Ludwig von MIses: Un ritratto — Parte 3

Screen shot 2012-07-22 at 9.38.22 PMGLOBALIZZAZIONE

Il quinto capitolo parla di globalizzazione, una cosa del XIX secolo spazzata via dallo statalismo nel XX secolo, e venuta nuovamente fuori di recente. Nel mezzo tra le due, c’è stato un Medioevo di protezionismo, di espropriazioni di investimenti esteri, di ostacoli ai movimenti di capitali, persone e merci, di discriminazioni contro gli stranieri.

Questi erano i metodi con cui si cercava di far progredire la società.

Esiste un solo modo per crescere, che è investire. E per investire ci sono due modi: risparmiare, o ottenere prestiti. I movimenti internazionali di capitali, cioè i prestiti tra cittadini ed imprese di diverse nazioni, rappresentano un elemento fondamentale che consente la crescita economica dei Paesi poveri, e dunque la globalizzazione della ricchezza prodotta dal capitalismo. Gli Stati Uniti e l’Europa continentale si sono sviluppati grazie al capitale inglese, ad esempio.

Oggi la battaglia contro l’esportazione di capitale verso i Paesi poveri, cioè a favore della perpetuazione della loro miseria, è portata avanti dalle imprese che cercano protezione, dai contadini che difendono l’”identità nazionale”, dai movimenti no global, dai sindacati che vogliono la legislazione “antidumping”. Di fatto, stanno dicendo “niente benessere per i negri”, anche se giustificano le loro idee con argomenti più etici, e anzi, spesso, parlano di morale con la stessa leggerezza con cui si ingurgitano popcorn al cinema.

Quando la FIAT deve decidere se investire in Polonia o in Italia, si parla della minaccia di non investire in Italia come un danno ai lavoratori. Quali lavoratori? Se si investe da una parte, si investe di meno dall’altra: qualcuno ne verrà danneggiato in ogni caso. Il fatto che non si considerino i lavoratori polacchi non è forse razzismo, ma poco ci manca. La “minaccia” di non investire in Italia non è che la decisione di investire altrove: non è ricatto, ma una scelta su dove impiegare al meglio i propri fondi. E se nessuno straniero investe in Italia, non lamentiamoci che nessun italiano vorrebbe farlo: il nostro nemico siamo noi stessi.

Ovviamente, gli investimenti esteri producono ricchezza se si pensa che non verranno espropriati: un Paese dove non si rispettano i diritti di proprietà, dove si minacciano nazionalizzazioni coatte, dove non c’è una giustizia civile funzionante (non sto parlando dell’Italia, Mises faceva l’esempio dell’India di Nehru, dopo l’indipendenza) non attrarrà investimenti esteri, e dunque non potrà beneficiare della globalizzazione.

 

IL RUOLO DELLE IDEE

L’eclissi del liberalismo che si è avuta nel XX secolo, e che perdura tuttora, è nata da fattori culturali. Dietro il nazismo ci furono decine di pensatori, che crearono le categorie del nazionalismo, del razzismo, dello statalismo, dell’interventismo, del socialismo, dell’inevitabile conflitto tra nazioni. Ovviamente lo stesso vale per il comunismo, per lo Stato sociale, per l’interventismo economico, per la democrazia corporativa, per il liberalismo, l’opposizione alla schiavitù. Tutto, sia le cose buone che quelle cattive, nascono dalle idee. Le idee, per Mises, sono fondamentali: la politica è, nel lungo termine, il risultato di una continua battaglia di idee. Il polilogismo è la dottrina secondo cui le persone ragionano in maniera diversa, hanno cioè una struttura mentale incommensurabile, a seconda delle differenze sociali (marxismo), razziali (nazismo) o nazionali (nazionalismo). Questa dottrina serviva a cancellare l’idea universale di umanità e affermare la supremazia di concetti collettivi come la razza, la nazione, e la classe, attraverso cui organizzare la lotta politica.

Lo scopo delle ideologie del conflitto è rendere impossibile la cooperazione sociale: una volta che gli uomini hanno disimparato a vivere pacificamente, hanno bisogno di un Leviatano che dirimi le dispute. Una società di persone incapaci di cooperare è la società ideale per uno Stato onnipotente. L’Italia è un esempio. Il liberalismo al contrario è basato sull’idea – che non è un valore ma una teoria della società – che le persone abbiano comuni interessi nel lungo termine, e che la convivenza pacifica sia benefica per tutti, perché crea ricchezza attraverso lo scambio, la divisione del lavoro e l’accumulazione di capitale. Mises ritiene che si debba dunque combattere affinché le idee cattive vengano sconfitte da quelle buone, e queste ultime sono – nella tradizione liberale – quelle che fanno l’interesse di tutti, e non di una parte a svantaggio di tutti gli altri.

Per Mises, nei Parlamenti dell’Ottocento c’era gente che pensava di rappresentare la nazione, cioè gli interessi di tutti, e si parlava di grandi ideali e principi. Nei Parlamenti del Novecento abbiamo invece il rappresentante degli zuccherifici, il rappresentante dei metalmeccanici, il rappresentante dei pensionati: tutti a cercare privilegi per il loro gruppo, tutti a cercare di vivere a spese degli altri.

