Ludwig von Mises: Un ritratto — Parte 1

Screen shot 2012-07-22 at 9.38.22 PMLudwig von Mises è stato un economista, un filosofo, e un pensatore politico. È stato uno dei più grandi liberali del XX secolo, senza il quale le più importanti novità del pensiero liberale, e i più importanti sviluppi del pensiero economico della Scuola austriaca, non sarebbero stati possibili.

Tanto per farsi un’idea, senza Mises non ci sarebbe stato Hayek: il pensiero economico di Hayek (teoria del calcolo economico, teoria del ciclo economico, teoria del processo concorrenziale) nasce con Mises, e Hayek lo espande e lo perfeziona, e anche la filosofia politica e giuridica di Hayek è il risultato delle discussioni di Hayek con uno studioso che cercava di applicare le idee di Mises al diritto, Bruno Leoni.

Ludwig von Mises nacque a Lemberg (Lviv in ucraino, Leopoli in italiano), oggi Ucraina, all’epoca parte dell’Impero Austro-Ungarico, il 29 Settembre 1881 (la canzone di Battisti non credo sia a lui dedicata). Laureatosi in legge, letti gli scritti del fondatore della Scuola austriaca Carl Menger divenne un economista.

Carl Menger fu il fondatore della Scuola austriaca, una delle tre varianti della Scuola economica marginalista sorte negli anni ’70 del XIX secolo. Il contributo fondamentale della Scuola marginalista fu di risolvere il problema del valore, che gli economisti classici non riuscivano a risolvere, data la loro teoria del valore-lavoro. Perché un quadro dipinto da me in mille ore di fatica vale un miliardesimo di un quadro dipinto da Caravaggio in un decimo del tempo? Perché un chilo di grano vale meno di un chilo di diamanti? La Scuola marginalista di Walras (il terzo marginalista fu Jevons) ha dato origine all’economia matematica contemporanea, con la sua analisi dell’equilibrio economico, cioè la condizione “statica” in cui ogni possibile opportunità di profitto è stata sfruttata e non c’è più niente da fare.

La Scuola austriaca è invece sempre stata interessata al processo anziché all’equilibrio, cioè le interazioni di individui che portano allo sfruttamento delle opportunità di profitto, fino – nel caso limite di nulla rilevanza pratica – all’equilibrio. La Scuola austriaca parla di processi e non di equilibrio, di imprenditorialità e creatività e non di ottimizzazione, di ignoranza e non di struttura dell’informazione imposta dall’alto, di tempo e non di produzione istantanea, di uomini e non di automi.

Nel 1912 scrisse un libro di teoria monetaria in cui fondò, in conclusione al lavoro, la teoria austriaca del ciclo economico, oggi nota anche come teoria del ciclo di Hayek, o di Mises-Hayek. Non è la teoria più diffusa, per usare un eufemismo, ed è oggetto di una nefasta adorazione religiosa da parte di molti, ma secondo me è l’unica teoria decente in circolazione.

Dopo esser tornato dalla Prima Guerra Mondiale scrisse un saggio sull’economia socialista in cui ne dimostrò l’impossibilità, gettando le basi per la teoria del calcolo economico che è stata al centro di un dibattito che occupò gli anni ’20 e ’30, in cui Mises e Hayek cercarono di spiegare ai socialisti che le loro idee erano  irrealizzabili. Breve nota: “socialismo” significa nazionalizzazione dell’economia tramite pianificazione, non cleptocrazia partitocratica come in italiano.

Negli anni ’20 difese anche il liberalismo dalle politiche interventiste, mostrando come la logica inerente in queste politiche portava a risultati opposti rispetto a quanto affermato dai loro difensori. Nel 1934 fuggì a Ginevra, essendo lì stato invitato ad insegnare, perché l’Austria avrebbe potuto finire da un giorno all’altro in mano ai nazisti, e lui era ebreo. Nel 1940 fuggì negli Stati Uniti perché la Svizzera non era più un posto sicuro: le autorità svizzere temevano un ospite così meritatamente odiato dai nazisti.

