Ludwig von Mises: Un ritratto — Parte 2

Screen shot 2012-07-22 at 9.38.22 PMINTERVENTISMO

Mises definisce le funzioni proprie dello Stato come la difesa dei diritti di proprietà da violazioni violente e fraudolente contro aggressori interni od esterni. Il liberale, dice Mises, non odia lo Stato: il liberale ritiene che lo Stato non debba fare altro, esattamente come nessuno odia la benzina se ritiene che non sia adatta per dissetarsi.

L’ipotesi di partenza è che esista un diritto indipendente dallo Stato: ipotesi che nel XX secolo è stata distrutta dall’avvento della legislazione e del giuspositivismo. Ma questa ipotesi è centrale in tutti i pensatori liberali: solo se i diritti individuali non dipendono dalla politica è possibile parlare di libertà. Senza una legge superiore allo Stato che limiti lo spazio della politica, non ci sono diritti, non c’è libertà, non c’è giustizia.

La libertà è fatta di diritti negativi: un diritto è negativo quando impone agli altri di non fare qualcosa, e positivo quando impone agli altri di farla. “Non uccidermi!” è un diritto negativo, “Sfamami!” è un diritto positivo. Siccome l’effettivo contenuto dei diritti positivi – il costringere gli altri a fare qualcosa per noi – non è chiaro, questi diritti creano una prateria di interventi politico perché fanno sorgere un’infinità di contese su cosa effettivamente gli altri devono essere costretti a fare per noi. Non è mai esistita una società priva di diritti positivi (“devo essere difeso in un tribunale!”), ma la moltiplicazione dei diritti positivi è esiziale per la libertà: in fin dei conti, i diritti positivi sono una forma di schiavitù, perché si costringe qualcuno a lavorare per gli altri tramite la coercizione.

Cosa è l’interventismo per Mises? Non è l’intervento dello Stato per garantire il funzionamento della giustizia. Non è neanche avere una municipalizzata o una singola impresa nazionale (queste cose al massimo producono con una certa spontaneità corruzione ed inefficienza). L’interventismo è la dottrina che sostiene che si possano influenzare i mercati migliorandone i risultati attraverso il controllo dei prezzi.

Sul mercato, chiunque può produrre ad un certo costo produce, se il prezzo è superiore al costo. E chiunque voglia consumare un bene lo compra, se il prezzo è sufficientemente basso rispetto al beneficio che risulta dal consumo. Più un prezzo è basso, più consumatori domandano il bene, ma meno produttori la offrono. L’inverso vale se il prezzo sale. Esiste un prezzo di equilibrio in cui domanda e offerta si uguagliano. Il sistema dei prezzi è dato dall’interazione di milioni di singoli prezzi.

Ogni prezzo cerca di uguagliare domanda e offerta di un particolare bene in un particolare mercato, ma così facendo modifica le condizioni negli altri mercati (se le FIAT scendono di prezzo, si compreranno meno Ford), e quindi il sistema dei prezzi comporta un processo complicatissimo dove tutte le domande e tutte le offerte cercano di incontrarsi.

La teoria dell’interventismo è molto semplice: ogni produttore deve rientrare nei costi di produzione con i ricavi delle vendite. Se si vuole il latte più economico, non si può ridurre il prezzo del latte ex lege, perché la concorrenza di norma già spinge i prezzi al livello minimo (ci può essere un margine di potere di mercato, ma è spesso meglio affrontarlo riducendo gli ostacoli alla concorrenza che fissando prezzi in maniera burocratica e dunque irrazionale). Se si controllano i prezzi con un tetto massimo i produttori andranno in perdita e si ritireranno dal mercato. Per evitare ciò, occorre controllare il prezzo del latte anche all’ingrosso, ma così scapperanno i grossisti. E allora bisognerà controllare il prezzo delle mucche, ma così scapperanno i macellai. Alla fine, bisognerà controllare tutti i prezzi, ma in questo modo il mercato smette di esistere.

Dal latte, la logica dell’interventismo arriva fino a ad estendere il controllo statale sull’intera Via Lattea. Le vie di mezzo, come l’interventismo, sono internamente irrazionali, e o si eliminano, o portano spontaneamente al socialismo (che è altrettanto irrazionale per quanto visto prima). I controlli sui prezzi vanno aboliti, oppure si crea uno strutturale squilibrio tra domanda e offerta, se il prezzo legale differisce da quello economico.

Riducendo gli incentivi a produrre, il controllo dei prezzi non può rendere le merci più abbondanti, ma al contrario le rende più scarse.

Lo stesso discorso si può fare con i salari minimi, che rendono la domanda di lavoro inferiore all’offerta, creando disoccupazione, soprattutto tra chi ha una bassa produttività, cioè i lavoratori più poveri. Questo è spacciato per politica sociale, ma è probabilmente la causa del fatto che la disoccupazione di lungo termine è concentrata soprattutto tra i lavoratori meno produttivi. Questa è una proprietà dell’interventismo: si introduce per beneficiare i “deboli”, e danneggia soprattutto loro. In compenso favorisce la classe politica.