Gran parte dell’attività legislativa è il tentativo di qualche politico di comprare voti consentendo ad alcuni gruppi organizzati di vivere a spese altrui. I commercianti chiedono ai politici di non far aprire supermercati troppo vicini, a spese dei loro clienti. Gli industriali si alleano per chiedere protezione contro le importazioni da Paesi più efficienti, a spese del consumatore. Molti cercano di ottenere un lavoro a rischio zero, e spesso con un livello di impegno modesto, con il posto pubblico, a spese del contribuente. Tutti cercano di vivere meglio impedendo agli altri di fare loro concorrenza. La società italiana è come una maratona dove i corridori cercano di slacciarsi le scarpe l’un l’altro: lavoratori, imprenditori, professionisti, politici e funzionari sono i protagonisti di questa operetta tragicomica.

A leggere Bastiat, non si direbbe che la politica francese dell’Ottocento fosse più sana di quella italiana attuale. E ciò lo conferma Mises, parlando del parlamentarismo della Terza Repubblica francese.  James Madison spese pagine e pagine, nei “Federalist Papers”, per risolvere il problema delle fazioni, cioè delle lobby che curano il loro interesse particolare a danno dell’interesse generale, ed era il 1787.

Idee, quindi: le idee sono fondamentali. Ma dobbiamo anche renderci contro che gli uomini non pensano e non agiscono nel vuoto: pensano in una società, e agiscono per il tramite di istituzioni. La politica liberale di cui parla Mises è una possibilità, ma quella meno probabile. Le tendenze della politica sono infatti illiberali, le idee liberali possono opporsi a queste tendenze, ma non è possibile eliminarle. Il potere tende a concentrarsi, la sua concentrazione a ridurre la capacità umana di cooperare e di badare a sé stessi.

Le idee liberali erano riuscite a tenere a bada, sia attraverso le istituzioni (come la Costituzione americana) che attraverso la cultura (i valori liberali), le tendenze degenerative connaturali alla politica. Spariti i liberali, il peggio della politica è venuto fuori nella prima metà del XX Secolo, con la civiltà ad un passo dalla catastrofe finale. Poi c’è stato un recupero, nonostante l’idiozia delle politiche economiche del Dopoguerra, e oggi la libertà è nuovamente sotto mira.

Oggi serve una battaglia di idee e di valori per recuperare margini di mercato e di libertà.

 

CONCLUSIONI

Mises, ormai lo abbiamo capito, è stato la Cassandra del XX secolo: nulla di ciò che è successo lo avrebbe stupito, e molto di ciò che è successo lo si sarebbe potuto evitare, a dargli retta prima.

Le assurdità che dovette affrontare Mises erano peggiori di quelle che dobbiamo affrontare noi oggi. All’epoca si credeva che per aumentare i salari occorreva impegnarsi di meno al lavoro, che stampare moneta non causasse inflazione, che i prezzi si potevano far fissare da un ufficio apposito, che un ufficio di pianificazione avrebbe potuto gestire centralmente tutta l’attività economica di un’intera nazione.

La situazione è migliorata, ma in Italia però ancora si parla di protezionismo come un modo per creare ricchezza, di politiche industriali come un modo per pianificare la crescita, di salari minimi come un modo per aiutare i poveri. La recente crisi finanziaria ha messo in luce che ancora oggi non si prende sufficientemente sul serio il problema del debito pubblico, e non ci si è resi conto che usare la creazione di credito per aiutare i mercati durante le crisi li destabilizza sistematicamente. Ancora oggi, quindi, dobbiamo dar retta a Mises.

Purtroppo la politica tende a favorire le scelte miopi, che beneficiano gruppi organizzati e informati, interessi concentrati, a danno del lungo termine, dell’interesse generale, degli interessi diffusi. Questa tendenza è stata di molto rafforzata da idee, come ad esempio il keynesismo, che invitano esplicitamente a trascurare il lungo termine. Ancora oggi dunque abbiamo un’infinità di problemi causati dall’interazione tra tendenze politiche nefaste e idee economiche erronee.

Ricordandosi della crisi dell’Austria, Mises nella sua Autobiografia scrisse “Le mie teorie spiegano, ma non possono rallentare, il declino di una grande civiltà. Avevo l’intenzione di diventare un riformatore, ma divenni soltanto lo storico del declino”. Nonostante questo, siamo riusciti a sconfiggere il nazismo, il comunismo, l’inflazione, a rendere possibile la globalizzazione, a ridurre le aliquote fiscali.

Se non fosse per la spesa pubblica impazzita, i debiti pubblici fuori controllo e l’intero sistema finanziario che svena il contribuente grazie ai politici, il mondo è più libero oggi di trenta anni fa, soprattutto grazie al collasso del socialismo reale. Non è impossibile che si capirà presto o tardi anche che serve tagliare la spesa pubblica, e non proteggere le banche dalle conseguenze delle loro azioni. Ma non è facile: la politica tende spontaneamente a fare scelte sciocche.

“Nessuno può trovare un posto sicuro per sé stesso se la società corre verso la distruzione. Quindi ognuno, nel suo interesse, deve gettarsi con vigore nella battaglia delle idee. Nessuno può starsene da parte senza sentirsi chiamato in causa; gli interessi di ognuno dipendono dal risultato.” I guasti dello statalismo sono oggi evidenti, e le sue idee non sono mai state così deboli. Manca la forza di superare l’attrito dei cambiamenti istituzionali, di andare contro gli interessi costituiti, di proporre un’alternativa concreta allo status quo, e di scuotere le coscienze e gli intelletti dal sonno ottuso e servile in cui sono sprofondati.

O si dà retta a Mises, e ci si risparmia un mucchio di guai, o si aspetta che sia la realtà a dargli ragione, e a quel punto sarà troppo tardi per non farsi male. La storia è una maestra severa, Mises è più simpatico.