Negli anni ’40 sviluppò le sue teorie sul calcolo economico e sulla metodologia economica per fondare, insieme ad Hayek, la teoria austriaca del processo di mercato, che di fatto è la base microeconomica della teoria austriaca, in contrapposizione alla teoria dell’equilibrio che va per la maggiore. Divenne distinguished fellow dell’American Economic Association nel 1969, l’anno della pensione, a 88 anni, e il 10 Ottobre 1973, a 92 anni, morì. L’anno dopo il suo migliore allievo, Hayek, vinse il Nobel per l’Economia. Alcuni dicono che avrebbero dovuto darlo anche a Mises, ed è certamente vero.

Sia a Vienna che a New York, Mises tenne un circolo, cioè un gruppo di discussione. Ai due circoli di Mises, spesso chiamati Mises Kreis, o “Privatseminar”, parteciparono decine di persone illustri. Il Premio Nobel Hayek, il fondatore della teoria dei giochi Oskar Morgenstern, il fondatore del libertarismo Murray Rothbard, il più importante economista austriaco vivente Israel Kirzner, economisti come Wilhelm Roepke, Gottfried Haberler, Lionel Robbins e Fritz Machlup, il sociologo Alfred Schutz, e il filosofo Felix Kaufmann.

Mises è sempre stato uomo di minoranza: remò tutta la vita contro lo spirito dei suoi tempi, e perse tutte le battaglie politiche. Remare controcorrente è l’unica vocazione possibile per un liberale, perché la politica spinge sempre ad espandersi a danno della libertà. Il tempo ha dato ragione a Mises su moltissime cose, come vedremo.

Mises si recò nel 1959 a Buenos Aires, in Argentina, per tenere sei conferenze, che furono poi raccolte nel libro di cui vi sto parlando. Si trattava di un Paese che fino a poco prima era stato uno dei più ricchi del mondo. È pieno di italiani perché era molto più ricco dell’Italia, e in termini pro capite era paragonabile agli Stati Uniti. Poi però prese la strada dell’interventismo, col populista Juan Peron e il suo regime.

Nel 1959 Peron era stato cacciato e si respirava aria di ottimismo: Mises voleva fare qualcosa per instradare il Paese verso il liberalismo. La differenza tra Argentina e Stati Uniti è che la prima ha avuto nel XX secolo una sfilza di politici come Franklin Delano Roosevelt. Il mercato è molto resistente, ma non invulnerabile. Esattamente come i suoi consigli di riforma per l’Impero Austro-Ungarico, e successivamente per la Repubblica Austriaca, non furono ascoltati, col risultato del totale tracollo economico e sociale; esattamente come le sue idee sul socialismo furono inascoltate per decenni, fino al crollo dell’Unione Sovietica nel 1991; esattamente come le sue idee contro l’inflazionismo furono trascurate, portando prima alla Grande Depressione, e poi  all’inflazione degli anni ’70; probabilmente nessuno in Argentina gli diede retta. Peron ridivenne presidente poco dopo, e oggi l’Argentina, dopo un tracollo finanziario nel 2001, è retta da una scriteriata che per finanziare il deficit pubblico ha derubato i cittadini dei loro risparmi pensionistici.

Il primo capitolo di “Politica economica” di Ludwig von Mises è molto semplice e non contiene molti ragionamenti teorici: è un debunking del termine capitalismo. Sembra strano, ma parrebbe che nel 1959, e in realtà anche oggi, era necessario ricordare banalità come il fatto che non c’è mai stata prosperità senza capitalismo, e che lo stato naturale dell’uomo non è l’abbondanza ma la miseria.

Mises afferma molto chiaramente una serie di cose importanti, come che il capitalismo è stato il primo sistema sociale non basato sulle caste in cui ogni persona nasceva, viveva e moriva allo stesso livello nella scala sociale, e che la sovrappopolazione precapitalistica (5 milioni di persone nel ‘600, in Inghilterra, sembravano troppe) ha come soluzione il capitalismo: quando si dice “c’è troppa gente in Africa” in realtà bisognerebbe dire “non c’è abbastanza capitale in Africa”, visto che di gente ce n’è decisamente di più in Italia, a parità di spazio, e quello che manca sono i mezzi di produzione capitalistici.

