L’economia Austriaca e gli investimenti finanziari — Parte 2

Murray N. Rothbard contro i modelli previsionali

Anche Murray N. Rothbard, il grande allievo di Mises, era dell’idea che l’investimento finanziario fosse soprattutto un lavoro da imprenditori, non da economisti teorici. Non si considerava quindi né un abile consulente finanziario né un sagace speculatore. In alcune occasioni fu anzi particolarmente sfortunato, come quando comprò nel 1956 azioni della Shell, che poi crollarono il giorno dopo a seguito della nazionalizzazione egiziana del Canale di Suez; oppure quando comprò dei junk-bond (“titoli-spazzatura”) a basso prezzo, che vennero poi tolti dal listino una settimana dopo. Dopo queste esperienze divenne molto più prudente, impiegando i suoi soldi in fondi d’investimento o nell’acquisto di monete d’oro [1].

Contro gli economisti che si sbilanciavano in dettagliate previsioni usando grafici e dati statistici, Rothbard scrisse che «se veramente fossero capaci di prevedere il futuro, non sprecherebbero il loro tempo scrivendo sulle newsletter finanziarie o costruendo modelli econometrici. Sarebbero troppo impegnati a fare i miliardi anticipando gli andamenti dei mercati delle azioni e dei beni» [2]. Da economista austriaco, Rothbard considerava l’economia come una scienza qualitativa, non quantitativa. L’economista potrebbe quindi determinare la direzione dei tassi d’inflazione o d’interesse, ma non il livello esatto, né il momento esatto del cambiamento: «Non esistono delle costanti numeriche nelle azioni umane, e perciò non si possono calcolare secondo coefficienti matematici che non siano arbitrari o erronei» [3].

Per questa ragione criticò aspramente la teoria dei cicli di Kondratieff, secondo cui i mercati alternano cicli di espansione a cicli di depressione ogni 50 o 60 anni. Questa teoria, che ebbe i suoi momenti di gloria negli anni Settanta anche tra gli analisti finanziari, era completamente erronea perché «la corretta teoria del ciclo economico è qualitativa, non quantitativa; non può predire la lunghezza o l’intensità di un particolare ciclo. In particolare, la lunghezza del periodo di boom dipende da quanto a lungo le autorità monetarie sono disposte a continuare ad inflazionare l’offerta di moneta. È manifestamente assurdo per gli economisti o gli storici pretendere di prevedere esattamente quando le autorità monetarie si fermeranno o rallenteranno le politiche inflazionistiche. Questo dipende da complessi fattori qualitativi politici e psicologici, che non possono essere ridotti in una qualche prevedibile serie di numeri» [4].

Allo stesso modo criticò i moderni sistemi informatici di previsione: «I modelli computerizzati possono solo incorporare collegamenti quantitativi passati. Ma non c’è alcuna garanzia che le stesse proporzioni si ripeteranno nel futuro prossimo o lontano. I trend e i rapporti cambiano. Non ci vuole molto a estrapolare i trend passati e ad applicarli all’anno prossimo: lo possono fare tutti con un righello, senza bisogno di computer ad alta velocità. Il difficile è prevedere i cambiamenti improvvisi e le inversioni dei trend; in questo, l’insuccesso degli econometristi è stato spettacolare» [5].

 

Le peculiari caratteristiche dell’oro

Un bravo economista, se non può fare previsioni quantitative precise, può però fare delle previsioni di massima, puramente qualitative, su alcuni aspetti dell’economia influenzati dalla politiche dei governi o dalle decisioni delle banche centrali. Gli investitori professionali tendono a considerare l’oro come un “bene improduttivo”, un relitto arcaico che non ha più la funzione di un tempo, ma chi ha studiato la storia monetaria e la teoria della Scuola Austriaca dispone di conoscenze utili e importanti sulla natura della moneta. Carl Menger e Ludwig von Mises hanno spiegato che la moneta nasce spontaneamente dal mercato: è la merce più “liquida” che, per le sue caratteristiche fisiche (divisibilità, trasportabilità, indistruttibilità, alto valore intrinseco) viene considerata il più affidabile mezzo di pagamento.

Millenni di storia ci forniscono quindi la certezza che l’oro, a differenza della moneta creata dal nulla dallo Stato (fiat money), non perde il suo potere d’acquisto. Il valore dell’oro, ovvero ciò che si può acquistare di merci o servizi con la medesima quantità di metallo giallo, è rimasto stabile nel corso dei secoli. Più che un investimento l’oro è uno strumento difensivo utile per proteggere il potere d’acquisto dei propri risparmi dalla svalutazione monetaria. Poiché non dà interessi ma richiede anzi spese di custodia, l’accumulo di oro può essere meno conveniente, rispetto ad altre forme d’investimento, nei periodi di bassa inflazione e alta crescita economica, come negli anni ’80 e ’90.