Zwangswirtschaft è un termine che Mises impiega per descrivere una forma di socialismo poco nota: il socialismo nazista, che non si chiamava nazional-socialismo per caso. Hitler aveva creato un sistema socialista in cui ogni “imprenditore” – che non era più tale – doveva chiedere al funzionario ministeriale i prezzi e le quantità prodotte, e anche per avere un anticipo doveva chiedere al funzionario, come ogni impiegato.

Zwangswirtschaft significa economia di comando. In Germania questo sistema fu smantellato da un gruppo di economisti liberali che facevano capo a Walter Eucken: almeno uno di loro, Wilhelm Roepke, era stato allievo di Mises, e questo fu una delle cause del miracolo economico tedesco nel Dopoguerra.

Occorre notare che la definizione di interventismo è da specificare bene: l’interventismo della “via di mezzo” è il controllo dei prezzi, per cui vale perfettamente il ragionamento di cui sopra. Non varrebbe invece ad esempio per una semplice municipalizzata, per quanto inefficiente possa essere.

Molto spesso si parla di interventismo senza specificare granché: si usa l’argomentazione misesiana in maniera lasca, anche dove non può essere applicata, solo perché se ne apprezzano le conclusioni. I limiti del ragionamento sono ben specificati in “I fallimenti dello Stato interventista”, un libro di Mises edito da Rubbettino. Gli stessi distinguo andrebbero fatti ogni volta che è necessario, altrimenti l’argomento diventa come l’Ave Maria in latino, ripetuta a memoria, senza capirla, e farcendola di errori. Non c’è nulla di più degradante per uno studioso che usare i suoi argomenti come strumenti, da abusare all’occorrenza, per raggiungere certi fini, anche se sono gli stessi fini dello studioso in questione.

[Nota: Mises non aveva una dottrina legale e una dottrina dello Stato sviluppate, e dunque tende a credere che possa esistere una democrazia liberale in cui non si facciano leggi per favorire le corporazioni o comprare i voti o rendere dipendenti dal settore pubblico milioni di cittadini potenzialmente autonomi. Questo ottimismo temo fosse completamente infondato.]

 

INFLAZIONE

L’aumento della quantità di moneta ne riduce il valore, cioè ciò che la moneta può comprare: i prezzi aumentano. Ciò oggi è considerata una banalità, ed è nota come “teoria quantitativa della moneta”: quando Mises scrisse queste pagine, invece, si credeva alla teoria keynesiana, per cui l’inflazione era impossibile in assenza della piena occupazione. Alla fine degli anni ’60 un tizio abituato a sbagliarle tutte, tale Paul Samuelson, dopo aver detto che i fari privati erano impossibili (Coase li trovò subito dopo), e prima di dire che l’Unione Sovietica era una storia di successo (crollò pochi anni dopo), disse che non c’erano più dottrinari che credevano che l’inflazione fosse un fenomeno monetario. Poi scoppiò l’inflazione.

Mises però fa molta attenzione ad evitare di considerare la teoria quantitativa in maniera meccanicistica: la nuova moneta fa alzare i prezzi perché aumenta la domanda, ma la domanda che aumenta non è la “domanda aggregata”, ma la domanda del particolare consumatore (o della particolare impresa) che riceve la nuova moneta, e non aumenta il “livello dei prezzi”, ma i prezzi delle merci domandate da chi riceve moneta. I primi a spendere hanno maggiore potere d’acquisto: gli ultimi ottengono la moneta quando i prezzi sono già aumentati, e gli scaffali del supermercato più vuoti.

Oggi abbiamo imparato a controllare l’inflazione, ma non a controllare la politica monetaria. Dopo gli eventi degli anni ’70 ci si è resi conto che la moneta è una cosa troppo seria per lasciarla ai politici, ed è stato introdotto il concetto di “indipendenza” della banca centrale, che significa che la moneta viene gestita da una tecnocrazia e non dalla politica. Purtroppo nonostante si sia imparato che eccedere nel creare moneta crea inflazione, come negli anni ’70, non si è ancora imparato che usare la politica monetaria per “facilitare la vita” alle banche, implica che le banche non hanno più alcun incentivo a comportarsi responsabilmente. Il risultato è stata la crisi finanziaria iniziata nel 2007, e da cui di fatto non si è ancora usciti.

Il gold standard, proposto da Mises come alternativa all’inflazionismo, serve solo a rendere la base monetaria indipendente dalla politica. Se si trovassero delle regole e delle istituzioni tali da gestire la moneta in maniera responsabile, non ci sarebbe bisogno di un gold standard. Ciò è però improbabile: la politica di norma perché miope e molto incline a comprare il consenso oggi in cambio di un grave problema domani.

Mises descrive in maniera chiara come l’aumento della quantità di moneta, e dunque l’inflazione, se usato come strumento per ridurre il costo del lavoro, e dunque la disoccupazione creata dai sindacati che impongono con la coercizione salari eccessivi, produce un aumento ulteriore dell’inflazione perché i sindacalisti si accorgono presto del trucco. Questa idea era già nota a Mises e Hayek negli anni ’30, ma i macroeconomisti degli anni ’50, ’60 e ’70 non lo sapevano, e costruirono la teoria macroeconomia sull’idea contraria, che si potesse sistematicamente aumentare l’occupazione attraverso l’inflazione. Questa follia si chiama “curva di Phillips”. Non si può sottovalutare il contributo della macroeconomia alla stupidità umana.