Il capitalismo, dice Mises, è il diritto di ognuno di servire meglio il consumatore. È un sistema dove non bisogna chiedere il permesso dello Stato per aprire una pizzeria, portare in giro le persone (taxi e autobus), dare consigli legali, lavorare, e far lavorare la gente. Non è l’Italia, decisamente. Mises ricorda poi come l’odio per il capitalismo – rimando a “La fine dell’economia” di Ricossa – nasce non dai proletari, a cui il capitalismo consentì la sopravvivenza prima e la prosperità poi, ma dagli aristocratici, preoccupati per il Landflucht (la fuga dalla campagna) dei loro servi verso le città. Il più grave problema di una società liberale è che non ha bisogno di leader: chi vuole comandare, deve prima minarne le basi. Forse su una cosa ci si può sorprendere: che il capitalismo porti ad una forte uguaglianza delle condizioni. La differenza tra un ricco e un povero è quella che c’è tra una Cadillac e una Chevrolet, dice Mises.

Chi ha osservato gli Stati Uniti, da Tocqueville (1830) a Hoffer (1950) ha sempre sottolineato la forte uguaglianza delle condizioni e l’assenza di un’aristocrazia. Eppure negli ultimi venti anni alcuni sostengono che ci sia stato un aumento della disuguaglianza all’interno dei Paesi, anche se certamente c’è stata anche una diminuzione di questa tra Paesi grazie alla globalizzazione. La prima tesi non è considerata empiricamente ben dimostrata, comunque, mentre i benefici della globalizzazione per i poveri sono evidentissimi. Anche se fosse, bisognerebbe poi capire se l’aumento della disuguaglianza sia legato alla dinamica di un mercato “libero” oppure ad eventuali protezioni corporative imposte dallo Stato tramite i consueti processi di “rent seeking”.

 

SOCIALISMO

La libertà economica e la libertà sono la stessa cosa. La libertà è infatti il diritto di impiegare i propri mezzi per perseguire i propri fini: niente libertà sui mezzi (libertà economica) implica niente libertà sui fini. Senza mercato, in Unione Sovietica chiunque poteva essere mandato a produrre gelati al pistacchio in Siberia, mentre sul mercato qualsiasi cosa sia considerata utile dagli altri trova di norma un finanziatore, anche se non piace allo Stato.

Cosa sarebbe la libertà senza libertà economica? Nei Paesi dell’Europa Orientale sotto il giogo comunista si diffuse una forma di lotta non-violenta al regime chiamata Samizdat: la stampa clandestina di libri vietati dalle autorità, fatta a mano, a volte con la macchina da scrivere e la carta carbone, raramente con tecniche più avanzate come il ciclostile. Qual era la difficoltà? Che la proprietà privata di queste attrezzature era vietata, ovviamente per controllare le idee eversive come la libertà. La libertà è una e indivisibile: la compressione di una libertà porta alla compressione delle altre. Cos’è la libertà di stampa, ad esempio, se i finanziamenti ai giornali vengono forniti dallo Stato? È la libertà di ingraziarsi i politici.

La libertà, dice Mises, esiste all’interno del sistema di cooperazione sociale. Non è libertà dalla società, è libertà nella società: è il diritto di scegliere se e come cooperare con gli altri individui. C’è ancora chi dice che il liberalismo sia atomistico e disdegni la società, e ci sono ignoranti che parlano di Mises come di un individualista atomista: in realtà il liberalismo disdegna i dittatori sociali – anche democratici – che vogliono decidere al posto degli altri, ma non la cooperazione sociale. La politica non è la società: la società è anche e soprattutto collaborazione volontaria, e questa, nel liberalismo, c’è sempre stata.

L’esempio di van Gogh è particolarmente bello. Van Gogh, dice Mises, fece una vita misera e non fu capito, visse a spese del fratello, e vendette in vita un solo quadro. Eppure ne dipinse centinaia, che oggi valgono milioni di euro. Che cosa sarebbe successo a Van Gogh in Unione Sovietica? Una commissione di esperti di pittura l’avrebbe giudicato pazzo, e l’avrebbero rinchiuso in una fabbrica per fare ciò che il pianificatore pensava fosse più utile per la società. Cosa è meglio? Sul mercato basta trovare acquirenti o benefattori, e se si è disposti a patire la fame è possibile anche far a meno di loro, senza libertà si è alla mercé dei politici.