Murray N. Rothbard, pur non impegnandosi nell’analisi dei mercati finanziari, con il suo pamphlet pubblicato nel 1964, What Has Government Done to Our Money? (tradotto in italiano da Leonardo Facco Editore con il titolo Lo Stato falsario) diede un forte impulso alla nascita negli Stati Uniti di un movimento favorevole ad una moneta “pesante”, che studia le favorevoli occasioni per investire in oro [6]. Spiegando in termini chiari e comprensibili come la moneta nasca dal mercato e come venga rovinata dalla gestione statale, Rothbard ha dato origine ad una scuola di consulenti finanziari che auspicano un ritorno dell’oro come strumento monetario e d’investimento: analisti come Howard Ruff, James Blanchard, Douglas Casey, Harry Schultz, Bill Bonner, Mark Skousen, Gary North, Harry Browne, hanno dichiarato di essersi ispirati direttamente o indirettamente alle teorie di Rothbard.

 

Pessimismo o ottimismo?

Anche il ciclo economico è un tipico fenomeno causato dalle autorità monetarie che gli economisti austriaci osservano attentamente anche per prevedere gli andamenti futuri del mercato. In particolare, le politiche espansive delle banche centrali e l’aumento dei prezzi dei beni capitali rispetto ai beni di consumo rappresentano, secondo la teoria austriaca del ciclo economico, dei segnali di formazione di una bolla finanziaria che può terminare con una recessione. Non è un caso che gli economisti austriaci furono tra i pochi a prevedere la grande depressione del 1929, anche se non erano in grado di indicare i tempi esatti. Henry Hazlitt e Murray N. Rothbard previdero la fine del sistema di Bretton Woods e la stagflazione degli anni ‘70, mentre nei decenni successivi diversi economisti, utilizzando gli strumenti teorici della teoria austriaca del ciclo economico, hanno previsto lo scoppio della bolla tecnologica a cavallo del nuovo millennio e della bolla immobiliare degli anni 2000, culminata con la crisi del 2008. Oggi molti economisti di scuola austriaca sostengono che le misure eccezionali di espansione monetaria messe in atto negli ultimi anni dalle banche centrali determineranno una crisi finanziaria peggiore delle precedenti [7].

Queste analisi teoriche sembrerebbero indurre al costante pessimismo, ma non vi è ragione di diventare “permabear”, cioè di assumere in via permanente una visione negativa sull’andamento dell’economia, né di adottare l’atteggiamento catastrofista di coloro che, per prepararsi alla prossima crisi, esortano a investire esclusivamente in metalli preziosi, armi e viveri. In realtà la Scuola Austriaca spiega che nel mondo agiscono due tendenze contrapposte: da una parte abbiamo le forze indotte dagli interventi statali, che attraverso l’espansione monetaria e del credito, la tassazione diretta e indiretta, il protezionismo, le regolamentazioni minuziose, i minimi salariali, le restrizioni della concorrenza, i monopoli legali, portano all’aumento generalizzato dei prezzi, alla crisi cicliche e all’impoverimento; dall’altra parte abbiamo invece le forze del libero mercato che, grazie ai continui miglioramenti produttivi, spingono verso il basso i prezzi di tutti i beni e i servizi.

Da un lato vediamo all’opera le forze della scarsità, dall’altro le forze dell’abbondanza. Il libero mercato, tuttavia, è talmente produttivo che agli individui intraprendenti basta disporre di un minimo spiraglio di libertà per generare ricchezza e benessere. Lo dimostra il fatto che, malgrado tutte le catastrofi che negli ultimi cent’anni si sono abbattute sull’umanità per colpa degli Stati (guerre mondiali, genocidi, totalitarismi, carestie, crisi economiche), il capitalismo è riuscito a generare un enorme benessere per un crescente numero di persone in tutto il mondo, come mai era accaduto nella storia [8].

Vi sono ancora luoghi della terra dove la proprietà privata non viene sistematicamente confiscata dai governi e lo spirito d’iniziativa non è troppo ostacolato: basta consultare ad esempio l’ultimo indice delle libertà economiche a cura dell’Heritage Foundation (l’Italia, piazzata all’86° posto, non è purtroppo tra questi). La tendenza naturale dell’economia di mercato è la crescita economica, a dispetto di tutti gli ostacoli posti dagli interventi statali. Gli individui possono avere successo economico, e le nazioni migliorare i livelli generali di vita, investendo le proprie risorse umane o finanziarie in un ambiente economico sufficientemente libero e rispettoso dei diritti individuali.

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NOTE

[1] Mark Skousen, “Murray N. Rothbard as Investment Advisor“, in Man, Economy, and Liberty. Essays in Honor of Murray N. Rothbard, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 1988, p. 152.

[2] Murray N. Rothbard, “Foreword”, in James B. Ramsey, Economic Forecasting-Models or Markets?, San Francisco, Cato Institute, 1977, p. XII.

[3] Ibidem, p. X.

[4] Murray N. Rothbard, “The Kondratieff Cycle Myth”, Inflation Survival Letter, 14 giugno 1978.

[5] Murray N. Rothbard, “Ten Most Dangerous Economic Fallacies of Our Time”, Personal Finance, 21 marzo 1979.

[6] Murray N. Rothbard, Lo stato falsario. Ecco cosa i governi hanno fatto ai nostri soldi, Treviglio, Leonardo Facco Editore, 2005.

[7] Guglielmo Piombini, “I successi della Scuola Austriaca e i fallimenti keynesiani”, Il Miglioverde, febbraio 2016.

[8] Guglielmo Piombini, “Il capitalismo crea abbondanza! Lo Stato non ha contribuito al progresso”, Il Miglioverde, dicembre 2015.

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