chiamato la stampa di regime, tenta il risanamento del carrozzone pubblico denunciandone l’ingerenza politica e cercando di ridurla o contenerla. Non gli riesce né la prima, né la seconda. Il disastro IRI, anche sotto la presidenza Prodi durata fino al 1989, è conclamato. Quello stesso modesto professore di Bologna divenne quindi capo di coalizioni politiche e presidente del consiglio per ben due volte. Si capisce pertanto che alla riforma dell’IRI era stato messo un eccellente burosauro. Risultato: nessuna riforma, voragini di bilancio spaventose. In tutto e per tutto come avviene oggi, con i Commissari alla Cottarelli, che sono chiamati dalla politica per la Spending Review. Zero risultati, dimissioni del commissario in carica, (Cottarelli ha anche scritto un libro sul fallimento), nomina di un nuovo commissario. E la giostra torna a girare.

 

  • La presenza di imprese pubbliche importanti e di un capitalismo privato asservito per necessità alla partitocrazia, hanno generato un tessuto industriale della subfornitura nelle Piccole Medie Imprese geneticamente modificato. Delle imprese pubbliche si è detto, del capitalismo privato la storia d’Italia è lastricata di buone intenzioni. Esempi che raccontano della necessità vitale per le imprese di convivere con una burocrazia statale asfissiante, del bisogno di fare patti e accordi con partiti e poteri politici di ogni epoca e di ogni livello : comunale, regionale, statale. Questo coagulo inestricabile di interessi e convenienze, protezioni e convivenza forzate ha fatto del capitalismo italiano una struttura capace solo di privatizzare gli utili, rendendo pubbliche le perdite col beneplacito di partiti, governi e sindacati per la pace sociale.

 

  • La piccola media impresa che è nata sulla spinta delle commesse della grande impresa, sia pubblica che privata, è stato condizionata sin dalla sua nascita da questo contesto cancerogeno. Evidentemente in tutto simile a quello di un OGM, lo chiameremo MGM : mercato geneticamente modificato. Vincoli e laccioli della burocrazia statalista, adattamento del capitalismo privato al “do ut des” o meglio all’italico “una mano lava l’altra” in via permanente, sono stati gli strati sui quali la piccola media impresa si è formata ed è cresciuta : cultura mista privato-pubblica, capitalista-statalista. Non ho conosciuto neppure uno solo di rag.Brambilla o cav.Casiraghi, che non si sia dovuto inchinare a questo schema e farlo proprio.

In un paese come l’Italia dove la pianificazione economica rimane centralizzata tra Roma e Bruxelles, nessun protagonista o attore del mondo delle grandi imprese e delle PMI, ha avuto ed ha libertà di azione, e semmai la possiede, questa si realizza adattandosi alla pianificazione centrale per sfruttarne abilmente tutti i suoi collegati, a partire da sussidi, incentivi, detrazioni fiscali, agevolazioni di ogni sorta.

E’ di questi sussidi, incentivi, detrazioni e agevolazioni che la nostra industria è ormai morta, mentre quella che sopravvive è malconcia e in agonia.

L’elenco degli interventismi statali negli ultimi 40 anni è lunghissimo e non so neppure se è mai stata fatta una sintesi da parte di qualche ricercatore.

Cito solo alcuni di questi interventi che professionalmente posso confermare quanto siano stati nefasti nelle industrie ed aziende che se ne sono avvalsi.

La “Tremonti Bis”, basata sulla detassazione degli utili reinvestiti, è del 2001, seguita dalla “Tremonti Ter” del 2009 sempre con la stessa finalità (rilancio dell’economia !!!) e sullo stesso schema (detassazione degli utili). Anche nel 2014 il “Decreto Competitività (governo Letta) si è occupato della stessa questione.

Risale al 1965 la Legge Sabatini che già allora elargiva finanziamenti alle piccole e medie imprese per l’acquisto o la locazione finanziaria (con patto d’acquisto) di nuove macchine utensili o di produzione. Solo per dare un’idea dal 1965, di Leggi Sabatini o considerate tali, ve ne sono state fino al 2015 (legge 288) sempre sotto l’egida evergreen di “Misure per il rilancio dell’economia”.

Giudico questo genere di interventi, una tra le principali cause della crisi dell’industria italiana, perché sono stati falsati i segnali del mercato agli investitori, inducendoli a decisioni che, con un’equilibrata valutazione degli scenari, non avrebbero preso o a cui avrebbero assegnato minore valenza.

Molti di questi interventi statali non hanno manifestato subito il loro nefasto effetto, perché con una domanda crescente, tutti i competitors di un mercato possono dividersi la torta. Questi interventi hanno tuttavia reso occulto agli imprenditori il vero livello di competitività delle loro imprese. Dal momento in cui il mercato si ferma e la sua domanda retrocede, emergono due elementi mortali : la scarsa competitività e l’eccedenza della capacità produttiva disponibile.

Ho assistito per decenni a questo scempio industriale prodotto dall’interventismo statalista, ho cercato come ho potuto di oppormi sia con le mie competenze squisitamente tecniche, sia con le mie conoscenze economiche e libertarie. Devo ammettere con scarsi risultati.

Ed ho visto purtroppo decine, centinaia di aziende di ogni dimensione e settore, cedere prima e liquefarsi poi, sotto il peso di una mancata competitività e l’eccedenza dell’apparato produttivo.

Ludwig von Mises dichiarava a questo proposito :

Ogni economia – qualunque sia il contenuto istituzionale nel quale si svolge – ha da risolvere il problema del migliore utilizzo di risorse scarse; che a tal fine si richiede un calcolo che consenta di scegliere, tra tutte le alternative possibili, quella migliore; che tale calcolo si può eseguire solo in quanto le risorse siano dotate di opportuni indici di scarsità, così come avviene mediante la formazione di prezzi su un mercato; che nell’economia pianificata, poiché, come conseguenza della proprietà pubblica, non esiste mercato per le risorse produttive, la determinazione di tali indici è impossibile; che, perciò, l’economia pianificata, non potendo eseguire alcun calcolo, è condannata all’impossibilità di risolvere il problema economico, è cioè un’economia priva di razionalità.