Da qui si evince l’importante idea di Mises riguardo l’armonia degli interessi: nel lungo termine cooperare con gli altri permette di vivere meglio, perché la divisione del lavoro, come già notato da Adam Smith ne “La ricchezza delle nazioni”, permette di creare ricchezza. Lo scambio è un gioco a somma positiva dove un lattaio con due bicchieri di latte e un pasticcere con due fette di crostata possono scambiare un bicchiere con una fetta e fare entrambi una colazione completa.

Questa cosa è fondamentale per capire la teoria sociale di Mises: la proprietà consente il mercato, e il libero scambio crea ricchezza per tutti, almeno nel lungo termine. In società, ognuno serve sé stesso servendo gli altri: l’”utilitarismo” di Mises (che non c’entra nulla con l’utilitarismo classico, che si basava sul “calcolo della felicità totale”, che per Mises non ha senso) sta nell’idea che stare in società conviene, e che le regole del liberalismo permettono alle persone di godere dei benefici dalla cooperazione sociale.

Sul piano teorico la cosa più importante da sapere sul socialismo è il problema del calcolo economico. Facciamo un esempio. Domani c’è un’inondazione in Cile e la produzione di rame mondiale diminuisce del 5%. Dopo pochi minuti il prezzo del rame aumenta del 15%. Il giorno dopo una società che produce fili elettrici si accorge di dover pagare di più la materia prima, e aumenta il prezzo dei cavi. Dopo due giorni una miniera in Australia viene riaperta perché conviene estrarre rame, al nuovo prezzo. Dopo tre giorni, le azioni di una società che produce sistemi senza fili aumentano del 20% e i manager decidono di espandere la produzione per via della nuova domanda di dispositivi che fanno un minor uso di cavi.

Qualcuno di voi pensa che una cosa così complicata possa essere capita da una sola persona? Che un burocrate possa seguire ogni piccolo aggiustamento conseguente ad un’inondazione in Cile? Che un economista di Harvard possa capire di quanto deve aumentare il prezzo del prodotto di una società di dispositivi wireless grazie alla nuova configurazione di prezzi? Che un pianificatore possa sapere dall’alto del suo ufficio del Reichsfuhrerwirtschaftsministerium (il Ministero dell’Economia della Germania nazional-socialista) che c’è una miniera abbandonata in Australia?

La pianificazione è impossibile: il mercato è troppo complicato per farlo funzionare come una caserma. Le informazioni sono troppo decentrate, tacite, diffuse per poter essere accentrate ed usate efficacemente da un comitato di burocrati, ci ricorda Hayek. Serve un sistema di “divisione del lavoro intellettuale” (dice Mises altrove) perché il mercato è troppo complicato per l’intelligenza di ogni singolo individuo: serve che ognuno ne capisca una sola piccola parte, e che un meccanismo impersonale coordini le azioni individuali. Questo meccanismo è il sistema dei prezzi. I prezzi esistono perché c’è la libertà di scambiare, che implica la libertà di inserire nel sistema dei prezzi nuove informazioni sulla domanda e l’offerta di ogni merce. Proprietà, prezzi e profitti sono le tre ‘P’ che rendono possibile il funzionamento del mercato.

Il socialismo è impossibilitato a funzionare efficientemente. Deve necessariamente portare allo spreco e alla miseria. Non è una questione di incentivi: non è possibile per un comitato di pianificatori prendere decisioni in assenza di mercati. Ci sono cose che un mercato di agricoltori analfabeti fa benissimo, ma che sono impossibili per un comitato di pianificatori con IQ elevatissimi, dotati di PhD e decenni di esperienza alle spalle, forniti di tutte le statistiche e dei più potenti computer, e disposti a lavorare duramente e onestamente per il bene della società. Non possono fare nulla di buono, tranne togliersi di mezzo.